In un soffio (Alfonso Gatto)

Risvegliare dal nulla la parola.
È questa la speranza della morte
che vive del suo fumo quando è sola,
del silenzio che ventila le porte.

Il passato non cessa di passare
e l’odore che sparve è l’aria calda
che ferma gli oleandri lungo il mare
in un soffio di mandorla e di cialda.

di Alfonso Gatto, da “La forza degli occhi” (1950-1953)

Vincent Van Gogh, “Rami di mandorlo in fiore”

Vang Gogh Rami-di-mandorlo-in-fiore.jpg

 

 

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Autore: Daniela

https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/

18 pensieri riguardo “In un soffio (Alfonso Gatto)”

  1. Mia madre non c’è più. Una parola rimbomba, simile a un’ombra scura nella mente, quando non ti aspetti di sentirla.
    Ricordo il dolore associato ad essa come tanti piccoli spilli che penetrano ogni parte del corpo e lì si fermano, andando sempre più a fondo a ogni respiro, a ogni pensiero nostalgico.
    Dovrò imparare a chiamarla con il suo nome. La ripeto ancora, quella parola, eppure non riesco mai a darle forma. La morte.
    Ricordo come sia inevitabile ricordare. Ripensare ai momenti straordinari passati insieme, scintille di un passato che ora bruciano sulla pelle, perché ogni ora, ogni giorno, ogni mese la ferita di quella perdita continua ad aprirsi, e la voragine si allarga.
    La morte sa raggiungere gli abissi dell’anima, infrangendo tutti gli apparati razionali, e a maggior ragione quelli consolatori che non vogliono vedere quello che è lì davanti: il silenzio eterno di tutte le parole, di tutti i suoni, di tutti i profumi.
    La morte è poesia inespressa.
    La poesia cerca la parola ma non riesce a darle forma. Perché la parola è il linguaggio dei vivi, e al silenzio eterno manca il linguaggio.
    Eppure quel silenzio risuona dentro di noi: ma, senza parola, questa risonanza che fuggevolmente da lontano ci sfiora, la lasciamo nell’inespresso, e lì custodita.
    Anche alla custodia dobbiamo essere grati. E’ una forma di fedeltà a tutto ciò che con lui o con lei abbiamo vissuto, e che non possiamo sradicare se non sradicando noi stessi dalla nostra vita.
    E il tempo non consola, perché è un tempo che testimonia solo il silenzio dell’altro e l’inadeguatezza di tutte le voci che vogliono sovrastarlo. E allora, se vogliamo evitare la profanazione sottesa a quelle voci, dobbiamo andare alla ricerca del linguaggio capace di corrispondere a quel silenzio. E’ un linguaggio che non dice, ma che sa prendere dimora in quell’atmosfera evocativa che solo la poesia sa creare, quando non è biografia ma metafora della condizione umana.
    E allora il silenzio eterno comincia a parlare non con i ricordi, che proprio perché ricordi sono sempre struggenti, ma creando quell’atmosfera interiore insolita, fino ad allora ignota, che chi se ne è andato ci dona, invitandoci a prendere dimora: la nostra nuova dimora.
    L’addio non è mai davvero e fino in fondo un addio.

    SILENZIOSA SORELLA MORTE
    di Fausto Corsetti

    Con un abbraccio affettuoso.
    Fausto

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  2. grazie del tuo prezioso commento, come sempre apporti ulteriori spunti di riflessione… La vita fa già parte della morte, ne è forse il preambolo; però è sempre difficile accettare la mancanza di una presenza cara quando se ne va in quell’altrove che non ci è dato conoscere in vita, e solo il tempo affievolisce il dolore e fa nascere quella quasi certezza, ( o forse sarebbe meglio chiamarla speranza) che quell’addio non sia eterno, come dici tu in chiusura.
    Un caro saluto
    Daniela

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