“Ed era una tribù” di Gianni Milano

Ed era una tribù di scarafaggi, neolitici ancora, appena nati
dall’ombre delle grotte e labirinti e contorte visioni
d’un’Anima sortita dal Mistero, senza parole, senza storia alcuna,
senza difesa, senza nostalgia, attenta al flusso, stupita nel respiro:
quasi un affresco della Mente arcaica ch’illumina gli Antichi dell’Australia.

Fratelli inconsapevoli del Mondo, al pari delle larve
di farfalle, nudi senza riparo, avvolti nell’estatico richiamo
d’una musica azzurra, spezzoni dei miei sogni, dei miei gorghi,
nei quali vado a perdermi ogni notte, Pellegrino in attesa
del richiamo, d’uno zufolo udito in terre d’oro e poi la Bomba
che tutti ci disperse – i pesci con le pance offerte al cielo,
gli umani senza lacrime e canzoni, le prolifiche selve d’Amazzonia
ridotte in truciolati e quella storia che entrava nella testa lentamente,
tradotta in Torquemada, in frustrazione.

Nel fuoco un chiacchiericcio, un alfa, un suono d’enigmatica origine
eppur dolce, come un ricordo di calore caro – frantumato in falene,
in squarci amari di visioni perdute. Ora governa l’Automa del Potere,
con l’indice allenato a giudicare – gli Inermi della Terra inabissati,
ai margini del mondo, a sussurrare, come spiriti ctoni, come i boschi,
quando la nebbia sale e il Tempo cessa: il lamento dell’asino è battaglia,
a fianco della vita, del ritmico narrare delle foglie.

2002 Gianni Milano

Gianni Milano (Mombercelli,Asti, 1938 – ) è un pedagogista italiano, pacifista e uno dei pochi poeti Beat italiani ancora in attività

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Un ronzìo incessante

Si crogiola il cuore
in pulsazioni lente
sul cuscino monocolore,
chiede ammenda il corpo
per gli sfiancanti eccessi.
D’incessanti iperboli
in sproposito o difetto
è stanca pure l’anima
chè di dossi e fossi
la vita non offrì guida
nè annunciò il cospetto.
Unica a non riposare
resta l’indomita mente
ligia per arcano mistero
a vegliare il sonno beato
e la ricerca ostinata
dell’incastro preciso,
la meravigliosa amalgama
di carni e menti plasmate
da illuminata imprevista armonia
che muove i sensi in univoca onda.
Se completezza talvolta si sfiora
di tangibile pienezza è solo aurora
e sin che sarà desto un solo neurone
desìo ronzerà come instancabile moscone

Daniela Cerrato, 2017

__________ dipinto di David Hettinger __________
David Hettinger

Francesco Leonetti (1924-2017) e il suo desiderio estremo

Il meglio nel mondo.
Non ci sia, o ci sia, il dio nel cielo,
in terra è l’albero l’ente supremo
risana l’aria col suo proprio ossigeno
senza di lui, moriremmo noi tutti
diritto, con la chioma volta all’alto,
sui piedi saldo sta, solo o nel bosco…
Vengono poi e gli animali e l’uomo,
che era scimmia una volta, e ora è assassino:
disbosca, sfrutta, spreca, prende o butta
mangia gli altri animali fatti a pezzi
tutto è per lui denaro oppure chiesa;
senza obbedire a lui si va in prigione.
L’albero provvede e vive nei secoli
e ficcatemi dentro, quando io crepo,
in un suo squarcio, io fondo gli ossi miei
con le sue fibre, vivo altrettanto e miro
l’alto, il sublime, il vero, il mondo intero.

(Francesco Leonetti, Poesie estreme cit. p. 42)

Toma, la voce profonda di un poeta

Zonadidisagio

Salvatore-Toma

Salvatore Toma è una voce singolare e appartata della poesia italiana, passata su questa terra e troppo presto andata via. Un vero poeta del sud, salentino per l’esattezza, che ha squarciato il cuore maledetto delle parole e in un corpo a corpo quotidiano con la morte se ne è andato lasciando in eredità alla letteratura tutta la ribellione che si può trovare tra le pagine di una poesia estrema e maledetta.

Salvatore Toma in un certo senso è stato un poeta maledetto, uno scrittore di versi che era in assoluta disarmonia con la propria epoca.

Nell’imperfezione della solitudine, il poeta tranciava le parole, le soffocava sulla pagine agognando una grande esplosione che mandasse in frantumi ogni cosa.

La sua scrittura è tragicamente anarchica e anche quando si lascia ossessionare dal pensiero della morte, che per lui è l’unico modo di sentirsi vivo, è consapevole che le sue parole non hanno…

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Natività / Nativity

Al di là di ogni credo religioso o di un ateismo radicato o disorientato, la figura della natività evoca la tenerezza tipica e naturale che trae energia e amore da una maternità. Maternità che è sempre trasmissione di  amore, ma anche di dolore, di sacrificio di timori, ansie e rassegnazione. Tra le rappresentazioni artistiche non a caso ho scelto questa che è emblematica per trasporto e trasmissione di amore; ritrae la Madonna che porge il seno al bimbo; l’ autore dal nome sconosciuto appartiene alla Scuola Napoletana  della fine del XVII secolo. E la Madonna fondamentalmente rappresenta ogni madre…

Con questa immagine Auguro a tutti gli amici del blog Buone Feste, a presto!
Daniela

Beyond any religious belief or a rooted or disoriented atheism, the figure of the nativity evokes the typical and natural tenderness that draws energy and love from a motherhood. Maternity which is always the transmission of love, but also of pain, of sacrifice, of fear, anxiety and resignation. Among the artistic representations, I chose this one that is emblematic for the transport and transmission of love; portrays the Madonna who gives the breast to the child, a work of an anonymous author that belonging to the Neapolitan School of the late seventeenth century. And the Madonna basically represents every mother…

With this image I wish all the friends of the blog Happy Holidays, see you soon!
Daniela

Dettaglio del  dipinto “Natività con i pastori”, scuola napoletana del XVII sec.

Scuola Napoletana della fine del XVII secolo

 

Mutamenti

C’è di vita il tempo
d’ euforici slanci ormonali
saette sul cuore ingenuo
scorredato di parafulmine
vanno a segno in pochi battiti,
ci si lascia rapire da speranze
e condurre lontano da un ardire
impetuoso, anche in contromano,
pura ebbrezza, basta sognare…
non ci si chiede come, se è bene,
la pura carnalità urge e preme
sì che diviene cieca e sorda
quell’ultima spia di ragione.
Ma da impellenze si placa
il cuore più adulto e ferito,
non tace, pur sfrigola e freme
ma d’attendere non teme,
non s’affretta, non spalanca
le gambe come vogliosa regina
per rude e  godereccio piacere,
in sua difesa anche i sogni raffina
sì che diventi sublime anche il sogno
ad occhi aperti o chiusi, è lo stesso
pur che offrirsi abbia un logico nesso.
Pretenzioso non è, di superbia non pecca,
in olfatto fiuta per seguire di profumo
traccia d’amore, non di dozzinale consumo,
di cadere in fallo adolescenziale gli secca.

Daniela Cerrato, 2017

Dissolvenza

Parole che sfumano
in dissolvenza
come spire d’incenso
dal consumo lento
fatto svanire dal soffio
inatteso e violento.

Il piccolo tizzone cade
brucia ancora per poco
e si fa grumo di cenere,
di fuoco occhio cieco,
rimane fragranza e pervade
il vuoto che espande silenzio.

La mente già evade
con prontezza celere
da prigionìa di sogno,
da ultima voce sospesa
non giunta a segno…
ridicolo opporsi a bufera
e a suo imperante disegno.

Daniela Cerrato, 2017

 

Quel bacio mancato

Fermati un istante
e fruga nelle tasche,
controllale con cura
vai oltre le chiavi,
il fazzoletto, la biro,
scosta il cellulare
e qualche scontrino
stropicciato tra la moneta,
insisti, vai più a fondo,
nelle pieghe della fodera
dove si forma l’angolo,
proprio lì dove finiscono
la mentina uscita dal pacchetto
e il centesimo di rame annerito.
Ecco si, l’hai trovato
quel bacio da me inviato
che per volo impreciso
mancò labbro e suo afflato.
Lo so, è intirizzito,
ma trattienilo nel palmo,
nel tepore della presa
ritroverà il suo calore
e guizzerà sul viso
dove la tua bocca
s’aprirà in sorriso.

Daniela Cerrato, 2017

Forse un mattino andando in un’aria di vetro (E.Montale )

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale, “Tutte le poesie”, Mondadori,1979

Sequenze vitali

Di biomolecole
e dettati divini
è plasmata natura,
cicli fecondi
in moto perpetuo
creano vita da vita
che ha come fine
una morte sorella.
Tra correnti di terra
di cielo e mare
è tutto un andare
d’esistenze incrociate
di corpi in flusso,
di nuvole pellegrine,
pioggie e venti
alle cui sfuriate
son legati marosi
gonfi, cupi e rabbiosi,
una forza possente
che arriva a placarsi.
Ma è dolce catarsi
dopo violenta passione,
una morte apparente
che attende nuovo vigore.

Daniela Cerrato, 2017

Dipinto di Octavio Ocampo

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