Di Fabio Pusterla: Settimana dell’ombra (dalla rivista “Soglie”, anno XV, n.1 )

sulle tracce di Vittorio Sereni


I
Oceani deserti di sale alle spalle.
Ma ora chiudono i porti
custodi, altri confini ad una sponda
di non Europa al centro dell’Europa:
Chiasso, frontiera, forse la via è chiusa.
E se gli chiedono,
dal dirupo di un lunedì ferroviario,
a lui cingalese in nervoso italiano le carte
e lui sorride muto di rimando, e rivolgendo
gli occhi dalla tua parte di pena sembra dire
ho capito, lascia stare, ne ho già viste
di peggio, e mi basta il tuo sguardo, fratellino;
se gli sorridi anche tu e i due ti fulminano
biechi: come non ripensare ad un altro
sorriso, di poche ore prima, a un bambino
che rideva a Pordenone quasi immobile, bloccato
nella sua gioia da un oscuro disturbo,
atarassia muscolare o mancanza
di impulsi nervosi o chissà
che inespresso segreto,
e intanto sorrideva sorrideva
la biglia azzurra dell’occhio e la giovane madre
aveva sul volto qualcosa di cupo?

II
“Non piangevo così tanto da quando
mi hanno detto che mia figlia era malata
di cuore. Ma questo è un altro discorso”.
Sicché qualcuno, in un ufficio due uffici
ha deciso di applicare le regole
non fare eccezioni rispettare tutti gli ordini
e qualcun altro ha pianto molto a lungo.
Sicché in un altro ufficio due uffici
nessuno ha immaginato di fare qualcosa
nessuno ha pensato di alzare il telefono
nessuno ha creduto di doversi impegnare.
E qualcun altro non è stato avvertito
non è stato difeso non è stato salvato.
“Adesso mangio le lacrime non penso di fare ricorso”.

III
La cenere, dunque. La cenere
di un altro mercoledì. Mercoledì delle ceneri,
appunto. Senza braci o speranze,
verrebbe quasi da dire. Giorno di mezzo
respiro del tempo. Dopo la fatica
prima della fatica, al centro del ciclone
dell’ombra. Oggi arriva una lettera
dall’altro mondo, e non è allegra,
dice che non è allegro neanche lì.

IV
Cosa mastica l’assessore alla cultura,
un gamberetto, una pizzetta, un’oliva? È l’ora lieta
di qualche aperitivo, l’happy hour di qualche lounge
bar, lungo le rive
fumide del Verbano. E a bocca semipiena,
che si immagina turbata,
in un sorriso o dentro il semibuio di una battuta, dal telefono
importuno, dice che no, non si può entrare nell’archivio del Poeta,
che nessuno può aprire, perché è sabato, e di sabato,
si sa, non si lavora, vivaddìo.
Forse potresti udire qualche evviva
sullo sfondo, o un tintinnìo di calici o risate.
Al largo, alla deriva, vanno i rami,
i remi caduti dalle barche, i versi strani
di certi uccelli che non si sa dove corrano o perché,
comunque volano a nord, verso Zenna.

V
Maschio. Germano. Pareva dormisse,
di traverso adagiato sull’asfalto, con il verde
verdissimo del collo, e appena un sospetto
di sangue, smunto sangue, sotto il becco, che sembrava
ragnatela rossastra o antica mappa di fiumi,
e proprio lì, tra un Flegetonte e un Eufrate rotolava
il filtro ancora fumante di una sigaretta, certo fuoriuscita
da uno dei finestrini d’auto in corsa, chissà forse da quella
proprio all’origine di un piccolo cozzo,
di un urto trascurabile
senza dubbio trascurato. Raschiava
già il mattino, il venerdì
prendeva forma e non era una forma radiosa.

VI
Ruglia la Tresa in fondo alle sue gole
minime e già bastevoli al disastro: strettoie di roccia
friabile, anfratti,
e poi, proprio in fondo, alta, la chiusa.
C’è come una ruga nell’aria,
oggi più avanti il lago sembra mare
irritato, un’aspra voce d’aprile
che sgrana vecchie storie, disonori,
ombre di gente in transito, pastrani.
Ci dicono che qui veniva spesso,
appunto qui, sulla diga dei suicidi, a guardare.
Dopo, dentro una foto, lo vediamo stretto al centro
da qualche antico o nuovo comiziante,
quasi nell’atto di sdraiarsi sul tavolo,
come sempre come sempre fuori posto,
meravigliosamente desolato
testa pesante e mani molto larghe
sguardo alle luci basse di vertigine.

VII
Salgono o scendono le scale del tempo?
Eccoci comunque al pianerottolo
settimanale di domenica, i gradini
si allentano, lo slargo provvisorio, le campane
fanno il loro lavoro di campane, qua e là s’avvertono
afrori di cucina, sfrigolii.
Forse potrebbe schiudersi una porta
il varco verso il tempo parallelo. Intanto piove.

dalla rivista Soglie, anno XV, n. 1

Fabio Pusterla è nato a Mendrisio nel 1957. Laureato in lettere moderne presso l’Università di Pavia, vive e lavora tra la Lombardia e la Svizzera, dove insegna lingua e letteratura italiana presso il Liceo cantonale e l’Università di Lugano; ha tenuto per alcuni anni dei corsi presso l’Università di Ginevra.  È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Idra”, edita a Milano da Marcos y Marcos. È attivo come poeta, traduttore (soprattutto dal francese, con qualche incursione nella letteratura portoghese) e saggista. Collabora a giornali e riviste in Svizzera e in Italia. Dal 2014 è professore titolare presso l’ISI di Lugano.

altre info su: https://search.usi.ch/it/persone/5dae7610d9d327f8a89004911f5a755b/pusterla-fabio-angelo

Autore: Daniela

https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/ email: danycer@fastwebnet.it

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