Ferreira Gullar (1930-2016), non solo un poeta

Uomo comune

Sono un normale uomo

di carne e

ossa, memoria e dimenticanza.

Cammino, in autobus, in taxi, in aereo

e la vita mi attraversa il

panico come

la fiamma di una fiamma ossidrica

e può cessare

all’improvviso

.Sono come te,

fatto di facce e mani ricordate

e dimenticate , l’ombrello rosso a mezzogiorno

a Pastos-Bons, gioie defunte, fiori, uccelli

nel pomeriggio luminoso,

nomi che non conosco più nemmeno.

**************

Ci sono molte insidie ​​nel mondo *

Nel mondo ci sono molte trappole

e ciò che è una trappola può essere un rifugio

e ciò che è un rifugio può essere una trappola

La tua finestra, ad esempio,

aperta sul cielo

e una stella che ti dice che l’uomo non è niente

o la schiuma mattutina sulla spiaggia che

colpisce prima di Cabral, prima di Troia

(Tomás Bequimão ha

preso la città quattro secoli fa , ha creato una milizia popolare

e poi è stato tradito , arrestato, impiccato)

Nel mondo ci sono tante trappole

e tante bocche per dirti

che la vita è breve

che la vita è pazza

E perché non la Bomba? ti chiedono.

Perché non la Bomba per porre fine a tutto, visto che la vita è pazza?

(* versi di apertura del lungo poema Nel mondo ci sono molte insidie )

*******************


Canzone per non morire

Quando te ne andrai,

ragazza bianca come la neve,

prendimi.

Se non puoi

portarmi per mano,

ragazza bianca come la neve,

prendimi nel tuo cuore.

Se nel tuo cuore non puoi

portarmi,

ragazza dei sogni e della neve,

portami nella tua memoria.

E se non riesco a mettere

così tanto lì che

vivo già nei tuoi pensieri,

ragazza bianca come la neve,

portami nell’oblio.

*************************

Un uomo ride

Lui rideva dalla vita in su. Sotto
la vita, dietro, la sua mano
furtiva
perquisiva nei vestiti.

Davanti e soprattutto sul volto, lui rideva,
espelleva un chiarore, un succo
servile
come un fiore carnivoro si spende nella bellezza della corolla
nella dolcezza del miele
Dietro quest’aureola, uscendone
come fosse un ramo, scendeva il braccio
con la mano e le dita
e all’altezza delle natiche lavoravano
nei denim azzurro dei pantaloni.
(come un animale nel campo in primavera
visto da lontano, ma
visto da vicino, il muso, sinistro,
di calore e ossa, mangia l’erba del pasto)
L’uomo lanciava risate come il polpo spruzza il suo inchiostro e fugge
Ma la mano cercava nelle mutande
forse sbottonate
una puntura che prudeva
una pulce sotto i vestiti
qualunque cosa che avrebbe reso la vita peggiore.

*********************************

La vita batte

Non si tratta di poesia bensì dell’uomo
e della sua vita
– l’ingannata, la ferita, la consentita
vita guadagnata e già persa e guadagnata un’altra volta.
Non si tratta di poesia bensì della fame
di vita,
l’intenso pulsare tra costellazioni
e imbrogli, tra la nausea.
Alcuni viaggiano, vanno
a New York, a Santiago
del Cile. Altri invece restano
in Rua da Alfândega, dietro
banconi e sportelli.
Tutti ti cercano, fascio
di vita, scuro e chiaro,
che è più dell’acqua sull’erba
più di un bagno in mare, del bacio
sulla bocca, più
della passione sul letto.
Tutti ti cercano e solo alcuni
ti trovano e ti perdono.
Altri ti trovano e non ti riconoscono
e ci sono quelli che si perdono perché ti hanno trovato
oh pazzia,
oh verità, oh fame
di vita!

L’amore è raro
ma può luccicare in qualsiasi punto della città.
E siamo nella città sotto le nuvole e tra le acque azzurre.
La città. Vista dall’alto
è febbrile e immaginaria, si offre intera
come se fosse pronta.
Vista dall’alto,
con i suoi quartieri e strade e viali, la città
è il rifugio dell’uomo, appartiene a tutti e a nessuno.
Ma vista
da vicino,
rivela il suo torbido presente, la sua
fibra di panico: le
persone che vanno e vengono,
che entrano ed escono, che passano
senza ridere, senza parlare tra fischi e gas. Ah, lo scuro
sangue urbano
spinto da profitti.
Sono persone che passano senza parlare
e sono piene di voci
e di rovine. Sei Antônio?
Sei Francisco? Sei Mariana?
Dove hai nascosto il verde
chiarore dei giorni? Dove
hai nascosto la vita?
che nel tuo sguardo si spegne non appena si accende?
E passiamo
carichi di fiori soffocati.
Ma, dentro, nel cuore,
lo so,
la vita batte. Sotterraneamente,
la vita batte.

A Caracas, ad Harlem, a Nuova Delhi,
sotto le pene della legge,
nel tuo polso,
la vita batte
Ed è questa clandestina speranza
mischiata al sale del mare
che mi sostenta
questa sera
affacciato alla finestra della mia stanza a Ipanema
in America Latina.

******************************************

Ferreira Gullar,(José Ribamar Ferreira) poeta, critico d’ arte, biografo, traduttore e saggista brasiliano, nacque a Sao Luis il 10 settembre del 1930. Un’infanzia tra scuola e vita di strada , poi si approcciò alla poesia credendo che tutti i poeti fossero già morti; solo in seguito scoprì che ce n’erano molti nella sua città. All’età di diciotto anni, frequentò i bar di Praça João Lisboa e Grêmio Lítero Recreativo, dove la domenica si leggevano poesie. Scoprì Carlos Drummond de Andrade e Manuel Bandeira e colpito dai loro versi cercò di documentarsi leggendo saggi sulla poesia moderna. A breve iniziò a scrivere diventando un poeta sperimentale radicale, il cui motto era la frase di Gauguin: ‘Quando imparerò a dipingere con la mano destra, inizierò a dipingere con la mia sinistra, e quando imparerò a dipingere con la mia sinistra, inizierò a dipingere con i piedi’. Cioè, nessuna formula: il poema dovrebbe essere inventato ogni momento. ‘Volevo che il linguaggio stesso fosse inventato con ogni poesia‘, avrebbe poi detto. Nacque così il libro che lo avrebbe lanciato nella scena letteraria del paese nel 1954: “La lotta del corpo”. Le ultime poesie di questo libro derivano da un’implosione del linguaggio poetico, e provocherebbero l’emergere nella letteratura brasiliana della poesia concreta, di cui Gullar fu uno dei partecipanti e poi dissidente, integrando un gruppo di artisti plastici e poeti di Rio de Janeiro: il gruppo del neoconcretismo. Il movimento emerse nel 1959; ma dopo un paio di anni si allontanò dal gruppo integrandosi nella lotta politica rivoluzionaria. Tra il 1962 e il 1966 pubblicò tre poesie in stile stringa, pensando di raggiungere più direttamente il lettore popolare. Si unì al Partito Comunista e iniziò a scrivere poesie sulla politica e a partecipare alla lotta contro la dittatura militare del 1964. Fu processato e imprigionato, poi costretto a vivere clandestinamente e andare in esilio; lasciò il paese clandestinamente e andò a Mosca, poi a Santiago del Cile, Lima e Buenos Aires. Tornato in Brasile nel 1977 fu arrestato e torturato; liberato grazie a pressioni internazionali, tornò a lavorare sulla stampa a Rio de Janeiro e poi, come scrittore televisivo. Durante il suo esilio a Buenos Aires, scrisse “Dirty Poem” – una lunga poesia di quasi cento pagine – che è considerata il suo capolavoro. Tornato in Brasile, Gullar pubblicò, nel 1980, In the vertigo of the day e All poetry, libro che raccolse tutta la sua produzione poetica fino ad allora. Tornò a scrivere di arte sulla stampa di Rio e San Paolo, pubblicando, in questo campo, due libri, Etapas da arte contempornea (1985) e Argumentação contra a morte da arte (1993), dove discute della crisi dell’arte contemporanea.

L’altra forma espressiva di Ferreira Gullar è il teatro. Dopo il colpo di stato militare, lui e un gruppo di giovani drammaturghi e attori fondarono il Teatro Opinião, che giocò un ruolo importante nella resistenza democratica al regime autoritario. Ma come lui stesso affermò la poesia era la sua attività fondamentale. Nel 2002 è stato nominato per il Premio Nobel per la letteratura.

Infine è da ricordare il suo rapporto con la musica: nel 1976, mentre viveva a Buenos Aires, Vinicius de Moraes, pensando a “Poema Sujo” (1975), lo definì l’“último grande poeta brasileiro”. Nel 1975 aveva trovato le parole giuste per “O trenzinho do caipira”, melodia composta nel 1930 da Heitor Villa-Lobos: sarà un successo nel 1978, cantata da Edu Lobo, e poi ripresa da alcuni degli artisti più conosciuti, fino ad essere sulla bocca di tutti dopo il passaggio nella novela “A lei do amor” nella versione registrata da Ney Matogrosso. Negli anni Ottanta e Novanta i suoi testi sono trasmessi dalle radio brasiliane senza necessariamente che lo si noti come autore dei testi, mentre lavora con artisti diversi fra loro, da Sueli Costa (“Escuta moça”, 1984) a Paulinho da Viola (“Solução de vida”, 1996).

Tre collaborazioni, in particolare, hanno segnato il suo rapporto con la musica: Milton Nascimento, Raimundo Fagner e Adriana Calcanhotto.

Gullar è morto il 4 dicembre 2016 a Rio de Janeiro, all’età di 86 anni, in seguito a una polmonite.

Autore: Daniela

https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/ email: danycer@fastwebnet.it

4 pensieri riguardo “Ferreira Gullar (1930-2016), non solo un poeta”

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