poesie di Boris Ryzhy (1974-2001)

Se vai nel passato, meglio col tram
e la sua campanella, il tuo vicino sbronzo,
lo scolaro depresso, la vecchietta svitata,
e fogliame di betulla tutto intorno.

Sei o sette fermate
ed eccoci negli anni ottanta:
sulla destra – fabbriche, sulla sinistra – industrie
fingi indifferenza, fuma, qual è il tuo problema.

Borbotti parole sospettose, come
Uscite dalla prosa di Nabokov –
lui è il padrone, noi la feccia, dai,
sorridi, hai delle lacrime sul viso.

Questa è la nostra fermata:
di qua – bandiere, e di là – striscioni
cielo blu, nastri rossi,
un funerale, suona la banda.

Scherzi un po’ con quei vecchietti
e ti allontani nella musica dolce,
giacca di pelle, mani in tasca,
lungo un sentiero di infinita separazione,

sì, il cammino di eterno dolore,
alla tua casa natale, che si confonde col tramonto,
la solitudine, il sogno, le foglie cadute,

torni a casa come un soldato caduto in guerra.

***

Ringrazio per tutto. Per il silenzio.
Per il brillare di una stella che litiga con l’oscurità.
Ringrazio per mio figlio, per mia moglie.
Per la musica dei ladri dietro la parete.
Ringrazio perché, per essere un ospite sgradito,
sono ancora piuttosto tollerabile –
e per il cappotto in corridoio mi hanno inchiodato
e hanno issato il mondo intero sulle mie spalle.
Ringrazio per le filastrocche dei bambini.
Non per l’attenzione, al contrario, per la pazienza.
Per l’autunno. L’infelicità. I peccati.
Per questo rimpianto ultraterreno.
Per Dio, e per i suoi angeli.
Per ciò a cui il cuore crede, e la mente conosce.
Ringrazio, perché non esiste
nulla di simile al mondo
Per tutto, per tutto. Per il fatto che non posso,
ricordando il dolore di qualcuno, vivere felice.
Sto davanti alla vita, addolorato, in debito,
e solo la morte è generosa e silenziosa.
Per tutto, per tutto. Per quest’alba offuscata.
Per il pane. Per il sale. Il calore del sangue natio.
Perché io vi ringrazio tutti,
e perché voi non sentirete nemmeno una parola.

***

Portami lungo viali vuoti,
parlami di qualche sciocchezza,
pronuncia vagamente un nome.
I lampioni piangono l’estate.
Due lampioni piangono l’estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina umida.
Amore mio, resta con me fino all’alba,
poi lasciami.
Rimasto come un’ombra offuscata,
vagherò qui ancora un po’,ricorderò tutto,
la luce accecante, il buio infernale,
io stesso fra cinque minuti sparirò

***

Grande lustro paneuropeo assumerà
l’idioma del poeta transiberiano:
mi scorderò la mia magica città
e la scuola proletaria fuori mano.
Non importa dove morirò e come
(sia nell’afa parigina o nella fosca
Londra), nel cimitero senza nome
di Sverdlovsk interrate le mie ossa.
E non è per atteggiarmi a intellettuale,
né per fare il raffinato, né per posa,
ma perché laggiù ogni marmo è il profilo
di uno di noi, perché è nostra ogni rosa.
Sul blu-vetriolo di innevate dune
sono caduti con il rame nel teschio
gli operai diplomati a malapena,
militi ignoti della perestrojka.
Emetti pure stabilimento i tuoi lai,
di polimeri termoplastici l’eco.
La donna con cui non sono stato mai
aprirà l’album, fumando con sussiego.
L’album azzurro con tutti i nostri visi
dal tempo futuro scaldati e nutriti,
l’album azzurro dove noi siamo vivi,
teppaglia di Sverdlovsk: poeti e banditi.

***

Dettami versi d’amore
Sii d’animo un po’ insincero.
Il mio cuore cattivo e freddo
Fa esplodere con un sorprendente verso.
Raccontami semplici parole
Fa che mi parta, girando la testa.

Boris Ryzhy incarnava tutti i sentimenti più profondi della nazione russa nel periodo della disintegrazione dell’URSS. Chiamato l’ultimo poeta dell’impero, nato negli Urali nel settembre 1974, ha scritto più di un migliaio di poesie nei brevi 27 anni di vita.

Dotato di grande talento, fascino e dolcezza, sposa all’età di 17 anni con la sua compagna di studi, Irina Kniazheva. Nel 1997 si laurea alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali. Pubblica diciotto articoli di ricerca scientifica sulla struttura della crosta terrestre e sulla sismicità degli Urali e della Russia. Nel 1999 riceve il Premio letterario Anti – Booker. Vive a Ekaterinburg, lavorando come assistente alla ricerca scientifica all’Istituto di Geofisica e collabora con il giornale “Ural”. Nel 2000 la Fondazione Pushkin pubblica una sua raccolta dal titolo “E cose così”. Si toglie la vita impiccandosi nel mese di maggio 2001

“Boris Ryzhy era il più grande talento poetico della sua generazione” ha detto Evghenij Rejn, famoso critico e poeta russo. Autentico, intenso, spontaneo, ha cantato amore e morte. Ha raccontato la Russia e l’amore dei russi per la propria terra; lo smarrimento, il dolore e lo stupore di essere uomini in una terra splendida, mistica e severa, una terra che i suoi abitanti chiamano la Santa Madre Russia Quando ci ha lasciati Boris ha scelto di congedarsi con l’ultimo verso della sua poesia d’addio: «Io ho vissuto qui. Esercitando delle libertà alla morte, all’autunno e alle lacrime. Vi ho amati tutti. E sul serio» .

In italiano le poesie di Ryzhij sono comprese nell’antologia La nuovissima poesia russa a cura di Mauro Martini (Einaudi, 2005)

Autore: Daniela

https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/ email: danycer@fastwebnet.it

2 pensieri riguardo “poesie di Boris Ryzhy (1974-2001)”

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