Omaggio a Jean Luc Godard: Poesia di Pier Paolo Pasolini

Una disperata vitalità

Come in un film di Godard: solo
in una macchina che corre per le autostrade
del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –
[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]
solo, «pilotando la sua Alfa Romeo»
in un sole irriferibile in rime
non elegiache, perché celestiale
il più bel sole dell’anno –
come in un film di Godard:
sotto quel sole che si svenava immobile
unico,
il canale del porto di Fiumicino
una barca a motore che rientrava inosservata
i marinai napoletani coperti di cenci di lana
un incidente stradale, con poca folla intorno…

come in un film di Godard – riscoperta
del romanticismo in sede
di neocapitalistico cinismo, e crudeltà –
al volante
per la strada di Fiumicino,
ed ecco il castello (che dolce
mistero, per lo sceneggiatore francese,
nel turbato sole senza fine, secolare,

questo bestione papalino, coi suoi merli,
sulle siepi e i filari della brutta campagna
dei contadini servi)…

sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei
delle sue sette vite,
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue
un’anguilla mezza mangiata

le guance cave sotto gli occhi abbattuti,
i capelli orrendamente diradati sul cranio
le braccia dimagrite come quelle di un bambino
un gatto che non crepa, Belmondo
che «al volante della sua Alfa Romeo»
nella logica del montaggio narcisistico
si stacca dal tempo, e v’inserisce
Se stesso:
in immagini che nulla hanno a che fare
con la noia delle ore in fila…
col lento risplendere a morte del pomeriggio…

La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi.

E questo bestione papalino, non privo
di grazia – il ricordo
delle rustiche concessioni padronali,
innocenti in fondo, com’erano innocenti
le rassegnazioni dei servi –
nel sole che fu,
nei secoli,
per migliaia di meriggi,
qui, il solo ospite,

questo bestione papalino, merlato
accucciato tra pioppeti di maremma,
campi di cocomeri, argini,

questo bestione papalino blindato
da contrafforti del dolce color arancio
di Roma, screpolati
come costruzioni di etruschi o romani,

sta per non poter più essere compreso.

(Pier Paolo Pasolini)

——————————Note:

Bernardo Bertolucci vide Fino all’ultimo respiro di Godard a Parigi dove il padre Attilio lo aveva mandato in gita premio estiva dopo la maturità . Bernardo visitò la Cinémathèque, vide il film di Godard e ne rimase folgorato. Anni dopo in qualità di presidente della giuria premiò con il Leone d’oro di Venezia “Prénom Carmen” con la simpatica motivazione che lui stesso definì “per mafia culturale”. Subito dopo la trasferta parigina, Bertolucci divenne assistente di Pasolini sul set di Accattone e tormentò il maestro parlandogli solo di Godard, al punto che Pasolini fu quasi geloso. Ma anche Pier Paolo vide poi il film e fu colpito al punto di scrivere questa poesia, pensata quale stesura di una sceneggiatura cinematografica , immaginando di girare la propria morte, “come in un film di Godard” appunto .

occhi di Sicilia

(Dedicata alla Fotografia di Fabio Sgroi)

Fantasmi di vecchie solfare
bicipiti di braccia operose
sogni di spose innamorate
veli neri dispersi tra zagare.

Il sole pareggia con la luna
nell’infinita partita aperta,
le risacche lambiscono voci
di pescherecci alla partenza.

Urla il mercato l’abbondanza
d’un mare dagli occhi lucenti,
le strade serbano tracce mute
di onestà che non si arrende.

Di sacro profuma il dorico dei templi.

Daniela Cerrato

Fotografie di ©Fabio Sgroi

Solfare
Immagini da http://www.fabiosgroiphoto.com