Ignazio Gobbi, Sinfonia in fa maggiore per 2 oboi, 2 corni e archi

Ignazio Gobbi nacque a Gorizia il 28 luglio 1740 dai coniugi Giovanni Maria e Lucia. Alcuni documenti testimoniano che la sua formazione musicale si svolse a Padova, alla celebre Scuola delle Nazioni del violinista piranese Giuseppe Tartini, insieme con il concittadino Nicolò De Zorzi. I due musicisti goriziani appresero dal Tartini non solo l’arte di suonare il violino, ma anche quella della composizione; a testimonianza di ciò Gobbi lasciò alcuni brani dedicati al violino. Pare che egli abbia svolto l’intera carriera musicale a Gorizia, ricoprendo il ruolo di primo violino e direttore dell’orchestra nel Teatro Bandeu e nella cappella del duomo. Il 17 settembre 1798 sposò in seconde nozze la nobildonna Lorenza de Scalettari; la loro figlia Gioseffa diventò in seguito moglie di Procopio Frinta, musicista d’origine boema attivo a San Vito al Tagliamento, Trento e Gorizia. Tra i suoi allievi si ricorda il violinista cividalese don Francesco Mainardis. Tutta la produzione musicale di Gobbi è rivolta al genere strumentale; all’Archivio musicale capitolare di Cividale del Friuli è conservata la Sinfonia in fa maggiore per archi, 2 oboi e 2 corni, suddivisa in tre movimenti e recentemente pubblicata in edizione moderna. La Sonata per violino e cembalo in re maggiore presenta una scrittura agile, che si rifà ad un classicismo semplice e spontaneo. Due sonate per violino e basso e un concerto per violino e archi, anticamente nella collezione privata Stecchini di Bassano del Grappa e ora all’University of California di Berkeley, rivelano l’influsso dello stile tartiniano e probabilmente sono state scritte in epoca giovanile.

Alberto Martini (1879-1954)

“Vero artista è chi ha saputo creare un’opera […]: un’inattesa scoperta, così forte da resistere al supremo giudizio del tempo, un tempo umano di almeno un quarto di secolo, fatto storico che non si può né inventare, né cancellare, né improvvisare. […] Se l’arte antica, che noi tutti adoriamo, non fosse stata a suo tempo nuova, non sarebbe diventata antica e venerabile!”
Alberto Martini da “Vita d’artista” (1939-1940)

Alberto Giacomo Spiridione Martini, nasce il 24 novembre 1876 a Oderzo da un antica famiglia aristocratica trevigiana. Nel 1879 si trasferisce con la famiglia a Treviso dove il padre insegna disegno presso l’Istituto Tecnico Riccati. Tra il 1890 e il 1895 sotto la guida del padre, descritto da Vittorio Pica come suo unico vero maestro, inizia a disegnare e dipingere acquarelli e tempere di piccolo formato. Nel 1895 inizia la prima serie di illustrazioni a penna in inchiostro di china per il Morgante Maggiore di Luigi Pulci, che, tuttavia, presto abbandona per dedicarsi alle illustrazioni per la Secchia rapita (1895-1935) di Alessandro Tassoni


Nel 1896 inizia a illustrare il ciclo grafico per il Poema del lavoro. Nel 1897 Espone alla II Biennale di Venezia 14 disegni per “La corte dei miracoli” che verranno presentati l’anno seguente a Monaco e all’Esposizione Internazionale di Torino. Nel 1898 soggiorna a Monaco e lavora come illustratore per le riviste «Dekorative Kunst» e «Jugend».

Dello stesso anno l’incontro con Vittorio Pica in occasione dell’Esposizione Internazionale di Torino. Sarà il noto critico napoletano a sostenerlo d’ora in poi, proponendo la sua arte in ambito italiano ed europeo. Nel 1901 esegue il primo ciclo di 19 disegni a penna acquarellati per l’edizione illustrata de La Divina Commedia, lavoro commissionato a Martini da Vittorio Alinari per intercessione del solerte Pica. Partecipa alla IV Biennale di Venezia con i disegni per La secchia rapita: 38 vengono acquistati dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
L’onirico, il macabro, il grottesco e il surreale che Martini ritrova in Dante continuano a ispirarlo anche successivamente, tanto che nel 1940-41 propone le sue nuove produzioni grafiche ad Arnoldo Mondadori. Purtroppo, per motivi che esulano dalla qualità grafica delle sue opere, Martini non riesce a vedere pubblicati i suoi lavori né con Mondadori, né con l’editore Sadel di Milano. Solo nel 2008 il corpus di opere a soggetto dantesco di Martini vede le stampe nell’edizione di Mondadori Arte, a cura di Paola Bonifacio della Pinacoteca “Alberto Martini” di Oderzo.
Dal 1905 inizia a eseguire anche le tavole illustrative per i racconti di Edgar Allan Poe, a cui lavorerà sino al 1909 , inaugurando un periodo di grande intensità creativa nell’ambito della grafica a spunto letterario.

Alberto Martini. Purgatorio, canto XXIV. 1922.

Inferno – XXII, 1937

Acheronte (Inferno, III), 1937

Alberto Martini-Hop Frog-illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1907. Courtesy Galleria Carlo Virgilio

Nel 1912 incoraggiato da Pica, Martini si dedica alla produzione pittorica, facendo uso soprattutto della tecnica del pastello. Realizza le Sinfonie del sole (L’Aurora, La notte, I fiumi) e il pastello Farfalla gialla. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, lavora a 54 litografie intitolate Danza macabra, tramite le quali rivela il suo sentimento antitedesco, che stampate in formato cartolina, sono distribuite tra gli alleati come propaganda. Risale al 1919 l’interesse di Martini per il teatro: realizza 84 disegni a penna e acquarello e sei tavole a tempera per i costumi del balletto Il cuore di cera. Risale invece al 1923 l’idea di Martini del Tetiteatro: un teatro sull’acqua dedicato, come suggerisce il nome, alla dea del mare Teti. Deluso e amareggiato dall’ostilità dei critici italiani, che verso la fine degli anni Venti sembrano ignorare i suoi lavori, Martini si trasferisce a Parigi dove frequenta l’ambiente dei critici e dei letterati e trova numerosi estimatori della sua arte. Stringe amicizia con Solito de Solis, musicista e appassionato d’arte, che lo introduce nei salotti aristocratici parigini.

Alberto Martini

La sua grandezza e inimitabilità consiste soprattutto nel virtuosismo della penna e l’inchiostro di china con una tecnica così particolareggiata e ossessiva tale da far sembrare le sue tavole disegnate opere d’incisione, ponendosi come epigono del decadentismo e del simbolismo e precursore assoluto del surrealismo. “La mia penna è, a seconda dei casi, forte come un bulino e leggera come una piuma”, racconta l’artista. “I passaggi dal bianco al nero, la modellazione delle carni, dei veli, dei velluti, dei capelli, dell’acqua, delle nubi, della luce e del fuoco l’ottenevo con una finissima tessitura di tratti, che elaboravo con la penna riversata, poi punteggiando e infine ritoccando con la punta d’acciaio”.

Alberto Martini “Il Bacio”, 1915

Avvalora il suo carisma il carattere aristocratico, provinciale e cosmopolita al tempo stesso, dandy elegante nel vestire, bizzarro e scostante, altero nei comportamenti, fiero dell’aureola di seduttore di cui si seppe circondare.

Alberto Martini, Mètempsycosi plastica, 1930-Collezione privata

A questo indirizzo si può sfogliare il volume La Danza Macabra con le sue illustrazioni:

https://issuu.com/sanssoleil/docs/martini_muestra

Il video di seguito riguarda la mostra del 2021 sui disegni di Alberto Martini presso la Galleria Carlo Virgilio & C. di Roma presentata dal curatore Alessandro Botta, con Carlo Virgilio e Stefano Grandesso.

Alberto Martini

Se Martini non ha guadagnato nell’arte italiana del ‘900 il posto che meriterebbe è forse da attribuire alla sua predilezione per i temi grotteschi e per le atmosfere lugubri (è purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese). Non giovò nemmeno l’eclettismo della sua produzione, che rifuggeva da qualsiasi etichetta o facile catalogazione: l’originalità, che egli riteneva un punto di forza, fu paradossalmente ciò che lo costrinse a rimanere “un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte” (Barbara Meletto, Alberto Martini: L’anima nera dell’arte).

poesie di Idea Vilariño

SUCCEDE SEMPLICEMENTE
Succede semplicemente che
tutto è finito
sono finita anch’io?
Una forza
un’onesta passione e una voglia
una voglia volgare di proseguire
nient’altro che questo.

***

NON C’È NESSUNA SPERANZA

Non c’è nessuna speranza
che tutto si sistemi
che si calmi il dolore
e il mondo si organizzi.
Non bisogna illudersi che
la vita ordini le sue
caotiche esigenze
i ciechi gesti suoi.
Non ci sarà un finale felice
né un bacio interminabile
assorto abbandonato
che preluda ad altri giorni.
Nemmeno ci sarà una fresca
mattina profumata
di inizio primavera
per cominciare allegri.
Anzi tutto il dolore
invaderà di nuovo
e non ci sarà cosa libera
dalla sua dura macchia.
Bisognerà andare avanti
continuare a respirare
sopportare la luce
e maledire il sonno
cucinare senza fede
fornicare senza passione
masticare senza voglia
per sempre senza lacrime.

***

LONTANO

Nella stanza asciutta
ocra
silenziosa
così lontano dal mare
dal suo battito
dal suo sapore salmastro
la sua ametista.

qui altre sue poesie: https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/2021/06/18/poesie-di-idea-vilarino-1920-2009/

Idea Vilariño nacque a Montevideo nel 1920. Suo padre, Leandro Vilariño, poeta e convinto anarchico, diede ai suoi figli dei nomi poetici affini al suo ideale libertario: Alma, Idea, Poema, Azul e Numen. È stata poeta, saggista, traduttrice, insegnante e perfino compositrice di canzoni. Ha fatto parte di quel gruppo di autori straordinari chiamato Generazione del ’45, assieme a Mario Benedetti e Juan Carlos Onetti. La sua opera, di singolare sensibilità, ha come assi tematici l’amore, la solitudine e la morte. Il nucleo centrale della sua poesia poggia sulla lucida certezza dell’insensatezza della vita, della presenza della morte dall’istante stesso in cui si comincia a vivere. In poesia ha pubblicato: La Suplicante (1945), Cielo, cielo (1947), Paraíso perdido (1949), Por aire sucio (1950), Nocturnos (1955), Poemas de amor (1958), Pobre mundo (1966) e No (1980). La sua opera è stata tradotta in diverse lingue. L’Amore è la prima sua antologia pubblicata in Italia.

silenzio e mistero

In prospettiva il fiume rimpicciolisce
all'occhio, continuando il flusso 
verso un percorso invisibile.
Così di vita perdiamo traccia
dietro soglie  di marmo 
che rispettano silenzio e mistero
di fronte a chi bussa per offrire 
parole e baci sospesi nel tempo
e posa una rosa ingoiando le spine.

Daniela Cerrato