Adolphe Sax (1814-1894) l’uomo che ha creato il sassofono

Adolphe Antoine-Joseph Sax nacque il 6 novembre 1814 a Dinant, in Belgio, e fu musicista e creatore di strumenti musicali, in particolare del sassofono.
Era figlio di Charles Joseph Sax (1791-1865), un produttore di ottoni , nonché di pianoforti, arpe e chitarre. Adolphe studiò flauto e clarinetto al Conservatorio di Bruxelles e nel 1842 andò a Parigi. Lì presentò il sassofono , uno strumento a fiato di metallo, con un cono di alesaggio a cui era arrivato dai suoi sforzi per migliorare il tono del clarinetto basso. Lo brevettò nel 1846.

Adolphe Sax

Nel 1857 Sax venne nominato docente di sassofono presso il Conservatorio di Parigi. In seguito ha approfondito diversi strumenti e ne ha inventato altri, senza però ottenere un loro sfruttamento commerciale. Molti dei suoi strumenti sono stati utilizzati nelle bande dell’esercito francese, e per dieci anni Adolphe Sax è stato coinvolto in cause legali con produttori concorrenti di strumenti che cercavano di avere la revoca dei suoi brevetti. A 80 anni viveva in estrema povertà; Emmanuel Chabrier , Jules Massenet e Camille Saint-Saëns presentarono una petizione al ministro di belle arti per prestargli soccorso.
Sax soffrì di cancro del labbro tra il 1853 e il 1858 ma lo risolse completamente; morì invece di polmonite a Parigi nel 1894, in condizioni di povertà, e fu sepolto nel Cimitero di Montmartre a Parigi.

si perde anima

Si perde anima 
nella calca di voci e passi,
ombre allungate, clamori
bagliori invadenti
distopie ingannevoli e tenaci.
In un giorno immobile 
raccogli in solitudine l'anima
nell' urgenza d'ascolto,
vedi ferite evitabili
altre più nobili pur dolorose,
capisci che il tuo mondo
non appartiene all'overdose
di persone che si mostrano.
Meglio conservarlo così
anacronistico ma autentico
figlio di fiori d'altri tempi.


Daniela Cerrato

Poesie di Massimo Botturi

L’ODORE DELLE MANDORLE

C’è ancora, come l’ombra in cortile
o qui, nel cuore
le labbra imbarazzate del primo bacio;
il gusto, l’odore delle mandorle trite.
L’ho qui in mano
come se nulla fosse passato, né cambiato.
Tutta fatica in nome di dio:
curarne i fusti
alleggerirli quando la neve è troppo grave.
Nutrire con gettate di vento, alito caldo
la regola paziente ch’è dentro in ogni gemma.
C’è ancora
come un lascito triste
ed educato. Come l’alone sulla camicia
come il segno
di far passare questa mia bocca sul tuo collo.
La piccola farfalla che viene su, se indugio
se non voglio staccarmi da te
da tutto il bello.


SEMI

Siamo fatti per il giorno festante e l’altro ancora.

Per la franchigia dei corpi e per la terra

per l’abbondanza dell’acqua nella bocca

il miele amaro dei salici e l’orecchio, evaso

a suoni brevi e inconclusi. Per le mani

e per le dita sorelle, per le mele, rifugio del peccato

padrone della fame. E siamo fatti per teche da museo

per la memoria dei vecchi e per i figli.

E siamo fatti per correre in collina

per somigliare alle vigne, alla zattera d’Ulisse

per fecondare col sesso il mare intero.

E siamo fatti di aria, e bava dolce, di pelle di papavero

e zoccoli di mulo.

E siamo fatti per stringerci qui in strada

il nome al campanello, due piatti, una tovaglia.

E siamo fatti per ridere nel sogno, dimentichi del braccio

che inavvertito poggia, sul pube come un’arma d’amore

siamo semi.


BATTIGIA

La vedi quella nave, laggiù

nella sua forma?

Sta tutta in una mano se ho voglia di giocare.

Ricorda un poco il bove sul prato dell’infanzia

la testa grossa, china, a cercare del conforto;

così come la punta di ferro fende l’acqua

il sale lì nascosto più denso.

Ah, mio amore!

svegliarsi con il tarlo dell’onda piccolina

premuta sopra i sassi, come una ragazzina

che pianta nella gonna alla madre il suo capriccio.

Farla tacere un attimo e immaginare il grano

il suono della pelle passandoci le dita;

il gemito dell’apice caldo. E poi tossire

distrattamente a un primo caffè

mentre ti giri, e non ne vuoi sapere del giorno

e altre sciocchezze


TURCHESE

Non ho bisogno dell’alluce di Grecia

del fiordo immacolato

in un mondo sottosopra.

Ricordo estati meglio turchesi,

là in campagna,

le sere che metteva dei pipistrelli in cielo

a fare le battaglie del grano.

E poi le ore

passate ad ascoltare storiacce tutte uguali

di diavoli e misteri da preti.

E poi le stelle

venute fuori come le efelidi;

bambine

con una pila in mano a cercare, quando è buio

le bambole di pezza perdute in piena luce.


QUI TI SONO

Tu, così immobile in un sonno di nigrizia

somigli a una foresta che agli uomini è proibita;

dove s’annidano sogni e bui animali

il vento che non scopre, non ride, non carezza.

T’avessi vista mai luccicare in petto e in viso

potrei violare il segno tracciato, entrare

e udire, fin anche le ferite dell’upupa

e del legno. E discettare insieme al tuo fiume

sul creato, sul senso dell’addio che ci incombe.

Aspetto il segno

un occhio di risveglio e di assenso.

Qui ti sono, confitto nella carne

come radice pura.


Consiglio vivamente di visitare il suo sito: https://massimobotturi.wordpress.com/