quando mancherò al risveglio

Quando mancherò al risveglio
il mio sogno proseguirà
per chissà dove, non riuscirò
più a fissarlo nei ricordi a parole,
sarà estensione o tassello d’unione
ai passati, ma tenace, scampato
a una sveglia, a un buongiorno,
a una voglia di caffè zuccherato.
Sarà sogno smisurato, ininterrotto
tra luce ed ombra, tra sinusoidi liquide,
spirali di fumo e vortici d’aria,
e la voce del silenzio di una bellezza
rivoluzionaria. Continueranno
imperterriti crimini, ingiustizie e guerre,
cicli di vita all’apparenza normali,
gioviali ogni tanto, per bilanciare,
per smorzare i toni cupi esistenziali.
Il mondo  continuerà la sua corsa
fertile, tra saggezza e ignoranza,
con nuove paure e nuovi orizzonti,
sarà quel che avverrà a futura umanità
in marcia a favore o in retromarcia,
sotto ogni scorza  sarà sempre il cuore
che pulserà tra delusioni e gioie, ma i miei occhi
spenti seguiranno il loro sogno perenne,
e scansata l’immortalità per umana fortuna
da altre sofferenze fuggirò libera e indenne.

    • – Daniela Cerrato

Franco Anfuso Dance of the soul.jpg

Annunci

Quattro stracci – Francesco Guccini

E guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai.

Sigaretta o penna nella mia destra, simboli frivoli che non hai amato mai,

quello che ho addosso non ti è mai piaciuto, racconto e dico e ti sembro muto,

fumare e scrivere ti suona strano, meglio le mani di un artigiano

e cancellarmi è tutto quel che fai.

Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare

e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai!

Non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità,

ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità.

Ma poi chi ha detto che tu abbia ragione, coi tuoi “also sprach” di maturazione

o è un’ illusione pronta per l’uso da eterna vittima di un sopruso,

abuso d’ un mondo chiuso e fatalità;

ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare,

ma non raccontare a me che cos’è la libertà!

La libertà delle tue pozioni, di yoga, di erbe, psiche e di omeopatia,

di manuali contro le frustrazioni, le inibizioni che provavi quì a casa mia,

la noia data da uno non pratico, che non ha il polso di un matematico,

che coi motori non ci sa fare e che non sa neanche guidare,

un tipo perso dietro le nuvole e la poesia,

ma ora scommetto che vorrai provare quel che con me non volevi fare:

fare l’ amore, tirare tardi o la fantasia!

La fantasia può portare male se non si conosce bene come domarla,

ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può più impedire di adoperarla;

io, se Dio vuole, non son tuo padre, non ho nemmeno le palle quadre,

tu hai la fantasia delle idee contorte, vai con la mente e le gambe corte,

poi avrai sempre il momento giusto per sistemarla:

le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte

ed avrai sempre le scuse buone per rifiutarla!

Per rifiutare sei stata un genio, sprecando il tempo a rifiutare me,

ma non c’è un alibi, non c’è un rimedio, se guardo bene no, non c’è un perché;

nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d’ esser puttana,

quando sei dentro vuoi esser fuori cercando sempre i passati amori

ed hai annullato tutti fuori che te,

ma io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l’ ieri,

persa a cercar per sempre quello che non c’è,

io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l’ ieri

persa a cercar per sempre quello che non c’è,

io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l’ ieri

persa a cercar per sempre quello che non c’è…

Poesia di Gabriele D’Annunzio – Carmen Votivum

Elena, è vano il gemito, non odo.
Se forte sii come le schiere achèe,
io giovine ti dòmo. non ti lodo
come il vegliardo in su le Porte Scee.
Nell’anelito madida io t’agogno:
nova ti fanno il desiderio e il sogno.
Elena, il tuo madore è una rugiada
stillante sopra uno stillante miele.
Un alito d’amor sopra una spada?
O Spada dell’arcangelo Ariele!
Ma il céspite che l’ìnguine t’infiora
non è come l’ascella dell’ Aurora?
Piacente sopra te, quanto mi piaci!
Assai più d’ogni frutto e d’ogni fiore,
assai più d’ogni fonte. ne’ tuoi baci
la musica e il silenzio del sapore
s’avvicendan così che tu m’insegni
l’arte dell’ape ne’ suoi favi pregni.
Frutteto modulato dal mio flauto,
scandito brolo dalla mia misura,
munifico piacere, amore lauto
di freschezza ora acerba ora matura,
Héléné, io sono alla divina mensa
una divinità breve et immensa.
Non mi disseto né mi sazio. è scarsa,
ahi, la sorgente della tua saliva.
Non cavo, se la gola m’è riarsa,
gora di sangue dalla carne viva.
Se abbocco i pomi, se i ginocchi lisci
rodo, tanto urli che m’impietosisci.
Così talor m’è l’ìnguine coltello
di furibondo contro furibonda.
Il bene scosso amplesso m’è macello
che non di sangue il vasto letto inonda.
Il non bevuto nèttare si spande,
e il non vermiglio eccidio è gaudio grande.
Verso i lavacri, tu ti snodi e t’alzi
e balzi, molle nube ove celato
sia l’arco dèlio. i tuoi be’ piedi scalzi
fanno de’ miei tappeti un fresco prato.
Pur invertita m’ardi in ogni vena,
alta Aphrodita dalla ricca schiena.
Forma che così pura t’arrotondi,
là dalla pura falce delle reni,
e nella man che ti ricerca abbondi
avanzando in tua copia tutti i seni,
la parabola io solva della Cruna
e del Cammello, o specie della Luna!
Via d’oro che nel tuo cominciamento
lanuginosa come l’albicocca
t’avvalli, forse valico al portento
ambiguo t’offri. al dardo che t’imbrocca,
Elena, forse giova il curvo errore,
se il dubbio ‘nel ferir giovi all’ Amore.
La tua divinità biforme strazia’
il desiderio. fra il tuo mento e il pollice
del tuo piede una melodia si spazia
quasi pimplèa. ma tra la nuca e il poplite
in sino al tuo calcagno tinto in minio
la dolosa Pertunda ha il suo dominio.
Bìfora, non tra il ritto et il rovescio
d’alcuna sua medaglia il Pisanello
mai mi partì come tu suoli, a sbiescio
atteggiata nel lepido tranello.
Perché dita sol m’ebbi cinque e cinque
e l’undecimo solo? utrinde, utrinque.
Così con studio strenuo m’ingegno
di circondurti come il chiaro fiume
che te creata levigò per segno
della progenie, o tu color di fiume.
Nella greca mia mente Euclide istesso
tra circolo e triangolo è perplesso.
«O bella , o piacente, o più preziosa dell’oro.»
la lingua degli iddii
ti parlo, e tu mi ridi. il tuo sorriso
è un modo eolio che di Psappha udii
in Mitylana, oplìte non fuggiasco.
«O tu dolcemente sorridente» parlo, e in te mi pasco.
O tu dolcemente sorridente.» colan nelle vene,
quasi studio d’ancor disgiunte bocche,
le liquefatte sillabe. llapeive
«Tu che conservi vergine la vita», o dalle intonse ciocche
Tu, Ninfa nel profondo». tu m’intendi
e mi ridi e m’eludi, e t’avvicendi.
lo, non oplìte Alceo che targa ed asta
lasci al nemico, io ben dal modo eolio
appresi Anche ogni audacia» mi basta.
«Osare l’inosabile» è il mio scolio
d’eroe, che insano illustra le parole
di Psappha tessitrice di viole.
«Elena, cara musa» non ti sazia
questo mio canto carico di frutti?
«Fertile canto» vinco di grazia
Meleagro, per te che non rilutti,
«O ingannatrice» per te che mi secondi,
e ti alterni, e m’eludi in dove abbondi.
Ma che val Meleagro avere io vinto
per vincer di freschezza ogni tuo gioco?
Per te non tesso il giglio col giacinto,
non intreccio l’anèmone et il croco.
Spargo i miei freschi frutti al chiaro fiume
del nome tuo, pome color di fiume.
Tu parli: «lo generata fui diurna
dal fiume che dà il nome alla mia gente.
Tal fiume non il cubito su l’urna
preme, né torvo guata la corrente.
Con mille volti e senza volto arride
a quel che vede e a quel che mai non vide.
Sovvienti: un tempo era nomata Sangue
la Zancle. sotto il ponte del Crudele
scorre. alle mie due bocche allude? lambe
le soglie di Sant’ Angelo del Mele.
Chiara al sole, s’intorbida alla nube.
E s’increspa più lene del mio pube».
lo dico: Figlia del tuo chiaro fiume,
«Elena Sangro» all’ombra dell’alcova
nelle mie braccia sei color di fiume
turbato appena dalla prima piova.
Fatta sei di quell’oro avido e fresco
che passa per Sant’ Angelo del Pesco.
«Tu che conservi vergine la vita.»
Anche passa turbato sotto l’erte
rupi de’ Marsi, recusando il cielo.
Ma il sasso per te figlia si converte
in quel marmo ineffabile che a Delo
incensatrice unto di flavo unguento
facea le iddie colore di frumento.
Così la mia diversità ti finge
onda di fiume et opra di scarpello.
Così fluisci e induri, se ti stringe
ignuda il mio vigor sempre novello.
O Elena, così tu t’insapori
in ogni frutto, in ogni fior t’infiori.
«Vostra piacenza tien più di piacere
d’altra piacente, però mi piacete»
ti cantò quel di Lucca antico Sere.
E sol quel canto il mio piacer ripete.
In te, per Bonagiunta di Riccomo,
concilio il fonte e il sasso, il boccio e il pomo.
È il mio marzo natale, ond’io son novo.
Mi riconduci l’alba della sorte.
In te tutto il mio popolo ritrovo.
Di te sono vorace, a te son forte.
O Vària, se tu sii la mia sostanza,
immortale è la vita che m’avanza.
M’appariscon gli ignoti iddii che vidi
co’ miei grandi occhi aperti; e non tremai.
Riodo nel cor giovine i miei gridi
senza eco, in groppa a’ miei puledri bai.
Scàlpito il rosmarino il nardo il timo
la menta. alla prim’alba io sono il primo.
Or, di lungi e da presso, all’alba prima
senza preghiere albeggia la Maiella.
Tutta la neve sembra aulire in cima
de’ miei pensieri, con la tua mammella.
Tutti i frutteti albeggian di rugiada
per le fiumane della mia contrada.
Su tre corde accordate in diapente
ti modulai ne’ modi miei di Ortona
un canto inebriato immortalmente;
che qui ti chiudo a guisa di corona.
Sviene l’alba. ti piaccia, Elena, ancora
immortalarmi in grembo all’ altra Aurora.

da Il Libro segreto di Gabriele D’Annunzio

poesia indisciplinata

Poesia squartata, analizzata
con esame autoptico, sezionata,
decifrata con critiche fabulazioni
quante rime, baciate o alternate,
il rigore delle sillabe e dei versi
mai persi in scivoloni metrici…
lascio ai puristi regole e questioni,
amo la poesia selvaggia che rima
quando le pare, la voglio percepire
come fusione intensa, energia calda
di emozioni che vogliono uscir fuori
alla svelta, sul momento, come impeto
che spinge a  far l’amore all’istante,
se ti fermi a dettagliare l’anatomia
si è persa ormai tre quarti di fantasia.

  • Daniela Cerrato

altri-noi, non noialtri

La strada diventò vicolo cieco
l’amore sbocciò ma fu breve il tratto,
non ci fu un Noialtri declinato
in un futuro da moltiplicare.
Altri Noi ci sono o ci saranno…
forse…con medesimo intreccio
ma miglior sorte a recitare in vita
la nostra parte. Se solo potessimo
essere astanti invisibili spettatori
e applaudire al nostro sogno,
il bisogno di saperlo non del tutto perduto
smorzerebbe la malinconia dell’incompiuto.
-Daniela Cerrato

Photo Ernst Ludwig Kirchner, 1921

tumblr_16aeafaebed0a5f033e07895eca3907c_a894364f_640

 

La poesia può venirci in aiuto

Finito di assimilare questo bell’articolo di Valerio Magrelli ho pensato di condividerlo con chi non l’avesse ancora letto. Con una piacevole ironia racconta un episodio in cui la poesia riesce a soccorrere l’essere umano nella difficoltà, cosa che è successa anche a me  pur in circostanza diversa.

 

La mia rivincita di poeta

di Valerio Magrelli

A volte sapere qualche verso a memoria ci può rendere più forti e dare una forma di resistenza attraverso la parola.

Perchè imparare le poesie a memoria – o meglio,come dicono I francesi,”par coeur”, ossia “a cuore”? Nel mio triste mondo di adulto, l’unica cosa che conosco a memoria ormai è soltanto il codice fiscale. Il motivo appare evidente: assurdo affaticarsi con informazioni prive di qualsiasi utilità. Con che torniamo al consueto dilemma sulla cultura umanistica in generale, e dunque sull’opportunità di studiare il latino, leggere romanzi o imparare versi, come ha scritto ieri Antonio Pennacchi su Repubblica. Ma chi ce lo fa fare? In verità un interrogativo del genere andrebbe modificato. Invece di chiedersi se sia utile sapere una poesia a memoria, dovremmo domandarci: cosa significa “essere utile”. Proverò a rispondere con un ricordo. Ani fa mi venne prescritto un esame medico che non avevo ancora affrontato. Grazie a un film di Woody Allen, sapevo già tutto sulla risonanza elettromagnetica, ma non l’avevo mai sperimentata. Finchè un bel giorno…

Se c’è una cosa che non capirò mai, è l’inveterata abitudine dei medici a voler rassicurare i loro pazienti. Infatti anche in questo caso alla mia richiesta di sapere quanto sarebbe durata la prova, lo specialista replicò tranquillizzante: “Neanche dieci minuti”. Sia chiaro, la mia ansia era fondata, visto che di lì a poco sarei stato infilato in un cubicolo come un abbacchio al forno, un pasto congelato nel microonde, un cadavere dentro il proprio loculo. Non c’è bisogno di soffrire di claustrofobia, per nutrire qualche preoccupazione al riguardo. “in ogni caso”, aggiuse, “avrai in mano un campanello con cui avvertirci per sospendere l’analisi”. Come no!, pensai tra me e me. In questo modo dovendo ripetere la tortura, sarò costretto a tornaare tra una settimana fino a quaggiù per ricominciare da capo. Dieci minuti, diceva, ed ecco superata la mezz’ora, ed ecco sopraggiunto o sgomento. Tutto d’un tratto mi travolge il panico: il rombo del macchinario, gli strani ticchettii, suoni bizzarri da bestia seviziata, mentre sono legato in un cunicolo senza via d’uscita. Non ce la faccio più, sto per gridare, peggio, sto lì lì per pigiare l’infame pulsante quando improvvisa sboccia la soluzione. Nell’angustia di quell’abitacolo atroce come la Vergine di Norimberga (troppo lungo da spiegare ma merita almeno un chiarimento su google) ho cominciato a recitare versi. Sono riemersi da ere remote, la terza elementare di quasi mezzo secolo fa, ma sono riemersi, questo è il punto, per salvarmi. La processione è arrivata pian piano: prima un Rilke nella versione di Diego Valeri (“Nel colmo della notte,a volte accade/che si risvegli come un bimbo, il vento”), poi Petrarca (“Morte bella parea nel suo bel viso”) e infine Dante, ma qui siamo al liceo (“li miei compagni fec’io si aguti/con questa orazion picciola al cammino…”). Sembrerà incredibile, ma così facendo, attaccandomi a quelle sillabe, a quella sillabazione, riuscii a resistere fino alla fine del supplizio. Si chiama “mantra”, e sta a indicare, nell’induismo e nel buddismo tantrico,una formula sacra da ripetere continuamente. Per quei fedeli, si tratta di una pratica meditativa, per me rappresentò una forma di resistenza attraverso la parolaa. Fu solo solfeggiando quelle strofe che attraversai indenne il buio tunnel magnetico. La vera risonanza insomma fu poetica, con buona pace di chi ancora ritiene che imparare a memoria I versi sia inutile. Tutto sta a mettersi d’accordo: mai come allora compresi l’importanza di un giacimento fossile interiore, cui attingere forze segrete in una oscura inconsapevolezza.

Articolo tratto da Repubblica” di Venerdì 19 luglio 2019.

 

 

fuga

Fuga nella fitta penombra
dove vivono i misteri,
già dietro l’ultima luce
si esclude il colore
tenue della certezza,
pastelli di fiori di campo
diventano fitta foresta,
porta scura di un altrove
sconosciuto e attraente,
brulicante di ombrose figure
create dall’immaginario
che non accetta limiti.
Tenebre ospitali, circondario
in cui cerchiamo conforto
quando troppa luce fa chiasso

e sulle retine è coltello,
quando il grande fratello ha stancato
col suo occhio indecente puntato.

– Daniela Cerrato

ruins-563629_960_720.jpg

una voce chiama il 19 ( la risata)

La luce sembra non voler cedere tempo
alla sera, un silenzio fuori norma
accompagna nei cassetti i riti
quotidiani, l’occhio cade sul lunario
in odore di ricorrenza. In primavera o estate
si concentrano i compleanni di famiglia,
solo il mio preannuncia l’inverno
vestendo sciarpa ed eccezione.
Pescando tra le date di luglio splende
il giorno in cui nacque la tua allegria
da cui attinsi senza poterti emulare,
non è un caso che ti pensi sorridente
con gli occhi sgranati davanti a una torta
inzuppata di liquorosa festa. S’arresta
al nascere l’aria mesta, ti prometto
di serbare tristezza per altri istanti,
ora rido alle novantuno candeline
e al fiato che ti ci vorrebbe a spegnerle.
Madre mia quanti anni d’ininterrotto amore
da quanti manchi allo pseudo adolescenziale
egoismo nel pensarti immortale, ma le lacrime
non sono solo di sale, a volte sgorgano dolci
come panna di una saint honorè o la tua
voce che mi risuona in eco nel cuore
riportandomi al pieno sorriso. Non ti dono
che questa mia poesia piena di baci orfani
posati sulle dita e soffiati al cielo,
son certa ti arriveranno tra buffi di vento.
È quanto basta per farmi il cuore contento.

-Daniela Cerrato

temporale atteso

La staticità dei redò è innaturale,
ricordano la carta da parati
strappata anni fa dai muri,
li immagino già gonfi d’aria
agitati dal vento sferzante
figlio del temporale, ingobbiti
come vele gravide di cielo
che spingono la maternità di pensieri
oltre l’apertura dei vetri soffocanti.
– Daniela Cerrato

immergersi senza bagnarsi

Il pensiero è oltre sponda
di fiume calcata dai passi,
come fuscello caduto impara
a galleggiare e vorticare
tra corrente portante,
dribbla fra mulinelli giostranti,
si fa pettinare da fronde di salici
bianchi a pelo d’acqua, saluta canoe
che scivolano veloci al tramonto
come siluri rubino cangianti,
conta anse e ponti che attraversa
senza bagnarsi, miracolosamente
collegato a occhi e cuore.
Un ritorno di passi, lui ancora erra
indisturbato, come acqua scorre.

– Daniela Cerrato