prima di danzare sulle nostre tombe

Dentro il pigiama l’anima tiepida
elabora immagini, accende voglie
dipinge bozze di cambiamenti,
ogni rinuncia all’azione
scala marce, blocca il motore
ogni funzione si ghiaccia.
La disperazione mantiene forti
riempie di spirito menti ardite,
oltre gli ostacoli vasti campi
da cui ritrovare libertà perdute.
Nessuna rincorsa, basta un salto,
un sacrificio una spinta da dentro,
timori bendati a non interferire,
che la caduta non sia brusca
non è dato sapere, si spera nel vento
a favore e un opportuno attutire.
Che tutto avvenga in tempo utile
prima di danzare sulle nostre tombe.

Daniela Cerrato

Nick Hedges photo

dall’album Fabio Concato, 1999

Mi sento strano davvero
Da un po’ di tempo è così
Succede sempre ogni volta che sei qui

Tutto mi sembra migliore
Capisco bene cos’è
Capisco che m’innamorerò di te

Sei sempre il primo pensiero
E mi addormento con te
Sembra un malanno ma è buono come te
Mi fa sentire leggero
Sorridi e stai come me
“Lo sai mi sto innamorando anch’io di te”

E vai che m’innamoro davvero
Per troppi giorni e da quanti?
Quasi una vita a cercarti e adesso ti ho qui davanti e vedrai
Vedrai che di tempo ne avrò, ne avrai
D’amore quanto vorrai perché non basta mai

E ci teniamo per mano
Siamo in silenzio io e te
Certo ch’è buffo, sono teso più di te
Ti sento tra le mie dita
Ed è un piacere così
In questo istante la vita è tutta qui
E vai che m’innamoro davvero
Guardami che sono sincero
Provo le stesse tue cose adesso
Per me è lo stesso e vedrai
Vedrai che di tempo ne avrò, ne avrai
D’amore quanto vorrai
E che non basti mai

Vedrai, vedrai che di tempo ne avro’, ne avrai
D’amore quanto vorrai e che non basti mai

Mi sento strano davvero
Da un po’ di tempo è così
Succede sempre ogni volta che sei qui

sursum corda

Sentirsi pesci muti a bocca aperta
cicatrici da ami dentro e fuori
afoni a somatizzare rabbia.
Immensa la gabbia, nel suo caos
impossibile vedere sbarre,
l'illusione di libertà è fumo nero,
pochi spicci di rame fuori conio
gettati sugli occhi a ipnotizzare.
In attesa di una nuova Radio Londra
le mani piene di canali tv analgesici 
e cellulari diventati estratti conti.
Mentendo risposta soldatini ubbidienti
ruminano parole che diventano bolo.

Daniela Cerrato

dall’album Rajaz, 1999

When the desert sun has passed horizon’s final light
And darkness takes it’s place
We will pause to take our rest.
Sharing songs of love,
Tales of tragedy. The souls of heaven
Are stars at night.
They will guide us on our way,
Until we meet again
Another day.
When a poet sings the song and all are hypnotised,
Enchanted by the sound…
We will mark the time as one,
Tandem in the sun.
The rhythm of a hymn. The souls of heaven
Are stars at night.
They will guide us on our way,
Until we meet again
Another day.
When the dawn has come
Sing the song,
All day long. We will move as one,
Bear the load
On the road. The souls of heaven
Turn to stars
Every single night
All across the sky
They shine.

poesie di Jolanda Insana tra cui “scanto” recitata da Sergio Carlacchiani

“C’è qualcosa di antico nella poesia della Insana, di solennemente proverbiale e al tempo stesso di violentemente intrepidamente esposto (tramite un continuo lavorio di ibridazioni lessicali e timbriche) alle vicissitudini e ai disastri della contemporaneità.” Una parola poetica “morsa dalla fame” nella quale è racchiusa “l’infermità del corpo e l’infermità della nazione.” – Giovanni Raboni

Pupara sono
e faccio teatrino con due soli pupi
lei e lei
lei si chiama vita
e lei si chiama morte
la prima lei percosìdire ha i coglioni
la seconda è una fessicella
e quando avviene che compenetrazione succede
la vita muore addirittura di piacere.
ma chi ti fotte e pensa
troia d’una porca
tutta incrugnata sulla vita
venni per accattare vita
come m’ha fottuto
il banditore
finta che non mi vede
bastò un rovescio di mano
e addio pane e piacere
lo stretto necessario
per campare
per non dare sazio a quella rompina
rompigliona rompiculo d’una morte
la vita se ne va
con gli occhi aperti
faccia di sticchiozuccherato
non aspettarti gioie
da minchiapassoluta
non finiremo mai di fare
sciarra amara
nessun compare ci metterà
la buona parola
tu stuti le candele
che io allumo
padella non tinge padella
ma la mia è forata
e cola vita
la vita ha profumo di vita
così dolce
che scolla i santi
dalla croce
scippa fracassa
scafazza e scrocchia
torna e vuole conto
e ragione
la morte
come le santocchie
ama dio e fotte il prossimo
la vita e la morte allato vanno
transeunti per lo stesso porticato
comincia dolcechiaro finisce amaroscuro
i piedi reggono esattamente
quanto io ho levati
non mi fare il solletico
vita bella e affatturata
non avea catene al collo
né debito di coscienza
dopo la sua porcapedàta
non sa più spendersi
con chi le pare e piace.

***

impazzirono
e avevano sete
e non avevano acqua
e nudi correvano
alle finestre senza vetri
al balcone franato
con gli occhi insanguinati
in pianto

***

La tappezzeria del cuore

che strano questo nunzio che arriva
e porta l’alba e mi acceca e oscura la forma

il nunzio della notte non usa specchi
e denuncia cosa porta

mi piace la tappezzeria che copre il cuore
e sto altrove quando appiano e rastello e non pulsa
lo stesso stupore per servitù e ardore

il mare non c’era più

profumo per ampolla sturata svaporata
il rigore di dentro
perché i pensieri neonati rompono la barriera
dei denti e sfondano il riparo delle labbra
si sfogano in parole

il desiderio impazientemente espresso
esce dalla sua eccitante dimora
senza compenso per la dissipazione
l’avversario non ha fine né modo
e obbligato a camminare in punta di piedi
lungo la circonferenza del cerchio
seguiterà e mai conseguirà che io mi fermi
o mi diparta
nulla mia essendo pronto e a tutto essendo pronta
dappoiché null’altro mi appartiene
tranne gli effetti miei
ma l’aria è stata avvelenata
e io m’aspettavo d’invitare amici a udire
organi e tamburi

e ho dovuto amputare l’insalata che in primavera
dentro una boatta avevo seminato
e non è acqua che basti al tormento d’infiammazione
poiché questa è già malattia e non più sete
e però la fantasia intollerante di riposo si slancia
e va attorno con somma licenza e capriccio
lietissima delle cose nuove
per non eccitare in casa propria altre tragedie

considerata nudamente la natura dell’evento
s’abbassa e rimpicciolisce
e in questo momento sono chi apre il frigorifero
e ha fame e non ha pensato alle provviste
quando soffiò vento malato

la ragione avrà fatto abbastanza
quando sia giunta a raffreddare abuso di ignizione
scacciando il plasma delle pareti
e rimuovendo commozione all’ingiuria

nemica della moderazione mi sottometto volentieri
a mancare di agi e scelgo ballata grande
di lungo ritornello a quattro versi
non avendo la lingua a cintura

e occultamente dal fondo ribollendo
vanno gli interni accidenti insino a tanto
che irraggiamento trabocca e la vita presente
fa battaglia per covare il suo necessario calore

ad onta di ogni abbaiatore

***

Jolanda Insana (1937-2016) venne scoperta da Giovanni Raboni nel 1977, anno in cui pubblicò nella collana da lui diretta «Quaderno collettivo della Fenice» (Guanda) la raccolta poetica Sciarra amara. Nel 2002 ha vinto il Premio Viareggio per la poesia con La stortura (Garzanti). Nel 2007 è stato pubblicato ne “Gli elefanti poesia” della Garzanti l’intera sua opera, con l’aggiunta di un poemetto intitolato La bestia clandestina. Si è dedicata alla traduzione di vari classici e autori contemporanei, dal greco e dal latino: Saffo, Plauto, Euripide, Alceo, Anacreonte, Ipponatte, Callimaco, Lucrezio, Marziale e del medievista Andrea Cappellano. Ha inoltre adattato in versi alcune opere di Ahmad Shawqi e Aleksandr Tvardovskij.

dall’album Strangest thing, 2017

Summer ride on a beach
And howl at the day
I’ve been hiding out so long
I gotta find another way

Late at night I wanna see you
Well my eyes, they begin to fade
Am I just living in the space between
The beauty and the pain
And the real thing

Now the sky is painted
In a wash of indigo
I’ve been holding on too long
In the howling of this cold

Recognize every face
But I ain’t got everything I need
If I’m just living in the space between
The beauty and the pain
It’s the strangest thing

Yeah, should-haves surrounding me
Surrounded by the whole
Surrounded by no other
I wanna ride home

Yeah, I can run slowly
Don’t run away again
Yeah, I can run the stones
Don’t run away again
I wanna run, I wanna run

Yeah, I can run the stones
Run the stones

aghi d’acqua

Acquazzone su terra e selciato
su microcosmi di fiato
brulicanti arsura,
sull'istantanea promessa di vita,
piove da inzuppare pensieri
alla governo ladro, era meglio ieri 
ma almeno la pioggia non è cambiata.
Scroscia che il cielo la manda
sulla panchina rimasta sola
coi ricordi degli ultimi ospiti.
Primigenio rito baciarsi a dirotto
incuranti nel trovarsi un riparo
poi voltare al cielo naso e bocca 
in un girotondo a quattro braccia,
duplice catarsi di sommati tormenti.
Se fortunati non mancherà arcobaleno.


Daniela Cerrato

              Bench in the Rain, Robert Häusser, 1942

dall’album Roadworks

You roly-poly
All over town
But you come on back to me
When things are down
Love like a man
Love all you canYour satisfaction
Is growing less
If you come on back to me
Use my address and let you
Love like a man
Love all you canYou are the woman
You can’t deny
You look so good to me, girl
You make me highI’ll tell you something
I think you know
When you flash those eyes at me
All systems go and let you
Love like a man
Love all you can

Poesie di Arundhathi Subramaniam

Albero


Ci vuole una certa testardaggine
a essere un albero in questa città,
una certa inflessibile legnosità

a ficcare i talloni in terra
e tenere la posizione
in mezzo a lampioni eleganti come modelle
e palazzi che tengono insieme sole e vetro
più determinati del cemento,

a proseguire l’annoso rituale:
di riproporre l’infaticabile
intrico di falangi e membrane,
perpetuando la terzomondiale profusione
di mani tese,
ognuna con la propria vampa di dita
e ancora dita –

tanti modi di assaporare il neon,
tanti modi di irretire il vento,
tanti modi di essere ancillari all’ego
senza provarne rimpianto.

*

Ringraziare

per l’occasione
per vagare in quelle grotte

lontano dalle onde e dal grido di gabbiano,
dalle maledizioni dei marinai
e aria salata,

dove sentiamo le nostre voci
dire la stessa cosa,

echeggiando, confuso, preso in prestito,

ricordandoci
di file, oscuri e corrotti,

in profondità nella gelatina
di qualche software dimenticato,

ricordandoci che il virus
esiste da molto tempo.

*

Stratega

Il trucco da adottare
con un corpo sotto assedio
è far muovere le cose,

farsi giocoliere
nell’istante
in cui tutte le sfere sono in aria,
una vorticosa polka di asteroidi e lune,

conoscere la metrica delle viscere,
calibrando spintoni borborigmi
e brontolii del commercio
nei luoghi dove il sangue
incontra il sentimento.

Paura.
Gelo nelle giunture,
reumatismo primordiale.

Invidia.
Il midollo che gela
in igloo senza finestre.

Rimpianto.
Il tempo si ferma in gola.
Un ricordo che punge come lisca
del mare.

Collera.
Vecchia amica.
Che porti al mondo la notizia
che io esisto.

Il trucco è non costringerti
all’angolo con un nome.
Annaffia le piante.
Fa’ una passeggiata.
Abita il verbo.

*

una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine


“La poesia, come molte volte mi sono ritrovata a ribadire, ha un linguaggio universale che esula dalla terra di appartenenza dei suoi autori: la poesia parla la lingua dell’anima e l’anima non conosce limiti, nè confini geografici.” – Arundhathi Subramaniam

Arundhathi Subramaniam è nata nel 1967 a Bombay. Ex danzatrice è giornalista freelance e critica di danza di arte e spettacolo. Ha diretto a Bombay il progetto di interazione fra le arti denominato «Chauraha» presso il Centro Nazionale per le Arti Performative . Come poeta, ha pubblicato in numerose riviste, tra cui The PEN All India Journal, Poeisis, The Brown Critique, Kavya Bharati e sulle pagine di poesia di The Independent. Come giornalista, ha pubblicato per le principali testate indiane e ora scrive su rubriche culturali di svariati portali web. Cura la sezione indiana del portale di poesia internazionale “Poetry International Web http://www.poetryinternational.org/ ed è anche traduttrice di testi teatrali dall’Hindi. La sua prima raccolta On Cleaning Bookshelves è uscita nel 2001 presso Allied Publishers di Mumbai, seguita da Where I Live, sempre per Allied Publishers. Alcune sue liriche sono raccolte nell’antologia Reasons for Belonging curata da Ranjit Hoskoté per Penguin India (2002). Insieme a Jerry Pinto ha curato l’antologia tematica Confronting Love. Le sue raccolte sono uscite in Inghilterra nel 2009 in un’antologia per Bloodaxe (Where I Live, New and Selected Poems)