istinto

Eredità nascosta
dispensata in cellule di specie
si nasce fradici e ci si spiaggia
in aria pesante e insidiosa.
Non c'è memoria del tempo
trascorso senza un passo
del corpo ancora abozzato,
non c'è nitore tra due braccia
pronte a reggere poche settimane.
Giunta la coscienza incosciente
tra equilibri precari e transizioni,
nel dubbio si seguono vecchie tracce
e una pulsione ignota  suggerisce
la scelta di fare un tuffo o rimandare
il salto nell'ignoto o un così sia.

Daniela Cerrato

poesie di Gil Ferando

Credo che molte poesie non abbiano bisogno di presentazioni, sono dirette all’animo dando vita a riflessioni destinate anche oltre i margini dei versi, affidate all’accurata spontaneità di una lirica sciolta e fruibile. Perciò lascio in libera lettura questa selezione di Gil Ferando riportando l’autodefinizione che Lui stesso ha condensato in poche parole: ” sono un non-poeta, affascinato dalla Bellezza presente nel cuore delle parole e della scrittura, quella Bellezza che è insieme nostalgia di umano e di divino.”

Le poesie sono tratte dalla sua pagina facebook : https://www.facebook.com/gil.ferando.7

buona lettura!

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Non c’è più nessuno che apra la porta;
invero non ci sono più porte.
Sparuti perimetri resistono ancora,
ma anche i cani faticano i muri
a pisciare. Guardando nel nome
il domani, ho raccolto qualcosa
dal nulla che resta e il rumore
dei passi quando battono l’asfalto
cedendo alle ombre il destino. Pietra
su pietra per un recinto alla notte,
mentre nel cielo vengono a sfiorire
le stelle e già corre all’oblio
un altro domani.

***

Ti scriverò due righe
da questo esilio di luce.
Attorno non ho altro che il sonno
delle voci e un cielo sopra gli occhi
che tiene vivo il senso di un ritorno.
Mi leggerai quando sentirai premere
sul tuo petto il dolore della distanza
e affiderai all’ultima visione della sera
la disperazione di una porta ancora chiusa.
Qui disabito il vuoto di una stanza
e recito un rosario con il nomi dei giorni
perché non m’inganni il tempo
coi miraggi del suo eterno presente.
Sappiamo io e te come tutto passi
e fiato a fiato è l’unico respiro.
Sfiora la carne sfiorita l’ultima fioritura
quando il seme di un bacio lascia sulle labbra
la fierezza dell’amore in terra d’esilio.

***

Sono popolari le case che ho sempre abitato
cresciuto nei cortili
dove la vita si organizzava spontanea
dove l’ignoranza del rischio
sollevava la terra con giochi azzardati
dove l’altro era anche un altro te stesso
perché simili nello spazio che dava un nome
a quell’essere fratelli in un unico tempo.
Eravamo tutti figli di tutte le madri
e le nostre sorelle maggiori erano le più grandi
per poca differenza di età, sentinelle
e animatrici delle nostre vacanze da scuola
si stava insieme giorno dopo giorno
si cresceva insieme tutti come figli minori
di una tenda di nomadi rivola al cielo
ma con la certezza di vetri affacciati
sulla pietra
dove saltavano i nostri piedi una corda
o dove nascosti qualcuno contava sul muro.
Un’antica leggenda ormai quasi dimenticata.

***

Gli uccelli e gli alberi, presenze vive,
lodano muti o nei canti un cielo
che mite si arrende ai giorni d’autunno.
Osservo le foglie cadute, docili
al vento, al loro destino, prive
nella caduta, di attese o ritorni.
Cammino con loro i miei passi, fragili,
il cuore stanco che in fretta raccoglie
quel tempo che resta simile all’oro.

***

Avevamo il diritto di piangere
e di piegare delle ginocchia senza preghiere
lo stupore degli occhi non svelava il cielo
né la verità della luna. Guardavamo
davanti a noi in attesa di una lingua
che désse un nome ad ogni cosa. L’amore
non era ancora l’amore, ma la specie
che muoveva i nostri ventri.
Così eravamo la nostra innocenza
ignari ancora che esistesse un destino
sulla via delle nominazioni.

***

Presto novembre verrà
e verrà il giorno dei morti
teoria di volti di date e di nomi
stampati in nero sopra un santino
a ricordo di un tempo di vita.
Sarà così il giorno dell’attesa memoria
davanti a una piccolo elettrico lumino,
ché anche il tempo del fuoco è passato:
E l’oblio delle forme è già pietra su terra.

(Gil Ferando)

Otto Pankok: ” Il nido”

Anahata

Cornice tardo barocca il bordo
dello smeraldo sull'anulare,
vezzo di passato che insegue
il tempo adattandosi.
Golfo in miniatura, poco verde
non fa prato ma accarezza mondi,
ninnolo affettuoso cui contare
in momenti di scarso emozionare.
L'attesa è più leggera se ritmata
da diversivi di cui l'animo si bea,
si crea meno attrito all'aspettazione
nel dito rigirando il chakra del cuore.

Daniela Cerrato

l’amico dei colombi

Giacinto,indecifrabile semplicità,
astronauta nel sogno infantile,
tornava sui suoi passi ogni giorno
e la luna gli sorrideva.
Parlava ai colombi veri amici
di vita e di strada. Sguardo vivo
e una buona parola all'offerta,
per coerenza non domandava
era figlio della Libertà
autentico cittadino del mondo,
col silenzio di tutte le lingue
a testa bassa osservava il cielo.
Resta in una foto e nei ricordi
una dignità che non si estingue.

Daniela Cerrato
foto personale

dall’album Gargoyle, 2017

Clean
New roads unfurled
Light of the world

Redeemed
Your humble child
Don’t leave me here
Let me come with you

And though my soul
Is not worth saving
My mistress and my queen
Your spirit is
Larger than my sin

It does not lie
It does not lie
In this faith that we live and die
I give myself to you

Sustained
No need to explain
Fade into the sun
The evening kisses your rays

Sweet mother
Queen of the world
I’m free
Free at last

Dear Mother
Queen of the earth and air
Let cool water flow
Sweet mother
Queen of the world
Let cool water flow
Claim this land
Noth south east west
To the wind you dance
Sweet mother
I give myself to you
And have no other
Have no other than you

Clean
Through the eternal
Through dead seasons
Sail to the sun
My mother and my queen
Honest and serene
Praise God
God in everything
God in everyone

Way up
Way up high
Way up high mama
All my darkness cleaned away
Sweet mother
Sweet sweet mother
Sweet mother
Queen of the world
Take me in your arms
Let me live again Ooooh!
Clean

by Mark William Lanegan / Robert Ernest Marshall


Vasilij Kandinskij, la poesia del colore

“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta.
Il colore è la tastiera, gli occhi sono il martelletto, l’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che suona, toccando un tasto o l’altro, per provocare vibrazioni nell’anima. […] Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e… smetti di pensare! Chiediti solamente se il tuo lavoro ti ha permesso di passeggiare all’interno di un mondo fin qui sconosciuto. Se la risposta è sì, che cosa vuoi di più? […] Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, è spesso è madre dei nostri sentimenti. Analogamente, ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridar vita a principi estetici del passato può creare al massimo delle opere che sembrano bambini nati morti [—] Le tonalità cromatiche, come quelle musicali, hanno un’essenza sottile, danno emozioni più sottili, inesprimibili a parole. Forse ogni tono troverà col tempo un’espressione materiale, verbale. Eppure ci sarà sempre qualcosa che la parola non può rendere compiutamente, e che non è superfluo, ma l’essenziale. Per questo le parole sono e restano accenni, segni abbastanza esteriori dei colori. In questa impossibilità di sostituire l’essenza del colore con la parola o con altri mezzi sta la possibilità dell’arte monumentale. “
( Vasily Kandinsky, 1866-1944)

il cavaliere blu

Vasily Kandinsky è stato un importante innovatore della pittura, rapprensentante dell’astrattismo russo ha saputo far cantare i colori nella loro massima espressione. Si è formato da significative intersezioni con artisti, musicisti, poeti e altri produttori culturali, in particolare quelli che condividevano la sua visione transnazionale e la sua tendenza a sperimentare. Trasferitosi più volte, si è adattato ad ogni suo spostamento in Germania, in Russia e infine in Francia, il tutto sullo sfondo degli sconvolgimenti sociopolitici che si verificano in quell’epoca.
Il suo non è stato un percorso fisso dalla rappresentazione all’astrazione, ma un passaggio circolare che attraversava temi persistenti incentrati sulla ricerca di un ideale dominante: l’impulso all’espressione spirituale. Quella che Kandinsky chiamava la “necessità interiore” dell’artista, rimase il principio guida attraverso le periodiche ridefinizioni della sua vita e della sua opera.
Le scienze naturali e il movimento surrealista, così come un costante interesse per le pratiche culturali e il folklore russo e siberiano lo hanno stimolato nei temi ricorrenti di rinnovamento e metamorfosi. I dipinti del suo decennio di insegnamento al Bauhaus, una scuola tedesca progressista, manifestano la sua convinzione che l’arte possa trasformare se stessa e la società ed esemplificano la rivitalizzazione del suo stile astratto a seguito del contatto diretto con l’avanguardia in Russia. Quando viveva nei dintorni di Monaco ha partecipato a un’intensa attività d’avanguardia in più discipline, muovendosi fluidamente tra pittura, poesia e composizione scenica. Nel tempo l’artista ha interrogato le possibilità espressive del colore, della linea e della forma.

In parallelo con la pittura si è cimentato nella composizione di sceneggiature e ha coltivato la passione per una produzione letteraria poetica. Per Kandinsky dipingere e scrivere sono attività simili. Nell’aspetto più spirituale nell’arte Kandinsky dedica al colore pagine densamente poetiche: “il silenzio gravido del bianco: un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere “.
Parole che evidenziano una dote poetica nel suo modo di associare colore e parola che va oltre la mera rielaborazione ed è affine alle intersezioni tra vocali e colori di Rimbaud o a quel suono del colore che Mallarmé sapeva riconoscere. Qui di seguito due sue poesie.

Visione
Blu, blu si alzò e cadde.
Appuntito, sottile fischiò
s’introdusse, ma non passò da parte a parte.
In tutti gli angoli è rimbombato.
Grassobruno rimase impigliato
apparentemente per tutte le eternità.
Apparentemente. Apparentemente.
Devi solo stendere di più le tue braccia.
Di più. Di più.
E devi coprirti il viso con panno rosso.
E forse non c’è ancora stato uno spostamento
soltanto tu ti sei spostato
salto bianco dopo salto bianco.
E dopo questo salto bianco di nuovo un salto bianco.
E in questo salto bianco un salto bianco.
In ogni salto bianco un salto bianco.
Non è certo un bene che tu non veda il torbido
poiché nel torbido c’è davvero.
Perciò anche tutto comincia…..È scoppiato-

***

Canto
Seduto è un uomo
nel cerchio angusto,
nel cerchio angusto
un uomo ossuto.
È soddisfatto.
È senza orecchi.
È privo d’occhi.
Del rosso suono
del solar globo
non sente traccia.
Ciò ch’è crollato
pure sta in piedi.
Ciò ch’era muto,
intona un canto.
Sentirà l’uomo
che non ha orecchi
e privo è d’occhi
del rosso suono
del solar globo
fievoli tracce.

Kandinsky pittura su vetro, Madonna con Cristo, 1917

esempi di amore, poesia di Erri De Luca + fly di Ludovico Einaudi

Amo quello che unisce, l’ago, il filo,

ricuciono le labbra di una camicia, di una ferita.

Amo il sentiero di montagna inciso dai passi,

che collega villaggi, baite, rifugi, malghe.

Amo il piccolo schermo illuminato

dove posso vedere il tuo sbadiglio lontano

e la mappa del mondo alle tue spalle.

Amo la congiunzione e, perché congiunge,

la penna sul quaderno che riunisce

la mano che ti scrive agli occhi tuoi che sfiorano le righe.


poesia tratta da: Raccolto diurno di Erri De Luca , Crocetti Editore, 2021