melusina

Tuffati nell’acqua poi rifallo,
passami ancora le dita sul cuore
su antri e sporgenze corallo
metti a nudo di pelle il brivido.
Tornare a quell’anello di luna
d’argenteo riflesso, qui adesso
nello stagno ottenebrato da Ecate
che cela il mio corpo di Melusina.
Si scioglierà l’ultimo tabù
inflitto dalla più infida leggenda,
non più caudate le mie gambe.
I miei piedi solleticheranno i tuoi.

Daniela Cerrato

La finestra di Melusine , 1953, Rene Magritte

notti senza fine

Pareti appese ai punti cardinali
cielo e terra faccia a faccia
in un dialogo eterno muto,
l’insonnia addenta un’altra notte
la pelle madida ha respiro corto,
tiepida l’aria gira, si diffonde
da un’elica appesa senza carlinga.
Forse differenti le idee nascenti
da notti siberiane o australiane,
le varie Irina o Scarlett ricamano
con altri inchiostri i notturni,
penso a come potrebbero essere…
forse nemmeno così diverse fra loro
giusto i capelli, qualche lentiggine
la bocca il naso qualche neo e le dita
ma credo che gli occhi possano avere
la stessa luce a guidarle tra laghi
boschi e pianure di ricordi e sogni.
Così distanti e vicine nel fare disfare
ritratti delle ore insonni, mentre altri
camminano lavorano fanno l’amore,
dipingono sognano notti senza fine.

Daniela Cerrato

Kazuyuki Suto (nato 1981) –Moonlight

Cenere

Fiamme divorano la terra
roghi da mani demoniache
cancellano vite e radici.
Strazia e incenerisce
il dolore impotente
per il lutto programmato
progetto sconsiderato
di serpi che attraccano panfili
e che per l’isola
giurano spassionato amore,
criminali che sfregiano il volto
mutilando per sempre il sorriso
della florida figlia del mare.
Un titolo fra tanti sul giornale
tra olimpiade e botulino
così si cancella ogni male
confidando nel lettore cretino.

Daniela Cerrato

vetrina fotografica: Olivier Mühlhoff

“Viaggi in treno e per passare il tempo guardi gli alberi fuori dal finestrino. Stanno marciando. Un albero magnifico cattura la tua attenzione, ma cosa ti rimane nella memoria di questo fugace passaggio? Cosa hai memorizzato? Il tempo era troppo breve… Ma il nostro cervello ha questa straordinaria – e istantanea – facoltà di ricostruire un’immagine di questo albero in questa breve parentesi di tempo e spazio. Questa immagine immateriale è completamente diversa da quella di una classica foto scattata in un dato momento. È questo ricordo che cerco di materializzare sotto forma di foto, molto reale.” (Olivier Mühlhoff)

Inizialmente Mühlhoff si è formato come ingegnere, è stato Design manager del gruppo Michelin per poi diventare inventore.Dopo 100 brevetti registrati professionalmente in diversi campi è tornato alla sua primaria passione, la fotografia, utilizzando il suo talento creativo per creare immgini insolite. Le sue opere sono delle vere prodezze tecnologiche dove combina sfocatura e dettaglio, molte delle quali sono immagini in movimento. Mühlhoff ottiene questa trascrizione del cervello grazie a più scatti che poi sovrappone al computer, traducendo così l’autenticità del suo soggetto. Rivela anche tutta la fugacità che è ancorata nei ricordi di ciascuno. L’immagine, divenuta immateriale è intimamente diversa da una classica realtà fotografica congelata in un dato momento.

Un insieme interessante di immagini che sembrano uscire dal mondo onirico, fatto di luci colori e ombre confuse ma che in realtà sono residui di impressioni sovrapposte della memoria.Personalmente le trovo accattivanti come certe opere di Escher. Maggiori informazioni si possono trovare aul suo sito https://muhlhoff.portfoliobox.net/home

Zirichiltaggia

Una canzone apparentemente frivola, ma anche in questo caso De Andrè mostra grande conoscenza della cultura gallurese e sarda. La canzone è un botta e risposta tra due fratelli che litigano per l’eredità. I riferimenti strutturali sono al cantu a chiterra (canto con chitarra), e ai muttos (botta e risposta, solitamente a tema amoroso o scherzoso) molto diffusi in Gallura, sub-regione storica e geografica della Sardegna nord-orientale.

Ecco la traduzione:

Di quello che babbo ci ha lasciato ti sei preso la parte migliore

La collina rosa con il sughero le vacche sorcine e il toro grande

E m’hai lasciato pietre, cisto e lucertole (zirichèlti da cui il titolo)

Ma tu ti sei tenuto il ruscello e la casa e tutto quello che c’era dentro

Le pere butirre e l’orto coltivato e dopo sei mesi che me n’ero andato

Sembrava un cimitero bombardato

Te ne sei andato a vivere coi signori, facendoti comandare da tua moglie

E i soldi di babbo li hai spesi tutti in dolciumi, medicine e giornali

Che tuo figlio a quattro anni aveva già gli occhiali.

Mia moglie vive da signora e mio figlio conosce più di mille parole

La tua munge da mattina a sera e le tue figlie sono sporche di terra

e di letame e andranno a sposarsi a qualche servo pastore

E tu quando sei partito soldato piangevi come un bambino

e dai padri delle tue amanti t’ha salvato tuo fratello

e se il coraggio che ti è rimasto è sempre quello

ce la vedremo in piazza chi ha il muso più duro

e nel frattempo mettimi la faccia in culo

(grazie a Stefano Brandano per la traduzione)

rosea euforia

Inciampare sui sentimenti
cadere, accusare dolore
non avvertire altro.
L’animo cieco e sordo
urla con voce sfottente
la previsione latente,
irritante acufene
che sfiora intolleranza.
Reggere ostinazione
fino al giro di carte
di un giorno irrispettoso
che volta dorso e sorte.
Riprendere udito e vista
stanare l’errore
in quella rosea euforia
che vede realtà nell’ utopia

Daniela Cerrato


fotografia surreale di Prue Stent