L’arte umoristica di Koji Katasani

Nulla a che fare con la banana incerottata al muro di Maurizio Cattelan.  C’è una complessa lavorazione ispirata ai colori e alle scene della vita quotidiana nelle opere dell’artista e scultore giapponese koji kasatani che crea ceramiche originali con incredibile abilità artigianale, spinge il materiale ai suoi limiti, concentrandosi sui minimi dettagli  per creare raffigurazioni realistiche di oggetti di uso quotidiano
Kasatani ricicla tutto, da tubi di ferro arrugginito, immondizia, scarpe logore, libri usati e scatole di cartone, ma i suoi pezzi più iconici sono le sue sculture ispirate alla banana, una serie di busti e composizioni fantasiose composte da “banane” in vari strati.
Si è diplomato all’Accademia d’arte di Firenze nel 2007, dove ha sviluppato l’amore per i materiali classici, naturali e duraturi. Ispirato alla pop art del Andy Warhol anni ’60 le sculture riflettono la convinzione di Kasatani secondo cui l’umorismo è l’essenza dell’arte, fungendo da ponte tra il mondo dell’arte e i non iniziati.

 

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il surreale di Vladimir Kush

Vladimir Kush è un pittore e scultore nato nel 1965 in Russia vicino al parco forestale di Mosca Sokolniki. All’età di sette anni iniziò a frequentare la scuola d’arte, dove conobbe le opere di grandi artisti del Rinascimento, famosi impressionisti e artisti moderni. Dopo il servizio militare e la laurea presso l’Istituto di Belle Arti, dipinse ritratti su Arbat Street per sostenere la sua famiglia durante i periodi difficili in Russia. Nel 1987 iniziò a prendere parte a mostre organizzate dall’Unione degli artisti. In una mostra a Coburgo, in Germania, nel 1990, quasi tutti i suoi quadri esposti furono venduti e dopo aver chiuso la mostra, volò a Los Angeles dove furono esposti 20 dei suoi lavori e iniziò la sua “Odissea americana”.
A Los Angeles, Kush lavorava in un piccolo garage di casa in affitto, ma non riusciva a trovare un posto per esporre i suoi quadri. Ha guadagnato soldi disegnando ritratti sul molo di Santa Monica e alla fine è stato in grado di acquistare un biglietto per la sua “Terra Promessa”, alle Hawaii.
Nel 1993, un gallerista francese notò l’originalità del lavoro di Kush e organizzò una mostra a Hong Kong; il successo superò tutte le aspettative e nel 1995, una nuova mostra sempre Hong Kong presso la Mandarin Fine Art Gallery bissò il successo
Nel 1997 negli Stati Uniti espose nelle gallerie di Lahaina, nelle Hawaii e a Seattle. Nel 2001 Kush ha aperto la sua prima galleria, Kush Fine Art a Lahaina, nelle Hawaii; ora ha 4 sedi di gallerie negli Stati Uniti con progetti futuri per aprire altre gallerie in tutto il mondo.
Nel 2011, Vladimir Kush ha vinto il premio “Artistes du Monde” in Francia che gli è stato consegnato dalla nipote di Pablo Picasso, Marina Picasso.
Vladimir Kush è un surrealista,fondatore del realismo metaforico, inverte le forze distruttive dell’astrattismo riportando una sana percezione del mondo che ci circonda e celebra la vita affermando i principi di fede, speranza e amore. La sua visione positiva del mondo contiene immagini che incoraggiano gli osservatori, in particolare i bambini, a prosperare nei loro dintorni.
Le sue opere sono ampiamente utilizzate da scuole, college e università per sviluppare le capacità cognitive degli studenti; il Centro Lou Ruvo per la salute del cervello della Cleveland Clinic Neurological Institute utilizza i dipinti intellettuali di Vladimir Kush con demenza e malati di Alzheimer.
L’artista è un filantropo che crea eventi durante tutto l’anno mettendo all’asta alcuni dei suoi dipinti originali devolvendo tutto il ricavato in beneficenza.

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Tre sue sculture: in ordine dall’alto: Box with secret,  Contes erotiques, First step.

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e alcuni suoi dipinti

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Demétre H. Chiparus, una ventata di art decò

Demétre H. Chiparus, alias Dumitru Chiparus, (16 settembre 1886 – 22 gennaio 1947)
nacque a Dorohoi in Romania . Nel 1909  in Italia  frequentò le lezioni dello scultore italiano Raffaello Romanelli poi nel 1912 si spostò a Parigi dove frequentò l’Ecole des Beaux Arts nelle classi di Antonin Mercie e Jean Boucher.
Impiegò con successo la combinazione di bronzo e avorio, chiamata criselephantine, tecnica che rende le sue sculture notevoli per il loro effetto decorativo luminoso ed eccezionale. la maggior parte delle sue famose opere furono realizzate tra il 1914 e il 1933.
I ballerini del balletto russo, il teatro francese e i primi film furono tra le sue principali ispirazioni e caratterizzarono le sue figure sottili e stilizzate. Il suo lavoro è stato influenzato anche da un interesse per l’Egitto, in special modo per la tomba del faraone Tutankhamon; diverse sculture di Dimitri  rappresentano la regina Cleopatra e ballerine egiziane. Provenienti dalla più antica tradizione francese di arti decorative le sculture di  Chiparus combinano eleganza e lusso, incarnando lo spirito dell’epoca Art Déco.
Creò uno dei bronzi più iconici nel 1928 chiamato ‘Danseuse au cerceau’ ispirato alla famosa e prodigiosa ballerina Zoula de Boncza delle ‘Folies Bergere’, lavorò  con Edmond Etling a Parigi e  con la fonderia di J. Lehmann . Ha basato molte delle sue opere sui balletti Russi da cui furono ispirate le opere ‘Danza persiana’ che rivela le somiglianze di Vaslav Nijinsky e Ida Rubenstein nelle vesti di Schéhérazade e poi ‘Starfish Girl’  che riproduce esattamente il disegno dell’abito di Goldfish dal balletto ‘Regno sottomarino’ di Lev Annensky.
Durante il periodo della persecuzione nazista e della seconda guerra mondiale, le fonderie hanno interrotto la produzione delle sue opere. La situazione economica di quel tempo non fu favorevole allo sviluppo delle arti decorative e le circostanze per molti scultori peggiorarono.
Per un certo periodo nei primi anni ’40 quasi nessuna opera di Chiparus fu venduta, ma continuò a scolpire per il proprio piacere, raffigurando animali in stile Art Deco. Al Salon di Parigi del 1942 furono esposte le sculture in gesso “Orso polare” e “Bisonte americano” e nel 1943 espose un “Orso polare” in marmo e un “Pelican” in gesso.
L’interesse dei collezionisti per Chiparus iniziò negli anni ’70 raggiungendo il culmine negli anni ’90. Una grande collezione di opere è esposta nella collezione permanente di Casa Lis, il museo in stile liberty e art deco a Salamanca, in Spagna.
Demétre Chiparus morì nel 1947, per un ictus al ritorno dallo studio degli animali allo zoo di Vincennes. Fu sepolto nel cimitero di Bagneux, a sud di Parigi.

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Agostino Arrivabene ” I sette giorni di Orfeo”

Tanti i riferimenti che si riscontrano nella pittura dell’artista lombardo Agostino Arrivabene, classe 1967:  da Leonardo Da Vinci, ai maestri rinascimentali, a Dürer,  Rembrandt,  Gustave Moreau e i preraffaelliti. Personalissimo il risultato,  tra onirico  surreale e simbolismo, che si osserva nei dipinti di Arrivabene. Qui il suo sito per approfondirne la conoscenza: http://www.agostinoarrivabene.it/

Ho inserito anche un suo personale intervento, nel video di Daverio, dove spiega i particolari della sua opera I sette giorni di Orfeo, un notevole esempio di come ogni dettaglio di una tela sia importante per comprendere l’insieme.

“Agostino Arrivabene “I sette giorni di Orfeo”
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lampade e sculture in carta di Mouton-Perrat e Guibrunet

da circa dieci anni, Sophie Mouton-Perrat e Frédéric Guibrunet combinano luci soffuse con delicati oggetti di carta per creare sculture eteree. Lavorando con il nome di Papier à êtres, il duo utilizza la tecnica della cartapesta per costruire donne a grandezza naturale vestite con eleganti abiti che diventano anche lampade.
Per queste creazioni, che sono state esposte anche al Teatro dell’Opera di Parigi, Mouton-Perrat e Guibrunet lavorano in stretta collaborazione. Ognuno è responsabile di metà di ogni scultura, Mouton-Perrat modella le figure e si concentra sui dettagli del viso, dei capelli, di vestiti e posture del corpo, mentre Guibrunet sviluppa la base e l’illuminazione.
Una volta assemblato, il risultato è una piacevole fusione di arte e tecnologia. Quando le luci sono spente, sono visibili i bellissimi dettagli di Mouton-Perrat, se accese un bagliore raffinato diventa altamente scenografico.
Qui il loro sito: https://www.papieraetres.com/creations/

l’arte di Franzisco Zuniga (1912-1998)

Francisco Zuniga, nacque nel 1912 a Barrio de San Josè, in Costa Rica da genitori entrambi scultori. Iniziò presto a studiare storia dell’arte, figura e anatomia umana e la vita dei vari pittori del Rinascimento. Nel 1926 dopo un periodo di lavoro presso la bottega paterna si iscrisse alla scuola messicana delle belle arti ma la frequentò solo per un breve periodo, continuando lo studio da autodidatta, orientandosi sull’espressionismo tedesco e sui testi di Alexander Heilmayer attraverso i quali apprese i lavori di due scultori francesi: Aristide Maillol e Auguste Rodin. I lavori di Zuniga iniziarono ad essere apprezzati nel 1929, la sua prima opera scultorea fu classificata seconda all’esposizione nazionale delle belle arti. Vinse il primo premio nel 1935 al salone di scultura in Costa Rica con l’opera “La maternità”. Negli anni ’30 si avvicinò alla cultura e all’arte preispanica e alla sua influenza  sull’arte contemporanea latinoamericana. La borsa di studio non si è mai materializzata, quindi vari colleghi organizzarono la sua prima mostra individuale in Costa Rica. I guadagni di questa impresa fruttarono il passaggio a Città del Messico. Nel 1936 emigrò definitivamente in Messico.
Lavorò con Guillermo Ruiz, lo scultore Oliverio Martinez e il pittore Rodríguez Lozano. Nel 1937 lavorò come assistente di Oliverio Martínez nel Monumento alla Rivoluzione, l’edificio re-immaginato che era iniziato come il Palazzo legislativo federale concepito durante il regime di Porfirio Díaz. Nel 1938, iniziò l’insegnamento alla facoltà a La Esmeralda che conservò fino alla pensione nel 1970.
Negli anni ’40, il Museo d’Arte Moderna di New York acquistò la scultura Cabeza de niño totonaca e il Metropolitan Museum of Art richiese due dei suoi disegni. Contribuì  a fondare la Sociedad Mexicana de Escultores e ricevette commissioni da varie parti del Messico. Tra le principali mostre individuali della sua carriera vi sono la Bernard Lewin Gallery di Los Angeles nel 1965, una retrospettiva al Museo di Arte Moderna nel 1969 e varie mostre in Europa negli anni ’80. Nel 1975 venti dei suoi disegni con la Misrachi Gallery ottennero la medaglia d’argento all’Esposizione Internazionale del Libro di Lipsia. Negli anni ’80 è stato nominato Accademico dell’Accademia delle Arti e del Lavoro di Parma, in Italia.
Divenne cittadino messicano nel 1986, ben cinquant’anni dopo il suo arrivo nel paese, e nel 1994 il Palacio de Bellas Artes rese il giusto omaggio alla sua carriera. Alla fine della sua vita, la malattia lo lasciò quasi cieco, il che fece orientare la sua opera artistica verso la terracotta, con cui poteva usare le mani per modellare.
Affermò di preferire l’arte figurativa perché considerava la figura umana l’aspetto più importante del mondo che lo circondava. Sia nei dipinti che in scultura rimase sempre per lo più ispirato da figure femminili che rappresentavano la maternità o scene famigliari. Morì nel 1998.

qui il sito a lui dedicato: http://www.franciscozuniga.org

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Gerda Wegener (1886-1940) artista danese

GERDA WEGENER
Gerda Wegener http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

Gerda Gottlieb Wegener Porta (1886-1940) fu un’illustratrice e pittrice danese originaria della provincia e figlia di un sacerdote. Si trasferì a Copenaghen per gli studi presso la Royal Art Academy e sposò il collega artista Einar Wegener (1882-1931) nel 1904. Dopo essersi trasferita a Parigi nel 1912, trovò molto successo anche per le sue illustrazioni per Vogue, La Vie Parisienne, Fantasio e molte altre riviste. In contemporanea ottenne successo anche nel suo paese con mostre presso la galleria Ole Haslunds di Copenaghen a intervalli regolari. La sua carriera si basò sullo straordinario talento, e  sui risvolti che il suo insolito matrimonio le portava.
Durante la prima guerra mondiale, pubblicò disegni anti-tedeschi sul quotidiano Le Matin e sulla rivista La Baïonnette. Realizzò numerosi ritratti di donne della borghesia parigina, esponendo al Salon des humoristes, Salon des indipendants e Salon d’automne.
Dipinse principalmente donne, in pose languide e aria giocosa, labbra d’un rosso carico e adornate con ornamenti scelti con cura, trasmettendo un’immagine idealizzata dell’eleganza frivola parigina, tipica dell’art decò. C’è autobiografia nei ritratti, o meglio, quella del marito che diventò suo modello, il primo al mondo, pare, a subire un’operazione per diventare una donna col nome Lili Elbe. Egli onoscerà poi un tragico destino, morirà nel 1931 a seguito delle complicazioni di un’ulteriore operazione in Germania che gli avrebbe permesso di procreare.Come è successo per Tamara de Lempicka anche Gerda Wegener dagli anni ’40 in poi è caduta nel dimenticatoio, per essere poi riscoperta solo negli ultimi decenni.

Di seguito alcune delle opere di Gerda.

Gerda Wegener.

In basso: Un giorno d’estate, 1927, olio su tela
(Wegener come Einer dietro il cavalletto e come Lili nuda in primo piano; alla fisarmonica la moglie dello scultore svedese Rudolph Tegner)Gerda_Wegener_-_‘En_sommerdag%u2019,_1927

Gerda Wegener http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.comgerda-wegener-paintings-einar-wegener

La storia dei coniugi Wegener ha anche ispirato un film, The Danish Girl , diretto da Tom Hooper, uscito nel gennaio 2016.

Qui il trailer:

Lascio un link per chi volesse ulteriori informazioni sulla vita di questa artista:  http://www.rocaille.it/gerda-wegener-e-einar-lili-elbe-parte-ii/

“la tremenda ambascia”

così Gabriele D’Annunzio commentò  emozionato la bellezza dell’opera del cortonese Luca Signorelli (1450 circa – 1523) nella cappella di San Brizio all’interno del duomo di Orvieto. Questo breve video mostra alcuni particolari dello straordinario ciclo di affreschi dalla forte espressività drammatica e immaginativa. In basso alcuni particolari.

 

 

l’apocalisse

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i dannati all’inferno

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la separazione delle anime

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gli eletti in paradiso

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Un gioiello architettonico di Bari: Il Palazzo dell’Acqua.

Il Palazzo dell’Acquedotto di Bari, che si trova alle spalle del noto Teatro Petruzzelli, fu progettato nel 1924 dall’ingegnere architetto Cesare Brunetti e terminato nel 1932. Sviluppato su quattro piani più i sotterranei è in stile romanico pugliese, rivestito esternamente con la pietra di Trani e arricchito da splendidi capitelli realizzati dalla magistrale abilità degli scalpellini locali. Gli arredi e la realizzazione delle decorazioni furono affidati a Duilio Cambellotti all’epoca cinquantaquattrenne e già da anni affermato maestro delle arti decorative, un professionista che dall’inizio del secolo aveva collaborato con figure del calibro di Balla, D’annunzio, Bottazzi e Grassi.
L’intervento importante di Cambellotti riguardò anche il disegno architettonico di alcune sale, ma soprattutto la decorazione pittorica di pareti e pavimenti, così come si occupò dell’illuminazione, degli arredi lignei intarsiati, delle vetrate, dei particolari in ferro battuto e dei rivestimenti in pietra e legno, sia per gli ambienti di rappresentanza al primo piano che per l’appartamento del presidente dell’ente al secondo piano. Affrontò la modernità novecentesca con ottimo gusto, coniugando Art Nouveau e Déco con istanze classico mitologiche e attraverso un’iconografia interessata ai ceti rurali e contadini.
Il motivo conduttore della decorazione del palazzo naturalmente è l’acqua, rappresentata in molteplici forme e immagini di grande effetto; acqua che scorre lungo i fregi degli arredi, lungo gli intarsi in madreperla che arricchiscono i mobili, sulle pareti decorate in marmo, nelle tele e nei disegni di tappeti e pavimenti. Un museo permanente poco conosciuto  che ospita anche mostre temporanee e uffici di ricerca.
In ultimo una nota curiosa: Duilio Cambellotti aveva sposato la cugina del futurista Umberto Boccioni e la sua influenza qua e là si intravede all’interno.
Alcune immagini qui in basso, prese dal web, mostrano la bellezza dell’insieme e dei dettagli.

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i vizi umani rappresentati da Otto Dix

 

Un breve ma interessante video spiega in dettaglio la curiosa e allegorica rappresentazione dei vizi da parte di uno dei pittori censurati dal regime nazista. Otto Dix nacque a Untermhaus presso Gera nel 1892 e dopo l’esperienza attiva nella prima guerra mondiale  rappresentò la tragedia bellica su alcune  incisioni e si dissociò da quello che divenne poi l’ideale e il programma del partito nazista, tanto che  nel 1934 venne rimosso dalle cariche pubbliche (era accademico dell’Accademia di Dresda) e la sua arte ritenuta “degenerata” venne in buona parte  sequestrata dalle esposizioni pubbliche. Scontò anche un breve periodo di carcere, ritenuto colpevole di aver partecipato a un complotto per assassinare Hitler e nel 1945, a 53 anni fu richiamato in guerra e fatto prigioniero  dall’esercito francese. Nel 1955 divenne membro ufficiale dell’Akademie der Künste di Berlino Est.  Buona parte delle sue opere sono improntate di crudo realismo e di chiara denuncia sociale. Morì nel 1969

http://www.arte.rai.it/articoli-programma-puntate/otto-dix-%e2%80%9ci-sette-peccati-capitali%e2%80%9d/1723/default.aspx

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