Le sculture di Jacques Le Nantec

Jacques Le Nantec ,(vero nome Jacques Métayer) è uno scultore francese nato a Nantes nel 1940. Quasi come in una fiaba,all’età di tredici anni, ripristinò una statuetta rotta e scoprì la passione per la scultura.
Nell’ottobre del 1957, ad Annecy espose le sue prime quindici opere, tra cui due a grandezza naturale.
Per vivere e finanziare le sue sculture, si è adattato ad esser decoratore, designer e disegnatore di fumetti per la rivista Spirou, e modellatore di statue di cera. Autodidatta, ha persistito e affiancato il suo lavoro e la sua passione per la scultura allo studio dell’anatomia.
Ha eseguito numerosi busti, per clienti privati, che gli hanno permesso una certa tranquillità con l’aiuto e l’appoggio del suocero, Jean-Roger Kauffmann, che fu suo protettore nei primi anni.
Le sue sculture,quasi tutte in bronzo,sono armoniche rappresentazioni di emozioni vive, in un dinamismo che le rende affascinanti e ricche di attrattiva.Jacques_Le_Nantec_sculptures _ artodyssey (1)

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Jacques Le Nantec. Busto di Catherine 1959

Netsuke, piccole simpatiche sculture

Il Netsuke (si legge “netske”) etimologicamente significa “radice che fissa”, ed è probabile che in origine questo accessorio fosse soltanto un pezzo di legno sommariamente lavorato, ma accuratamente levigato per non sciupare la seta dell’obi, la fascia avvolta come una cintura sul kimono.
Molto presto però, grazie alla loro innata raffinatezza, i giapponesi trasformarono questo ciondolo in una scultura miniaturizzata. I fabbricanti di articoli religiosi furono, pare, i primi a offrire alla loro clientela delle figurine che servivano come netsuke.
Poi il tema favorito dagli scultori di netsuke divenne il mondo animale. Contrariamente all’opinione occidentale, nell’ottica giapponese non esistono bestie considerate vili e altre nobili. Per questo motivo ci sono netsuke a forma di topo di piovra, questo mollusco pare fosse considerato in Estremo Oriente come il simbolo erotico per eccellenza. Accanto alla fauna aborigena reale, raffigurata con uno stile naturalista, si trovano anche delle specie fantastiche come il “kiriu”, una sorta di dragone derivato dal folclore cinese, oppure il “shishi”, mezzo leone e mezzo cane, che tiene in bocca una sfera che la destrezza degli artigiani ha saputo rendere mobile. Più tardi infine vennero rappresentati anche gli oggetti domestici più comuni e ogni sorta di vegetali. Queste statuette, di 5 o 6 cm in media, sono lavorate per lo più in legno di bosso, cipresso, sandalo, ebano, ciliegio, oppure in avorio,corno,giada e altre pietre dure.
Quest’arte orientale è culminante tra il 1750 e il 1850. Su circa 3.000 firme finora identificate, solo alcune dozzine appartengono ad artisti autentici.
Numerosi scultori tra i più importanti e i più antichi, però, non hanno mai firmato le loro opere, mentre altri si attribuivano la paternità di lavori eseguiti in realtà dai loro stessi allievi. Perciò per i collezionisti è meglio giudicare un’opera di per se stessa e non per la firma.
In giro per il mondo ci sono varie collezioni di netsuke: al Museo Baur di Ginevra, al Musée d’Enner a Parigi,al British Museum e al Victoria and Albert Museum di Londra. In Italia c’è una importante collezione al Museo d’Arte Orientale di Ca’ Pesaro a Venezia,altre collezioni si trovano al Museo d’Arte Orientale di Genova e al Museo Poldi Pezzoli a Milano.

Alcuni esempi di netsuke in avorio

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fox netsuke

netsuke a tigre

Altri esempi di netsuke in legno

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Breve storia del vetro

I più antichi reperti archeologici di paste vitree risalgono approssimativamente al IV millennio a.C. e sono stati rinvenuti in un’area geografica che va dal bacino mesopotamico all’Egitto.Tali reperti sono costituiti da anelli, perline, sigilli, intarsi e placche, e ciò sta a dimostrare che le più antiche tecniche di lavorazione permettevano solamente la produzione di oggetti di piccole dimensioni, per lo più destinati ad usi rituali o creati per scopo ornamentale.
A quanto sembra, nei primi tempi della lavorazione, la rarità dovuta alla difficoltà della produzione, faceva considerare il vetro come un materiale prezioso al pari di gemme e pietre dure, con le quali si realizzavano i gioielli.
In generale nell’età del bronzo, il vetro rimase un materiale raro e costoso e probabilmente la produzione era solo ed esclusivamente sotto il patrocinio del re o della classe aristocratica e l’arte vetraria era considerata frutto dell’abilità ma anche della magia e del potere occulto.
Attorno al 1200 a.C., molti dei principali centri di produzione furono distrutti da guerre, carestie ed invasioni barbariche.La ripresa avvenne nel X secolo a.C., con una vigorosa fioritura di arti e mestieri, compresa l’arte vetraria.I centri di produzione rimasero sempre quelli della Mesopotamia, dell’Egitto e della Siria, ma le tecniche subirono innovazioni tali da permettere la produzione di nuovi oggetti anche cavi. Inoltre le migrazioni verso ovest, degli operai del Mediterraneo orientale, diffusero le tecniche di produzione presso le culture dell’età del ferro della Jugoslavia, dell’ Austria meridionale e dell’Italia, ma nonostante i centri vetrari fossero aumentati, il numero di oggetti prodotti si mantenne basso.Le ampolle, in particolare, fabbricate con la tecnica del nucleo friabile, furono gli oggetti caratteristici di questo periodo.
Durante l’età ellenistica vi fu un nuovo incremento dei commerci a lungo raggio e le industrie iniziarono a produrre, su larga scala, oggetti di lusso e di uso comune. La manifattura del vetro visse un periodo di prosperità, diffondendosi in tutto il Mediterraneo.
Nell’ età augustea la manifattura del vetro, insieme alle altre arti, sperimentò profondi cambiamenti.In tutta Europa (Francia, Svizzera, Austria, Germania e Spagna) sono stati rinvenuti manufatti in vetro risalenti al periodo augusteo: si tratta di oggetti che venivano inviati ai soldati appartenenti alle legioni di Augusto.
In quest’epoca l’industria vetraria possedeva una grande inventiva e produttività, tale da riuscire ad immettere sul mercato anche materiale molto economico.
Nei primi decenni prima di Cristo venne introdotta la tecnica della soffiatura che sostituì laboriosi e costosi procedimenti di colatura e formatura a caldo. In questo periodo iniziò anche ad essere prodotto vetro incolore, ricercato per realizzare oggetti di migliore qualità.
Nacquero importanti centri di produzione, grazie agli artigiani ambulanti pronti a portare la loro abilità dovunque vi fosse richiesta di vetri e facile rifornimento di combustibile e materie prime. In breve tempo il vetro si trasformò da bene di lusso a merce comunissima per i romani, tanto che si diffusero oggetti semplici e prodotti da manifatture regionali.Nel II e III secolo d.C. le tecniche di soffiatura e a stampo vennero perfezionate, ma il possesso di vasellame ed oggetti di vetro perse la sua attrattiva quando divenne alla portata di tutte le classi sociali della Roma imperiale.
Tra il III e il IV secolo d.C., quando la capitale si trasferì da Roma a Costantinopoli, l’arte vetraria subì numerose trasformazioni per quanto riguarda decorazioni, forme e colori.L’attività dell’Italia e dell’Africa continuò ad essere fiorente, ma nelle province a nord delle Alpi, molte industrie cessarono del tutto la loro produzione. I livelli qualitativi scesero e soprattutto dopo le vittorie arabe, venne introdotto un nuovo stile islamico, che segnò la fine delle antiche tradizioni vetrarie.
(Fonte :instoria.it)

Brocca in vetro con applicata la figura di Baccante, fattura presumibilmente italiana
The Museum’s Glass Collection

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Louis Anquetin ( 1861 – 1932)

Louis Anquetin (Étrépagny, 26 gennaio 1861 – Parigi, 19 agosto 1932)
Visse e operò nel periodo delle grandi innovazioni in una Parigi in fermento,dove si trovò a fianco di artisti come Lautrec, Van Gogh ed Emile Bernard di cui divenne grande amico. Nel 1882, arrivò a Parigi e dove iniziò a studiare arte presso lo studio di Léon Bonnat e fu qui che incontrò Henri de Toulouse-Lautreccon cui si trovò in sintonia.
Poi si trasferì nello studio di Fernand Cormon, dove fece amicizia con Émile Bernard e Vincent van Gogh.
Intorno al 1887, insieme a Bernard sviluppò uno stile di pittura che utilizza spazi di colore piatto e denso e contorni neri. Questo stile, chiamato “cloisonnisme” è stato ispirato da due vetrate e giapponesi ukiyo-e.
Un esempio di questo particolare stile si può osservare in “Avenue de Clichy: alle cinque di sera”, che si dice abbia ispirato Van Gogh nel suo famoso dipinto “Café Terrace di notte”.
Verso la fine della sua carriera si deicò a studiare i metodi dei vecchi classici come Rubens su cui scrisse un libro pubblicato nel 1924.
Illustrò anche per giornali,per il teatro teatro ,il design e le arti decorative, compresa una progettazione per la tessitura di un’arazzo per Gobelins e Beauvais.

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Anquetin woman with Hat, 1890

Anquetin Jeune femme demi nue, 1890.jpegAnquetin Jeune femme demi nue,  1890

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Anquetin In the Street, c. 1890LOUIS ANQUETIN (1861-1932) - FEMME NUE AU REPOS

Luois Anquetin ,Femme nue au repos

Il colore blu, suoi significati , sue varianti e curiosità

Il blu: un colore divino
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Il colore è la percezione visiva generata dai segnali nervosi che i fotorecettori della retina inviano al cervello quando assorbono le radiazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda e intensità nel cosiddetto spettro visibile o luce. Tutti i colori che noi percepiamo sono dati dalla mescolanza dei tre colori primari: giallo rosso e blu. In questo articolo prenderemo in considerazione il blu.
La cultura occidentale precristiana era molto attenta alla forma ma poverissima di colore: le sculture e le pitture erano compiute con colori eccessivamente sgargianti ai nostri occhi, ma sotto-percepiti come normali dagli antichi greci. E’ nel medioevo i colori iniziarono ad avere anche un significato simbolico. Nello spazio divino il colore rivelava la presenza di Dio, i colori sono infatti il frutto dell’interazione fra la luce e oscurità. Nel medioevo si pensava che la luce filtrando tra le vetrate colorate delle chiese avesse proprietà curative.
Tra i colori il blu è il più nobile, e non solo in pittura, dove è metafora di spiritualità e trascendenza. Ancora ai giorni nostri il blu, nei trattati di cromoterapia, viene considerato il colore del silenzio e della tranquillità, della tenerezza della gioia di vivere. È il colore della contemplazione. Infatti in pittura fin dal XIII secolo con la diffusione del culto della madonna diventa il colore del mantello della Vergine realizzato con la tinta densa e satura ottenuta dalla polvere dei preziosi lapislazzuli.
Anche l’abito del Cristo, sia in Duccio (storie della maestà) che in Giotto (cappella degli Scrovegni), è di colore blu. Se si va a studiare l’etimologia delle parole che definiscono il colore blu troviamo che il celeste viene dal latino CAELUM, cielo, l’azzurro dal persiano LAZWARD, il nome dato ai lapislazzuli. Mentre il blu dal germanico BLAU. I pigmenti blu erano nell’antichità classica ottenuti da materie prime naturali e si ottenevano principalmente da due minerali finemente polverizzati: il lapislazzuli per ottenere l’oltremare, e l’azzurrite. Nella pittura murale il blu veniva generalmente usato per gli sfondi, con lo stesso valore simbolico che aveva l’oro sulla tavola.
Il blu fece il suo ingresso a Corte quando, tra la meraviglia generale, cominciarono a vestirsi di blu sia Luigi IX, definito come il “Santo di Francia”, sia Enrico III d’Inghilterra.Grande sponsor del blu fu anche la riforma protestante. I luterani rifiutarono la sgargiante pompa di San Pietro, salvando solo due colori, il nero e il blu, che divennero entrambi – nella vita quotidiana come nelle tele dei grandi pittori nordici – gli unici colori degni di un buon cristiano, l’emblema stesso della serietà, della profondità e della moralitàin terra.
E’ anche il colore più usato per abbellire le moschee, e anche lo splendido Tempio del Cielo di Pechino, in Cina, ha il tetto ricoperto di tegole smaltate di questo colore.
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Il Blu degli egizi.
Presso gli antichi Egizi era il colore simbolo del cielo e delle divinità celesti. Ad esempio a volte veniva colorato di blu il volto di Amon. L’azzurro o le varianti di blu chiaro sono invece utilizzate per rappresentare l’acqua.La sintesi chimica per ottenere il blu egiziano era un procedimento conosciuto almeno fin dalla V dinastia, poichè i più antichi manufatti finora scoperti risalgono al 2500 avanti Cristo, dutante l’Antico Regno. L’ottenimento del pigmento azzurro da parte della civiltà egiziana non è stato un fatto accidentale, ma è il risultato di un lavoro intenzionale, ponendo una miscela composta da una parte di calce (ossido di calcio), una parte di ossido di rame e quattro parti di quarzo (la silice ricavata dalla sabbia del deserto) in condizioni chimiche riduttive, cioè senza apporto di ossigeno.
I minerali venivano cotti in una fornace con temperature comprese tra gli 800 e i 900 gradi centigradi. Poichè le condizioni di temperatura sono fondamentali in questo processo, gli Egiziani sapevano controllarle con molta precisione.
Il prodotto di fusione era un composto fragile, di colore blu opaco che veniva frantumato e macinato fino a ridurlo in polvere, ottenendo il pigmento blu, il più antico colore sintetico finora conosciuto.
Poichè il procedimento si à via via perfezionato nel tempo, dall’analisi di un frammento colorato si può risalire ad una datazione approssimativa.
L’uso del pigmento blu era anche molto diffuso nella lavorazione dei vetri e delle ceramiche egizie.

Varie tonalità di blu e loro impiego
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L’Oltremare
Il blu oltremare è una tonalità molto intensa di blu, e uno dei colori più famosi della storia dell’arte;è ottenuto dalla polvere di lapislazzuli costituito da una elevata concentrazione di lazurite associata alla calcite e con inclusioni di pirite.
Si pensi che la polvere di lapislazzuli entra nella composizione delle porte di Ishtar nell’antica Babilonia.
Il nome oltremare conferma che il pigmento arriva da molto lontano e la distanza e il difficile procedimento di lavorazione lo resero molto costoso, per cui fu considerato uno dei colori più ricchi e preziosi associato al rosso porpora e al ‘oro specialmente per iconografia della Vergine. L’uso fatto da Giotto per dipingere la cappella degli Scrovegni fu dovuto al fatto che la famiglia Scrovegni era ricchissima in quanto praticava l’usura.
Anche l’azzurrite costava parecchio ed era ricavata, dal minerale azzurrite un carbonato basico di rame estratto in Europa.

Il blu di Persia
È il colore delle ceramiche persiane e delle piastrelle utilizzate nelle moschee orientali. Derivato anch’esso dal lapislazzuli è ricordato per la prima volta nel 1669. Ne esiste anche una versione media e una scura un po’ violacea.La Moschea Blu di Istanbul è rivestita con oltre 20.000 maioliche di questo caratteristico blu.

Il celeste: è un blu chiarissimo, una tinta definita “pastello”.Il nome deriva dal cielo che infatti è indicato come “volta celeste”. Vine detta celestiale quindi la musica degli angeli.

Il blu cobalto è un colore simile ad un azzurro intenso. Si ottiene chimicamente combinando l’ossido di cobalto con sali di alluminio.Probabilmente è con il cobalto che veniva ottenuto il famoso blu di Chartres, una tonalità particolare del vetro presente nelle magnifiche vetrate gotiche della cattedrale francese la cui composizione è stata per secoli considerata un mistero…

Il blu di Prussia è un blu scuro tendente al nero; uno dei più antichi colori sintetici ottenuto nel 1706 da un chimico berlinese (e per questo associato alla Prussia) dall’ossidazione di sali di ferrocianide.La presenza di questo colore serve spesso a stabilire l’autenticità e la datazione di un’opera.Cézanne lo usava spesso nelle sue opere dedicate alle bagnanti mentre Hokusai lo aveva già utilizzato per la famosa Onda. È il blu dei cieli notturni di Van Gogh e delle figure dolenti del periodo blu di Picasso.

Il blu reale è una tonalità intermedia tra l’azzurro e il blu. Sarebbe stato inventato per le divise della Corona inglese anche se era già presente nello stemma araldico di alcune dinastie francesi.È noto pure come “azzurro Francia” anche perché è il colore nazionale dell’automobilismo per questo paese.È una tinta molto in uso presso artisti delle avanguardie come Kandinsky e Mirò.

Il blu notte è il blu più scuro. Ricorda il colore del cielo notturno, un colore intenso ma non ancora nero. Sotto alcuni tipi di luce, tuttavia, può apparire decisamente nero.

BLU KLEIN: Forse il blu più narcisista. Il nome infatti gli è stato dato da Yves Klein, un artista francese di metà Novecento che decise di brevettare una tinta basata sul blu oltremare e contenente una particolare resina che ne enfatizzava la luminosità.Klein utilizzò praticamente solo questo colore per tele, performance, body painting, sculture e qualsiasi altra forma di espressione artistica.Già usato dai romani, largo uso ne fece il Durer. La differenza di costo favoriva le frodi e qualche pittore venne frodato: si dice che il Durer usò qualche volta

l’azzurrite credendo fosse oltremare. I due pigmenti hanno aspetto simile: per distinguerli bisogna scaldarli finchè non diventava incandescente, l’azzurrite diventa nera mentre il lapislazzulo no. Purtroppo l’azzurrite negli affreschi tende a polverizzarsi e cadere. Per cui molte opere perdono l’azzurro. Altri azzurri del periodo medioevale sono l’indaco e il guado. Puri hanno un colore che tende al nero o al verdastro, non gradevole, ma mescolato col bianco diventano più piacevoli.
Per colorare i tessuti si usava invece il distillato di due arbusti: l’indigofera diffusa in India (di qui il nome indaco), nell’Americhe ed in Africa, oppure il guado o isatis tintoria, che cresceva nell’Europa del nord.
Solo nel 1200 grazie ad una serie di innovazioni tecniche, l’indaco diede vita ad una fiorente industria, specie in Francia. La capacità di produrre industrialmente l’indaco artificiale (con il quale oggi si tingono i blue- jeans) fu messa a punto in Germania alla fine dell’800.
Ma l’apoteosi del blu si celebrò nel 1700, quando l’invenzione di un pigmento artificiale – il blu di prussia- arricchì la tavolozza dei pittori e quando gli scienziati, grazie alle scoperte di Newton sullo spettro solare, attribuirono al blu lo status di colore fondamentale.
Intorno al blu si definì più tardi il nuovo simbolismo del Romanticismo;simbolo del progresso, dell’ideale, della libertà e poi del sogno, del sentimento e della malinconia, il blu divenne il colore più presente in pittura e più citato in letteratura e in poesia.
Il colore azzurro è legato anche alle famose piastrelle portoghesi dette Azulejos ,blu e bianche decorate a mano. A Lisbona, gli incantevoli Azulejos, incantano i turisti e sono presenti in numerosi edifici pubblici della città ed in particolare all’interno del chiostro dell’Igreja de Sao Vicente de Fora. Potrete trovare incantevoli azulejos in numerose stazioni metropolitane e sopratutto al Museu Nacional de Azulejo, uno dei più straordinari musei di Lisbona. Da non perdere assolutamente gli spettacolari azulejos di una delle sale del ristorante Casa do Alentejo in Rua das Portas de Santo Antão o della birreria più famosa di Lisbona, Trindade che vanta gli azulejos più spettacolari del quartiere Chiado.

Vassilly Kandinski nei suoi scritti sul colore scrive: “l’azzurro è simile ad un flauto, il blu scuro assomiglia ad un violoncello e, diventando sempre più cupo, ai suoni meravigliosi del contrabbasso; nella sua forma profonda, solenne, il suono del blu è paragonabile ai toni gravi dell’organo.”
Marc Chagall è riuscito a fare del blu un colore sconfinato attraverso i suoi quadri enigmatici.
Il blu è un colore metafisico e al contrario del rosso, di cui è l’antitesi, è legato alla distensione e agli stati riflessivi, meditativi. Sognare il colore blu rimanda quindi alle profondità inconsce ed al contatto interiore. E da queste profondità ci si può librare verso il cielo e quindi pensare all’immensità all’infinito, all’eternità, al divino. Il blu ci porta nella spiritualità più alta e nei regni sovrannaturali e a contatto con potenze protettrici. Nei mandala tibetani Il blu simboleggia la condizione in cui si è superato il turbinio delle passioni e la coscienza può esaminare ogni cosa con chiarezza; secondo Jang il blu significa altezza e profondità.
Picasso, nel suo “periodo blu” ha scelto questo colore non solo per la sua forza espressiva, ma soprattutto per la valenza psicologica che gli permetteva di andare oltre alla naturalistica descrizione. Per Picasso il colore Blu è come una dimensione sacra e sentimentale: l’artista guarda in faccia alla realtà, alla miseria e alla sofferenza, oltre che alla morte. Il tutto è caratterizzato da un’ evidente matrice patetica e compassionevole. I soggetti erano soprattutto poveri ed emarginati cui Picasso ha rivolto un’attenzione particolare; mendicanti, ciechi e girovaghi lo hanno ispirato in ogni angolo delle strade di Barcellona. Picasso li ritraeva preferibilmente in posizioni isolate e con aria mesta e triste. Somo immagini cariche di tristezza, accentuata dai toni freddi (blu, turchino, grigio) con cui i quadri erano realizzati. In particolare, l’allegoria del cieco lo accompagnò per tutta la vita. Molte delle opere con questi soggetti sono profondamente commoventi.
Del blu Renoir diceva: “Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu: era nato l’Impressionismo”.Infatti gli impressionisti non utilizzavano il nero per le ombre ma tonalità di blu e verde.

Curiosità varie sul blu e azzurro

– Azzurro è la tinta nazionale della Repubblica Italiana (e della maglia calcistica)

– Azzurro è il colore tipico di porte e finestre tunisine.

_ Azzurro è il lungo pomeriggio cantato da Paolo Conte

– Celesti sono i confetti che si offrono quando nasce un maschietto.

_ Celeste è la nostalgia secondo Riccardo Cocciante

– Indossare qualcosa di blu, per il proprio matrimonio, è di buon auspicio perché rispecchia il colore dell’anima, della purezza e della lealtà

– In Tunisia c’è un’interessante città, SIDI BOU SAID ,che dista da Tunisi una ventina di Km ed è abbastanza vicina alle rovine di Cartagine; è una perfetta riproduzione di un borgo arabo andaluso e ha la particolare caratteristica di avere solo due colori per le sue case, il bianco e il blu.Ha ospitato artisti famosi, Paul Klee, Andrè Gide, Simon de Beauvoir, e artisti che fanno parte de l’Ecole de Tunis, è raggiungibile da Tunisi con una linea ferroviaria.

– Secondo un proverbio fiammingo “Mettere un manto azzurro sul marito” significa essere una moglie infedele e per questo rendere famoso sua malgrado il marito ( ossia tradirlo)

( 12 -10-2014)

 

 

Azzurrite

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Cupola Moschea Rustem Pasa

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Dea egizia Nut

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Ushabti. Ceramica blu. Epoca tarda, 712-332 a. C. Parigi, Museo del Louvre

Ushabti. Ceramica blu. Epoca tarda, 712-332 a. C. Parigi, Museo del Louvre

 

 

Porto, Chiesa di Santa Caterina

Picasso ,Madre e figlio

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Giotto,cappella degli Scrovegni

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Chagall, Blue Lovers

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Porta di Isthar

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Il meraviglioso drakon azzurro ritrovato nel 2012 nel corso degli scavi nella città magno-greca di Kaulon, a Monasterace Marina (Reggio Calabria)

Il meraviglioso drakon azzurro ritrovato nel 2012 nel corso degli scavi nella città magno-greca di Kaulon, a Monasterace Marina (Reggio Calabria)

Le sculture di Michael Wilkinson

Michael Wilkinson è lo scultore figurativo utilizzatore di materiale acrilico attualmente più importante.Ha creato uno stile apprezzato per bellezza e fascino universale.
La sua arte pur rimanendo nela tradizione romantica e classica è influenzata dall’estetica giapponese ed è indubbiamente contemporanea. I suoi tempi sono senza tempo e sono improntati da una visione espressiva originale.
Wilkinson ritrae la bellezza fisica e spirituale maschile e femminile e i  momenti significativi della vita.

Michael Wilkinson michael-wilkinson-6_thumb2 Elysium-ll-Promise Michael Wilkinsonurlwilkinson_12887_3

Pelagio Palagi, Saffo e Rodope

“Subito a me il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce, e la lingua si spezza.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e gli occhi più non vedono
e rombano le orecchie.”
— Saffo

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Pelagio Palagi, Saffo e Rodope abbracciate, eseguito nel 1808/1809 circa. Olio su tela

Dalle rime di Cino Da Pistoia

 

Veduto han gli occhi miei si bella cosa,

che dentro dal mio cor dipinta l’hanno

e se per veder lei tuttor no stanno,

infin che non la trovan non han posa;

e fatt’han l’alma mia sì amorosa,

che tutto corro in amoroso affanno,

e quando col suo sguardo scontro fanno,

toccan lo cor che sovra’l ciel gir osa.

Fanno li occhi a lo mio core scorta,

fermandol ne la fè d’amor più forte,

quando riguardan lo su’ novo viso;

e tanto passa in su’ desiar fiso,

che’l dolce imaginar li darìa morte,

sed’ e’ non fosse Amor che lo conforta.

Scultura di Eva Antonini

Eva Antonini

 

 

Le sculture di Malvina Hoffman (1885-1966)

Malvina Hoffman è stata una scultrice statunitense, figlia del pianista Richard Hoffman. Fin da piccola si dedicò alla scultura. Nel 1910 si trasferì a Parigi e divienne allieva di Auguste Rodin.
La sua bravura la mostrò nelle  sculture-rappresentazioni della leggendaria ballerina russa Anna Pavlova (1881-1931). L’ispirazione della Hoffman per creare questi raffinati pannelli nacque dopo aver assistito ad una performance dei ballerini russi Anna Pavlova e Mikhail Mordkin nel balletto ‘Baccanale Autunnale’ Op. 67 di Alexander Glazunov a Londra. Dopo il ritorno a Parigi, la Hoffman convinse il suo mentore di permetterle di lavorare sulla serie, piuttosto che concentrarsi sulle commissioni ritratto più ordinarie.

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