La poesia può venirci in aiuto

Finito di assimilare questo bell’articolo di Valerio Magrelli ho pensato di condividerlo con chi non l’avesse ancora letto. Con una piacevole ironia racconta un episodio in cui la poesia riesce a soccorrere l’essere umano nella difficoltà, cosa che è successa anche a me  pur in circostanza diversa.

 

La mia rivincita di poeta

di Valerio Magrelli

A volte sapere qualche verso a memoria ci può rendere più forti e dare una forma di resistenza attraverso la parola.

Perchè imparare le poesie a memoria – o meglio,come dicono I francesi,”par coeur”, ossia “a cuore”? Nel mio triste mondo di adulto, l’unica cosa che conosco a memoria ormai è soltanto il codice fiscale. Il motivo appare evidente: assurdo affaticarsi con informazioni prive di qualsiasi utilità. Con che torniamo al consueto dilemma sulla cultura umanistica in generale, e dunque sull’opportunità di studiare il latino, leggere romanzi o imparare versi, come ha scritto ieri Antonio Pennacchi su Repubblica. Ma chi ce lo fa fare? In verità un interrogativo del genere andrebbe modificato. Invece di chiedersi se sia utile sapere una poesia a memoria, dovremmo domandarci: cosa significa “essere utile”. Proverò a rispondere con un ricordo. Ani fa mi venne prescritto un esame medico che non avevo ancora affrontato. Grazie a un film di Woody Allen, sapevo già tutto sulla risonanza elettromagnetica, ma non l’avevo mai sperimentata. Finchè un bel giorno…

Se c’è una cosa che non capirò mai, è l’inveterata abitudine dei medici a voler rassicurare i loro pazienti. Infatti anche in questo caso alla mia richiesta di sapere quanto sarebbe durata la prova, lo specialista replicò tranquillizzante: “Neanche dieci minuti”. Sia chiaro, la mia ansia era fondata, visto che di lì a poco sarei stato infilato in un cubicolo come un abbacchio al forno, un pasto congelato nel microonde, un cadavere dentro il proprio loculo. Non c’è bisogno di soffrire di claustrofobia, per nutrire qualche preoccupazione al riguardo. “in ogni caso”, aggiuse, “avrai in mano un campanello con cui avvertirci per sospendere l’analisi”. Come no!, pensai tra me e me. In questo modo dovendo ripetere la tortura, sarò costretto a tornaare tra una settimana fino a quaggiù per ricominciare da capo. Dieci minuti, diceva, ed ecco superata la mezz’ora, ed ecco sopraggiunto o sgomento. Tutto d’un tratto mi travolge il panico: il rombo del macchinario, gli strani ticchettii, suoni bizzarri da bestia seviziata, mentre sono legato in un cunicolo senza via d’uscita. Non ce la faccio più, sto per gridare, peggio, sto lì lì per pigiare l’infame pulsante quando improvvisa sboccia la soluzione. Nell’angustia di quell’abitacolo atroce come la Vergine di Norimberga (troppo lungo da spiegare ma merita almeno un chiarimento su google) ho cominciato a recitare versi. Sono riemersi da ere remote, la terza elementare di quasi mezzo secolo fa, ma sono riemersi, questo è il punto, per salvarmi. La processione è arrivata pian piano: prima un Rilke nella versione di Diego Valeri (“Nel colmo della notte,a volte accade/che si risvegli come un bimbo, il vento”), poi Petrarca (“Morte bella parea nel suo bel viso”) e infine Dante, ma qui siamo al liceo (“li miei compagni fec’io si aguti/con questa orazion picciola al cammino…”). Sembrerà incredibile, ma così facendo, attaccandomi a quelle sillabe, a quella sillabazione, riuscii a resistere fino alla fine del supplizio. Si chiama “mantra”, e sta a indicare, nell’induismo e nel buddismo tantrico,una formula sacra da ripetere continuamente. Per quei fedeli, si tratta di una pratica meditativa, per me rappresentò una forma di resistenza attraverso la parolaa. Fu solo solfeggiando quelle strofe che attraversai indenne il buio tunnel magnetico. La vera risonanza insomma fu poetica, con buona pace di chi ancora ritiene che imparare a memoria I versi sia inutile. Tutto sta a mettersi d’accordo: mai come allora compresi l’importanza di un giacimento fossile interiore, cui attingere forze segrete in una oscura inconsapevolezza.

Articolo tratto da Repubblica” di Venerdì 19 luglio 2019.

 

 

Un gioiello architettonico di Bari: Il Palazzo dell’Acqua.

Il Palazzo dell’Acquedotto di Bari, che si trova alle spalle del noto Teatro Petruzzelli, fu progettato nel 1924 dall’ingegnere architetto Cesare Brunetti e terminato nel 1932. Sviluppato su quattro piani più i sotterranei è in stile romanico pugliese, rivestito esternamente con la pietra di Trani e arricchito da splendidi capitelli realizzati dalla magistrale abilità degli scalpellini locali. Gli arredi e la realizzazione delle decorazioni furono affidati a Duilio Cambellotti all’epoca cinquantaquattrenne e già da anni affermato maestro delle arti decorative, un professionista che dall’inizio del secolo aveva collaborato con figure del calibro di Balla, D’annunzio, Bottazzi e Grassi.
L’intervento importante di Cambellotti riguardò anche il disegno architettonico di alcune sale, ma soprattutto la decorazione pittorica di pareti e pavimenti, così come si occupò dell’illuminazione, degli arredi lignei intarsiati, delle vetrate, dei particolari in ferro battuto e dei rivestimenti in pietra e legno, sia per gli ambienti di rappresentanza al primo piano che per l’appartamento del presidente dell’ente al secondo piano. Affrontò la modernità novecentesca con ottimo gusto, coniugando Art Nouveau e Déco con istanze classico mitologiche e attraverso un’iconografia interessata ai ceti rurali e contadini.
Il motivo conduttore della decorazione del palazzo naturalmente è l’acqua, rappresentata in molteplici forme e immagini di grande effetto; acqua che scorre lungo i fregi degli arredi, lungo gli intarsi in madreperla che arricchiscono i mobili, sulle pareti decorate in marmo, nelle tele e nei disegni di tappeti e pavimenti. Un museo permanente poco conosciuto  che ospita anche mostre temporanee e uffici di ricerca.
In ultimo una nota curiosa: Duilio Cambellotti aveva sposato la cugina del futurista Umberto Boccioni e la sua influenza qua e là si intravede all’interno.
Alcune immagini qui in basso, prese dal web, mostrano la bellezza dell’insieme e dei dettagli.

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Una bottega sospesa nel tempo

Tra tante botteghe artigianali che stanno scomparendo schiacciate dalla massiccia presenza di centri commerciali e megastore cinesi esiste ancora chi conserva e ripropone la sua veste di fine ottocento dall’aspetto elegante seppur modesto. È pur vero che non solo i lustrini a premiare le persone, ma la loro passione per una tradizione famigliare che diviene un punto di riferimento storico per una città in continua trasformazione.

Rebloggo quest’articolo interessante che ne illustra un esempio.

 

https://rivistasavej.it/casalegno-timbri-1908-8c09868ff272?fbclid=IwAR2B7t4WxGWZQ4nArbstalrc3tbgOFfixG4m4rhdfVTT9bwyVC_9VuCUEPY

Il giro dell’oca di Erri De Luca

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L’ho letteralmente assaporato in un giorno, nel suo volume contenuto che tratta di un intimo colloquio tra padre e figlio, inesistente  per l’anagrafe, un rapporto confidenziale tra due adulti che tentano di conoscersi almeno una volta nella vita, con l’ausilio di aneddoti presi dal passato di una vita densa e complessa. Con uno stile pulito, conciso e magistrale padronanza dei vocaboli, tipica caratteristica dell’autore, il racconto-dialogo scorre piacevolmente sotto gli occhi e attraversa il cuore per la grande carica emotiva che di pagina in pagina arriva allo splendido finale.  Queste sono le mie impressioni, per una vera recensione comprendente una breve  anteprima, andate al link che lascio sotto; però si può procedere all’acquisto direttamente come ho fatto io, senza leggere recensioni, non mi ha assolutamente delusa rispetto ai precedenti, anzi mi ha permesso di conoscere ancor di più l’animo di questo bravo autore generalmente piuttosto schivo e riservato, amante della solitudine e della natura, qualità che me lo fanno sentire assai vicino.

https://www.illibraio.it/il-giro-delloca-erri-de-luca-885416/

Artisti poco noti: Alisa Ivanovna Poret

Alisa Ivanovna Poret , pittrice, classe 1902, nome francese e sangue svedese, poco conosciuta oltrecortina, fu una delle figure più interessanti e sorprendenti della vita artistica e letteraria nella Russia del XX secolo. La generazione a cui apparteneva, ha formato un nuovo modo di pensare, ha determinato lo sviluppo della cultura e dell’arte, superando fenomeni obsoleti. Ma soprattutto è interessante come la sua vita e la sua creatività hanno attratto un’ampia cerchia di ammiratori,per la maggior parte intellettuali dell’epoca.
Si è formata da insegnanti eccellenti, quando entrò all’Accademia, desiderava molto far parte della classe di K.S. Petrov-Vodkin, ma non c’erano più posti disponibili. Ma uno degli assistenti di Vodkin era P.I. Sokolov , famoso a Pietrogrado per il suo talento come disegnatore; Alisa Poret da lui ha ricevuto un’esperienza importante ma poi restò affascinata dal metodo Filonov, ovvero dal realismo analitico, o anti-cubismo.
La partecipazione di Poret alla mostra alla House of Press lungo la Fontanka del 1927 la affermò tra i principali maestri dell’arte analitica.
Alla fine degli anni ’20,lavorando a un progetto di libri per bambini, Poret si avvicinò alla cerchia di scrittori di prosa, e si legò a Daniel Ivanovich; le vicissitudini della loro storia d’amore turbolenta si sono rispecchiate nei diari di entrambi, ma insieme hanno inventato bellissime poesie e storie illustrate.
Dopo la guerra Alisa, stabilendosi a Mosca, per un momento si trovò quasi emarginata: non c’era lavoro, viveva in appartamenti in affitto, aveva abbandonato il suo solito stile di vita e gli ambienti di Leningrado. Nel tempo, ha continuato i suoi corsi di pittura e dipinto molti ritratti dei suoi amici di Mosca, che scoprirono nell’artista il talento non solo di pittrice, ma anche di narratrice intelligente. Molti sognavano di avere un “ritratto di Poret”. Gli estimatori e amici moscoviti di Alice Ivanovna ricordano ancora la sua disposizione allegra e il suo sarcasmo acuto, serate squisite in cui mostrava i suoi dipinti e oggetti artistici. Nel periodo dell’atmosfera soffocante, dell’epoca stagnante, tali incontri erano importanti quanto la lettura delle edizioni proibite dei dissidenti o l’ascolto di voci radio “nemiche”. Morì a Mosca ne 1984.  Qui di seguito tre immagini dell’artista e alcune delle sue opere.

 

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qui sotto: Karl Marx on a walk with Heinrich Heine. 1960 uno dei suoi quadri più famosi

Alisa Poret. Karl Marx on a walk with Heinrich Heine. 1960 Oil on canvas. 59 х 79. Private collection, Moscow

Aguntum, la città romana del Tirolo

Aguntum fu un centro amministrativo ed economico di un territorio che comprendeva l’odierno Tirolo orientale fino a Rio Pusteria. Una città che fu proclamata municipium romano sotto il governo dell’imperatore Claudio ( 41-54 d.C.) e il cui benessere si basò sulle materie prime provenienti dai monti Tauri come ferro, rame, argento, cristaalli di rocca e oro. Era grande quanto l’odierna Lienz ed era dotata di un centro termale riscaldato; un edificio che non solo aveva lo scopo di igiene e pulizia ma fungeva da centro sociale e culturale.
Venne più volte distrutta da parte di tribù germaniche ma riuscì a ricostruirsi e prosperare; nei periodi insicuri la popolazione si ritirava sulle colline per essere meglio protetta, come si è potuto verificare dai reperti trovati nella vicina Lavant. Venne abbandonata definitivamente intorno al 610 d. C. dopo una grande battaglia tra Baiuvari e Slavi. Nel corso dei secoli la città romana venne ricoerta da materiale alluvionale per un altezza di vari metri; agli inizi del 900 gli scavi archeologici sono stati iniziati dall’Università di Vienna e prosegono tutt’ora da parte dell’Università di Innsbruck. Molto è ancora da scoprire, l’area è grande e chissà quante scoperte riserverà ancora. Se siete in visita a Villach o alla più vicina Lienz fate una deviazione e andate a visitarla e non perdetevi il museo che si trova di fronte all’area degli scavi.

Tutte le fotografie che seguono sono personali.
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MOSTRA DI SERGIO ARDISSONE

L’ho visitata oggi, l’ingresso è gratuito ma varrebbe la pena anche se fosse a pagamento; sulle orme di etnie lontane che vivono in condizioni estreme, ambientali e di povertà, dove la sopravvivenza costa una fatica che ci è sconosciuta. Per lo più sono ritratti di persone comuni che nei loro costumi semplici dai colori della terra riescono a catturare l’attenzione e diventare protagonisti di un nostro viaggio immaginario attraverso la documentazione fotografica. La consiglio anche a chi si trova di passaggio e ha a disposizione anche solo un’ora di tempo libero.

MUSEO ARTI E MESTIERI DI UN TEMPO

VI INVITIAMO ALLA MOSTRA REALIZZATA DA  SERGIO ARDISSONE, CHE DA ANNI COLLABORA ALLO SVILUPPO DEL NOSTRO PROGETTO CULTURALE.

SI TERRA’ AD ASTI – PALAZZO DEL MICHELERIO – DAL 26 APRILE AL 17 GIUGNO.INVITO MOSTRA

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