l’amaca di Michele Serra del 22-01-2021

Figli di Nessuno con babbo e mamma

La ressa di giovani consumatori per accaparrarsi un nuovo modello di scarpe è uno spettacolo penoso già in tempi normali. Sotto pandemia lo è molto di più, per ragioni così ovvie che non vale neppure la pena ripeterle. È una specie di autocertificazione che l’estinzione della specie umana non è un’ipotesi, ma una certezza. Spesso prevale, nella valutazione di questi fenomeni, una specie di pasolinismo minore, eh poveracci, è il degrado delle periferie, che devono fare, nessuno li pensa, nessuno si batte per loro. Dimenticando che Pasolini, per quel popolo servo, e traditore i se stesso, ebbe parole furiose; che molti di quest apparenti figli di nessuno, e vale anche per gli ultras di calcio, hanno invece mamma e babbo,la pancia piena, e sono piccolo-borghesi con dei soldi in tasca, non proletari. Infine, dimenticando che anche a Scampia, e nelle periferie più disgraziate, e nel fondo del fondo della società, ci sono librerie e prodigiosi insegnanti, e volontari ammirevoli e accoglienza. Un margine di scelta, tra essere servi e avere dignità, già esiste per chi voglia notarlo. Dunque mi chiedo quanto valga, quanto serva politicamente parlando, pedagogicamente ragionando, compiangere queste comparse del sistema, piuttosto che dire loro: siete degli idioti, siete dei burattini, siete i funzionari minimi della dittatura consumista. Non è in nome del nostro senso estetico che vi chiediamo di smetterla. È nel nome del vostro ultimo barlume di speranza.

Michele Serra, L’amaca, da Repubblica del 22 gennaio 2021

un tuffo fra le meraviglie

Le isole che compongono le Bahamas note per le barriere coralline riservano veri tesori che si trovano nelle centinaia di “buchi blu”, grotte sommerse conosciute per lo più da esploratori subacquei e scienziati appassionati; per esplorarle si sono stabiliti alcuni record impressionanti d’immersione.
Le grotte di cristallo sono fragili, fatte di passaggi stretti; la Dan’s Cave è una delle più belle grotte di Abaco, con profondità che vanno dai 18-50 metri. Scivolando oltre uno strato superficiale sulfureo torbido causato dalla vegetazione stagnante si entra in grotta e in un mondo fantastico, una foresta di enormi e spettacolari formazioni di calcite o speleotemi, grandi rose di cristallo appese come lampadari, cannucce di cristallo dello spessore di una corda che formano una sorta di pioggia gelata. .
Una delle grotte è stata chiamata foresta di Fangorn, dal nome della foresta immaginaria di Tolkien nella Terra di Mezzo. Questa camera si trova a una distanza ragionevole da Dan’s Cave, oltre il Crystal Palace e la Cascade Room.
La foresta di Fangorn è una vasta camera e probabilmente uno dei passaggi sottomarini più fantastici al mondo con centinaia di enormi colonne, alte circa 10 m, con larghezze che variano da pochi centimetri a più di un metro.

Cos’è la poesia – Erri De Luca

" Emanuela, un’insegnante di liceo a Milano, mi chiede un suggerimento per i
suoi studenti circa l’utilità della poesia. Rispondo volentieri, da lettore.
In un racconto del brasiliano Guimarães Rosa un ragazzo, Miguilim, cresciuto in una sperduta campagna, viene adottato da una famiglia di città. Si accorgono che è debole di vista e lo portano da un oculista. Miguilim inforca il suo paio di occhiali e improvvisamente vede il mondo con la più spaventosa precisione.
Così è stata e continua a essere la poesia che mi coinvolge: un paio di
occhiali, la sorpresa di una rivelazione.
Con la letteratura in prosa mi tengo buona compagnia, con quella in versi mi
scoppietta dentro il petardo di una verità.
Solo nell’entusiasmo l’essere umano vede il mondo esattamente.
Dio ha creato il mondo in un entusiasmo.
Questi versi della poeta russa Marina Cvetaeva mi producono una verità?
Per un momento sì, poi si trasformano in un programma: cerca di
entusiasmarti della vita intorno, di riconoscere la forza di resistenza al male,
ai dolori, che non sta nel generico “bene”, ma nell’energia sovversiva
dell’entusiasmo.
La poesia non è utile, non serve: carmina non dant panem.
Nella città di Sarajevo assediata e affamata da tre anni, si facevano serate
di poesia. I cittadini andavano a sentire poeti in qualche sottoscala a lume di
candela.
Avevano bisogno di ascoltare parole capaci di far dimenticare loro
l’oppressione, i lutti e le scarsità. Avevano urgenza di parole a contrappeso.
Quelle serate sospendevano l’assedio, lo isolavano fuori, lo abbassavano a
rumore di fondo. Questi “carmina” continuavano a non dare “panem”, però
facevano dimenticare la mancanza.
In inverno facevano dimenticare il freddo.
Cosa è allora questa benedetta poesia? Che attrezzo è?
È una dotazione di pronto soccorso. In caso di bisogno fa rompere il vetro e
aprire il varco di un’uscita di emergenza."

- Da "Pianoterra" di Erri de Luca. Universale Economica Feltrinelli, 2018

Ho visto cose… articolo di Giuseppe Culicchia

riporto qui un divertente articolo di Giuseppe Culicchia  da  lastampa.it/torinosette/rubriche/ho-visto-cose/2020/07/10/news/ho-visto-cose   che narra di quanto possiamo essere avventati  nell’acquisto di un oggetto con la convinzione (pessima) di fare “un affare”. Spesso non è così e infatti bene lo racconta in questa capatina torinese al mercato più famoso della città sabauda. Buona lettura 🙂

“Ho visto cose che noi umani… per dire: il giorno in cui ha riaperto il Balôn, lo scorso 13 giugno, gli accessi al nostro caro vecchio mercato delle pulci erano controllati in modo da non consentire quel sovraffollamento che di questi tempi è come sappiamo non solo sconsigliato ma proprio vietato. E faceva un po’ strano vedere gli aficionados del posto muoversi per via Borgo Dora e dintorni con tanto di mascherina e cercando di mantenere le distanze, lì dove abitualmente ci si accalca in cerca di tutto ciò che nel resto della città non solo non si trova ma non si sospetta proprio che esista e non si aveva minimamente idea di averne bisogno. Ma il Balôn funziona così: tu mai avresti pensato di necessitare di una camicia di seta stampata con una fantasia tipo mucca valdostana, e invece quando te la trovi davanti appesa a un appendiabiti in una delle bancarelle di piazza Borgo Dora non puoi fare a meno di provarla, e davanti allo specchio messo gentilmente a disposizione dalla venditrice ti trovi perfino ganzo. Dopodiché inizia la contrattazione: se la richiesta è 20 euro, tu spari 10 contando di arrivare a 15. Ma se la venditrice è più scaltra di te e ti dice: “Venti euro, prendere o lasciare”, tu alla fine prendi, cioè sganci il biglietto biancoblu da 20, e tutto trullo torni a casa convinto di aver fatto comunque un vero affare. Venti euro per una camicia fantasia mucca valdostana ti sembrano davvero ben spesi, malgrado alla camicia manchino quasi tutti i bottoni e nonostante il cartellino interno dica “Viscosa 100%” anziché seta. Sta di fatto che poi metti la camicia in lavatrice, e il giorno dopo la stendi e mediti di andare in una merceria per procurarti i bottoni necessari. Se lo fai, ti rendi conto che il prezzo della camicia fantasia mucca valdostana in pura viscosa è destinato a lievitare, inevitabilmente. Ma se non lo fai – perché dopo aver raccolto la camicia dai fili per stendere l’hai buttata in un armadio e te ne sei dimenticato – sappi che un giorno, tra qualche mese, o magari tra qualche anno, quella medesima camicia ti ricapiterà in mano, e ti chiederai com’è che ti è saltato in testa di comprarti una roba simile. Poi ti dirai: beh, questa l’ho comprata quando hanno riaperto il Balôn dopo quella maledetta pandemia. E questo un po’ ti consolerà. — ”

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Upload – serie tv

A parte eccezioni non amo molto le serie tv perchè richiedono costanza nel seguirle e nel caso si perda  qualche puntata si disgrega l’interezza della storia. Ma ieri leggendo su un settimanale la breve recensione di Upload, serie tv presente su Prime Video mi sono incuriosita, così la sera ho deciso di guardare il primo episodio per rendermi conto di come era impostata la serie. Mi ha letteralmente calamitata così mi sono divorata uno dietro l’altro i dieci episodi; la serie, alla prima stagione, narra di un futuro in cui gli esseri umani sono in grado di uploadare la propria coscienza al momento della morte fisica in un aldilà digitale, scelto ad hoc in base ai propri gusti e disponibilità economiche per ottenerlo e conservarlo. Assistenti umani incaricati di seguire e guidare inizialmente la nuova vita eterna di ogni singolo individuo (un vero business che ricorda quello delle attuali residenze per anziani) diventano degli angeli che mediano tra vita terrena ed eternità virtuale. Uno sguardo divertente e al tempo stesso inquietante su come potrebbe essere un futuro  ancora più tecnologico in cui la sfera umana oltrepassa i confini sinora sconosciuti.  Non aggiungo altro se non una scheda, per chi volesse approfondire la trovate qui: https://www.comingsoon.it/serietv/upload/3145/scheda/ e il trailer originale con l’augurio di una buona visione nel caso in cui vi nasca la curiosità.

Il medicamento della poesia che cuce SCAFFALE. «La linea del rattoppo», di Luisa Gastaldo per Qudu. Un’ultima silloge che segue il ritmo della quotidianità e delle relazioni tra donne

Riporto qui un interessante articolo ( uno dei tre concessi in lettura gratuita settimanale) dal quotidiano  Il Manifesto  di Velio Abati sulla poesia di Luisa Gastaldo

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“La poesia di Luisa Gastaldo scaturisce da una faglia occultata dal nostro tempo convulso, che al comando del principio di prestazione e del profitto travolge consuetudini, rapporti umani, ambiente quotidiano d’esistenza, scaraventando i perdenti e i morti stessi tra gli scarti colpevoli. Gastaldo, soffertamente ancorata al retroterra friulano, ricovero dell’orto didattico cui si dedica, leva la propria voce da dove il tempo e il mondo appaiono nella fissità della morte. Ma – ed è qui la vena nutritiva – non è mossa dal moto funerario, dalla nostalgia o dal piegarsi della pietas.

PAESAGGI E PERSONE vengono fatti vivere o rivivere nella trama complessa dei tempi, che smuove l’immobilità da cui la parola prende avvio: «Sembrano tutti uguali / lo scorcio – il pino / marittimo di lato», così l’incipit programmatico. Se guardiamo meglio quale sia la coscienza del presente che la rievocazione governa, vi scorgiamo uno sguardo energicamente femminile.

GIÀ NELLA PRECEDENTE, intensa raccolta, Della tua voce, a ridosso della morte del compagno, il poeta Luciano Morandini, Gastaldo aveva avuto la forza di portarsi in una zona primigenia dell’esistenza, da dove far vivere, nella ferita immedicabile della perdita, il tremore fecondo e senza riserve della relazione, mostrando che il rapporto con l’altro, tra il presente e il passato, che il desiderio di relazioni autentiche sono questioni di vita o di morte.

NELL’ATTUALE RACCOLTA, lo stesso titolo, La linea del rattoppo (Qudu, pp. 94, euro 10), mentre espone il raccordo tra tempi, persone, paesaggi, vicende personali, esibisce anche, in modo persino prosastico, il rinvio alla sapienza tradizionalmente domestica del rammendo. Ampia è la presenza di figure femminili, dal ricordo del funerale di una bambina, alle poesie alla madre, fino ad aprirsi ai miti (Alcesti, Lilith) o alle artiste e poete dedicatarie dell’ultima sezione.

Delicatissima, in bilico com’è tra il gioco infantile dei versi e il contrappeso angoscioso del titolo, la poesia A Daniela (1958-2013): «Regina reginella / quanti passi devo fare / per arrivare al tuo castello bello bello?». La voce vive poi in prima persona, ora nell’esperienza dell’amore, dove s’incontra un endecasillabo che evoca l’incanto di Saffo: «ora che sei qui e parli e mi sorridi»; ora in quella di figlia con il vecchio padre cieco, della bella «Ogni giorno per diverse ragioni», dove amore taciuto, conflitti, bisogno reciproco d’affetto compongono un tessuto mosso e insieme rattenuto; ora in quella della figlia in colloquio con la madre: «nella nostra nudità disarmate / quell’ultima estate non più / madre e figlia ma amiche»; ora in quella di vedova, ironicamente alle prese con le incombenze faticose dell’eredità: «Assediata da oggetti e documenti / (lo vedi amore mio quanti problemi?) / mi sono convertita in archivista», poi piegando a uno sguardo domestico e intimo, ancora una volta amoroso, a segnare la permanenza vitale del passato: «Guardo le tue radiografie / le varici la scapola dolente / a lato delle cervicali l’ombra / del tuo profilo e il collo – che baciavo».

IN COERENZA con il moto da cui nasce, il verso di Luisa Gastaldo si accorda al respiro interiore, procedendo per una strada di semplificazione, prima di tutto interpuntiva. L’assenza di punteggiatura, grammaticalizzata da altre stagioni poetiche, è la veste naturale di una lingua che si sente oralità sommessa, certo assecondata dal vocabolario non rilevato.
La medesima brevità dei componimenti non evoca la funzione misterica dello spazio bianco, ma palesa la loro natura di accensioni, frammenti, di persone, di esperienze, di paesaggi, che la voce s’incarica di riconnettere nel loro legame e senso necessario. Un’esigenza d’ordine regola ogni testo, già visibile nella simmetria strofica.

ANCHE IL RITMO, pur ricorrendo a versi brevi, è largamente segnato dalla misura dell’endecasillabo. Anzi, come Rodolfo Zucco ha mostrato in un sondaggio condotto in occasione di una lettura della poeta ai Colloqui del Tonale, accade che l’endecasillabo, in controcanto, nutra una latenza sorretta dalle partiture rimiche o sintattiche, anche là dove la disposizione grafica esplicita lo nega.

Articolo di Velio Abati da il Manifesto del 13 05-2020