Aguntum, la città romana del Tirolo

Aguntum fu un centro amministrativo ed economico di un territorio che comprendeva l’odierno Tirolo orientale fino a Rio Pusteria. Una città che fu proclamata municipium romano sotto il governo dell’imperatore Claudio ( 41-54 d.C.) e il cui benessere si basò sulle materie prime provenienti dai monti Tauri come ferro, rame, argento, cristaalli di rocca e oro. Era grande quanto l’odierna Lienz ed era dotata di un centro termale riscaldato; un edificio che non solo aveva lo scopo di igiene e pulizia ma fungeva da centro sociale e culturale.
Venne più volte distrutta da parte di tribù germaniche ma riuscì a ricostruirsi e prosperare; nei periodi insicuri la popolazione si ritirava sulle colline per essere meglio protetta, come si è potuto verificare dai reperti trovati nella vicina Lavant. Venne abbandonata definitivamente intorno al 610 d. C. dopo una grande battaglia tra Baiuvari e Slavi. Nel corso dei secoli la città romana venne ricoerta da materiale alluvionale per un altezza di vari metri; agli inizi del 900 gli scavi archeologici sono stati iniziati dall’Università di Vienna e prosegono tutt’ora da parte dell’Università di Innsbruck. Molto è ancora da scoprire, l’area è grande e chissà quante scoperte riserverà ancora. Se siete in visita a Villach o alla più vicina Lienz fate una deviazione e andate a visitarla e non perdetevi il museo che si trova di fronte all’area degli scavi.

Tutte le fotografie che seguono sono personali.
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MOSTRA DI SERGIO ARDISSONE

L’ho visitata oggi, l’ingresso è gratuito ma varrebbe la pena anche se fosse a pagamento; sulle orme di etnie lontane che vivono in condizioni estreme, ambientali e di povertà, dove la sopravvivenza costa una fatica che ci è sconosciuta. Per lo più sono ritratti di persone comuni che nei loro costumi semplici dai colori della terra riescono a catturare l’attenzione e diventare protagonisti di un nostro viaggio immaginario attraverso la documentazione fotografica. La consiglio anche a chi si trova di passaggio e ha a disposizione anche solo un’ora di tempo libero.

MUSEO ARTI E MESTIERI DI UN TEMPO

VI INVITIAMO ALLA MOSTRA REALIZZATA DA  SERGIO ARDISSONE, CHE DA ANNI COLLABORA ALLO SVILUPPO DEL NOSTRO PROGETTO CULTURALE.

SI TERRA’ AD ASTI – PALAZZO DEL MICHELERIO – DAL 26 APRILE AL 17 GIUGNO.INVITO MOSTRA

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Cosa nasconde la Matrioska

La matrioska è una bambola di legno variopinto, talvolta intagliato, che contiene al suo interno una sequenza di altre bambole di dimensioni decrescenti poste l’una dentro l’altra e fa  parte della tradizione e del folklore russo. Il suo nome letteralmente significa “piccola matrona” ,  una forma diminutiva del nome femminile russo “Matryona” o “Matriosha”.
La sua ideazione in alcune fonti è attribuita a Savva Mamontov (1841–1918) fondatore del circolo artistico di Abramcevo e talentuoso scultore e pittore che non si stancò mai di diffondere ogni tipo d’arte russa; in altri testi si legge che la prima serie di bambole fu realizzata nel 1890 da Vasily Zvyozdochkin su disegno di Sergey Malyutin. Ciò che è sicuro è che il riconoscimento della matrioska come simbolo russo fu in occasione dell’Esposizione mondiale di Parigi nel 1900, quando la popolarità di questa bambolina fu premiata a livello internazionale.
Le bambole sono spesso ideate secondo un tema preciso, in origine era legato alla tradizione contadina o fiabesca, ma dalla fine del XX secolo si è ampliata la gamma, includendo addirittura i leader russi, passando per i temi della natura, ai personaggi dei fumetti, agli astronauti, agli animali, ecc…
Il procedimento per realizzarle richiede una lavorazione molto attenta e accurata del legno, normalmente quello di tiglio e di betulla. Per prima viene realizzata la bambolina più interna e indivisibile, poi si realizza la successiva, leggermente più grande in modo che possa contenere la precedente e così via. Una matrioska è composta da un minimo di tre bambole fino ad un massimo di sessanta e la più grande serie al mondo è un set di 51 pezzi che è stato dipinto a mano da Youlia Bereznitskaia nel 2003.
La matrioska apparentemente è un gioco e un simpatico souvenir, ma è anche una forma altissima di comunicazione. Un’interpretazione interessante della sua simbologia la troviamo nella commedia “Trois et Une” di Demys Aniel, in cui si dice che in ogni donna sono contenute tante donne diverse, ognuna con la propria personalità; può anche riferirsi a un testo composto in più livelli che interagiscono tra loro, come ha raccontato Buzzati in “Una bambola russa”.
La Matrioska simboleggia sicuramente la vita, ognuna di esse è scrigno di storie, ricordi, relazioni, esperienze; parlando di macrocosmo e microcosmo potremmo dire che richiama persino gli universi concentrici. La sua struttura dimostra che più oggetti possono occupare un medesimo spazio, a dimostrazione che l’apparenza spesso nasconde contenuti sorprendenti e che l’io è sfaccettato.

 

 

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Un caleidoscopio naturale

Non occorre costruire caleidoscopi artificiali quando sono presenti in natura.
Certo sono molti (ed io per prima) che non possono permettersi l’acquisto di un simile pezzo unico di opale nero originario dall’Etiopia dal valore tra i 12.000 e i 16.000 euro come reca la scheda della casa d’aste Bonhams.
Però è comunque già emozionante soffermarsi solo sulla sua immagine e pensare quanta bellezza offre la natura; una forma che pare una lacrima, una goccia con uno strato esterno di opale di cristallo trasparente color miele e una linea di demarcazione color crema che lo separa dall’opale nero. E le iridescenze sono infinite, se non è questa pura bellezza… Io ne son rimasta affascinata 🙂

Black opal, Etiopia, from Bonhams auctions
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Aleppo, una mostra di Domenico Quirico ad Asti

Oggi ho visitato la mostra curata dal giornalista Domenico Quirico, giornalista e inviato di guerra de La Stampa, dedicata ad  Aleppo. La cronaca degli avvenimenti la si conosce, ma immergersi in una ricostruzione interattiva di ciò che è accaduto ad Aleppo ci fa sentire più vicini alla tragedia che ha colpito soprattutto i più piccoli, quei bambini strappati barbaramente dai banchi di scuola, privati della loro libertà e delle loro case; stando ai dati di Save the Children due bambini su tre hanno perso un familiare, subito il bombardamento della propria abitazione o sono rimasti feriti. Il 50% dei bambini non può più andare a scuola e un bambino su quattro è a rischio di disturbi mentali che potrebbero avere un impatto devastante per il resto della vita.
La guerra durata cinque anni  ha raso al suolo una città simbolo della Siria, trasformando in un cumulo di macerie il cuore storico della città, l’antico mercato coperto, la Grande Moschea, la cittadella antica, le chiese bizantine e molti edifici dichiarati patrimonio  Unesco. Le gigantografie che raffrontano il prima e il dopo di ciò che la devastazione ha stravolto parlano al cuore e raggelano già il sangue di chi era ed è a km di distanza dalla Siria; se capitate ad Asti in questo periodo vi consiglio la visita di questa mostra interattiva (aperta sino al  20 maggio 2018) che vi calerà nell’orrore che ha reso questa città il fantasma di se stessa.

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https://www.palazzomazzetti.eu/2018/01/12/mostra-aleppo-come-e-stata-uccisa-una-citta-a-cura-di-domenico-quirico/

Erri De Luca, brano tratto da “Il contrario di uno”

“Mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. Se esiste un’alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora. Durò un’ora, di più di ogni per sempre. (…) Non venne più. L’inverno ci staccava. Era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi. Le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo. Credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. Credevo al dopo ed era il prima”
(da “Il contrario di uno”- Erri de Luca”)

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“Parigi Baudelaire” trailer

Il 18 settembre al Centro Culturale Francese in Corso Magenta 63 a Milano sarà presentato il cortometraggio-documentario “Parigi Baudelaire” che l’attore  Massimiliano Finazzer Flory ha dedicato al grande poeta francese, con la regia di Luca Bergamaschi  in occasione del centocinquantenario dalla morte, avvenuta il 31 agosto 1867 . Una rivisitazione con visione personale dei luoghi in cui Baudelaire ha vissuto e composto i suoi versi, e dai diversi set l’attore recita alcuni versi da “I fiori del male”; incluso il tristemente noto Bataclan da dove i versi recitati, che paiono scritti di fresco, sono un tributo alle 93 persone uccise nel 2015 , “Che cos’è la libertà? Dove sono i nostri amici morti?”

“Paradiso Bolivia”, articolo di Marilena Malinverni da D la repubblica del 26.08.17

Articolo interessante  sui preoccupanti mutamenti ambientali in uno dei paradisi che rischiano di scomparire se non si interviene con urgenza

http://d.repubblica.it/lifestyle/2017/08/30/news/viaggio_bolivia_cambiamento_climatico-3639306/?ref=fbpd