vetrina fotografica: Paolo Pellegrin tra devastazioni e meraviglie d’alta quota

Paolo Pellegrin è nato nel 1964 a Roma. Ha studiato architettura presso l’Università la Sapienza di Roma, prima di studiare fotografia presso l’istituto Italiano di Fotografia. Tra il 1991 e il 2001 Pellegrin è stato rappresentato dall’Agenzia VU di Parigi e ha ottenuto un contratto per Newsweek per dieci anni.

Paolo Pellegrin -Libano, Beirut, agosto 2006.

Pellegrin è uno dei leader del fotogiornalismo mondiale e ha documentato molte calamità, disastri e conflitti, rivoluzioni, guerre e tsunami. Il senso della fotografia secondo Pellegrin è di “creare un ponte…per utilizzare la fotografia per dire qualcosa che va al di là della superficie, che vibra, che risuona.” Con tale spirito ha fotografato in Libano, Iran, Palestina, Romania, Afghanistan, Libia, Cuba, Stati Uniti, Mali, Egitto, Algeria, Haiti, Tunisia, Indonesia.

Ha pubblicato in numerose importanti riviste, tra cui il TIME, Il New York Times, Newsweek e the New York Times Magazine, dove ha collaborato con il giornalista Scott Anderson. Pellegrin è un vincitore di molti premi, tra cui dieci con il World Press Photo awards e numerosi Photographer of the Year awards, una Medaglia di Eccellenza Leica, un Olivier Rebbot Award, l’ Hansel-Meith Preis, e la Robert Capa Gold Medal Award.
Nel 2001 è diventato un candidato di Magnum Photos divenendo membro a pieno titolo nel 2005.

È del 2020 la mostra « Alpi » presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi con splendidi scatti in bianco e nero tra le montagne innevate della Valle d’Aosta; un mondo visto dall’alto, fatto di contrasti di luce e materia, di prospettive insolite, di tracce effimere in continuo movimento. Raccontano un mondo alpino ieratico e silenzioso, sospeso nella sua glaciale alterità. Una serie fotografica che esercita un fascino notevole e al tempo stesso ricorda il rispetto dovuto a queste cime che solitamente incutono timore e ci sovrastano con la loro massiccia maestosità.

“La fotografia sollecita la coscienza dell’uomo” (Paolo Pellegrin)

vetrina fotografica: gli sguardi di Roger Schall su Parigi

Roger Schall (1904-1995) è stato un fotografo e fotoreporter francese di fama mondiale. Durante la seconda Guerra Mondiale, Schall ha segretamente documentato l’occupazione Nazista di Parigi.
Contemporaneo di Brassai ha lavorato in tutti i settori fotografici tra cui la moda, ritratti, nudi e nature morte, ma la maggior parte del suo lavoro è stato il reportage. Iniziò a lavorare con suo padre, anche lui fotografo, ed è stato uno dei primi fotoreporter dotati delle prime Leica e Rolleiflex.
Parigi è stata il suo terreno di esplorazione, specie in versione notturna da cui ha acquisito la sensibilità e l’ha rappresentata nei suoi contorni ricchi di contrasti, nel suo fascino reale.

Durante le sue lunghe passeggiate, ha reso visibile l’invisibile, raffigurando diverse scene, le decorazioni, la città e i Parigini stessi. Ha trasformato il rigore della classica architettura in un intimo ritratto stabilendo nell’istante fuggitivo di sagome e sguardi una dinamica decisamente umanistica.

Roger Schall si è molto interessato alle strade dimenticate, ai luoghi emblematici, agli angoli oscuri ed enigmatici quanto alla grandezza e all’illuminazione di ampi boulevard, insegne di negozi e monumenti.

Le sue prime pubblicazioni sono state notate e premiate nel 1932 e da allora in poi gli sono stati affidati incarichi importanti. Il suo studio nel quartiere di Montmartre, creato con suo fratello nel 1931, divenne un’agenzia fotografica dove sono state gestite le immagini pubblicate dai più famosi rotocalchi del mondo: “Vu”, “Vogue”, “L’illustration”, “Picture Post”, “Astante”, “Vita”, “Paris-Match”…, in 150 copertine e 10.000 foto stampate. L’agenzia è stata chiusa a causa della mobilitazione generale del 1939. Una volta smobilitati, Roger Schall tornò a Parigi per fotografare la vita quotidiana sotto l’occupazione tedesca e la Liberazione di Parigi nel 1945. Dal dopoguerra al 1970 ha continuato a lavorare nel settore della moda e si è occupato prevalentemente del lato commerciale e pubblicitario. Fino alla sua morte, nel 1995, Roger Schall ha gestito il suo archivio, ora curato da Roger-Viollet che gestisce le foto di Parigi ospitate al Musée Carnavalet.

vetrina fotografica: Catherine Balet

Catherine Balet laureata alla Scuola Nazionale di Belle Arti di Parigi, inizia la sua carriera artistica con la pittura, prima di passare alla fotografia nei primi anni 2000. La sua serie di ritratti di adolescenti dal titolo “Identità” ha collocato il suo lavoro nella realtà contemporanea. Con “Estranei alla Luce”, ha incorporato una dimensione pittorica giocando sui chiaro scuri.

Nella serie successiva ha reso omaggio ai maestri della fotografia, con il suo amico e modello, Ricardo Martinez Paz.

omaggio a Robert Doisneau
omaggio a Robert Doisneau
omaggio a Horst
omaggio a Marc Riboud

Più di recente, nella sua serie intitolata “stati d’animo in una Stanza”, Catherine Balet ha continuato la sua sperimentazione reinvestendo le trasformazioni tecniche della fotografia, mettendo in discussione il confine che separa la pittura con la fotografia stessa.

Serie Infinito: trittico dedicato alla Primavera
Serie Infinito: trittico dedicato all’estate

L’arte di Catherine Balet è una fusione foto-pittorica dove immaginario e reale si compenetrano in un risultato affascinante. La sua serie “Infinito” nasce da una osservazione attenta e particolareggiata della natura e nasce da un suo isolamento in campagna per due anni tra la pace di un laghetto e la bellezza silenziosa delle fioriture.
Con la meticolosa passione di un botanico fotografa il ciclo della natura nelle diverse stagioni, le diverse cromìe e particolarità, dai caldi toni primaverili a quelli invernali ove anche il cambiamento di luce riflette le sue diversità. Le fotografie vengono poi elaborate e attraverso tecniche di trasparenze e sovrapposizioni, diventano una sorta di collage digitale dove per sfondo ci sono le sue foto. Alcune si presentano come macro pittoriche, dettagli ingranditi di natura che assumono l’aspetto quasi astratto. Con questa tecnica la Balet offre la sua visione personale sul rapporto cosmo-microorganismi, dall’infinitamente piccolo di un dettaglio alla spazialità di paesaggi, dove l’essere umano,poco presente, non è protagonista ma parte integrante del cosmo. La serie Infinito è presentata sotto forma di grandi trittici, uno per ogni stagione e da altri di dimensioni più piccole che fungono da corollario.

Catherine Balet

Per ulteriori immagini e informazioni sui libri di Catherine Balet visitare il sito ufficiale https://www.catherinebalet.com/

vetrina fotografica: Kudo Shoichi (1929-2014), grande talento poco ambizioso

Shoichi Kudo era nato nel 1929, figlio di commercianti di bestiame nella Prefettura di Aomori; non erano ricchi tanto che Shoichi frequentò la scuola senza scarpe, ma fu lo stesso un allievo esemplare. Nel 1945, quando lui era sedicenne, il Giappone stava perdendo la guerra e mentre l’imperatore annunciava la resa del Giappone, Shoichi e i suoi compagni di classe per sfamarsi si adattarono a raccogliere radici di alberi; la guerra continuò per un altro anno e Kudo che era figlio maggiore, fu arruolato.
Al rientro, nonostante i gradi ricevuti, non riuscì a frequentare l’università aiutando invece la sua famiglia. La figlia di Kudo, Kanako, ha dichiarato che per suo padre la mancanza di istruzione superiore alimentò in lui un complesso che lo segnò per tutta la vita. Riuscì a trovare lavoro alla Stampa giapponese, prima in sala stampa, poi fu trasferito al reparto fotografico. Fu allora che iniziò a scattare foto in giro per Aomori, mettendo da parte il denaro per acquistare la propria attrezzatura.
A 21 anni iniziò a pubblicare le sue foto per Fotocamera, una delle riviste giapponesi più antiche di fotografia, continuando la collaborazione fino al 1956. Nonostante la mancanza di formazione risultò spesso vincitore delle competizioni amatoriali accanto a luminari della fotografia Giapponese come Ihei Kimura, Ken Domon e Hiroshi Hamaya.
Questi fotografi compresa la sua abilità gli offrirono consigli su varie tecniche, il ritaglio e la composizione. Alcuni di loro lo invitarono a Tokyo per un meeting fotografico, ma una volta in loro compagnia si trovò intimidito e fuori luogo tra artisti più colti e cosmopoliti. Attraverso la testimonianza della figlia si sa che non riuscì a intervenire nel dibattito, e da quella esperienza maturò la convinzione di essere inadatto a proseguire la vita di artista contemporaneo in una grande città. Guardando le sue fotografie, tuttavia, non è difficile vedere il suo grande potenziale.

Kudo si sentiva profondamente radicato alla sua città, fotografò per lo più aspetti della vita di Aomori, pescatori con le loro mogli, le barche cariche a riva, le famiglie, i bambini dei vicini di casa durante i giochi sulle vie sterrate; uomini che indossano caratteristici cappelli conduttori di carri trainati da cavalli attraverso la folla nei nevosi giorni invernali; bellissima l’immagine di un bambino solitario circondato da un cielo pieno di uccelli; inquadrature colte che stupiscono con la loro semplicità permeata spesso da pura nostalgia.
C’era in Shoichi il desiderio di tentare di tradurre scene di vita domestica quotidiane in qualcosa di più idilliaco. Nella sua corposa produzione ha catturato un’atmosfera intima, uno spaccato di umanità della sua città nel dopoguerra.

In una delle sue immagini più suggestive, una figura solitaria passeggia coperte di neve in collina. Il sentiero alle sue spalle risulta una linea di inchiostro nero che lo segue per la cresta; l’immagine può essere interpretata come una metafora di se stesso.

A 26 anni quando si sposò scelse di rimanere al giornale ad Aomori. Continuò a scattare fotografie, ma non ebbe l’ambizione di proseguire la vita da artista a tempo pieno. Rifiutò una promozione a favore di un pensionamento anticipato, di cui poi si è pentito a causa della noia. Per curarla, si svegliava presto ogni giorno, e trascorreva la maggior parte del suo tempo libero a pescare. Per oltre sei decenni la maggior parte delle sue fotografie sono rimaste nascoste nella soffitta di casa, in attesa di essere scoperte dalla figlia.
Infatti, quando Shoichi morì nel 2014, la figlia Kanako donò delle stampe del padre a un museo locale, ma fu nel 2017 che scoprì un vero tesoro: mentre imballava degli oggetti svuotando vecchi mobili prima di abbandonare la casa di famiglia, scoprì un numero considerevole di negativi nascosti. C’erano migliaia di foto in bianco e nero che suo padre aveva scattato negli anni 1950 e non aveva mai mostrato a nessuno. Entusiasta nel trovare questa enorme eredità paterna ha deciso di condividere alcuni dei negativi salvati e scansionati e caricarli su Instagram.

Il lavoro di Shoichi Kudo in parte può essere visualizzato su http://www.instagram.com/shoichi_kudo_aomori

Esiste anche una pubblicazione su Shoichi Kudo intitolata “Aomori 1950-1962” edita da  Misuzu Shobo nel 2021, con 366 immagini che raccontano la sua storia

Tutte le foto pubblicate sono di ©Shoichi Kudo

Girovagando e fotografando : L’abbazia di Vezzolano

Nel 1095 due ecclesiastici, Theodulus ed Egidius, ricevono in dono da alcuni nobili una chiesa di Santa Maria ed altri beni per fondare una comunità religiosa. Del primitivo edificio non è rimasta traccia, sappiamo da un documento successivo che i religiosi seguivano la regola di Sant’Agostino. Si trattava quindi di una canonica regolare, non un vero monastero, ma una comunità di preti diocesani che seguivano la regola monastica del Vescovo di Ippona. La comunità in origine era strettamente legata alle famiglie appartenenti al consortile de Radicata, il cui potere si estendeva dal territorio di San Sebastiano da Po fino alle colline astigiane.

Foto Personale

Nella seconda metà del XII secolo comincia la costruzione dell’attuale chiesa, in gran parte sotto la direzione del prevosto Guido. Ai primi anni del secolo successivo sono terminati i lavori della chiesa, mentre il chiostro e il resto del complesso vengono completati in seguito e più volte rimaneggiati.

La grandezza di Vezzolano è al culmine alla fine del XIII secolo; poi inizia il declino. Nel XV secolo la chiesa è data in commenda, viene cioè affidata ad un grande ecclesiastico che porta il titolo e percepisce le rendite ma non vi risiede. Nel corso del XVII secolo diverse visite pastorali lamentano il degrado della chiesa, che non è più sede di una comunità attiva. Nel 1631 il territorio di Albugnano passa dai Marchesi di Monferrato ai Savoia, ed essendosi perso il ricordo della storia antica la chiesa comincia ad essere chiamata impropriamente abbazia, termine col quale è nota oggi. In età napoleonica l’istituzione viene soppressa e tutti i beni sono incamerati dallo Stato in vista di una cessione ai privati. A differenza di quanto succede in molti altri casi, la chiesa non viene venduta; rimane di proprietà demaniale e passa in gestione alla parrocchia di Albugnano, evento che ha permesso di salvare un grande tesoro d’arte. Invece i beni fondiari e il resto degli edifici, compreso il chiostro, vengono venduti a privati.

Nel 1927 moriva l’ultima proprietaria, che lasciava i beni di Vezzolano all’Accademia di Agricoltura di Torino. Negli anni successivi il chiostro e gli ambienti annessi passavano allo Stato: cominciò un’importante campagna di restauro (1935-1937) per la risistemazione degli edifici e il recupero degli affreschi, ormai ridotti in condizioni penose per le infiltrazioni d’acqua e l’incuria. In tempi più recenti, nuovi restauri interessano le coperture (1986), la facciata (1989-1990), il pontile (1996-1997), nuovamente gli affreschi (2002). Da tali interventi, effettuati con moderno rigore scientifico, si sono ricavate importantissime informazioni sulla storia costruttiva della Chiesa e sulle tecniche degli antichi capimastri scalpellini e pittori.

Foto personale

La facciata della chiesa è il risultato di diverse fasi costruttive, che le hanno dato l’aspetto definitivo secondo i canoni dell’architettura romanica del XII-XIII secolo. Essa appare divisa in tre grandi corpi che corrispondono alle tre navate dell’interno.

Foto personale

Al centro vi è un grande portale, sorretto da semicolonne a base semicircolare e quadrata; capitelli decorati con motivi vegetali ed animali fantastici reggono un’arcata, che ha all’interno l’immagine della Madonna in trono con lo Spirito Santo in forma di colomba che le parla all’orecchio.
Al di sopra vi sono tre ordini di loggette cieche rette da colonnine; l’ordine superiore termina con archetti che alternano il rosso del cotto con il colore chiaro dell’arenaria.

In una grande ed elaborata bifora compare in centro Cristo benedicente; ai lati, due arcangeli, identificati solitamente con Raffaele, a sinistra, e Michele, a destra. Entrambi calpestano mostri, immagine del male sconfitto dal bene.Al di sopra della bifora, due angeli che reggono ceri. Alternati ad essi, tre grandi bacini ceramici di produzione araba: si trattava di beni di lusso, incastonati nella facciata come gemme preziose
Nell’ordine superiore, due immagini angeliche, che combinano i caratteri dei cherubini e dei serafini .
Al vertice, un’immagine corrosa che forse rappresenta Dio padre. A sinistra, un portale, che ha nella lunetta una figura ora non più riconoscibile. Il portale di destra invece non è mai stato completato, in quanto dopo la chiusura della navata destra dava accesso soltanto ad una piccola cappella. Gli ingressi furono murati in epoca imprecisata.

La struttura è quella di una basilica a tre navate ma cinque delle sei arcate della navata destra sono state utilizzate per il braccio settentrionale del chiostro. Di questa, come di altre modifiche al progetto originario di cui troviamo i segni, non è rimasta alcuna documentazione. Osservando la struttura dal basso verso l’alto, vediamo il progressivo mutare delle idee costruttive; i robusti pilastri a sezione rettangolare ci rimandano al gusto romanico, mentre le arcate a sesto acuto, e soprattutto le costolature che apparentemente reggono la volta, sono indice dell’incipiente gusto gotico.

I pilastri terminano con capitelli variamente decorati: motivi vegetali, forme geometriche, scene mitologiche o bibliche, come l’immagine di Sansone che uccide il leone.

L’ABSIDE_ Nelle chiese romaniche l’abside è la parte che ha il maggior significato simbolico. Essa contiene l’altare, al di sotto del quale sono spesso custodite le reliquie preziose. Nell’abside della chiesa di Vezzolano spicca il grande catino, con l’alternanza del colore del cotto e dall’arenaria sottolineata da una mano di pittura bianca e rossa. Poiché la chiesa è orientata verso nord-est, dove sorge il sole al solstizio d’estate, ai fedeli la celebrazione dell’Annuncio si presentava fusa nella luce abbagliante del sorgere del sole.
L’arcata che apre il presbiterio ha a destra un elaborato capitello con l’immagine di Salomone che suona la viella, lo strumento musicale ad arco tipico dei trovatori, che proprio alla fine del XII secolo raggiungeva la sua forma più evoluta. Su lato opposto si scorge appena, purtroppo gravemente corrosa, la figura di un suonatore d’arpa.

L’altare

L’ultima importante opera d’arte collocata a Vezzolano è il grande retablo in terracotta dipinta collocato sull’altare.
Il personaggio inginocchiato a sinistra è stato identificato in Carlo VIII, re di Francia 1483 al 1498. Egli discese in Italia nel 1494-95 per conquistare il regno di Napoli, ma fu cacciato da una coalizione antifrancese. All’andata e al ritorno soggiornò per alcune settimane in Piemonte. In una delle due circostanze commissionò per la chiesa di Vezzolano, che nonostante l’incipiente decadenza aveva ancora un grande prestigio, quest’opera complessa e pittoresca.
Il Re si riconosce dal volto, che corrisponde ai ritratti ufficiali dell’epoca: per lo scudo coi gigli di Francia ai suoi piedi, e il mantello azzurro tempestato di gigli d’oro sulle spalle; per il collare dell’Ordine di San Michele, istituito dal padre Luigi XI.
Il gruppo è racchiuso in una complessa architettura di stile tardo gotico; sullo sfondo, un trompe-l’oeil rappresenta delle colonnine, un cielo azzurro e una tenda dorata.

Il chiostro

Il chiostro , indiscutibile perno della vita monastica, di forma quadrata, è simbolo di raccoglimento e quiete; da esso si aprono tutti gli altri ambienti del monastero. I quattro lati del chiostro sono stati edificati in epoche diverse. La parte più antica è quella occidentale, che risale probabilmente alla prima fase costruttiva della chiesa (fine XII secolo). La seconda comprende il braccio settentrionale e parte di quello orientale, che ricevono l’attuale sistemazione nel corso del XIII secolo. La restante parte del braccio orientale, e il braccio meridionale, sono il frutto di modifiche dei secoli successivi.
È ornato da un vasto ciclo di affreschi realizzati fra la metà del XIII e la metà del XIV secolo. Sono opere di autori anonimi, la cui interpretazione è tutt’ora oggetto di studio. Si tratta, con tutta probabilità, di una vasta area sepolcrale destinata a ospitare le tombe di grandi famiglie. Le sepolture non sono più riconoscibili, sono rimasti gli affreschi a testimoniare il legame tra la comunità di Vezzolano e i poteri feudali del tempo.

Il primo affresco, nella lunetta sulla porta che dà accesso alla chiesa, rappresenta una Madonna in Trono con Bambino tra angeli turibolanti. È un’opera di gusto francese databile alla prima metà del XIV secolo. L’arcata a sinistra della porta presenta affreschi commissionati dalla famiglia Rivalba, che per lungo tempo ebbe la signoria su Castelnuovo. Sono datati alla metà del XIV secolo, e l’autore, indicato convenzionalmente come Maestro di Montiglio, ha imparato dai pittori toscani a rappresentare il volume dei corpi col chiaroscuro e lo spazio con la prospettiva. Si riconoscono, dal basso verso l’alto: un defunto sul letto di morte, che un cartiglio, oggi non più leggibile, ma riportato dagli storici ottocenteschi, identifica con Oberto de Rivalba; l’incontro dei Tre vivi e dei tre morti, che insegna a disprezzare le vanità della vita, come gli abiti eleganti e i costosissimi falconi da caccia, destinati a dar luogo al silenzio della tomba; un’Adorazione dei Magi, in cui i personaggi a sinistra sono forse rappresentati con le fattezze di membri della famiglia nobile; un Cristo Pantocrator fra gli Evangelisti, di gusto bizantino. Sulla volta, San Gregorio Magno è l’unico superstite dei Dottori della Chiesa: sono persi San Girolamo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino.

La terza arcata da sinistra presenta un personaggio, indicato come Do(minus) Pet(r)us, che ha in mano un contenitore di reliquie; un Angelo lo presenta alla Madonna in trono col Bambino. A destra, un personaggio indicato come Augustinus (Sant’Agostino): è in abito da vescovo e alza la mano in gesto di benedizione. In alto, l’Agnus Dei fra angeli.

Nella quarta arcata si vede un Cristo Pantocrator, danneggiato nel XVIII secolo per la costruzione di una scaletta verso il pontile. L’affresco dell’ultima arcata raffigura la Madonna in trono con bambino fra San Pietro e San Giovanni Battista; quest’ultimo presenta alla Vergine un devoto inginocchiato in armi. La foggia dell’armatura permette di datare l’opera ai primi anni del XIV secolo. In alto, un Cristo Pantocrator fra Evangelisti.

L’affresco sulla parete in fondo, sopra una porta murata, dà un’altra versione della scena dei Tre vivi e dei tre morti; le figure sono danneggiate, ma sono conservati i testi. I cavalieri alzano le mani al cielo gridando: Ha res orida et stupenda (Ah, che cosa orribile e stupefacente!). Dei defunti è rimasta quasi intera la risposta (la prima riga, oggi scomparsa, ci è riferita dagli storici dell’800): [Quid superbitis miseri] Pensate quod estis Quod sumus Hoc eritis Quod minime vitare potestis (Di che vi insuperbite poveretti? Pensate ciò che siete! Ciò che noi siamo, lo sarete anche voi, e non lo potete evitare per nulla!)

Molto interessanti anche le architetture e le decorazioni scultoree, soprattutto le eleganti colonnine e i capitelli decorati. In diversi punti i capitelli mostrano tracce della coloritura originale.

uno degli ex voto- foto personale
di nuovo all’esterno per un’immersione nella natura- foto personale
i meli in fiore- foto personale

Infine gli ultimi scorci dei dintorni prima del rientro

Tutte le fotografie dell’articolo sono di proprietà personale.

vetrina fotografica: Henry Dallal e la passione per i cavalli e la natura

“Si viaggiare…” cantava Lucio Battisti ” dolcemente viaggiare,rallentando per poi accelerare con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore…” . Ed è così che, di riflesso, si viaggia scorrendo le fotografie di Henry Dallal, londinese, che ha ricevuto in dono dal padre la prima spartana macchina fotografica all’età di nove anni, durante un’uscita sulle montagne dell’Iran, dove è nato nel 1955. La madre gli ha trasmesso la passione per i cavalli quando era un bambino e, mentre si sviluppava il suo interesse per l’alpinismo e i cavalli cresceva anche la sua passione per la fotografia.

Henry Dallal

Combinando il suo amore per i viaggi, l’avventura e i cavalli, Henry ha viaggiato molto per raggiungere aree remote per ritrarre lo splendore di paesaggi raramente visti e per catturare la bellezza dell’unione tra uomo e cavallo attraverso gli scatti. I suoi diversi soggetti spaziano dalle tribù nomadi delle steppe turkmene alla cavalleria domestica a Knightsbridge.

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Torres-Del-Paine, Cile
Petra-Room, Jordan
Lake Srinigar, Kashmir

Il suo lavoro è stato esposto in tutto il mondo ed è apparso in pubblicazioni a livello internazionale. Ha ricevuto commissioni per fotografare la Regina Elisabetta II e altre figure di spicco del mondo. Membro della Royal Geographical Society e dell’Alpine Club, è anche membro del consiglio dell’Hamdan International Photography Award (HIPA) con sede a Dubai.

vetrina fotografica: Toni Catany tra calotipo e polaroid

Toni Catany, (1942-2013) fotografo autodidatta nato a Maiorca ha vissuto e lavorato a Barcellona dal 1960. Sono del 1968 i suoi primi reportage su Israele ed Egitto pubblicati sulla rivista Destino e sulle Isole Baleari su La Vanguardia.

Toni Catany

Dal 1979 si fa conoscere a livello internazionale con un lavoro fotografico in cui utilizza la vecchia tecnica del calotipia (procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini riproducibili con la tecnica del negativo / positivo) . È interessato alle tecniche fotografiche dell’Ottocento ma lo è anche alla più moderna Polaroid. Usa spesso quest’ultima per realizzare nudi, paesaggi, ritratti o nature morte poi nei suoi ultimi anni è passato a una fotocamera digitale. Nei ritratti opta per l’uso del colore su carta da acquerello, e specialmente per le nature morte si evidenziano caratteristiche pittoriche.


È una figura di riferimento nel mondo della fotografia spagnola grazie alle sue immagini pittoriche in cui predominano temi classici come la natura morta, il nudo e il paesaggio urbano.

Catany ha realizzato più di cento mostre personali, pubblicato numerosi libri e, tra gli altri riconoscimenti, ha ricevuto il titolo di cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere, assegnato dal Ministero della Cultura francese nel 1991, e il Premio Nazionale della Fotografia assegnato dal Ministero dell’Istruzione e della Cultura nel 2001.
Quando è morto improvvisamente a Barcellona il 14 ottobre 2013, stava preparando quella che sarà una mostra postuma alla galleria Trama di Barcellona, ​​intitolata Altari Profani.

Un anno dopo la sua morte in ottemperanza ai suoi desideri è stata inaugurata la Fundació Toni Catany a Llucmajor. (https://fundaciotonicatany.cat/ )

vetrina fotografica: il corpo visto da Juana Gomez

Nata a Santiago del Cile nel 1980, Juana Gómez ha studiato arte all’Universidad Católica de Chile ma si è resa conto di quanto fosse difficile lavorare come artista. Difficoltà economiche e altri ostacoli la spingono a lavorare per più di 12 anni in un altro settore (progettazione grafica). Solo pochi anni fa la Gómez ha deciso di riprendere il suo sogno iniziale su consiglio di un’amica, l’artista visiva Cecilia Avendaño, e di suo marito, lo scrittore Benjamin Labatut. Da allora crea tele fotografiche in cui combina scienza e tradizione ancestrale.

L’artista dettaglia il suo corpo e lo analizza fino in fondo, ne ritrae le vene, le ossa, i nervi. Lo prende e lo guarda per quello che è davvero.
Lo rappresenta e ti dice di ricordarti che tu sei quella roba lì, che hai qualcosa in comune con le foglie, gli alberi, il traffico, internet e altre cose che hai costruito o che c’erano prima di te. Che sei linee, flussi, ramificazioni, segni, sei piccolo e fai parte del mondo naturale. Quello che fa Juana è stampare le sue fotografie su tessuto, quasi sempre di lino, poi inizia a ricamare gli organi: cuore, utero, cervello. Per fare questo studia libri di anatomia, come il classico Netter, e cuce e scuce fino a trovare la forma e il colore giusti.

“Il mio lavoro nasce dall’osservazione della natura e dei processi che determinano il modo in cui gli esseri viventi e il mondo inorganico sono strutturati e costruiti. Questa legge fondamentale è visibile nelle vene di una foglia, nel corso di un fiume e dei suoi affluenti, nel sistema nervoso centrale dell’essere umano, nelle correnti del mare e nelle rotte del traffico Internet. Decifrare questo linguaggio comune, che connette il micro con il macro, il mondo esterno e quello interno, permette di distinguere uno schema che influenza l’inerte, il biologico, il sociale e il culturale. Ci colpisce continuamente, a malapena consapevolmente, e governa aspetti quotidiani come i nostri spostamenti attraverso la città e altri personali come il simbolismo dei nostri sogni. La sua essenza sta nel modo in cui le cose scorrono lungo il sentiero di minor resistenza.”

il suo sito: https://http://www.juanagomez.com/

Vetrina fotografica: Marco Illuminati e la fotografia creativa

Marco Illuminati, conosciuto attraverso scatti a capolavori d’arte museale che ho molto apprezzato si è rivelato, grazie a una ricerca in rete, anche un genio di creatività. Unisce scultura, composizione e fotografia, impiegando materiali di uso comune, raccolti ed elaborati artigianalmente per dare loro una diversa valenza: oggetti come utensili di uso quotidiano , dal peluche ad elementi organici, che diventano rappresentazione impattante di metafore intelligenti e originali. Trovo i suoi lavori enormemente interessanti e gradevoli, una fotografia pulita e concentrata a evidenziare il valore del significato simbolico che rappresenta.
Per ulteriori info: https://www.marcoilluminati.com/

November 2015 – BoBo Digital color photo. Paris, France. Photo: MarcoIlluminati
Photo: MarcoIlluminati
November 2015 – BoBo Digital color photo. Paris, France. Photo: MarcoIlluminati

vetrina fotografica: Dana Gluckstein, l’obiettivo sui diritti umani

Dana Gluckstein ha fatto della fotografia un mezzo per sensibilizzare le coscienze nella lotta per i diritti umani in tutto il mondo. Di origini ebraiche la Gluckstein si riuniva intorno al tavolo durante la Pasqua ebraica, sua bisnonna Bubbie Goldie le insegnava le preghiere della sera mantenendo viva una tradizione che molti imperi cercavano di distruggere.


Col tempo si è consolidato in lei un profondo legame non solo con la sua cultura, ma anche con quella mondiale; insieme a una Hasselblad del 1981 per 30 anni ha viaggiato per terre lontane a ritrarre persone nelle comunità indigene in lotta per la sopravvivenza in una guerra condotta contro di loro da governi, corporazioni e organizzazioni religiose.
“I popoli indigeni di tutto il mondo hanno qualcosa di profondo e importante da insegnare a quelli di noi che vivono nel cosiddetto mondo moderno”, scrive il premio Nobel Desmond Tutu nella prefazione al nuovo libro di Dana Gluckstein, DIGNITY, una potente raccolta di ritratti in bianco e nero realizzati negli ultimi tre decenni nelle Americhe, in Africa, in Asia e nelle isole del Pacifico. “[I popoli indigeni, continua Tutu, ci insegnano che la prima legge del nostro essere è che siamo inseriti in una delicata rete di interdipendenza con i nostri simili e con il resto della creazione”. “In Africa il riconoscimento dell’interdipendenza si chiama ubuntu . È l’essenza dell’essere umano. Sono umano perché appartengo al tutto, alla comunità, alla tribù, alla nazione, alla terra”.
Ubuntu in definitiva riguarda la sopravvivenza del gruppo e della specie mentre si sta fronteggiando un futuro incerto. La coesione degli esseri umani arriva nei momenti di maggiori difficoltà, come il devastante cambiamento climatico in atto, disprezzato dai governi del Primo Mondo e dagli interessi finanziari. I popoli indigeni, non solo sono sopravvissuti e hanno prosperato per decine di migliaia di anni, ma ora continuano ad agire come i veri custodi della terra. Ma molti di loro sono stati presi di mira e uccisi per aver difeso la loro terra, la loro cultura e il loro patrimonio.

Amnesty International ha originariamente collaborato con Dana Gluckstein a DIGNITY per dare un volto alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni e ottenere il sostegno dell’amministrazione Obama nel 2010. La battaglia per il riconoscimento è iniziata nell’agosto 1977 quando 146 delegati delle nazioni e delle comunità indigene si sono recate alle Nazioni Unite a Ginevra, cercando di creare una nuova politica globale, il primo passo verso la giustizia dopo mezzo millennio di genocidi e oppressioni.

Il libro e la mostra itinerante della Gluckstein sono divenuti voce per stimolare l’azione a sostegno delle donne native americane e dell’Alaska; i suoi ritratti celebrano i leader di molti Popoli dai Navajo agli Herero. Troppo spesso ascoltiamo storie di distruzione, degradazione e morte, ma mai storie di amore, gioia e successo. Con DIGNITY è offerto uno sguardo alla bellezza della vita quotidiana indigena nel mondo di oggi.

Per chi fosse interessato il libro fotografico Dignity è acquistabile in rete.