vetrina fotografica: Fabio Sgroi, oltre il fotoreporter

Fabio Sgroi è nato a Palermo nel 1965 e vi risiede tuttora, ma il suo mestiere, la curiosità e la sua arte l’hanno condotto in giro per il mondo.
Si è accostato alla fotografia quando lavorava per il quotidiano L’Ora di Palermo, con un ruolo puramente giornalistico; ma la relazione con la fotocamera si è trasformata in una passione che andava oltre la professione di fotoreporter. Ha rivolto quindi la sua attenzione su alcuni temi caratteristici della Sicilia, dalle celebrazioni religiose alla vita quotidiana.

Nella pubblicazione “Palermo 90” ha raccolto gli scatti di una vita cruda e borderline che comprende le diverse frange di resistenza, foto di anarchici, nasi rotti ed eroi urbani. Sgroi con la città ha avuto sempre un rapporto conflittuale, da adolescente è stato influenzato dal contesto mafioso che dilagava, nel contempo, l’unicità del luogo, capitale di un’isola abbastanza grande ma isolata dal resto dell’Italia, la sua luce, la storia, il paesaggio, la sua gente lo hanno lentamente forgiato. La Palermo degli anni ’80 sembrava una città del dopoguerra col centro storico costituito da un ammasso di macchine parcheggiate ove di sera si respirava un clima desertico e spettrale.

Arrivando al 2000 il suo sguardo si è allargato, interessandosi alla realtà europea contemporanea , a quei paesi che vedono e credono in una identità comune nel Vecchio continente, riuscendo a fotografare l’humus dei nove Paesi che entrano a far parte dell’Unione.
Così nel 2017 pubblica “Past Euphoria Post Europa” un libro che attraversa il tempo dei cambiamenti avvenuti nelle società dei 14 Paesi dell’unione.

Belgrado

Altro portfolio interessante è “Passage”, viaggio fotografico tematico nato dopo la guerra balcanica da Istanbul a Belgrado.

Ha continuato a lavorare rigorosamente con pellicole in bianco e nero, considerandolo il mezzo “eterno” che riesce a imprimere forza e spessore alla realtà catturata, conferendole anche il fascino del mistero e del sogno.

un occhiata al suo sito per ulteriori immagini: https://www.fabiosgroiphoto.com/

vetrina fotografica: Fritz Henle ovvero Mr. Rollei

Mister Rollei, così venne soprannominato Fritz Henle per il suo assiduo utilizzo della Rolleiflex. Nato a Dortmund , in Germania nel 1909 studiò fisica, prima di entrare nel College per la Fotografia a Monaco di Baviera. Terminati gli studi trascorse un anno a fotografare opere d’arte a Firenze. Nel 1934 viaggiò in tutta l’Italia, e nel 1935-6 andò in Cina e Giappone. Visitò gli Stati Uniti dove i suoi lavori furono ben quotati e vennero pubblicati su Life magazine . Divenne cittadino degli Stati Uniti nel 1942, e si trasferì a Saint Croix nelle Isole Vergini nel 1958.

Fritz Henle (1909 -1993)

Fritz Henle “The Last Judgement” [1617] by Peter Paul Rubens, Rijksmuseum, Amsterdam, 1966

Fritz Henle, la Ragazza con il Velo, 1936.

Fritz Henle- 1953

Henle si occupò di foto di moda, ritratti, viaggi e foto industriale e i suoi lavori sono stati pubblicati da Life, Mademoiselle , e Harper’s Bazaar

Frida Kahlo photographed by Fritz Henle

Fritz Henle , Nieves, una modella di Diego Rivera, Messico, 1943

Morì a Saint Croix nelle Isole Vergini nel 1993. Nel 2009 presso L’Università del Texas ad Austin si è tenuta la mostra “Fritz Henle: alla Ricerca della Bellezza” in occasione del centenario della sua nascita. Nella sua proficua carriera durata più di 60 anni, ha accumulato un archivio di più di 110.000 negativi; comprendono immagini di Europa, India, Giappone, Hawaii, Stati Uniti, Messico e Caraibi.

Fritz by Herbert Matter

Fritz Henle- Senza titolo, 1960

vetrina fotografica: Manfredi Bellati

Manfredi Bellati è nato a Belluno nel 1937, ha studiato architettura a Venezia, città in cui è stato folgorato dalla fotografia. Si è trasferito poi a Leeds, in Inghilterra. Tornato a Venezia inizia a lavorare come architetto d’interni, incomincia a fotografare a scopo di documentazione, poi collabora con alcune importanti riviste di arredamento. Fotografa anche scrittori, registi, personaggi di passaggio a Venezia. Molti suoi ritratti sono pubblicati da “Vogue Italia”. Nel 1965 il suo primo servizio fotografico di moda, realizzato per Roberta di Camerino.

photograph by Manfredi Bellati

Joe Dalessandro by Manfredi Bellati

Sylva Koscina in una collana Bulgari foto di Manfredi Bellati per Vogue Italia , dicembre 1968

Manfredi Bellati, Ritratto di Rudolf Nureyev (1966)

Si cimenta anche nel ritratto, scattando foto al poeta Ezra Pound, ritratto prima da solo e poi con Giuseppe Ungaretti in un incontro combinato da Bellati stesso. Nel 1966 mette insieme un portfolio di moda e ritratti e va a Milano a proporsi alle riviste di moda. A Milano viene accolto con freddezza e questo lo spinge a tornare in Inghilterra, questa volta a Londra. Avvia collaborazioni con riviste di moda inglesi. Dal 1972, rientrato in Italia, lavora regolarmente per le principali testate di moda italiane, senza abbandonare però il reportage e realizzando pure numerose campagne pubblicitarie. Per una di queste otterrà nel 1980 il “Clio Award”, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali.

Manfredi Bellati, 1984

Manfredi Bellati , Gianni Versace, 1982

Manfredi Bellati – Isabelle Weingarten (Vogue Italia 1973)

Michael Kenna in 50 scatti al Castello di Rambouillet

In Francia al castello di Rambouillet si sta svolgendo una mostra fotografica dal titolo “Voyage en France en 50 fotografie” che omaggia Michael Kenna e sarà visitabile sino al 9 Gennaio 2023. Kenna è un fotografo riconosciuto a livello mondiale per il suo bianco&nero e ha soggiornato nella sua vita molte volte in Francia ritraendo il fascino dei luoghi ed evidenziando l’importanza del patrimonio artistico, storico, naturale e costiero di una Francia a lui molto congeniale. La prima immagine frutto del suo primo viaggio del 1973 è di Notre Dame di Parigi.
Nel 2018 Kenna è stato invitato dal Centro Nazionale dei Monumenti a visitare due importanti siti, il complesso di Rambouillet e gli Allineamenti di Carnac. Dal soggiorno sono nate un centinaio di fotografie; fra queste nove originali sono state acquisite dal CNM, di cui sei sono state donate dal fotografo. A concludere questa collaborazione è giunta la mostra che conta cinquanta scatti emblematici originali che vanno da Mont-Saint-Michel a Parigi, Versailles, Carnac, Le Puy-en-Velay ecc… Un consiglio per chi fosse interessato alla fotografia di questo maestro è di visitare il suo ricco sito: http://www.michaelkenna.com

Kenna_Gabriels Tower-Study-2-Mont-St.-Michel, France-2004
Michael Kenna, 1987
Kenna:Pavillon-Francais-Petit-Trianon-Versailles-France,1997
Kenna: Alignments-study-7-Carnac-France,2017
Michael Kenna, Rambouillet, Yvelines, France. 2018

vetrina fotografica: spazio e forma per Jonas Bjerre-Poulsen

Jonas Bjerre-Poulsen è un architetto, designer e fotografo con studio a Copenaghen.

Si è formato presso l’Accademia Reale danese di Belle Arti di Copenaghen, e ha fondato, nel 2008, insieme a Kasper Ronn Von Lotzbeck, lo studio Norm Architects. Jonas unisce la sua spiccata sensibilità per spazio e forma e crea progetti con caratteristiche di sobrietà e raffinatezza raggiungendo un minimalismo che attrae e diventa visivamente tattile.
Le due pratiche artistiche, architettura e fotografia sono espressioni di una poetica comune che tende alla perfezione attraverso l’armonia e l’equilibrio geometrico costantemente ricercati nelle forme morbide come la sfera.

"Come fotografo, sono attratto dal motivo delle sfere. Noto sempre le forme sferiche e gli elementi circolari che osservo. Li vedo ovunque, nei corpi, nell'architettura, nella natura. Per me, una sfera è una forma perfetta; è completamente simmetrica in quanto tutti i punti sulla sua superficie si trovano alla stessa distanza dal suo centro. È una forma senza tempo, si rivolge a persone di tutto il mondo indipendentemente dalle preferenze culturali. È un simbolo forte che definisce il più intimo degli spazi; il grembo, i rapporti tra le persone, e quello tra l'uomo e Dio."

il suo sito instagram: https://www.instagram.com/jonasbjerrepoulsen/

Jonas Bjerre-Poulsen

vetrina fotografica: Brett Weston (1911-1993)

Nell’ultimo decennio della sua vita Brett Weston è stato classificato tra i primi dieci fotografi collezionati dai musei americani ; è noto principalmente per le sue composizioni audaci basate su paesaggi occidentali e forme naturali e per il suo particolare stile di stampa. Lo storico della fotografia Van Deren Coke lo ha soprannominato “il genio bambino della fotografia americana”.

Brett Weston

Brett era figlio del fotografo Edward Weston e Flora Chandler e ha iniziato a fotografare nel 1925, mentre viveva in Messico col padre e Tina Modotti . A 21 anni ha allestito la sua prima retrospettiva personale al De Young Museum di San Francisco; era il gennaio del 1932. Orientato verso uno stile artistico vicino agli espressionisti astratti, niziò a fotografare le dune di Oceano, in California, all’inizio degli anni ’30. Il luogo divenne poi il preferito di suo padre Edward e in seguito condiviso con la terza moglie di Brett, Dody Weston Thompson . Brett preferiva le carte lucide e la conseguente nitidezza tipica dei materiali fotografici in gelatina d’argento del Gruppo f/64 piuttosto che le carte fotografiche platinate opache comunemente usate negli anni ’20 e incoraggiò il padre a esplorare le nuove carte argentate nel proprio lavoro. Brett Weston è stato accreditato dallo storico della fotografia Beaumont Newhall come il primo fotografo a fare dello spazio negativo il soggetto di una fotografia. Ha evidenziato la particolarità con cui la fotocamera poteva trasformare i soggetti in primo piano coi toni in bianco e nero che ne oscuravano ulteriormente l’aspetto. Questa tendenza all’astrazione ha caratterizzato gran parte del suo lavoro durante i suoi quasi settant’anni di carriera.

Dune, California,1934

Diceva che il padre era il suo più grande fan e non ci fu mai tensione e rivalità tra i due giganti della fotografia. Sebbene riconoscesse l’influenza artistica che suo padre aveva sul suo lavoro e parlasse della sua ammirazione per altri fotografi tra cui Paul Strand, Charles Sheeler e Henri Cartier-Bresson, Weston credeva che gli artisti non fotografici avessero avuto l’ impatto maggiore sul suo lavoro. Ha proclamato Georgia O’Keeffe la più grande pittrice americana e ha adorato i Die Blaue Vier (i quattro blu), un gruppo di espressionisti russi e tedeschi noti per il colore vibrante e l’emozione nei loro dipinti. Fu anche grande ammiratore di Constantin Brancusi e delle sculture di Henry Moore.

Nel 1929, Brett ed Edward si trasferirono a Carmel, in California, dove la famiglia Weston, inclusi i tre fratelli di Brett, avrebbe mantenuto la casa per il resto della loro vita. Per brevi periodi Brett Weston ha vissuto anche a Los Angeles, dove aveva il suo studio di ritrattistica; ha viaggiato molto in tour fotografici personali in Sud America, Europa, Giappone, Alaska e Hawaii. Dopo la borsa di studio Guggenheim del 1947, grazie alla quale ha fotografato lungo la costa orientale, è tornato a Carmel per assistere il padre malato e perseguire le sue opere d’arte, comprese le sculture in legno che facevano parte integrante della sua creatività.

Brett e sua moglie Dody misero temporaneamente da parte i loro lavori personali per aiutare il vecchio Edward quando non fu più in grado di stampare le proprie immagini a causa del Parkinson che ne causò la morte nel 1958.

Tra il 1950 e il 1980, lo stile di Brett Weston è cambiato radicalmente orientandosi verso immagini astratte. I soggetti scelti però non furono dissimili dagli studi sulla natura che lo interessavano si dall’inizio della sua carriera: foglie di piante, radici annodate, alghe aggrovigliate.

Brett Weston morì all’ospedale di Kona il 22 gennaio 1993 in seguito a un ictus.

Brett Weston – Senza titolo (Foglia strappata, Hawaii), 1978.

I lavori di Brett Weston fanno parte di collezioni permanenti in molti musei americani; sul sito ufficiale si trova parecchio materiale biografico e fotografico, nonchè la cronologia delle pubblicazioni: http://www.brettwestonarchive.com

vetrina fotografica: uno dei grandi maestri, Bruno Barbey (1941-2020)

Bruno Barbey, nato in Marocco nel 1941, ha avuto doppia nazionalità, francese e svizzera. Ha studiato fotografia e arti grafiche all’École des Arts et Métiers di Vevey, in Svizzera.

Bruno BARBEY. 1995.

Sull’onda dei portfogli dedicati “Les Amèricans” di Robert Frank e de “Les Allemands” di René Burri, Barbey realizzò il progetto intitolato “Les Italiens”, una raccolta che documentava l’Italia dal 1961 al 1964, catturando l’animo della nazione italiana durante il boom economico. In seguito a quel reportage in bianco e nero pubblicato dall’editore Robert Delpire, entrò in contatto con Marc Riboud e Henri Cartier-Bresson e nel 1966 fu convocato in Magnum.

ITALY. Town of Milan. At the Opera. 1964.
ITALY. Rome. 1962.

Da dilettante, Barbey iniziò a scattare foto monocromatiche, come era la tendenza all’epoca, ma la vivacità e la luce del Marocco hanno indubbiamente influenzato la sua transizione verso il colore che in seguito divenne caratteristica del suo lavoro.

MOROCCO. Fez. Moulay Idriss. Courtyard of the Zaouiya. 1983.

Bruno Barbey entrò e divenne vice presidente di Magnum per l’Europa nel 1978 e 1979 e presidente di Magnum International dal 1992 al 1995. Ha fotografato grandi eventi storici nei cinque continenti, dalla guerra in Vietnam alla guerra del Golfo. Uno dei suoi primi grandi reportage fu quello dedicato al maggio del ’68 parigino in cui seguì tutte le contestazioni studentesche e l’occupazione della Sorbona. Il suo lavoro è apparso sulle principali riviste del mondo e ha pubblicato oltre 30 libri.
Nel 1999 il Petit Palais di Parigi ha organizzato una grande mostra personale di fotografie di Barbey scattate in Marocco nell’arco di un trentennio.

Nel 2015/2016, La Maison Européenne de la Photographie di Parigi, ha presentato la sua mostra retrospettiva. Ha pubblicato contemporaneamente il suo libro retrospettivo “Passages” e ricevuto numerosi premi tra cui l’Ordine al merito nazionale francese. Nel 2016, è stato eletto membro dell’Accademia francese di belle arti, Institut de France.
Le sue fotografie sono esposte in tutto il mondo e sono presenti in numerose collezioni museali. 
Uno dei suoi ultimi lavori dal titolo “Il colore della Cina” è stato pubblicato nel 2019.

È morto il 9 novembre 2020 a Roubaix , in Francia, all’età di 79 anni. Viene ricordato dai suoi colleghi come un uomo sofisticato e garbato, generoso e premuroso riguardo alle situazioni che ha fotografato.

qui di seguito un’interessante intervista dove Barbey si racconta mentre scorrono alcuni dei suoi più importanti scatti. Buona visione.

Vetrina fotografica: architetture viste da Lorenzo Linthout

Nato nel 1974 a Verona, città nella quale vive, a ventiquatto anni si è laureato in Architettura all’Università degli Studi di Ferrara. La passione per la fotografia, nata diversi anni prima, si è affiancata agli studi, dando quindi particolare rilievo all’architettura, alla città, che diviene per lui il soggetto principale delle sue foto. Ha al suo attivo , fra personali e collettive, più di centro mostre in Italia e in Europa, oltre a molti riconoscimenti nazionali ed internazionali. Sul suo sito ufficiale http://www.linthout.it che consiglio di visitare, ho trovato interessanti portfogli dedicati alle costruzioni, nella loro totalità e in dettaglio, alcuni diventati vere textures, e c’è anche una sezione dedicata ai luoghi abbandonati, così pieni di storia e di bellezza che diviene amaro e intollerabile il loro increscioso disfacimento. La particolarità con cui presenta la sua visione dei luoghi è una raffinata ricerca dell’armonia perfetta tra geometria e luce, l’osservazione dall’angolo migliore per far accadere lo scatto che fa la differenza.

Di seguito qualche anticipo delle foto, tratte dal suo portfolio “Street “, che potrete trovare insieme a innumerevoli altre sul suo sito, dove ci sono informazioni anche sulle sue pubblicazioni e i suoi contatti instagram e facebook.

Lorenzo Linthout Budapest (Hungary), 2014
Lorenzo Linthout, Weil am Rhein (Germany), 2019
Lorenzo Linthout Nice (France), 2015
Lorenzo Linthout Bremen (Germany), 2014

vetrina fotografica: Paolo Pellegrin tra devastazioni e meraviglie d’alta quota

Paolo Pellegrin è nato nel 1964 a Roma. Ha studiato architettura presso l’Università la Sapienza di Roma, prima di studiare fotografia presso l’istituto Italiano di Fotografia. Tra il 1991 e il 2001 Pellegrin è stato rappresentato dall’Agenzia VU di Parigi e ha ottenuto un contratto per Newsweek per dieci anni.

Paolo Pellegrin -Libano, Beirut, agosto 2006.

Pellegrin è uno dei leader del fotogiornalismo mondiale e ha documentato molte calamità, disastri e conflitti, rivoluzioni, guerre e tsunami. Il senso della fotografia secondo Pellegrin è di “creare un ponte…per utilizzare la fotografia per dire qualcosa che va al di là della superficie, che vibra, che risuona.” Con tale spirito ha fotografato in Libano, Iran, Palestina, Romania, Afghanistan, Libia, Cuba, Stati Uniti, Mali, Egitto, Algeria, Haiti, Tunisia, Indonesia.

Ha pubblicato in numerose importanti riviste, tra cui il TIME, Il New York Times, Newsweek e the New York Times Magazine, dove ha collaborato con il giornalista Scott Anderson. Pellegrin è un vincitore di molti premi, tra cui dieci con il World Press Photo awards e numerosi Photographer of the Year awards, una Medaglia di Eccellenza Leica, un Olivier Rebbot Award, l’ Hansel-Meith Preis, e la Robert Capa Gold Medal Award.
Nel 2001 è diventato un candidato di Magnum Photos divenendo membro a pieno titolo nel 2005.

È del 2020 la mostra « Alpi » presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi con splendidi scatti in bianco e nero tra le montagne innevate della Valle d’Aosta; un mondo visto dall’alto, fatto di contrasti di luce e materia, di prospettive insolite, di tracce effimere in continuo movimento. Raccontano un mondo alpino ieratico e silenzioso, sospeso nella sua glaciale alterità. Una serie fotografica che esercita un fascino notevole e al tempo stesso ricorda il rispetto dovuto a queste cime che solitamente incutono timore e ci sovrastano con la loro massiccia maestosità.

“La fotografia sollecita la coscienza dell’uomo” (Paolo Pellegrin)

vetrina fotografica: gli sguardi di Roger Schall su Parigi

Roger Schall (1904-1995) è stato un fotografo e fotoreporter francese di fama mondiale. Durante la seconda Guerra Mondiale, Schall ha segretamente documentato l’occupazione Nazista di Parigi.
Contemporaneo di Brassai ha lavorato in tutti i settori fotografici tra cui la moda, ritratti, nudi e nature morte, ma la maggior parte del suo lavoro è stato il reportage. Iniziò a lavorare con suo padre, anche lui fotografo, ed è stato uno dei primi fotoreporter dotati delle prime Leica e Rolleiflex.
Parigi è stata il suo terreno di esplorazione, specie in versione notturna da cui ha acquisito la sensibilità e l’ha rappresentata nei suoi contorni ricchi di contrasti, nel suo fascino reale.

Durante le sue lunghe passeggiate, ha reso visibile l’invisibile, raffigurando diverse scene, le decorazioni, la città e i Parigini stessi. Ha trasformato il rigore della classica architettura in un intimo ritratto stabilendo nell’istante fuggitivo di sagome e sguardi una dinamica decisamente umanistica.

Roger Schall si è molto interessato alle strade dimenticate, ai luoghi emblematici, agli angoli oscuri ed enigmatici quanto alla grandezza e all’illuminazione di ampi boulevard, insegne di negozi e monumenti.

Le sue prime pubblicazioni sono state notate e premiate nel 1932 e da allora in poi gli sono stati affidati incarichi importanti. Il suo studio nel quartiere di Montmartre, creato con suo fratello nel 1931, divenne un’agenzia fotografica dove sono state gestite le immagini pubblicate dai più famosi rotocalchi del mondo: “Vu”, “Vogue”, “L’illustration”, “Picture Post”, “Astante”, “Vita”, “Paris-Match”…, in 150 copertine e 10.000 foto stampate. L’agenzia è stata chiusa a causa della mobilitazione generale del 1939. Una volta smobilitati, Roger Schall tornò a Parigi per fotografare la vita quotidiana sotto l’occupazione tedesca e la Liberazione di Parigi nel 1945. Dal dopoguerra al 1970 ha continuato a lavorare nel settore della moda e si è occupato prevalentemente del lato commerciale e pubblicitario. Fino alla sua morte, nel 1995, Roger Schall ha gestito il suo archivio, ora curato da Roger-Viollet che gestisce le foto di Parigi ospitate al Musée Carnavalet.