Erri De Luca, brano tratto da “Il contrario di uno”

“Mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. Entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite. Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. Se esiste un’alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora. Durò un’ora, di più di ogni per sempre. (…) Non venne più. L’inverno ci staccava. Era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi. Le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo. Credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. Credevo al dopo ed era il prima”
(da “Il contrario di uno”- Erri de Luca”)

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Fernanda Pivano

Dobbiamo un po’ tutti un ringraziamento a questa donna straordinaria che ci ha permesso e aiutato a conoscere la grande letteratura d’oltreoceano. Oggi avrebbe cento anni, ma grazie alla  sua brillante apertura mentale e la sua gioiosa vitalità non li dimostrerebbe affatto, e avrebbe ancora molto da insegnarci. Lascio il link a un documentario a lei dedicato.

http://www.raistoria.rai.it/articoli/fernanda-pivano-la-ragazza-che-ha-scoperto-l%E2%80%99america/31632/default.aspx

Brano tratto da “Alle nostre deboli tracce” di Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve

” tanto nitida ora la mezzaluce delle nostre sere
complici dell’attitudine all’emozione che ingrandiva come una lente
l’incantesimo del futuro. a vederlo da qui sembra ancora
una meraviglia e ti chiamavo bellapersempre scritto così per te
nell’urgenza di vedermi ogni ora più pazzo d’amore
pur sapendo quanto mi fosse naturale. i nostri anni lo sai non sono
scomparsi e nemmeno sono morti…si sono solo addormentati sotto l’ombrello
dei pini ed anche i tuoi occhi hanno preferito restare da queste parti
con l’intento di togliermi il respiro.”
– Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve

“La morte non è niente, niente l’inverno ” di Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve

(guardando le Pleiadi innamorate)

è lì che si amministra questa parte del cosmo.
A sud e Più a Sud Ancora così è chiamata ed è lì
che si riunisce il Gran Consiglio ogni due o tre milioni
di anni.

succede che si faccia qualche stringata considerazione
sull’andamento delle cose nel nostro piccolo pianeta.
il maestro giocoliere che sta a capotavola impartisce
sempre gli stessi ordini: inviare messaggi ambigui
e tener vivo il mito dell’evoluzione.

a ben guardare la cosa gli è sfuggita di mano se il mito
cui tiene tanto non è più che un relitto incagliato.
nemmeno i suoi messaggeri più bugiardi possono
rimetterlo in sesto…

Alberto Valli Fassi von Karuck Soheve, da ” Alle nostre deboli tracce”,
Dai testi 1990-2012, Edizioni Archinto

Storia di una principessa ammirevole e di un uomo maleducato

Dopo due poesie già postate dello stesso autore è la volta di un breve racconto di Albert Mockel dal titolo “Storia di una principessa ammirevole e di un uomo maleducato“, una sorta di favola la cui storia pur apparendo surreale per i nostri tempi evoca la rigidità dei protocolli di corte degli antichi imperi e la crudeltà che vigeva in essi; non dico altro sul contenuto per non svelare troppo della trama. Il racconto venne pubblicato su “Labeur et Liberté”, una rivista di cultura artistico- letteraria del 1910 a Parigi.

La versione dal francese è stata tradotta e concessa per la pubblicazione da Marcello Comitini che, con la sua collaborazione preziosa e la solita cortesia, ci permette di entrare ancora una volta nel mondo di questo autore belga francofono prima sconosciuto.    Buona lettura!

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La principessa Gloriana , che dicono bella da far girare la testa, fin dalla più tenera età fu crudele senza saperlo.
Chi dunque potrebbe mai rimproverarla? Scintillante e fredda come la lama di una spada, era bella, vi dico bella sino a far piangere, bella sino a suscitare intorno a sé la follia. E fu per questo, forse per prudenza, non meno che per un segno di rispetto, che leggi molto sagge stabilirono che nessuno la guardasse mai.
La principessa non conosceva né il desiderio che fa tremare le mani, né la passione che torce le bocche, né la sofferenza che fa stralunare gli occhi e fa digrignare i denti. Era crudele con innocenza – crudele come lo sarebbe un angelo che non avrebbe appreso il dolore degli uomini.
Quando lasciava il suo palazzo per percorrere i viali della capitale, servitori zelanti correvano davanti la sua carrozza, producendo un gran trambusto di trombe e tromboni. Avvertivano così la canaglia di stendersi a terra per testimoniare l’amore, ventre e fronte nella polvere. C’era gente che gridava perché veniva buttata per terra con sollecitudine un po’ brusca; altri erano picchiati di santa ragione, altri condotti in carcere a causa della loro ribellione. Così, e ben presto, la principessa poteva avanzare, in pompa sdegnosa e splendida, fra le migliaia di schiene ordinatamente piegate. E tutto ciò era glorioso, ammirevole, eccellente per la disciplina e la prosperità pubblica. Perché la caratteristica propria di un vero Re è quella di non aver mai visto il rovescio del suo popolo.
La principessa viveva così in una perduta solitudine. A volte le sembrava di regnare sul vuoto; ma in realtà regnava dispoticamente come il denaro regna sul mondo.
Quel che i regolamenti di polizia imponevano al popolo, l’etichetta lo imponeva duramente a Palazzo.
Ogni mattina alla stessa ora i cortigiani si presentavano schierati. Erano luminosi di mille colori, portavano magnifiche parrucche e stupefacenti pennacchi; e grazie a questi erano ammessi alla sala del trono dove sedeva la principessa. Le si disponevano intorno, ciascuno secondo il proprio rango. Allineati con simmetria in modo molto decorativo, e subito trasportati dal più nobile entusiasmo, cantavano da lontano la sua bellezza senza averla mai vista, ripetendo con fervore il Motto che veniva scelto ogni anno per celebrarla degnamente. Del resto stavano curvi prima ancora d’aver varcato le porte e nessuno osava altra posa se non quella di stare in ginocchio una mano alzata in segno di supplica, il naso contro il pavimento per testimoniare un’anima sottomessa e la parrucca tolta e strisciante il suolo a simboleggiare umiltà e adorazione. – Fuorché il viso impassibile di suo padre la principessa non aveva visto mai altro volto d’uomo.
Fu molto sorpresa dunque che un gran giovanotto vestito in modo originale, si raddrizzò all’improvviso entrando nella sala del trono. Da dove veniva? Nessuno poteva dirlo. I valletti si accalcavo da fuori, andando all’ indietro sui loro piedi piatti, essendo loro vietato di entrare nella sala. Tutti i cortigiani intanto gridavano e facevano un gran rumore volendo cacciare l’intruso che scorgevano dal basso verso l’alto all’indietro tra le loro ginocchia divaricate, ma il rispetto delle buone maniere li forzava a mantenere il cranio contro terra, di modo che non potessero far nulla.
È in piedi! Esclamavano. In piedi! Ahi, ahi! Sta all’impiedi!
È insolentemente in piedi, è un crimine capitale, ruggì il Porta-Vessillo, il cui verbo era formidabile quanto la sua funzione.
È in piedi blasfemamente, si lamentò il Supremo Sacerdote dell’Utile Ipotesi.
La sua chiara voce di Eunuco planava come un suono di flauto sulle diverse voci delle altre genti di corte, che ripetevano senza fine con accento desolato:
In piedi!
È in piedi!
In piedi insolentemente!
In piedi blasfemamente!
In piedi, ahi, ahi! In piedi! In piedi!
E il coro d’indignazione formava una specie di tumulto solenne fra tutti questi uomini prosternati che, forse per la prima volta, si accorgevano della loro umiliazione.
L’ardito personaggio guardava senza comprendere. Meravigliato del brusio sgranava i suoi grandi occhi di barbaro e avanzava lentamente. Quando fu presso la principessa la guardò con curiosità come si fa con un animale strano o con un idolo portato da molto lontano. Lei trasalì senza volerlo, vedendo quel volto d’uomo.
Ah! Disse la principessa con bontà, che peccato che tu sia temerario, ti avrei ammesso volentieri alla felicità di mostrarmi nuca e schiena come tutti i devoti che vedi qui ordinati in ranghi attorno a me. Non li uccido quasi mai, a meno che la loro nuca non mi sia sgradita o che non abbiano mosso senza eleganza la loro mano destra alzata, che deve stare immobile. Tu saresti vissuto come loro sotto l’irraggiamento della mia persona e come loro ti saresti divertito a ripetere instancabilmente il Motto Scelto, che faccio elargire ogni anno dal mio Supremo Pontefice. Adesso bisogna che ti consegni al carnefice. Ma ciò che mi infastidisce parecchio, te l’assicuro, è di farti torturare prima che ti sia tagliata la testa.
L ‘uomo maleducato alzò le spalle.
Puah!, fece, almeno ti ho guardato in faccia. Di te si raccontano tante di quelle storie! Così dunque sei proprio tu colei che è tanto crudele e insieme bella?
Allora, con una volgarità innominabile, – biff! baff! – di rovescio e col palmo schiaffeggiò la principessa; e mentre lei gridava di collera, egli osò poggiare la mano sulla sua virtù…
Al rumore dello schiaffo (perché altro non avevano sentito) tutti i cortigiani piombarono sulle ginocchia per lo spavento, senza alzare gli occhi. Ma l’assurdo giovane rideva a più non posso mentre era tra le mani delle guardie servili che lo conducevano via.
Bene , bene! Diceva alla principessa rimasta senza fiato. Tu puoi farmi tagliare la testa ma non mi ucciderai mai per intero. Sopravvivrò in te, mia dolce beneamata, perché non potrai mai più dimenticarmi.
La principessa era rimasta immobile e basita sul suo trono. I gentiluomini ai suoi piedi dimenticarono di ripetere incessantemente il Motto Scelto. Regnava un silenzio prodigioso. A un tratto, al rumore secco e molle che fa la lama del carnefice sulla carne, seguì nella sala un urlo talmente terribile che il Gran Porta-Vessillo alzò imprudentemente la testa. La principessa, in piedi per metà , si torceva convulsamente le braccia… e il Gran Porta-Vessillo non poté decidere se avesse udito il grido dell’odio soddisfatto o il vociare disperato di un inesprimibile orrore.
Ora, giurano che la principessa Gloriana viva ancora, bella sempre e sempre giovanile, essendo nata immortale. Inoltre dicono che adesso all’ingresso del Palazzo, la testa imbalsamata dell’impudente, con grandi smeraldi al posto degli occhi, è offerta alla folla come salutare esempio, artisticamente sostenuta da un palo di rubini dietro una triplice griglia d’oro.
Ma le cose spesso vanno in modo da giungere più lontano di quanto ci possa piacere. Il popolo passando si fa il segno della croce davanti al suppliziato che chiamano già San Temerario, e il Supremo Pontefice dell’Utile Ipotesi è pronto a testimoniare che San Temerario farebbe dei grandi miracoli per il bene dello Stato, se avesse una chiesa sufficientemente dotata.
Quanto ai cortigiani della principessa, prima di affrontare gli alti gradini che conducono alla sala dal trono, evitano puntualmente l’orribile trofeo. Ma alcuni sbirciano di nascosto verso di lui e in fondo al proprio animo quei vigliacchi ammirano fremendo colui che toccò senza rispetto ciò che loro non osano neppure guardare.

Di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini.

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L’illustrazione è di Ferenc Helbing (aka Franz Helbing , 1870-1958)

Ferenc Helbing (aka Franz Helbing , 1870-1958). from “Keleti Mesék” (Oriental Tales), 1914

Antonio Tabucchi (1943-2012)

Il 25 marzo ricorrerà il quinto anniversario della morte dello scrittore ed intellettuale Antonio Tabucchi grande appassionato e studioso di Pessoa.
Personalmente ho letto solo il suo Sostiene Pereira,ma mi rifarò presto con un paio di sue altre opere di cui ho letto le recensioni.
Non guardo la tv in diretta ma in rete bazzico sui siti di alcune reti televisive e ho trovato questo omaggio filmato a lui dedicato che trovo interessante da condividere.Buona visione.

http://www.rsi.ch/cultura/lettere-e-filosofia/Antonio-Tabucchi-2604961.html

“La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie.” Antonio Tabucchi,da Requiem, Feltrinelli.

Nell’immagine Antonio Tabucchi nella “sua” Lisbona circondato da tanti Pessoa (illustrazione di Fabio Sironi)

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La natura esposta-Erri De Luca

Questo è un filmato davvero interessante che riguarda la presentazione del libro “La natura esposta” in occasione del Festivaletteratura di Mantova 2016; in realtà è una vera lezione magistrale da seguire attentamente anche e soprattutto da chi come l’autore non è credente.Come potrete ascoltare c’è molto da imparare sia dal punto di vista storico-religioso che per il modo in cui intende ed affronta la scrittura di un suo testo; e cosa anche da non trascurare De Luca si avvale di un umorismo partenopeo  personale che affascina e conquista. Non ho ancora letto il libro ma lo farò presto.

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Lettera d’amore tratta dal romanzo “Seta” di Alessandro Baricco

Personalmente fra i libri di Baricco che ho letto quello che preferisco è “Novecento” ma questo brano tratto da “Seta” è di una bellezza e di una forza sconvolgente.

“Mio signore amato,
non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà,
rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto
ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego,
resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti,
non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me,
la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego,
non aprire gli occhi se puoi, e accarezzati, sono così belle le tue mani,
le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere,
mi piace vederle sulla tua pelle, così,
ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui,
nessuno ci può vedere ed io sono vicina a te,
accarezzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,
è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere,
a me piace guardarla e guardarti,
signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora,
non devi aver paura son vicino a te,
mi senti?
Son qui, ti posso sfiorare, è seta questa la senti?
È seta del mio vestito, non aprire gli occhi e vedrai la mia pelle,
avrai le mie labbra,
quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra,
tu non saprai dove, ad un certo punto sentirai il sapore delle mie labbra, addosso,
non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli,
sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso,
forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia,
sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro,
o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù,
e le schiuderò scendendo a poco a poco,
lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra,
e spingendo la mia lingua,
la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano,
il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso,
finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio,
morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio,
e con il cuore tra le mie labbra tu sarai il mio, davvero,
con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre,
se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami,
sono io, chi potrà mai cancellare quest’istante che accade,
e questo mio corpo senza più seta,
le tue mani che lo toccano,
i tuoi occhi che lo guardano,
le tue dita nel mio sesso,
la tua lingua sulle mie labbra,
tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi,
mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo,
tu dentro di me a muoverti adagio,
le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi,
la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,
il mio corpo sul tuo, la tua schiena mi solleva,
le tue braccia che non mi lasciano andare,
i colpi dentro di me,
è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei,
vogliono sapere sino a dove farmi male,
fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi?
Nessuno potrà cancellare questo istante che accade,
per sempre getterai la testa all’indietro, gridando,
per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia,
la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta,
non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere,
doveva essere questo istante,
e questo istante è,
credimi, signore amato mio, quest’istante sarà,
da adesso in poi, sarà, fino alla fine.
Noi non ci rivedremo più, signore.
Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete.
Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre.
Serbate la vostra vita al riparo da me.
E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità,
a dimenticare questa donna che ora vi dice,senza rimpianto,
addio.”

Louis Kronberg 1872 - 1965 -2

il dipinto è di Louis Kronberg (1872 – 1965 )

Incipit di “Tre fuochi” di Erri De Luca

Mi piace molto lo stile letterario di Erri De Luca, stringato e pulito ,che arriva dritto nell’animo senza troppi giri tortuosi.Adoro la sua modestia e il suo mettersi sempre in gioco .Dunque questo incipit che trovo meraviglioso.

“Scrittore è titolo da piedistallo, per il mio caso sciolgo volentieri la formula in: uno che scrive qualche storia. Scrittore mi squilla perentorio nelle orecchie, onnipotente come chi può scriverle tutte le storie e non invece solo quelle estratte dal proprio giacimento. Così come scanso il titolo di scrittore, così non sono cuoco, ma uno che si sa cucinare qualche pietanza. La preferita è la parmigiana di melanzane. Accosto i due esercizi per coincidenza di luogo, spesso scrivo in cucina, in ore di fuochi spenti. Qualche storia, qualche pagina scritta se ne impregna.

Venti anni fa ho ricavato un tavolo da avanzi di legname: il pieno è di pitch pine, pino canadese, che ho usato per le persiane; le gambe sono di castagno rimasto dalle travature del tetto; i fascioni sono di rovere, rimasuglio d’altro lavoro. Il tavolo di cucina è l’ombelico della casa, non va spostato mai. Il mio pesa tanto da scoraggiare sollevamenti. Ci ho dormito sopra nelle notti d’inverno, quando il solo calore della casa stava nella brace del camino in cucina. Appoggiato al suo legno scrivo, mi addormento, lego le pagine degli antichi libri sui quali mi risveglio, taglio le melanzane.”

errideluca