Proprio Come una Donna/ Just like a woman (Bob Dylan)

Nessuno prova dolore stanotte
mentre sto sotto la pioggia e tutti sanno
che la bimba ha ricevuto nuovi vestiti
Ma ultimamente vedo che i suoi nastri
e i suoi fiocchi sono caduti dai suoi ricci.

Sorprende proprio come una donna,
fa l’amore proprio come una donna,
e soffre proprio come una donna
ma piange proprio come una bambina

La Regina Maria è mia amica
credo che andrò a trovarla di nuovo
nessuno deve indovinare
che la bambina non riuscirà ad essere felice
finchè finalmente capirà che è come tutti gli altri
con la sua nebbia, la sua anfetamina e le sue perle.

Sorprende proprio come una donna,
fa l’amore proprio come una donna,
e soffre proprio come una donna
ma piange proprio come una bambina

Pioveva fin dall’inizio
e io morivo di sete
così sono venuto qui
e la tua antica maledizione ha colpito
ma quel che è peggio è questo dolore
Non posso restare qui è chiaro che

non riesco ad adeguarmi
credo sia giunta l’ora di lasciarci
quando ci incontreremo di nuovo
e ci presenteranno come amici
per piacere non far capire che mi conoscevi
quando io ero affamato ed ero il tuo mondo .

Finge proprio come una donna,
fa l’amore proprio come una donna,
e soffre proprio come una donna
ma piange proprio come una bambina

Khorakhané, Fabrizio De Andrè

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento
Porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
Per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio, viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
Qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
Nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace
I figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via
E poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere
Ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare
E se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
Lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio
Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
(Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna)
Vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
(Perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà)
Ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti
(Sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.)
– Fabrizio De Andrè

 

Incontro, Francesco Guccini

E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
La tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
Come un istante “deja vu”, ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…
Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi,
Dieci anni da narrare l’uno all’ altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli I nostri tempi,
Ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”.
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…
E le frasi, quasi fossimo due vecchi, rincorrevan solo il tempo dietro a noi,
Per la prima volta vidi quegli specchi, capii I quadri, I soprammobili ed I suoi.
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway,
Il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste
La mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste…
Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì
Ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films:
Come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale,
Ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio.
Povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io I miei in un solo saluto…
E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
Restano I sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
Le luci nel buio di case intraviste da un treno:
Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…”

Francesco Guccini-  Dall’Album Radici, 1972

 

Analyse – Cranberries

Close your eyes, close your eyes
Breathe the air, out there
We are free, we can be wide open
For you opened my eyes to the beauty I see
We will pray, we will stay wide open
Don’t analyse, don’t analyse
Don’t go that way, don’t live that way
That would paralyze your evolution
La ah ah this greatest moment
La ah ah the greatest day
La ah ah the greatest love of them all
Close your eyes, close your eyes
Breath the air, out there
Fantasise, fantasise we are open
For you opened my eyes to the beauty I see
We will pray, we will stay together
La ah ah the greatest moment
La ah ah the greatest day
La ah ah the greatest love of them all

Farewell, di Francesco Guccini

E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent’ anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans,
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perchè,
un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è.

Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
giorni a chiedersi tutto cos’era, vedersi ogni sera,
ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale,
ogni sera là, a passo di danza, a salire le scale
e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore,
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.

Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova,
era tanto potere parlarci, giocare a guardarci,
tra gli amici che ridono e suonano attorno ai tavoli pieni di vino,
religione del tirare tardi e aspettare mattino
e una notte lasciasti portarti via, solo la nebbia e noi due in sentinella,
la città addormentata non era mai stata così tanto bella.

Era facile vivere allora ogni ora,
chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci,
e ogni notte inventarsi una fantasia da bravi figli dell’epoca nuova,
ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.
Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo,
ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo.

Non fu facile volersi bene, restare assieme
o pensare d’avere un domani e stare lontani,
tutti e due a immaginarsi: “Con chi sarà?” in ogni cosa un pensiero costante,
un ricordo lucente e durissimo come il diamante
e a ogni passo lasciare portarci via da un’ emozione non piena, non colta,
rivedersi era come rinascere ancora una volta.

Ma ogni storia ha la stessa illusione sua conclusione,
e il peccato fu creder speciale una storia normale,
ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa,
siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa.

“The triangle tingles and the trumpet plays slow”…

Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d’estate
con qualcosa di fragile come le storie passate
forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè
ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me…

-Francesco Guccini da Parnassius Guccinii, 1993

Smisurata preghiera. Fabrizio De Andrè

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità
per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere
di Alvaro Mutis / Fabrizio De Andre’ / Ivano Fossati

★ Stelle ★ di Francesco Guccini

Ma guarda quante stelle questa sera fino alla linea curva d’orizzonte,
ellissi cieca e sorda del mistero là dietro al monte
si fingono animali favolosi, pescatori che lanciano le reti,
re barbari o cavalli corridori lungo i pianeti
e sembrano invitarci da lontano per svelarci il mistero delle cose
o spiegarci che sempre camminiamo fra morte e rose
o confonderci tutto e ricordarci che siamo poco o che non siamo niente
e che è solo un pulsare illimitato, ma indifferente.

Ma guarda quante stelle su nel cielo sparse in incalcolabile cammino:
tu credi che disegnino la traccia del destino?
E che la nostra vita resti appesa a un nastro tenue di costellazioni
per stringerci in un laccio e regalarci sogni e visioni,
tutto sia scritto in chiavi misteriose, effemeridi che guidano ogni azione,
lasciandoci soltanto il vano filtro dell’illusione
e che l’ambiguo segno dei Gemelli governi il corso della mia stagione
scontrandosi e incontrandosi nel cielo dello Scorpione?

Ma guarda quante stelle incastonate: che senso avranno mai, che senso abbiamo?
Sembrano dirci in questa fine estate: siamo e non siamo
e che corriamo come il Sagittario tirando frecce a simboli bastardi,
antiche bestie, errore visionario, segni bugiardi.
C’erano ancora prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita,
forse fanno ballare appesa a un filo la nostra vita
e in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde,
guardando quel silenzio smisurato l’uomo… si perde…

-Francesco Guccini