pipistrello

Appeso a testa in giù,
pipistrello in grotta
che attende la notte
per compiere giri
vorticosi nella cecità
guidata da frequenze.
Un tempo era tempo
di ritmi e frenesie
da sostenere, sere nere
e albe che profumavano
di croissant appena
sfornati, sul cuscino
musica in decibel
che sfumava nel letargo
di poche ore. Gioventù
bruciata, ribelle,
amiche per la pelle, sorelle
perse nel rogo degli anni.

– Daniela Cerrato

 

non mangio poesie d’amore

“Hai negli occhi i suoi occhi.
Sei parole distratte.
Mangi poesie d’amore…”
(Cesare Pavese)

Non mangio poesie d’amore
le intravedo le annuso
tra pagine vissute
di un’eterna biblioteca,
antica quanto le prime voci
in cerca di alfabeti.
A quei tempi la pelle
era carta su cui incidere
d’istinto ogni conquista,
tribale e maschio il marchio
a segnare possesso.
Trasformarono in canto
il primitivo abbraccio
aedi trovatori sognatrici
e dopo la grazia di Saffo
il mistero di Compiuta Donzella.

-Daniela Cerrato

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canto diurno

Un risveglio latte e miele
conciliante col celeste
dominio di cielo,
qualche cumulo alto
e un aereo che passa
roboante a bassa quota,
gira la ruota dei giorni
e si ferma al festivo
di un luglio a scadenza.
Evaporato su pelle a raccolta
il delirio più dolce e soave,
musica silenziata in archivio
a cadenzare quotidiani gesti
d’involontario compimento.
Odo la voce della campana
ma non ne conto i rintocchi
faccio scarabocchi mentali
sulla nostra opera maestra.

– Daniela Cerrato

Photo by Yasuhiro Ishimoto ( 1921-2012)

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presenza

Sovraesposta di luce
una segreta presenza
solleva un velo,
trasluce il candore
astratto sbuffato
dal vento gentile.
Tra volute di silenzio
interpello vibrazioni
della tua voce , le afferro
per riviverne speranza.
Parte di te nella stanza
rimane a illuminare
le ombre mute da domare,
le scaccia, in un baleno
escono fuori scena.
Mi rinfranca la felicità
che mi afferra i polsi.

Daniela Cerrato

Photo by Massimo Leardini

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musica

Mi scuote, smuove anche i sassi
oltre le natiche, via le ore statiche
insipide e vuoti sbadigli di noia.
Abbattere pareti di silenzio
con picconate di assoli di chitarra
fare del volume energia e spinta,
propulsore che fionda, catapulta
lontano da sabbie mobili e pantani
da cui non uscirei viva. Le mani
a frustare l’aria seguendo il tempo,
di tuoni e cielo scuro rimane il lampo.

– Daniela Cerrato

 

spine

Trattenere la voce
su labbra arse
spaccate, bruciate
dal tocco del sale.

La seta dei baci
sfiora morte apparente
e vita attecchisce.
Scorre nelle vene

l’affluente, a sinistra
sfocia nel cuore.
Mai le spine delle rose
furono tanto delicate.

Daniela Cerrato
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racconta il vento

Racconta il vento
vortici di vita
accarezzati, soffiati
scaraventati in un dove
disperso. Gli schiaffi
del mare spiaggiano
solitarie carene
violate dalla forza,
disfatte, inpennate,
imbizzarrite puledre
disorientate private
di via del ritorno.
Occhi pieni di sale
ciechi nel cieco universo
che ogni energia ingloba.

– Daniela Cerrato
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19 luglio

A soffitto gioca obliquo
un ventaglio d’ombre,
grumi di pulviscolo
galleggiano sulla scia
impicciona d’un raggio
fiondato nella stanza.
Profumo di gelsomino
e pace che circoscrive
una leggera malinconia.
I tuoi novantadue anni
senza poter festeggiare,
te ne sei andata via
da quindici anni
per cercare una balera,
un giro di valzer in cielo.
Pomeriggio da iniziare
col libro che rileggo
per la voglia di risentire
quello che ha da dire,
come dice Erri, la felicità
è carica di agguato.

– Daniela Cerrato

Gioielli Rubati 101: Nadia Alberici – Alexandra Bastari – Catia Dinoni – Massimo Botturi – Mauro Contini – Luca Parenti (Yok) – Rita Frasca Odorizzi – Giovanni Sepe.

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https://almerighi.wordpress.com/

*
Ora che sono tornata solitudine
È qui che scrivo
Agguantando pensieri che scendono dal soffitto
Ora che l’anima mia (o meglio l’insieme fisico del sentire)
si ricompone nel suo sapere
ora che i rumori si accorgeranno che la luce è spenta e che tutti sono andati via
e anche il tuo sfogo pieno di ghiaia (che qualche sassolino è ancora nei miei capelli)
è defluito in un torrente
E che ogni cosa ha riacquistato le sembianze conosciute (che comunque qualcosa cambia sempre e noi non percepiamo)
Ora che tutto decanta come la pioggia nei tombini
Ora che sono tornata solitudine
spolvero le spalle che
l’inutile
e sistemo le belle cose
sul velo delle nostre parole.
di Nadia Alberici, qu:
https://sibillla5.wordpress.com/2020/07/09/ora-che-sono-tornata-solitudine/
*
IL PRIMO MORSO
Mandar giù il boccone
con acqua e sale
– è insapore ora l’interesse
per il dolce
spento il gusto sull’ultima
papilla in punta.
Il primo morso
il più goduto:
il resto è stato solo
divorare.
di Alexandra Bastari, qui:
https://alexandrabastariscrive.wordpress.com/2020/07/09/il-primo-morso/
*
3.7
Ricominciano gli schiaffi dei soffitti
mentre misuriamo le scale
in base ai gradini,
senza più accorgerci che il suolo
chiama rispetto
e nella sordità le crepe
sembrano decori di un chiasso
che non ci riguarda;
fino a quando la luce in strada
rammenta il settantasei,
buttando ombre anticate
sul ciglio erboso della memoria.
di Catia Dinoni, qui:
https://geografiadellanima.wordpress.com/2020/07/14/3-7/
*
FANTASMI
Ci sono sere modeste, un poco fiacche.
Un film messo su a caso per fottere la noia.
Ancora più distante di noi è quel temporale
che accende i suoi cerini alla fine del paese.
Non sa anche lui se piovere o altro, e intanto aspetta
vuole vedere come finisce, insieme a noi;
che intanto abbiamo perso le scene più importanti
fumando come tazze di latte sul divano.
In queste sere cala il sipario: tu hai dolore
ma fingi sia soltanto stanchezza. Io rimbalzo
come una mosca al vetro che crede sia un giardino
e alberi da frutto fioriti tutto l’anno.
Quando poi decidiamo di spegnere, lui arriva:
il gusto un po’ d’aceto della malinconia.
Nel buio rammendiamo distanze con le mani
fin quando il caldo non ci separa, e tutto tace
tranne la gioventù che ci tira per i piedi
come un fantasma bianco di notte.
E lì è paura.
di Massimo Botturi, qui:
https://massimobotturi.wordpress.com/2020/07/12/fantasmi/
*
NON HO MAI SMESSO D’INCONTRARTI
Non ho mai smesso d’incontrarti,
è più di una pagina d’amore,
di un programma politico,
di una fede dietro un altare,
si riempie di avvenimenti la nostalgia,
nell’abbandono, nella perdita
il ritrovare, la riconquista,
si dissimula la tua visione dentro la notte,
avanza la tua anima fino all’apparire
di una sconfitta che non è ancora perdita,
è un fantasma che depista
il dio che ci ama,
nell’esilio scrutare la distanza,
la grazia e l’inquietudine,
è possibile che tu sia nelle pause
che costellano le ore,
una scia di lampioni
rischiara il mare,
tra le nuvole e la luna
un molteplice vociare
tesse la trama dell’inganno,
mi educhi a una matematica
che confina con la saggezza,
la stoltezza dentro le certezze,
immagine sfuggita
all’agguato del tempo,
mia ferita favorita,
fingo il non ricordo
per mantenerti accanto
lieve e attenta a trascendere
le trappole del destino,
mi catturano le tue tracce
tra gli alberi disposti all’imbrunire,
il tuo segreto sussurrato tra le ombre.
di MAURO CONTINI, qui:
https://www.facebook.com/mauro.contini1
*
la notte affranta
la notte affranta
goccia di mistero.
la tentazione sta
nei battiti: uno due
uno due. uno due.
né un valzer
né una salsa
è un tempo di primordi
pesanti ricordi
frivoli antenati
risvegliati di senso
o perduti nel nero.
chiamano le stelle
una considerazione.
chiamano. assorbono.
quel silenzio disumano.
di Yok Lux (Luca Parenti), qui:
https://yoklux.wordpress.com/2020/07/13/la-notte-affranta/
*
L’ULTIMA ONDA..
Con la saggezza.
di un albero centenario,
sentiva arrivare
l’ultima Onda..
Quella più potente e infernale:
Quella, che ti strappava
le ossa dal corpo,
ti frantumava la carne,
e sviscerava,
semi, piante e linfa,
per piantarne cadaveri..
e di Lei sarebbe rimasto,
solo un cuore orgoglioso, e ricco di passione,
tumefatto dai colpi di vita,
che un essere senza dignità,
le aveva imposto,
con l’arroganza del più forte,
Oppure , solo il più debole,
davanti all’universo,
che ci rende tutti
ugualmente..
Polvere di infinito.
Di Rita Frasca Odorizzi, qui:
https://www.facebook.com/ritafrascaodorizzi
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Mai seppi del vero che alimenta,
se mai non è esso
la cima furibonda
dell’abete,
ciascuno o nessuno
dei testamenti.
Seppi, con modica misura,
rassegnare una ad una
le forme tese, le altre concave
in cui luce dimora e si ritrae allorché
vi balza un cruccio, un dettaglio
infinitesimale che solo pianure
infinite può dissipare.
Ecco è dentro un arco
il nervo delle parole:
non ha radici:
in groppa va alla mira
e nel tragitto acquista la sua forma.
Mai seppi la catenaria
che dalla retta dissimila di una freccia.
di Giovanni Sepe, qui:
https://www.facebook.com/giovanni.sepe3
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