reblog: Rinnovandoci rinnoviamo: l’eclettismo nella produzione grafica di Galileo Chini

grazie ad Alessia Bianchi

LetterArti

Artista poliedrico, acuto osservatore e uomo dalla straordinaria sensibilità, Galileo Chini incarna una delle personalità più affascinanti e peculiari all’interno del contesto culturale italiano del ‘900.
Fin dall’inizio della sua carriera, le sue posizioni estetiche anticipano largamente le tendenze che si sarebbero susseguite con fervore negli anni a venire, contraddistinguendolo per la grande capacità di cogliere stimoli e novità di gusto internazionale, in una dimensione espressiva, secondo la sagace decifrazione del dottor Fabio Benzi in una delle innumerevoli introduzioni condotte in merito al personaggio, “nutrita di un cosmopolitismo robusto, non superficiale e parimenti dotato di una foga creativa che ne fa una delle incarnazioni europee più complete dell’artista universale individuato dall’ideologia modernista dell’Art Nouveau”.

Fig. 1 Mario Nunes Vais, Galileo Chini davanti al quadro “La Sfinge”, 1903

Oltre ad essere un abile pittore, Galileo Chini è anche affreschista, grafico, scenografo, ceramista e capacissimo restauratore: la totalità intellettuale…

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reblog: TURCHESE — massimobotturi

Non ho bisogno dell’alluce di Grecia del fiordo immacolato in un mondo sottosopra. Ricordo estati meglio turchesi, là in campagna, le sere che metteva dei pipistrelli in cielo a fare le battaglie del grano. E poi le ore passate ad ascoltare storiacce tutte uguali di diavoli e misteri da preti. E poi le stelle venute […]

TURCHESE — massimobotturi

reblog: “Amo le nuvole… le nuvole meravigliose”. Il tetto è rotto e recito Baudelaire — Pangea

Amo la pioggia perché rende tutto contrario: fa scempio delle forme, del formalismo della terra da cui esplodono rospi, vermi, bisce, gli arcani del mondo sotterraneo. Il sole, questa gola gialla, scema. Gli alberi, in effetti, potrebbero camminare: l’uomo, in piedi, come il fuoco, considera assopite, grigie le sue mansioni di conquista. Le case, sotto…

“Amo le nuvole… le nuvole meravigliose”. Il tetto è rotto e recito Baudelaire — Pangea

Erri De Luca, Dev’essere perchè

“Durante i miei diciotto anni napoletani il golfo era il cortile della Sesta Flotta Americana. Quelle navi da guerra, il loro grigio chiaro, facevano parte del panorama. Una portaerei con vista Vesuvio era all’ancora davanti a Castel Dell’Ovo. Da una finestra assistevo a decolli e atterraggi degli aerei da caccia. Il chiasso delle loro accelerazioni sovrastava quello della città. Quando salpava l’intera squadra navale il golfo sembrava vuoto.
Napoli era la principale base americana nel Mediterraneo. La città non la percepiva come una minaccia, lo sbarco di migliaia di loro in libera uscita era al contrario una importante occasione di commercio. La servitù militare dava contropartite.

In questa primavera nel Mar Nero le navi da guerra lanciano missili contro città costiere.
Ricordo inoltre il mio stupore quando su un libro ho letto che l’incrociatore italiano, Eugenio di Savoia, aveva bombardato dal mare Barcellona, nell’inverno del 1937, durante la guerra civile spagnola.
Qualcosa urta dentro di me: navi che bombardano porti. Un atto scellerato che dovrebbe comportare il divieto di attracco a quelle navi in qualunque altro porto del mondo.
Ne risento come se bombardassero Napoli.
Dev’essere perché le città di mare scambiano con il mare la vita, non la guerra.
Dev’essere perché la stessa acqua collega le città di costa, sbattute dalle stesse onde.
Dev’essere perché il corpo si è fatto asciugare addosso il medesimo sale.
Dev’essere perché il mare è una placenta e le terre emerse stanno tutte avvolte nel suo grembo.”

Erri De Luca

brano tratto da fondazionerrideluca.com

reblog: La sosta, di Giovanni Baldaccini

scrivere per immagini

(van gogh)

Non so spiegarti meglio e tuttavia
mi piacerebbe farlo
ma
una specie d’inedia
mi trasforma in un essere svogliato
una censura inflitta da me stesso
senza aver nulla da disinnescare
un proprio nulla, un nulla disinvolto
che non soggiace ad altro e a nulla tende
un tardo pomeriggio, potrei dire,
come una sonnolenza
dove non c’è neppure un sovvenire
né peso sulle ciglia
ma non potrei parlare di pigrizia
come l’estate calda quando il tempo
ti consiglia un’assenza
e ti sorprendi giallo come un campo
e fermo come l’aria su un covone
né tempo
e sosta il mio rumore.

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