non essere

Non so se il covid abbia qualche responsabilità attribuitagli per scollarci di dosso certe colpe personali, ma i guasti della vita prima o poi saltano fuori in tutta la loro devastante azione e ci si deve fermare a considerarli seriamente per decidere se si può aggiungere ancora una pezza all’abito liso o gettarlo definitivamente, cosa assai più probabile. Lo sto facendo da settimane , girandomi nel mio nervoso silenzio; così non posso, non riesco, non mi va, non sono come vorrei essere e sto diventando intollerante a tutto, anche al cibo. Devo scoprire se c’è uno straccio di vita da vivere in tranquillità realizzabile e fruibile o se non vi sono più strade da percorrere perchè il tempo è scaduto o sta per scadere senza che io me ne renda conto. Raccolgo il silenzio freddo di un sasso e mi ci immergo. Oggi va così, tanto nessuno se ne accorgerà.

orme

Non tornerò sulle tracce, ricoperte le orme del cuore saranno vuoto a perdere senza materia. Le primule han lasciato primavera, s’aprono i campi ai girasoli a venire, bianche micche d’aria sfarinano il cielo, custode di silenzi messo di guardia a garanzia.
Muto, se non dopo folgore, assorbe flussi di sorte sottostante, lo si guarda interrogando il vuoto che nulla risponde o suggerisce. Al bivio si sceglie la nuova direzione.

– Daniela Cerrato

 

immagine dal web
sand-1196457_960_720.jpg

buio e luce

Alle fauci della morte si guarda preoccupati, non si getta spugna se ancora assorbe luce. Ma a pensarci tutta questa luce cos’è, da che proviene?
È bagliore accecante d’un amore vissuto o mancato, il volto della madre di tutte le madri, il sorriso di Pachamama infinitamente artistico, estasiante come un Botticelli,  migliaia di passi per un appuntamento mai dato, un sorriso, una parola attesa nell’ansia e mai udita, una gioia sublimata?
o di contro i flash nevrotici di chi accelera il tuo andare, le deflagrazioni che seminano morte, l’esplosione dell’Io disintegrato, le delusioni buttate in un silos in attesa di oblio?
Anni, anelli concatenati trascorsi in luce eppure quel buio profondo e
sconosciuto ha un indiscutibile fascino, viene talvolta il desiderio di baciarne le labbra, ma il timore che si schiudano e s’apra per sempre l’abisso trattiene e si rimane così, in balia di una curiosità rimandata, probabilmente a una data che non mi troverà d’accordo.

  • Daniela Cerrato

photo MOKYOKAY I 2020 da Instagram

MOKYOKAY I 2020 - Instagram

Auguriamoci un Satellite d’amore

Scrolliamo via le briciole del due zero uno nove, apparecchiamo il tavolo di carte prese dal nuovo mazzo e iniziamo a giocare. Se saranno buone promesse lo scopriremo solo vivendo, intanto ci berrò su e afferrerò un po’ di speranza di cui scarseggio. Ma prima ancora ringrazio tutti, amici e sconosciuti che son passati e passeranno qui lasciando traccia o restando in silenzio, leggendo, ascoltando, osservando.
Auguro a tutti Voi un anno magnanimo, che si faccia ricordare con qualche punto a favore rispetto al precedente, e se sarà un anno splendente per qualcuno di voi ancora meglio.  Auguriamoci un Satellite d’amore  A presto.

Daniela

La poesia può venirci in aiuto

Finito di assimilare questo bell’articolo di Valerio Magrelli ho pensato di condividerlo con chi non l’avesse ancora letto. Con una piacevole ironia racconta un episodio in cui la poesia riesce a soccorrere l’essere umano nella difficoltà, cosa che è successa anche a me  pur in circostanza diversa.

 

La mia rivincita di poeta

di Valerio Magrelli

A volte sapere qualche verso a memoria ci può rendere più forti e dare una forma di resistenza attraverso la parola.

Perchè imparare le poesie a memoria – o meglio,come dicono I francesi,”par coeur”, ossia “a cuore”? Nel mio triste mondo di adulto, l’unica cosa che conosco a memoria ormai è soltanto il codice fiscale. Il motivo appare evidente: assurdo affaticarsi con informazioni prive di qualsiasi utilità. Con che torniamo al consueto dilemma sulla cultura umanistica in generale, e dunque sull’opportunità di studiare il latino, leggere romanzi o imparare versi, come ha scritto ieri Antonio Pennacchi su Repubblica. Ma chi ce lo fa fare? In verità un interrogativo del genere andrebbe modificato. Invece di chiedersi se sia utile sapere una poesia a memoria, dovremmo domandarci: cosa significa “essere utile”. Proverò a rispondere con un ricordo. Ani fa mi venne prescritto un esame medico che non avevo ancora affrontato. Grazie a un film di Woody Allen, sapevo già tutto sulla risonanza elettromagnetica, ma non l’avevo mai sperimentata. Finchè un bel giorno…

Se c’è una cosa che non capirò mai, è l’inveterata abitudine dei medici a voler rassicurare i loro pazienti. Infatti anche in questo caso alla mia richiesta di sapere quanto sarebbe durata la prova, lo specialista replicò tranquillizzante: “Neanche dieci minuti”. Sia chiaro, la mia ansia era fondata, visto che di lì a poco sarei stato infilato in un cubicolo come un abbacchio al forno, un pasto congelato nel microonde, un cadavere dentro il proprio loculo. Non c’è bisogno di soffrire di claustrofobia, per nutrire qualche preoccupazione al riguardo. “in ogni caso”, aggiuse, “avrai in mano un campanello con cui avvertirci per sospendere l’analisi”. Come no!, pensai tra me e me. In questo modo dovendo ripetere la tortura, sarò costretto a tornaare tra una settimana fino a quaggiù per ricominciare da capo. Dieci minuti, diceva, ed ecco superata la mezz’ora, ed ecco sopraggiunto o sgomento. Tutto d’un tratto mi travolge il panico: il rombo del macchinario, gli strani ticchettii, suoni bizzarri da bestia seviziata, mentre sono legato in un cunicolo senza via d’uscita. Non ce la faccio più, sto per gridare, peggio, sto lì lì per pigiare l’infame pulsante quando improvvisa sboccia la soluzione. Nell’angustia di quell’abitacolo atroce come la Vergine di Norimberga (troppo lungo da spiegare ma merita almeno un chiarimento su google) ho cominciato a recitare versi. Sono riemersi da ere remote, la terza elementare di quasi mezzo secolo fa, ma sono riemersi, questo è il punto, per salvarmi. La processione è arrivata pian piano: prima un Rilke nella versione di Diego Valeri (“Nel colmo della notte,a volte accade/che si risvegli come un bimbo, il vento”), poi Petrarca (“Morte bella parea nel suo bel viso”) e infine Dante, ma qui siamo al liceo (“li miei compagni fec’io si aguti/con questa orazion picciola al cammino…”). Sembrerà incredibile, ma così facendo, attaccandomi a quelle sillabe, a quella sillabazione, riuscii a resistere fino alla fine del supplizio. Si chiama “mantra”, e sta a indicare, nell’induismo e nel buddismo tantrico,una formula sacra da ripetere continuamente. Per quei fedeli, si tratta di una pratica meditativa, per me rappresentò una forma di resistenza attraverso la parolaa. Fu solo solfeggiando quelle strofe che attraversai indenne il buio tunnel magnetico. La vera risonanza insomma fu poetica, con buona pace di chi ancora ritiene che imparare a memoria I versi sia inutile. Tutto sta a mettersi d’accordo: mai come allora compresi l’importanza di un giacimento fossile interiore, cui attingere forze segrete in una oscura inconsapevolezza.

Articolo tratto da Repubblica” di Venerdì 19 luglio 2019.

 

 

a chi va la mia preghiera

La natura stupisce per singolarità perciò percepisci che ha qualcosa di mistico, una forza che supera ogni credo, ogni scrittura. Lungi da poteri di tipo paranormale, niente di santificabile da poteri ecclesiastici  (no gerarchie no dogmi);  la natura si offre spontaneamente autentica nelle sue molteplici vesti, è generosa, non giudica,  non disconosce e anche quando non ci trasmette il suo pensiero ce lo fa intuire. Capita che talvolta nel duetto silenzioso al suo cospetto si manifesti un’estasi mozzafiato, qualcosa che ci avvicina al punto esatto da cui tutto s’è creato per reazione, e quando la osservi sei già in preghiera, l’unica universale che non crea disaccordi e chi la ferisce non ha capito, e forse mai comprenderà, che senza di lei non sarebbe mai esistito.
– Daniela Cerrato

Photo by Paul Militaru  “White beauty” from: https://photopaulm.com/2019/06/10/white-beauty-6/

white-beauty-2.jpg

viaggiare fra le pagine

Hai fra le mani un titolo, l’autore e una discreta fetta del suo pensiero, ma non solo; possiedi anche un biglietto per un viaggio a sopresa e dopo le prime pagine ti accorgi di essere già partito per un luogo inizialmente sconosciuto e via via ti lasci sedurre, lasciandoti trascinare dalla corrente viva del testo che scorre e ti appassiona, tanto che ti scoccia non poco doverne spezzare la lettura.
Del racconto che si dipana, ogni nome ogni risvolto si fa sempre più nitido anche nei suoi misteri, passi fra luoghi che diventano un po’ anche tuoi, li vedi, li senti, ne respiri gli umori, t’imparenti con personaggi tra i quali uno sicuramente lo inviteresti a cena e a un altro molleresti con gusto uno sganassone senza preavviso per la puzza di antipatia che emana.
Non sempre attendi un colpo di scena che giunge voltando pagina, ma è l’imprevisto del viaggio, quel tocco di sorpresa che scioglie la sicurezza di esserti impadronito del filo conduttore, come in ogni storia umana, perchè i personaggi possono essere di fantasia ma la trama non si discosta dalla smisurata tavolozza di sfumature del pensiero umano, dalle banalità alle stravaganze, dalle virtù alla degenerazione dei vizi.
A proposito, vado a riprendere una lettura, non è un romanzo ma la biografia di Durer, uno dei geni del glorioso Rinascimento europeo, di cui ho apprezzato tantissime volte le opere ma di cui ignoravo completamente la personalità che si sta rivelando interessante e magnetica. Un buon fine giornata insomma…