lo spam, questo conosciuto

È arrivata l’estate goditi la stagione,
promo ferragosto 4 mesi di aloe al prezzo di uno
è tempo di back to school, preparati a..
è arrivato l’autunno tempo di,
al tuo benessere pensiamo noi basta cliccare qui…

buttare l’indesiderato in spam a che serve se poi si ripropone quanto l’aglio? Ogni mattina la stessa romanza che snerva il risveglio e ritarda una semplice necessità di invio o ricezione importante e a seguitare durante il giorno un’altra sessione di proposte bizzarre. Una bagarre forsennata invade il privato e oscura la posta vera che fatichi a trovare soffocata nel mare di maialate. Chiudo gli occhi sui gestori gratuiti ma quelli a pagamento devono garantire un servizio migliore e invece si sa bene che sono proprio loro a vendere le banche dati al fine commerciale. Ma a questo illecito non c’è rimedio? Io non acconsento al trattamento dei dati quando richiesto, allora perchè tutta questa immondizia che mi fa sprecare tempo se oltretutto produce in me un effetto contrario, perchè se un marchio o un nome diventano ossessivi mai mi rivolgerò a loro per questioni di principio.
Almeno con la vecchia pubblicità cartacea si facevano cartocci per l’organico o carta pesta, questa elettronica di pesta lascia la pazienza e qualcos’altro.

l’amaca di Michele Serra del 22-01-2021

Figli di Nessuno con babbo e mamma

La ressa di giovani consumatori per accaparrarsi un nuovo modello di scarpe è uno spettacolo penoso già in tempi normali. Sotto pandemia lo è molto di più, per ragioni così ovvie che non vale neppure la pena ripeterle. È una specie di autocertificazione che l’estinzione della specie umana non è un’ipotesi, ma una certezza. Spesso prevale, nella valutazione di questi fenomeni, una specie di pasolinismo minore, eh poveracci, è il degrado delle periferie, che devono fare, nessuno li pensa, nessuno si batte per loro. Dimenticando che Pasolini, per quel popolo servo, e traditore i se stesso, ebbe parole furiose; che molti di quest apparenti figli di nessuno, e vale anche per gli ultras di calcio, hanno invece mamma e babbo,la pancia piena, e sono piccolo-borghesi con dei soldi in tasca, non proletari. Infine, dimenticando che anche a Scampia, e nelle periferie più disgraziate, e nel fondo del fondo della società, ci sono librerie e prodigiosi insegnanti, e volontari ammirevoli e accoglienza. Un margine di scelta, tra essere servi e avere dignità, già esiste per chi voglia notarlo. Dunque mi chiedo quanto valga, quanto serva politicamente parlando, pedagogicamente ragionando, compiangere queste comparse del sistema, piuttosto che dire loro: siete degli idioti, siete dei burattini, siete i funzionari minimi della dittatura consumista. Non è in nome del nostro senso estetico che vi chiediamo di smetterla. È nel nome del vostro ultimo barlume di speranza.

Michele Serra, L’amaca, da Repubblica del 22 gennaio 2021

non essere

Non so se il covid abbia qualche responsabilità attribuitagli per scollarci di dosso certe colpe personali, ma i guasti della vita prima o poi saltano fuori in tutta la loro devastante azione e ci si deve fermare a considerarli seriamente per decidere se si può aggiungere ancora una pezza all’abito liso o gettarlo definitivamente, cosa assai più probabile. Lo sto facendo da settimane , girandomi nel mio nervoso silenzio; così non posso, non riesco, non mi va, non sono come vorrei essere e sto diventando intollerante a tutto, anche al cibo. Devo scoprire se c’è uno straccio di vita da vivere in tranquillità realizzabile e fruibile o se non vi sono più strade da percorrere perchè il tempo è scaduto o sta per scadere senza che io me ne renda conto. Raccolgo il silenzio freddo di un sasso e mi ci immergo. Oggi va così, tanto nessuno se ne accorgerà.

orme

Non tornerò sulle tracce, ricoperte le orme del cuore saranno vuoto a perdere senza materia. Le primule han lasciato primavera, s’aprono i campi ai girasoli a venire, bianche micche d’aria sfarinano il cielo, custode di silenzi messo di guardia a garanzia.
Muto, se non dopo folgore, assorbe flussi di sorte sottostante, lo si guarda interrogando il vuoto che nulla risponde o suggerisce. Al bivio si sceglie la nuova direzione.

– Daniela Cerrato

 

immagine dal web
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buio e luce

Alle fauci della morte si guarda preoccupati, non si getta spugna se ancora assorbe luce. Ma a pensarci tutta questa luce cos’è, da che proviene?
È bagliore accecante d’un amore vissuto o mancato, il volto della madre di tutte le madri, il sorriso di Pachamama infinitamente artistico, estasiante come un Botticelli,  migliaia di passi per un appuntamento mai dato, un sorriso, una parola attesa nell’ansia e mai udita, una gioia sublimata?
o di contro i flash nevrotici di chi accelera il tuo andare, le deflagrazioni che seminano morte, l’esplosione dell’Io disintegrato, le delusioni buttate in un silos in attesa di oblio?
Anni, anelli concatenati trascorsi in luce eppure quel buio profondo e
sconosciuto ha un indiscutibile fascino, viene talvolta il desiderio di baciarne le labbra, ma il timore che si schiudano e s’apra per sempre l’abisso trattiene e si rimane così, in balia di una curiosità rimandata, probabilmente a una data che non mi troverà d’accordo.

  • Daniela Cerrato

photo MOKYOKAY I 2020 da Instagram

MOKYOKAY I 2020 - Instagram

Auguriamoci un Satellite d’amore

Scrolliamo via le briciole del due zero uno nove, apparecchiamo il tavolo di carte prese dal nuovo mazzo e iniziamo a giocare. Se saranno buone promesse lo scopriremo solo vivendo, intanto ci berrò su e afferrerò un po’ di speranza di cui scarseggio. Ma prima ancora ringrazio tutti, amici e sconosciuti che son passati e passeranno qui lasciando traccia o restando in silenzio, leggendo, ascoltando, osservando.
Auguro a tutti Voi un anno magnanimo, che si faccia ricordare con qualche punto a favore rispetto al precedente, e se sarà un anno splendente per qualcuno di voi ancora meglio.  Auguriamoci un Satellite d’amore  A presto.

Daniela

La poesia può venirci in aiuto

Finito di assimilare questo bell’articolo di Valerio Magrelli ho pensato di condividerlo con chi non l’avesse ancora letto. Con una piacevole ironia racconta un episodio in cui la poesia riesce a soccorrere l’essere umano nella difficoltà, cosa che è successa anche a me  pur in circostanza diversa.

 

La mia rivincita di poeta

di Valerio Magrelli

A volte sapere qualche verso a memoria ci può rendere più forti e dare una forma di resistenza attraverso la parola.

Perchè imparare le poesie a memoria – o meglio,come dicono I francesi,”par coeur”, ossia “a cuore”? Nel mio triste mondo di adulto, l’unica cosa che conosco a memoria ormai è soltanto il codice fiscale. Il motivo appare evidente: assurdo affaticarsi con informazioni prive di qualsiasi utilità. Con che torniamo al consueto dilemma sulla cultura umanistica in generale, e dunque sull’opportunità di studiare il latino, leggere romanzi o imparare versi, come ha scritto ieri Antonio Pennacchi su Repubblica. Ma chi ce lo fa fare? In verità un interrogativo del genere andrebbe modificato. Invece di chiedersi se sia utile sapere una poesia a memoria, dovremmo domandarci: cosa significa “essere utile”. Proverò a rispondere con un ricordo. Ani fa mi venne prescritto un esame medico che non avevo ancora affrontato. Grazie a un film di Woody Allen, sapevo già tutto sulla risonanza elettromagnetica, ma non l’avevo mai sperimentata. Finchè un bel giorno…

Se c’è una cosa che non capirò mai, è l’inveterata abitudine dei medici a voler rassicurare i loro pazienti. Infatti anche in questo caso alla mia richiesta di sapere quanto sarebbe durata la prova, lo specialista replicò tranquillizzante: “Neanche dieci minuti”. Sia chiaro, la mia ansia era fondata, visto che di lì a poco sarei stato infilato in un cubicolo come un abbacchio al forno, un pasto congelato nel microonde, un cadavere dentro il proprio loculo. Non c’è bisogno di soffrire di claustrofobia, per nutrire qualche preoccupazione al riguardo. “in ogni caso”, aggiuse, “avrai in mano un campanello con cui avvertirci per sospendere l’analisi”. Come no!, pensai tra me e me. In questo modo dovendo ripetere la tortura, sarò costretto a tornaare tra una settimana fino a quaggiù per ricominciare da capo. Dieci minuti, diceva, ed ecco superata la mezz’ora, ed ecco sopraggiunto o sgomento. Tutto d’un tratto mi travolge il panico: il rombo del macchinario, gli strani ticchettii, suoni bizzarri da bestia seviziata, mentre sono legato in un cunicolo senza via d’uscita. Non ce la faccio più, sto per gridare, peggio, sto lì lì per pigiare l’infame pulsante quando improvvisa sboccia la soluzione. Nell’angustia di quell’abitacolo atroce come la Vergine di Norimberga (troppo lungo da spiegare ma merita almeno un chiarimento su google) ho cominciato a recitare versi. Sono riemersi da ere remote, la terza elementare di quasi mezzo secolo fa, ma sono riemersi, questo è il punto, per salvarmi. La processione è arrivata pian piano: prima un Rilke nella versione di Diego Valeri (“Nel colmo della notte,a volte accade/che si risvegli come un bimbo, il vento”), poi Petrarca (“Morte bella parea nel suo bel viso”) e infine Dante, ma qui siamo al liceo (“li miei compagni fec’io si aguti/con questa orazion picciola al cammino…”). Sembrerà incredibile, ma così facendo, attaccandomi a quelle sillabe, a quella sillabazione, riuscii a resistere fino alla fine del supplizio. Si chiama “mantra”, e sta a indicare, nell’induismo e nel buddismo tantrico,una formula sacra da ripetere continuamente. Per quei fedeli, si tratta di una pratica meditativa, per me rappresentò una forma di resistenza attraverso la parolaa. Fu solo solfeggiando quelle strofe che attraversai indenne il buio tunnel magnetico. La vera risonanza insomma fu poetica, con buona pace di chi ancora ritiene che imparare a memoria I versi sia inutile. Tutto sta a mettersi d’accordo: mai come allora compresi l’importanza di un giacimento fossile interiore, cui attingere forze segrete in una oscura inconsapevolezza.

Articolo tratto da Repubblica” di Venerdì 19 luglio 2019.