Fumetti ritrovati: Nick Carter

Attualmente in tv spopolano cartoon giapponesi, e seppur mi capita assai di rado di seguirli,tanto che non ne conosco i nomi,mi vien la nostalgia di altri tipi di fumetti come ad esempio la serie di Nick Carter,quel simpatico personaggio  ideato da Bonvi e Carlo Romano che a metà degli anni 70 incollava alla tv bimbi e adulti con le sue indagini rapide e sempre con  lieto finale. Accompagnato nelle sue avventure da due aiutanti,il grosso Patsy e il saggio Ten era protagonista di divertenti gags spesso parodie di storie vere o quantomeno di personaggi reali. Andò in onda in un programma che si intitolava Supergulp e fu anche striscia nel giornale di quegli anni “Il corriere dei ragazzi”. Spulciando in rete si trovano alcune puntate che mi riportano indietro nel tempo e rinnovano lo stesso divertimento di allora. Buona visione 🙂

Questo nostro abito

A tutti viene consegnato dalla nascita l’abito della vita,unico e personale, tanto leggero che all’inizio neppur ci si accorge d’averlo indosso.
Col tempo s’impara a conoscerlo, ad apprezzarne l’originalità e  valorizzarla adornandolo con qualcosa di più o meno vezzoso per sentirlo ancor più a singolar misura, oppure si preferisce conservarlo senza intaccarne assolutamente il confezionamento naturale.
La spensieratezza lo rende via via più sgargiante,ma non sempre mostra il meglio di sè poichè lo scorrere degli anni inizia a sfrangiarlo,i dolori a sfittirne la trama e qualche noia a renderlo grigiastro.
Per forza di cose,trascorsi i periodi tristi col tempo s’inizia a proteggerlo ad averne cura, a rammendarlo,  smacchiarlo,si tenta di riportarlo all’iniziale aspetto: talvolta sembra quasi un’operazione riuscita. Ma strada facendo ci si accorge che fa difetto,inizia a non esser più così leggero e cucito a misura,se ne percepisce in alcuni giorni quasi una semi estraneità; a volte pare stretto, scivoloso, urticante, scomodo, addirittura ci sono giorni che proprio si disconoscerebbe.
Ma è nuovamente questione di tempo e queste intolleranze tendono a svanire; la sua preziosità e unicità non la si deve e non la si può dimenticare, anzi la si rivaluta ogni volta che si compara il proprio ad abiti più lisi e malconci, impossibili da rinnovare o addirittura definitivamente perduti.
Dunque saggiamente e pazientemente teniamocelo stretto sempre, anche quando ci pare urticare i nervi, poichè non c’è ricambio, impariamo ad amarne anche i difetti che spesso son davvero minimi, e se osserviamo bene c’è sempre nella sua trama un filo dorato che ce ne rammenta la provenienza.

Daniela,giugno 2016

Art by Galya Bukova (Bulgaria)

by Galya Bukova in Bulgaria

Riflettendo sull’articolo di Saramago

L’articolo  di Saramago che ho deciso di riportare qui di seguito fa riflettere su come spesso inglobiamo le varie notizie della storia passata o presente che leggiamo o che provengono dai notiziari attraverso i vari media. Sia per la quantità di notizie che si susseguono senza esser ordinati secondo i livelli di interesse sia per la velocità con cui vengono date spesso le trangugiamo come se stessimo inglobando cibo attraverso un’imbuto posto sulla bocca invece di assaporarlo e percepirne i sapori con la giusta calma cercando di coglierne le più sottili sensazioni. Trovo che ci sia la tendenza ormai a trasmettere e a recepire le notizie senza pensare al pathos che portano con sè,senza pensare al dolore e alle sofferenze spesso atroci  di chi è perito per una giusta causa, semplici sventurati o eroi del passato e del presente; e questa sensazione la si prova sovente per il fatto che  non viene data loro una personalità. Diventano e rimangono un numero,un nome,talvolta una fotografia che nulla ci dice della loro vita se non cerchiamo di approfondire. Sarebbe disumano non pensare ai sentimenti,al dolore,alla rabbia,alla disperazione,alla paura sacrosanta delle vittime che con la morte hanno perso anche la loro vera identità.
Ascoltare le notizie anche col cuore lo si può fare, lo si dovrebbe fare così come nel darne l’annuncio senza per questo dover romanzare e inventare pagine per un’altro tipo di immondo pseudogiornalismo  che a volte è capitato di sentire.

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Le grida di Giordano Bruno.
di José Saramago
(Traduzione di Guido del Giudice)
In definitiva, non è grande la differenza che passa tra un dizionario e un comune cimitero. Le tre righe secche e indifferenti con cui, nella maggior parte dei casi, i dizionaristi riassumono una vita, sono l’equivalente della liscia sepoltura che accoglie i resti di quelli che (mi si perdoni il facile gioco di parole) non lasciano resti. La pagina piena,con firma e fotografia, è il mausoleo di pietra
buona, porte di ferro e corona di bronzo, più il pellegrinaggio annuale. Però il
visitatore farà bene a non lasciarsi confondere dalle facciate architettoniche, dalle sculture e le croci, dalle statue piangenti di marmo, da tutto lo scenario che la morte apprezza da sempre. Ugualmente dovrà prestare attenzione, se si trova
in campo aperto, senza riferimenti, al luogo dove poggia i piedi, acché non succeda che sotto le sue scarpe si trovi l’uomo più importante del mondo.
Non va a calpestare, c’è un ostacolo, la sepoltura di Giordano Bruno, perché egli fu bruciato a Roma, arse atrocemente come arde il corpo umano, e di lui, che io sappia, neanche le ceneri si conservano. Però allo stesso Giordano, affinché tutte le cose stiano nei posti che loro competono e giustizia alfine si faccia, furono
riservate quattro righe in questo dizionario biografico. In così poco spazio, in così poche lettere, lì, tra la data di nascita (1548)e la data di morte (1600), dei dati di un universo personale che visse nel mondo poco si dice: italiano, filosofo,
panteista, domenicano, lasciò l’ordine religioso, si rifiutò di rinunciare alle sue idee, fu bruciato vivo. Niente di più. Nasce e vive un uomo, lotta e muore, così per questo. Quattro righe, riposa in pace, pace per la tua anima, se in lei credevi. E facciamo bella figura tra amici, in società, in una riunione, al tavolo del ristorante, in una discussione approfondita, se lasciamo cadere adeguatamente, in un modo semplice e saggio, la mezza dozzina di parole che usiamo
come un grimaldello e con le quali immaginiamo di poter aprire una vita e una coscienza.
Ma, per nostro disaccordo, se siamo in un momento di lucidità, le grida di Giordano Bruno irrompono come un’esplosione che ci strappa dalle mani il bicchiere di whisky e ci cancella dalle labbra il sorriso intellettuale che siamo soliti assumere per parlare di questi casi. Si, questa è la verità, la scomoda verità che viene a distruggere il piacevole rapporto del dialogo: Giordano Bruno gridò quando fu bruciato. Il dizionario dice solamente che egli fu bruciato, non dice che gridò.
Allora, che dizionario è questo che non informa? Perché dovrei volere una biografia di Giordano Bruno che non parla delle grida che lanciò lì, a Roma, in una piazza o in un cortile, con gente tutt’intorno, alcuni che attizzavano il fuoco, altri che assistevano, altri che serenamente stilavano l’atto di esecuzione? Dimentichiamo troppo spesso che gli uomini sono fatti di carne facilmente rassegnata. E’
dall’infanzia che i maestri ci parlano di martiri, che diedero esempi di civiltà e di morale a loro spese, ma non ci dicono quanto doloroso fu il martirio, la tortura. Tutto rimane in astratto, filtrato come se guardassimo, a Roma, la scena attraverso spesse pareti di vetro che ammortizzano i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e potere di rifrazione. E allora
possiamo dirci tranquillamente l’un l’altro che Giordano Bruno fu bruciato. Se gridò, non lo sentiamo. E se non lo sentiamo, dove sta il dolore?
Ma gridò, amici miei. E continua a gridare.

Da A Bagagem do viajante. Editoriale Caminho: “O Campo dà Palavra.” Lisbona, Portogallo, 1997 (sesta edizione). Raccolta di cronache pubblicata per la prima volta sul diario A Capitalnel 1969 e sul settimanale Jornal do Fundão, nel
1971 e 1972.

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Memoria azzerata

Una riflessione sulla memoria,una ricchezza alla quale attingiamo gioie o tristezze passate,nomi,volti,luoghi e tutto ciò che ha arricchito la nostra vita;dunque estremamente importante per creare collegamenti col presente. Ebbene da quando mia madre dopo una seria ipossia perse gran parte della memoria mi son sempre chiesta cosa in realtà ricordasse della sua vita, perchè nei due mesi che ha trascorso in tale condizione prima di andarsene, noi famigliari abbiamo avuto  la sensazione che si ricordasse soltanto cose legate alla sua infanzia-giovinezza. Parlava con noi ma non abbiamo mai avuto la certezza che le sue risposte peraltro vaghe fossero date con la consapevolezza di chi avesse davanti a sè. So che non c’è risposta a queste domande,ma nel calvario che le abbiamo visto trascorrere c’era sicuramente un mio malessere profondo nel non poter sapere come veramente si sentisse,cosa stesse provando ,se avesse ogni tanto qualche barlume in più,qualche spiraglio di memoria riacceso dalle nostre voci che le ricordavano particolari della nostra vita insieme.E’ incredibile come a distanza di anni mi ritorni sempre in mente questa cosa,questa impossibilità di comunicare come avevo sempre fatto con lei in uno splendida confidenza che andava oltre quello di semplice madre/figlia.
La funzionalità del “corpo macchina perfetta” è assai labile,bastano pochi istanti in più senza l’assoluta rapidità di soccorso perchè si inceppi un meccanismo così complicato e delicato. Ed è una tragedia nella tragedia,perchè pur sapendo che non si sarebbe ristabilita,avrei voluto avere almeno la possibilità di parlarle come sempre,di sentirle pronunciare ancora una volta il mio nome e non solo quello dei suoi genitori e  nonni,di poter fare qualcosa in più per lei,di rendermi conto di cosa percepisse e anche della sofferenza che provava.
Anche se è noto che il decorso di un brutto infarto può causare totali o parziali vuoti di memoria, mi capita spesso di avere ancora questi pensieri,quasi come se fossi stata io a smarrire la chiave per la combinazione che avrebbe potuto aprire la porta dei suoi ricordi.
Daniela,marzo 2016

Artwork by Agostino Arrivabene

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Due passi in cielo

Ci sono giorni in cui l’insofferenza giunge già dalla prima notizia percepita e  sentendoti dissociata completamente dagli ingranaggi di un mondo troppo guasto, ti trovi a pensare a quanto possa esser bello poter fare due passi in cielo.Si,effettivamente sarebbe un comodo lusso estraniarsi a tempo indeterminato, ma avresti poi gli stessi  rimorsi di un disertore a battaglia in atto, perciò trangugi lo schifoso boccone e imprecando ti ritrovi alla seconda notizia immonda della giornata.Certo che sale una gran rabbia nel  realizzare che l’unica arma disponibile è quella di non seguire più i media; ma l’ignoranza favorisce solo l’altrui interesse e allora ti sorge spontanea la domanda,stiamo combattendo una  battaglia o siamo solo dei bersagli quasi immobili senza via di scampo? La risposta già si conosce, non si può considerare battaglia se tra i contendenti non c’è parità di armi; siamo al solito cane che si morde la coda…

Daniela,ottobre 2015

 

 

Le note in un bacio

Mi sono divertita in questo gioco,perdonate se ho anche avuto la sfacciataggine di pubblicarlo 🙂 In ogni caso la fotografia di Irving Penn è bellissima e giustifica da sola  il post.

Se un bacio è DOvuto,appare piuttosto ovvio che sia  REclamato, e nulla ha in comune
con quello spontaneo MIsterioso denso di interrogativi e di sorpresa che si oppone a quello FAsullo e di convenienza,dunque ipocrita; se è SOLitario non è detto sia passionale ma può essere ugualmente LAnguido. Simbolico…comunque sempre.

Daniela Cerrato,2015

Fotografia di Irving Penn

Irving Penn