all’altro capo del filo

Forse era disordine previsto,
non so più se sei ancora lì
all’altro capo del filo
troppo lungo da riavvolgere,
molti panegirici dal nulla
poi altro nulla, o semplice voce
di un silenzio che è pace.
Dimmi tu, io più non so.

– Daniela Cerrato

Photo by ©Kimihiko Okada
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Reblog – Il film su Van Gogh è presuntuoso – ma Defoe ha zigomi degni di Grünewald … dal blog di Pangea

 

ho rebloggato questo articolo perchè ho visto il film e avevo già idea di scrivere qualche riga sulle mie impressioni, ma l’articolo di Pangea merita senza dubbio la lettura.
Di mio aggiungo che speravo in un film diverso, che mettesse maggiormente in risalto l’anima artistica di Vincent.
Nel film si è calcato troppo sulle sue turbe mentali che lo distaccavano da una realtà però non “normale” ma cattiva e prevenuta verso l’artista un po’ eccentrico che rivolgeva il suo cuore alla bellezza della natura nei suoi particolari meno banali. Esemplare fra le tante la scena dove Van Gogh in solitaria ispirazione sta dipingendo le radici di un grande albero e una scolaresca di mocciosi in gita, accompagnati da una maestra idiota, lo interrompe insultandolo verbalmente per ciò che sta realizzando, come se educare all’insulto e allo sprezzo fosse cosa normale ( cosa peraltro che si riscontra purtroppo anche ai nostri tempi).
Le anime fragili e sensibili pagano sempre qualche scotto per il loro camminare controcorrente in una società che giudica con ignoranza e superbia. A mio avviso raggelante poi la scena del suo feretro attorniato dai favolosi dipinti che distolgono l’interesse dei presenti alla morte dell’uomo, ma si sa che la maggior parte degli artisti disprezzati in vita diventano famosi post mortem…
E’ un film che parla poco di arte ma suggerisce di meditare sulla mancanza di umanità e sull’ignoranza, sulla falsa morale e sulla superficialità con cui si riesce a distruggere l’animo di chi ha scarsissime difese poichè lasciato solo. Il grande amore fraterno di Teo, l’unico che sa offrirgli aiuto non è sufficiente a salvarlo.

 

Willem Defoe è schiacciante – quegli zigomi avrebbe potuto disegnarli Grünewald, graffiano. * Il film in cui Defoe fa Van Gogh, intendo, Sulla soglia dell’eternità, di Julian Schnabel mi pare presuntuoso e pretestuoso – fin dall’inizio si stinge in pellicola ‘d’autore’, solo che Schnabel non è Herzog. La sintesi – l’artista è un pazzo, è…

via Il film su Van Gogh è presuntuoso – ma Defoe ha zigomi degni di Grünewald – e noi, ora, dobbiamo abbracciare Cesare Battisti perché l’artista trova rigurgiti d’oro tra chi è imperdonabile — Pangea

Come ogni sera

almerighi

La calza di Biancaneve
piena di smagliature
l’altra fugge nei fossi:
certi miracoli di nebbia
stanno in piedi da soli,
le voci, anche quest’anno
non hanno eco.
Gobbo il significato
nel volerne attribuire
costi quel che costi.
Nessuno canta alle finestre.
Ai rari incroci
i pochi passanti curano
anzitutto l’impossibilità
di concedere gli occhi.
I fossi gelano trasparenti,
il freddo è calore in giacenza.
Tornando a casa battuto
scriverò, come ogni sera,
contro l’abolizione
del genere umano.

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applaude solo il bicarbonato

Se la realtà fosse tutta un sogno probabilmente mi rivolgerei
a creature mitiche, a streghe fattucchiere, a fiabeschi personaggi,
a forze opportune domanderei comune soccorso o a te solo direi
pensaci tu Mangiafuoco ad accendere il rogo chè qui v’è catalessi,
tutti impegnati a piangersi addosso, nessuno invita al coraggio
e di tempo ne rimane poco prima che il buco nero sbafi noi umani,
incenerisci le lingue dei tanti burattini che si credono immortali
presuntuosi e fieri delle loro bugie vestite da verità,
fermane il gioco assurdo, immobilizza la loro indegna recita
che si ripete ogni giorno e l’applaude solo il bicarbonato
preso a dosi massicce per aiutare digestione e reflusso,
carbonizzali con la potenza di un ruggito flambè senza indugiare,
adesso, mentre li ascolto blaterare e perdo la voglia di cenare.
– Daniela Cerrato

Gioielli Rubati 19: Luigi Di Ruscio – Daniela Cerrato – Salvatore Leone – Amilga Quasino – Paolo Beretta – Gino Scartaghiande – Anna Leone – Pino Corbo.

almerighi

RACCOLGONO LA NEVE

Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati
che quest’estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto
e sarà giorno di festa anche per loro
fuori dalle case
con le vesti bucate
le scarpe sfondate
mentre la neve fascia di gelo le case
in questa vostra terra
dove dio ci ha fatti bastardi

di Luigi Di Ruscio (da Non Possiamo Abituarci a Morire, 1953) qui:
https://rebstein.wordpress.com/2019/01/01/raccolgono-la-neve/

*

FOTOGRAFAI UNO SCONOSCIUTO

M’incuriosì nel suo completo bianco integrale,
dalla barca altri guardavano le rive del lago
lui osservava l’orizzonte dei suoi pensieri
vestito di neve asciutta sotto il sole di luglio.
In terre d’oriente il bianco è voce di lutto
e anche le sue scarpe piangevano una perdita,
osservavo la sua tristezza decorosa e profonda
immaginando un nome…

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★ Stelle ★ di Francesco Guccini

Ma guarda quante stelle questa sera fino alla linea curva d’orizzonte,
ellissi cieca e sorda del mistero là dietro al monte
si fingono animali favolosi, pescatori che lanciano le reti,
re barbari o cavalli corridori lungo i pianeti
e sembrano invitarci da lontano per svelarci il mistero delle cose
o spiegarci che sempre camminiamo fra morte e rose
o confonderci tutto e ricordarci che siamo poco o che non siamo niente
e che è solo un pulsare illimitato, ma indifferente.

Ma guarda quante stelle su nel cielo sparse in incalcolabile cammino:
tu credi che disegnino la traccia del destino?
E che la nostra vita resti appesa a un nastro tenue di costellazioni
per stringerci in un laccio e regalarci sogni e visioni,
tutto sia scritto in chiavi misteriose, effemeridi che guidano ogni azione,
lasciandoci soltanto il vano filtro dell’illusione
e che l’ambiguo segno dei Gemelli governi il corso della mia stagione
scontrandosi e incontrandosi nel cielo dello Scorpione?

Ma guarda quante stelle incastonate: che senso avranno mai, che senso abbiamo?
Sembrano dirci in questa fine estate: siamo e non siamo
e che corriamo come il Sagittario tirando frecce a simboli bastardi,
antiche bestie, errore visionario, segni bugiardi.
C’erano ancora prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita,
forse fanno ballare appesa a un filo la nostra vita
e in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde,
guardando quel silenzio smisurato l’uomo… si perde…

-Francesco Guccini

Una bottega sospesa nel tempo

Tra tante botteghe artigianali che stanno scomparendo schiacciate dalla massiccia presenza di centri commerciali e megastore cinesi esiste ancora chi conserva e ripropone la sua veste di fine ottocento dall’aspetto elegante seppur modesto. È pur vero che non solo i lustrini a premiare le persone, ma la loro passione per una tradizione famigliare che diviene un punto di riferimento storico per una città in continua trasformazione.

Rebloggo quest’articolo interessante che ne illustra un esempio.

 

https://rivistasavej.it/casalegno-timbri-1908-8c09868ff272?fbclid=IwAR2B7t4WxGWZQ4nArbstalrc3tbgOFfixG4m4rhdfVTT9bwyVC_9VuCUEPY

Reblog : Il canto di Berenice — ANGOLI DI PENSIERO ( Carlo Molinari)

E Berenice dormiva. Gli elfi tacitavano di scintillio felci e arbusti di bacche, e sinfonie d’una selva velata da raggi floridi s’infiltravano tra le frasche libiche per baciarla in fonte, a canto epico, le vestali oravano sul suo vagare, consegnato in pegno a vetusti profeti e voli d’airone, e il dolce dormir acutizzava la bramosia […]

via Il canto di Berenice — ANGOLI DI PENSIERO

 

Alla dolcezza del cuore

Reblog dal sito di Lino Di Gianni

Lino Di Gianni

Alla dolcezza del cuore

Osso, pioggia
dentro una scatola a carillon
con un po’ di cenere e mascara 
con i pantaloni corti
e un riso che sfuggiva ai dintorni.
Alle finestre non vedevi tendine
e il sole quando calava
tornava in fretta dopo.

Alla dolcezza del cuore
preferivi quella del frappè
alla vaniglia, due carezze
al cane non mancavano mai.
Gli occhi, scappavano continuamente
come latte versato che
esplorava gli angoli.

E la lampadina, sotto le lenzuola
per continuare un libro
e il tuono fulmine
sotto la capanna
per sentirsi bosco.
Quello che si mangiava
era in attesa del dopo,
forse il correre del pallone
forse afferrare la coda di cavallo
di Anna, mentre si nascondeva.

Delle lucciole nel pugno
del vino con la neve
del mulo a spartir confini
dissi altrove.

Incredulo ritrovo il mio contar
mentre tu sguardi.

( lino di gianni )

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