cera

Un’infiorata di primule, ceri nel cuore.
Ricorrente nei pensieri il profumo di rosa
l’erba si faceva alta, non quanto i girasoli.
Piccole grandi incuranze chiusero l’estate
lasciarono alle erbe infestanti il terreno,
al demone l’anima.
Nello spazio di mesi s’avvinghiarono all’osso
divorando anche l’ultimo brandello tenero,
la parola risposta greve, squallido il silenzio
la terra si fece cenere, la brace in attesa di neve.

Daniela Cerrato

c200 36 pose

Studiare i dettagli
svestire luce
insinuarsi nelle ombre
nei ruoli sovraesposti,
il brivido nel cuore
da occhi illuminati,
situazioni, volti, luoghi,
il mistero del fuori campo.
Piani giocati in sfocatura,
il bagaglio del dettaglio
rivelato dall'impressione
di un nastro triacetato
negativo o invertibile.
Risolvenza e contrasto
colore o bianco e nero
sembra tutta una magia
ma nulla risulta più vero.

Daniela Cerrato

Alfred Eisenstaedt – Ragazza che cammina sulla spiaggia, 1937

poesie di Jaime Labastida

A Ruth

Donna del vento,
lascia che la spiaggia del tuo orecchio
raccolga il mare delle mie parole.

Devo insegnarti ad amare ciò che amo
e devi imparare ad amarti:
Devo rompere ciò che è consuetudine
perchè la tua sete si calmi.

Sei già sprofondata in acqua
e vivi come l’oceano,
cingendo il continente del mio torso.
Vedi il riflesso del sale negli estuari?
Ecco, il tuo sguardo si addolcisce.

Estela è il tuo nome.
Ti abbandoni in me come una vasta sfera di spuma
o una primavera nuvolosa che sale sulla pelle.
Ah, la tenera regione che ora mi mostri!

Raccoglie il fuoco sufficiente dalla mia torcia
per bruciare la casa dei tuoi genitori.

Cuore di disegni gentili,
accarezza la mia speranza genuflessa.
Ti invoco, donna:
senti la linfa della mia voce,
Ti imploro, divina, aperta al mio rifugio.

Soffio d’aria, toccami.
Capocchia di fuoco, accendimi.
Anfora di gioia, soddisfami.
Signora della luce, concedimi l’ombra.

***

ghiaccio

Gli affreschi di Botticelli
strappati a Villa Lemmi,
la Vittoria di Samotracia,
con ali attaccate da fili
e un paletto d’acciaio tra le natiche:
trofei di guerra, erba
per l’avidità dei re.
Il saccheggio. Tiziano, Veronese,
Bosch, il sarcofago assiro,
le urne in granito e legno policromo
dove sono le mummie di Ramses?
o Nefertiti, la stele funeraria
di Aristotele, i codici mixtechi,
il falso pennacchio forse di Montezuma,
i cavalli di bronzo di San Marco,
la vergine nera di Costantinopoli:
saccheggio, saccheggio. Strappati
da brughiere, giungle, templi,
palazzi, paesi, città,
nazioni. Il bottino di guerra,
gli acquisti puliti dei mercanti.
Come se l’oro astratto, le monete
sonanti fossero uguali a La Pietà
o alla precisa inflessione dell’ombra
di un cavallo di Picasso.
Cosa potrebbe sostituire
una zampa mancante? Quale moneta
potrebbe offrirci di nuovo
la stele Maya che un aereo
straniero ha portato in Texas?
L’occhio non ha prezzo,
né la maschera turchese,
né il coyote piumato,
né l’astuta Monnalisa. Più dell’oro
valgono il loro momento irripetibile,
le loro infinita grazia,
sangue esatto, fermo e perfetto.

Il dolore,il dolore. Egitto,
Grecia, Messico, congelati qui,
davanti alla furia dei visitatori.

***

Un forte turbamento domina le mie parole.
Per me tu sei sempre una ragazza.
Dentro me ospito un nido di fantasmi,
un letto di cicale, quasi un cielo infantile.

Toccandoti i seni giocavamo a essere bambini.
Ridi. Sfioro appena le tue palpebre.
Mi guardi innocente.

Ti bacio la bocca e il tuo mistero si spalanca,
avido di abbracci.
Il mio corpo si apre a croce.
Le nostre mani si stringono.
Il tuo cuore palpitante sfoglia i miei battiti.
Dicono sia questa la felicità.

Io ti stringo,
ti stringo.
Siamo due animali confusi,
crocifissi l’uno nelle braccia dell’altra.

L’antico sogno azzurro si infrange.
È qui la vita, bella e difficile.

***

Il giubilo divampa

La memoria è pelle dolente al tuo ricordo
una ferita di goffa geometria,
è una carne, un nervo vivo.
Lacera memoria dove il fuoco
è la violenta acqua pacificata.
Guardo il tuo ansimare così,
In quel mare, in quelle onde affondo.
Che bella sete che non si sazia mai,
che acqua: non spegne ma incendia.
Il tuo corpo brilla con la mia esca;
stele la tua immagine di carbone
ed è fosforo, sole, ruggine che germoglia
in questa scintilla di luce.
I nostri corpi restano in fiamme e accendiamo
tutto quando occupa la stanza.
Il giubilo divampa.
Dei corpi che si baciano
arriva questo trabvaglio di brace.
Gli oggetti acquisiscono graziosi profili
e disprezzano l’ombra.

Jaime Labastida è nato in Messico il 15 giugno 1939. Dopo essersi laureato in Filosofia e Lettere, è diventato professore presso la stessa facoltà di studi. Nel corso della sua carriera si è cimentato nel giornalismo collaborando con giornali e riviste; il suo incarico più importante è stato al Plural, come direttore per quasi due decenni. Ha inoltre partecipato a programmi radiofonici, ha diretto festival culturali e si occupa della casa editrice Siglo XXI dal 1990. Dedica molto del suo tempo alla ricerca ed è membro di varie associazioni dedicate a scienza e letteratura.
Labastida è un letterato ma non si chiude alla conoscenza di altri campi, come dimostra la sua intensa partecipazione alla promozione culturale e allo sviluppo accademico. Tra i suoi libri di narrativa: “libri di Estetica del pericolo” e “La parola nemica”
Libri di poesia: “Ossessioni con un tema obbligato”, “Le quattro stagioni ” e ” Elogios de la luz y de la sombra”. La sua lunga lista di riconoscimenti include il Premio Internazionale di Poesia Ciudad de la Paz e la Medaglia d’Oro delle Belle Arti.

Yo Yo Mundi (feat. Eugenio Finardi)

LA BALLATA DEL TEMPO DEL SOGNO

Nebbia e un castello rovesciato
Acqua che brucia, nuvole di tufo
Candidi solchi che il pennello ha lasciato
Racconti d’amore, occhi di gufo
Era iniziato il tempo del sogno
Intinsi la mia punta nella luce
Avevo già imparato dal buio
Come si acceca, come si cuce

Sono un vagabondo che cura
La vite arrampicata sulla schiena della storia
Ed è con le carezze che sciolgo la corda
Che stringe i ricordi, limpidi o torbidi
Traditi, riemersi, dimenticati o persi della mia memoria

Terra delicata e ribelle
Divisa dalla lingua e dall’aratro
Amore nato in un groviglio di stelle
Uno sbaglio che profuma di bucato
Era già il tempo del risveglio
Quando mi fidai del coro di regine
Il miele scivolò sulla pelle del caglio
Si diffuse oro tra le colline

Fu quello il momento in cui il lampo
Ha reso gemelli gli amanti, in un campo
L’aria di mare ed i sensi abbracciati
E gli occhi di quel bimbo cerbiatti appena nati
Finisce la festa, i diavoli affamati, ecco la tempesta

La spada spezzò il tamburo del tuono
Il cuoco Aleramo, Alasia la ricamatrice
Ottone li perdonò, propose il suo dono
Ogni ferita divenne cicatrice
Un cavallo di vento e di piuma
Sul profilo mutevole del bosco
Era ormai il tempo dell’uva
Io un pennello ubriaco di mosto

Non più di tre al buio non più di tre alla luce
Clessidra che folle mi acceca
Ma cuce il gran fiume alle colline
A colpi di zoccolo, sabbia e mattone
Questa terra avrà un nome, è così che è nato il Monferrato

Io sono sguardo acerbo che intinge
La punta delle ciglia nel cielo ed attinge
Il verbo dalle foglie in cui s’impiglia
Intreccio e poi traccio le trame, vi consolo
Raddrizzo la curva di ogni parola
È così che volo

dissetare il respiro

Tornare a millimetrare
lo spessore dei petali,
gambe sull’erba
viso aperto al sole,
chiacchierare con formiche
e coccinelle di passaggio,
chiedere a una lumaca
quanto sia stretto il guscio
e lungo l’inverno.
Aprire una pagina d’infanzia
di quelle gaie, senza lacrime,
leggerla ad alta voce
affinchè l’anima senta meglio
ogni dettaglio che ora manca.

Daniela Cerrato

reblog: Qualcosa da perdere — Fiorisce nel buio

L’anima – Fotografia personale Saltano le monete sul banco:si fermeranno su un lato,il loro linguaggiol’occhio scruta,la mente sonda,a pelle la percezione,tutto è in evoluzione,tutto si allontanapoi ritorna,tempi differentipiani diversi,si avvertono vibrazioni,palpabile l’ansietà,forse il terremoto arriverà,i sensi all’ertaper ogni eventualità. Dal cielo una mano:la carezza lieve del divino,scaturisce acqua dalla fontesalata come il mare,come le lacrime,tutto […]

Qualcosa da perdere — Fiorisce nel buio

Paul Schad-Rossa (1862-1916)

Schad iniziò in realtà come scultore alla scuola d’arte di Norimberga; quando si trasferì all’Accademia di Monaco nel 1880 si dedicò alla pittura e studiò con Löfftz. Nel 1883 si unì a Defregger ed è di questo periodo il suo primo quadro di grandi dimensioni, completamente tono su tono: “Vuole essere sera”. A quel tempo ha anche prodotto una serie di copie di vecchi maestri per conto del re Karol di Romania; copie destinate al Castello di Sinaia nei Carpazi. In occasione di questo incarico, fu apprezzato da un inglese che si appassionò soprattutto per le eccellenti copie di Schad della vecchia scuola tedesca, in particolare l’altare Baumgartner di Dürer e le immagini delle ali dell’altare Holbein a Monaco, la Madonna Holbein a Darmstadt, le quattro ali inferiori della pala d’altare di Gand dei van Eycks a Berlino.
Nel 1888 Schad lasciò l’accademia e si dedicò a uno studio completamente naturalistico in campagna: nacque con forte enfasi “Corpo di Cristo”. Dedicò gli anni successivi a studi puramente coloristici. I suoi tratti nell’aria blu sono caratteristici del suo sforzo per la luce vibrante. Iniziò così una serie di quadri prettamente scenici e un gran numero di ritratti dipinti e disegnati. Nel 1895 fondò una scuola d’arte femminile a Monaco di Baviera, di cui fu direttore.