Senryu 18.04.2

Corre nell’ombra
l’emozione che fugge
ad ogni sguardo.

Daniela Cerrato, 2017

Foto di Frantisek Drtikol (1883 – 1961)

František Drtikol.png

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Senryu 18.04

Stanza adorna,
fra troppe cose manca
tua presenza.

Daniela Cerrato, 2017

Edouard Jean Vuillard, “Still Life, Hydrangeas”, 1905.

Still Life, Hydrangeas, 1905. Edouard Jean Vuillard. Oil on cardboard.png

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Composizione

Le percezioni variano
tra intermittenze poste
tramite filo conduttore
invisibile e giocano
con lunghezze d’onda
varie e coese all’effetto
di un equilibrio armonico
che richiama selve muschiose
terre e tramonti ove il sole
colora gli ultimi ritagli
di un puzzle infinito.
Osservo e inalo essenze
di scenografiche presenze.

Daniela Cerrato, 2017

———   Paul Klee, “Redgreen and Violet-Yellow Rhythms”, 1920Paul Klee, Redgreen and Violet-Yellow Rhythms, 1920.jpg

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Ángel González – Voi tutti sembrate felici

Ad alta voce / En voz alta

Ángel González, (Oviedo 6-9-1925 / Madrid 12-1-2008)
Voi tutti sembrate felici
(Todos ustedes parecen felices…)
Traduzione dall’orginale e lettura di Luigi Maria Corsanico

Scriabin 6 Preludes
Op.13 – No.4 in E minor
……………………………………

Voi tutti sembrate felici…
…e sorridete a volte quando parlate
e scambiate perfino parole d’amore.
Ma vi amate l’uno per l’altro,
odiandovi nella moltitudine.
Conservate tonnellate di nausea
per ogni millimetro di gioia
e sembrate – soltanto in apparenza – felici.
E parlate
con il fine di nascondere questa inevitabile amarezza,
e quante volte non ci riuscite,
come io stesso non posso occultarla per molto tempo;
questa straziante, sterile, lunga, cieca
devastazione che lentamente mi trascina verso l’ignoto.

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Storia di una principessa ammirevole e di un uomo maleducato

Dopo due poesie già postate dello stesso autore è la volta di un breve racconto di Albert Mockel dal titolo “Storia di una principessa ammirevole e di un uomo maleducato“, una sorta di favola la cui storia pur apparendo surreale per i nostri tempi evoca la rigidità dei protocolli di corte degli antichi imperi e la crudeltà che vigeva in essi; non dico altro sul contenuto per non svelare troppo della trama. Il racconto venne pubblicato su “Labeur et Liberté”, una rivista di cultura artistico- letteraria del 1910 a Parigi.

La versione dal francese è stata tradotta e concessa per la pubblicazione da Marcello Comitini che, con la sua collaborazione preziosa e la solita cortesia, ci permette di entrare ancora una volta nel mondo di questo autore belga francofono prima sconosciuto.    Buona lettura!

Separatore-1-2

La principessa Gloriana , che dicono bella da far girare la testa, fin dalla più tenera età fu crudele senza saperlo.
Chi dunque potrebbe mai rimproverarla? Scintillante e fredda come la lama di una spada, era bella, vi dico bella sino a far piangere, bella sino a suscitare intorno a sé la follia. E fu per questo, forse per prudenza, non meno che per un segno di rispetto, che leggi molto sagge stabilirono che nessuno la guardasse mai.
La principessa non conosceva né il desiderio che fa tremare le mani, né la passione che torce le bocche, né la sofferenza che fa stralunare gli occhi e fa digrignare i denti. Era crudele con innocenza – crudele come lo sarebbe un angelo che non avrebbe appreso il dolore degli uomini.
Quando lasciava il suo palazzo per percorrere i viali della capitale, servitori zelanti correvano davanti la sua carrozza, producendo un gran trambusto di trombe e tromboni. Avvertivano così la canaglia di stendersi a terra per testimoniare l’amore, ventre e fronte nella polvere. C’era gente che gridava perché veniva buttata per terra con sollecitudine un po’ brusca; altri erano picchiati di santa ragione, altri condotti in carcere a causa della loro ribellione. Così, e ben presto, la principessa poteva avanzare, in pompa sdegnosa e splendida, fra le migliaia di schiene ordinatamente piegate. E tutto ciò era glorioso, ammirevole, eccellente per la disciplina e la prosperità pubblica. Perché la caratteristica propria di un vero Re è quella di non aver mai visto il rovescio del suo popolo.
La principessa viveva così in una perduta solitudine. A volte le sembrava di regnare sul vuoto; ma in realtà regnava dispoticamente come il denaro regna sul mondo.
Quel che i regolamenti di polizia imponevano al popolo, l’etichetta lo imponeva duramente a Palazzo.
Ogni mattina alla stessa ora i cortigiani si presentavano schierati. Erano luminosi di mille colori, portavano magnifiche parrucche e stupefacenti pennacchi; e grazie a questi erano ammessi alla sala del trono dove sedeva la principessa. Le si disponevano intorno, ciascuno secondo il proprio rango. Allineati con simmetria in modo molto decorativo, e subito trasportati dal più nobile entusiasmo, cantavano da lontano la sua bellezza senza averla mai vista, ripetendo con fervore il Motto che veniva scelto ogni anno per celebrarla degnamente. Del resto stavano curvi prima ancora d’aver varcato le porte e nessuno osava altra posa se non quella di stare in ginocchio una mano alzata in segno di supplica, il naso contro il pavimento per testimoniare un’anima sottomessa e la parrucca tolta e strisciante il suolo a simboleggiare umiltà e adorazione. – Fuorché il viso impassibile di suo padre la principessa non aveva visto mai altro volto d’uomo.
Fu molto sorpresa dunque che un gran giovanotto vestito in modo originale, si raddrizzò all’improvviso entrando nella sala del trono. Da dove veniva? Nessuno poteva dirlo. I valletti si accalcavo da fuori, andando all’ indietro sui loro piedi piatti, essendo loro vietato di entrare nella sala. Tutti i cortigiani intanto gridavano e facevano un gran rumore volendo cacciare l’intruso che scorgevano dal basso verso l’alto all’indietro tra le loro ginocchia divaricate, ma il rispetto delle buone maniere li forzava a mantenere il cranio contro terra, di modo che non potessero far nulla.
È in piedi! Esclamavano. In piedi! Ahi, ahi! Sta all’impiedi!
È insolentemente in piedi, è un crimine capitale, ruggì il Porta-Vessillo, il cui verbo era formidabile quanto la sua funzione.
È in piedi blasfemamente, si lamentò il Supremo Sacerdote dell’Utile Ipotesi.
La sua chiara voce di Eunuco planava come un suono di flauto sulle diverse voci delle altre genti di corte, che ripetevano senza fine con accento desolato:
In piedi!
È in piedi!
In piedi insolentemente!
In piedi blasfemamente!
In piedi, ahi, ahi! In piedi! In piedi!
E il coro d’indignazione formava una specie di tumulto solenne fra tutti questi uomini prosternati che, forse per la prima volta, si accorgevano della loro umiliazione.
L’ardito personaggio guardava senza comprendere. Meravigliato del brusio sgranava i suoi grandi occhi di barbaro e avanzava lentamente. Quando fu presso la principessa la guardò con curiosità come si fa con un animale strano o con un idolo portato da molto lontano. Lei trasalì senza volerlo, vedendo quel volto d’uomo.
Ah! Disse la principessa con bontà, che peccato che tu sia temerario, ti avrei ammesso volentieri alla felicità di mostrarmi nuca e schiena come tutti i devoti che vedi qui ordinati in ranghi attorno a me. Non li uccido quasi mai, a meno che la loro nuca non mi sia sgradita o che non abbiano mosso senza eleganza la loro mano destra alzata, che deve stare immobile. Tu saresti vissuto come loro sotto l’irraggiamento della mia persona e come loro ti saresti divertito a ripetere instancabilmente il Motto Scelto, che faccio elargire ogni anno dal mio Supremo Pontefice. Adesso bisogna che ti consegni al carnefice. Ma ciò che mi infastidisce parecchio, te l’assicuro, è di farti torturare prima che ti sia tagliata la testa.
L ‘uomo maleducato alzò le spalle.
Puah!, fece, almeno ti ho guardato in faccia. Di te si raccontano tante di quelle storie! Così dunque sei proprio tu colei che è tanto crudele e insieme bella?
Allora, con una volgarità innominabile, – biff! baff! – di rovescio e col palmo schiaffeggiò la principessa; e mentre lei gridava di collera, egli osò poggiare la mano sulla sua virtù…
Al rumore dello schiaffo (perché altro non avevano sentito) tutti i cortigiani piombarono sulle ginocchia per lo spavento, senza alzare gli occhi. Ma l’assurdo giovane rideva a più non posso mentre era tra le mani delle guardie servili che lo conducevano via.
Bene , bene! Diceva alla principessa rimasta senza fiato. Tu puoi farmi tagliare la testa ma non mi ucciderai mai per intero. Sopravvivrò in te, mia dolce beneamata, perché non potrai mai più dimenticarmi.
La principessa era rimasta immobile e basita sul suo trono. I gentiluomini ai suoi piedi dimenticarono di ripetere incessantemente il Motto Scelto. Regnava un silenzio prodigioso. A un tratto, al rumore secco e molle che fa la lama del carnefice sulla carne, seguì nella sala un urlo talmente terribile che il Gran Porta-Vessillo alzò imprudentemente la testa. La principessa, in piedi per metà , si torceva convulsamente le braccia… e il Gran Porta-Vessillo non poté decidere se avesse udito il grido dell’odio soddisfatto o il vociare disperato di un inesprimibile orrore.
Ora, giurano che la principessa Gloriana viva ancora, bella sempre e sempre giovanile, essendo nata immortale. Inoltre dicono che adesso all’ingresso del Palazzo, la testa imbalsamata dell’impudente, con grandi smeraldi al posto degli occhi, è offerta alla folla come salutare esempio, artisticamente sostenuta da un palo di rubini dietro una triplice griglia d’oro.
Ma le cose spesso vanno in modo da giungere più lontano di quanto ci possa piacere. Il popolo passando si fa il segno della croce davanti al suppliziato che chiamano già San Temerario, e il Supremo Pontefice dell’Utile Ipotesi è pronto a testimoniare che San Temerario farebbe dei grandi miracoli per il bene dello Stato, se avesse una chiesa sufficientemente dotata.
Quanto ai cortigiani della principessa, prima di affrontare gli alti gradini che conducono alla sala dal trono, evitano puntualmente l’orribile trofeo. Ma alcuni sbirciano di nascosto verso di lui e in fondo al proprio animo quei vigliacchi ammirano fremendo colui che toccò senza rispetto ciò che loro non osano neppure guardare.

Di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini.

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L’illustrazione è di Ferenc Helbing (aka Franz Helbing , 1870-1958)

Ferenc Helbing (aka Franz Helbing , 1870-1958). from “Keleti Mesék” (Oriental Tales), 1914

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Triplice omaggio

Franco Fontana, classe 1933 è uno dei maestri della fotografia italiana nota nel mondo, tra le sue fotografie che si ricordano per prime vi sono quelle di scenari naturali ove il colore la fa da padrone assoluto insieme a nette geometrie calcolate. Ne ho raccolte tre soltanto, anche se ce ne sarebbero molte di altrettanta bellezza per associarle e tre miei senryu con cui desidero omaggiare la sua splendida arte. Per chi fosse incuriosito e volesse vedere altri suoi scatti lascio qui il link: http://francofontanaphotographer.com/

                                                  Intersezioni                                  
                                           convergenti colgono
                                              il primo sguardo.

Puglia - Franco Fontana

                                         Se saturata
                                 realtà si maschera
                                       di surreale.

Fontana.jpg

                                          L’esile luce
                              può guidarci comunque
                                           nell’oscurità.

Franco Fontana Mare.jpeg

Daniela Cerrato, 2017                                                  Fotografie di Franco Fontana

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Piero di Cosimo (1462-1522)

Premetto che è un pittore che adoro e che desidererei avesse avuto maggior fortuna ai suoi tempi e fosse più considerato oggi, invece pare sia relegato a torto come artista poco conosciuto ai più.
Piero di Cosimo (1462-1522) personaggio eccentrico,dal carattere difficile, geniale artista del Rinascimento fiorentino è una figura quasi sconosciuta, nonostante l’apprezzamento dimostrato dalla critica e l’ampia produzione di dipinti di tema sacro e profano oggi conservati in musei e collezioni di tutto il mondo. Figlio di un fabbro fiorentino,intorno ai 18 anni fu messo a bottega presso Cosimo Rosselli,un pittore non geniale ma con una bottega polivalente ben organizzata; con lui stabilì un legame molto stretto ,tanto che Piero lo considerava alla stregua di un padre e per questo scelse l’appellativo Piero “di Cosimo”.
Il Vasari lo definì “ingegno astratto e difforme” e lo descrisse di carattere introverso poco socievole e sempre assorto nella contemplazione della natura anche nei suoi aspetti meno comuni.
Piero di Cosimo visse anche a contatto dei più grandi maestri fiorentini del secondo quattrocento; fu attratto dalla monumentalità del Ghirlandaio, dal disegno aggraziato e morbido del Botticelli, dal decorativismo minuzioso di Filippino Lippi, così come dalle virtuosità dei Fiamminghi le cui opere erano nelle collezioni dei potenti banchieri fiorentini.
Col maestro Rosselli collaborò agli affreschi per la decorazione della Cappella Sistina a Roma ( “Predica della Montagna” e “Guarigione del Lebbroso”,1482 )
La sua carriera proseguì a Firenze ove dipinse alcune tavole con particolare concezione dell’antico con un’interpretazione originale per gusto del colore e crudezza del segno. Certe sue rappresentazioni hanno il sapore di favole antiche in cui risalta la sua fervida immaginazione e dove ritrae animali colti nel loro muoversi nella natura che hanno valenza simbolica e i personaggi riprodotti trasmettono una forte carica emotiva.
Il suo amore per la Natura, intesa come vastissimo regno nel quale l’uomo è soltanto uno dei protagonisti, lo si percepisce nella perizia con la quale dipinse gli sfondi naturali, intrisi di pensoso silenzio, di leggiadri giochi di luce,in un’armonia dell’infinito in cui l’uomo non è che una piccola parte di ingranaggio.
Tra i suoi lavori più interessanti ci sono le due tavole “La caccia”, e “Il ritorno dalla caccia” datate 1494-1500 ca., “Le disavventure di Sileno”, “La Madonna col Bambino e due angeli” (1505), scena sacra caratterizzata da una straordinaria tenerezza. “Il ritrovamento di Vulcano” (1487-90 ca.), una scena mitologica, tramandata dall’Eneide e dalle Ecloghe, ripresa sullo sfondo di una natura lussureggiante, ” Il Satiro che piange la morte di una ninfa” (1495-1500 ca.) altro splendido scenario ricco di fiori,vivace nei toni di verde che diviene riferimento per i pittori della scuola Preraffaellita. Favolosi i suoi ritratti di “Simonetta Vespucci” ,di Giuliano da Sangallo e di Francesco Giamberti.
I colori vivi e brillanti di Piero di Cosimo ne fanno quasi un precursore del realismo magico; ai nostri giorni sicuramente stimolerebbe curiosità e interesse nel pubblico,invece gli storici dell’epoca lo etichettarono come “pazzo” e proprio il Vasari, a distanza di qualche anno dalla sua morte raccontava scandalizzato le manifestazioni più singolari del pittore: solitario ma capace di slanci di umorismo contagiosi, affascinato dalla pioggia e dai temporali ma terrorizzato dai fulmini, bestiale in certi atteggiamenti ma abile al punto di rivaleggiare con Leonardo nella cura dei particolari.
Molti furono i discepoli di costui, e fra gli altri Andrea del Sarto, che valse per molti. Il suo ritratto s’è avuto da Francesco da San Gallo, che lo fece mentre Piero era già vecchio.

Il Ritratto di Simonetta Vespucci come Cleopatra è un dipinto a tempera su tavola di Piero di Cosimo, databile al 1480 circa e conservato nel Museo Condé di Chantilly

“Satiro che piange la morte di una ninfa”

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“Vulcano ed Eolo maestri dell’umanità” (1490 circa, Ottawa, National Gallery of Canada

Piero di Cosimo, Vulcano ed Eolo maestri dell_umanità (1490 circa; olio su tela, 155,5 x 166,5 cm; Ottawa, National Gallery of Canada)

“Scena di caccia” – dettaglio

A Hunting Scene, Piero di Cosimo

“La scoperta del miele”

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Piero di Cosimo Particolare del corpo della ninfa

“Adorazione del bambino”0000591_the-adoration-of-the-child-by-piero-di-cosimo-c-1495-1500.jpeg

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Le poesie dello svitato

Le poesie di Italo Bonassi arrivano sempre al cuore, comunicano stati d’animo in cui spesso ci si ritrova a passare tra viaggi introspettivi e realtà immaginate. Ha la capacità di donare momenti di autentiche emozioni e spunti per riflessioni sulla vita e sulla morte con un linguaggio diretto e un’autoironia che riesce sempre a coinvolgere il lettore; queste sono le sue ultime pubblicate,ma consiglio a chi non ha ancora visitato il suo blog di frequentarlo, in silenzio e assorbendo colori visioni suoni e percezioni. Grazie Italo!

Assonanze Poetiche

I passi di chi non c’è

Cadenzano senza echi nella camera,
con un rumore che dentro ci rimbomba,
i passi di chi non c’è. Echi del tempo,
come attimi fuggenti senza suono,
ci parlano di cose immaginarie,
senza senso né logica di senso,
menzogne e verità, ombre di orme,
a ogni passo un suono senza voce
di una ronda che va e non vedi dove.
Resta nell’aria, muto, il tuo tormento
di non essere come loro, resta l’eco
della tua voce che ti suona dentro

UN PRESTIGIO DA SALVARE

C’è un prestigio, si dice, da salvare:
essere sempre noi, e non cambiare
checché lo si desideri, anche magari
sgherli e arrugginiti, ma noi stessi
fino all’ultimo momento, e quel pezzaccio
d’anima che si ha, adoperarla
anche di là, immacolata, intatta,
unica cosa, dicono, che conti
lassù, dove si può quel che si vuole
Lasciare qui piuttosto la patente,
tanto per…

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Zampillo

Dal beccuccio di ottone ossidato
acqua scende lenta, zampilla
dalla fonte e qualche stilla
schizza sul bordo della vasca

rinfresca i colombi accaldati
che grugano e vanno zigzagando
pare si muovano rallegrati
dalla frescura e quasi danzando

salutano la fontana della piazza
antico sollievo fra odorosi tigli
impettiti e schierati a contornare
le bancarelle del mercato rionale

che la domenica lascia spazio vuoto
silente e religioso, benefico riposo
in cui il traffico  meno sostenuto
offre miglior respiro e se occhi poso

sulla prospettiva del largo alberato
pare quasi si accenda la memoria
di quando la città aveva più fiato
e la pedalata era d’uso, obbligatoria.

Daniela Cerrato, 2017

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“L’Ora arida” di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini

L’Ora arida (tratta dalla raccolta Clartés)- Traduzione di Marcello Comitini

L’aria diafana è un cristallo
Incorruttibile e duro – nulla palpita in lei.
Nella rigidità immobile del luogo
il sole sulla sabbia ha fuochi di metallo
e il mio sguardo esita, bruciato dalla luce.
Archi dalle trasparenze blu!
Oh vertigine della certezza – chiarità!
All’orizzonte scivola di lega in lega
un’onda di fiamma dove nulla sorge né abita:
il sole senza sosta fora i cieli sottomessi
soffocati dal torrido fiato dell’estate.
È svanita l’ora in cui le ombre meditano.
Mezzogiorno crepita di mille sciami di scintille.
Oh pensiero ! e la mia fronte s’irrita alla sua bellezza.
Terre! Sabbie ardenti e ricche pepite,
le mie dita invano hanno cercato nella vostra aridità
l’oro sparso lontano dai tuoi estremi rami
etereo mare della Serenità…
Da troppo tempo le mie voglie, ebre di un male oscuro,
hanno logorato i fili d’oro che il dolore dipana;
agli abissi del giorno dove l’azzurro s’è inaridito
il mio desiderio sfinito non ha toccato che il vuoto
Oh ditemi! Non vi è più, sotto le nuvole fuggite,
per questa fronte per questi occhi inariditi dalla febbre,
un po’ di consolanti lacrime di pioggia –
una goccia d’acqua per le mie labbra?

Immagine : Lou Goodale Bigelow- Ruth St. Denis, “Greek Veil”, circa 1917-18

Lou Goodale Bigelow- Ruth St. Denis, “Greek Veil”, circa 1917-18

 

“L’Heure aride” (in Clartés)
L’air diaphane est un cristal 

incorruptible et dur – rien n’y palpite. 

Dans la rigidité immobile du site 

le soleil sur le sable a des feux de métal 

et mon regard, brûlé par la lumière, hésite.

Courbes aux transparences bleues ! 

Oh vertige de la certitude – clarté ! 

À l’horizon de lieue en lieue, 

glisse une onde de flamme où nul songe n’habite :

le soleil sans répit perce les cieux domptés

qu’étouffe la torride haleine de l’été.

L’heure est évanouie, où les ombres méditent. 

Midi par mille essaims d’étincelles crépite, 

ô pensée ! et mon front s’irrite à sa beauté. 

Terres ! sables ardents et riches pépites, 

mes doigts en vain cherchaient sous votre aridité 

l’or épars au lointain de tes branches limites,

éthéréenne mer de la Sérénité…

Mes vœux ont trop longtemps, ivres d’un mal obscur, 

effilé l’or subtil que le regret dévide ; 

aux abîmes du jour où se tarit l’azur 

mon désir épuisé n’a touché que le vide. 

Oh dites ! n’est-il plus, sous la nuée enfuie, 

pour ce front, pour ces yeux que dessèche la fièvre,

un peu des consolantes larmes de la pluie – 

une goutte d’eau pour mes lèvres ?

 

 

 

 

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