Lettera d’amore tratta dal romanzo “Seta” di Alessandro Baricco

Personalmente fra i libri di Baricco che ho letto quello che preferisco è “Novecento” ma questo brano tratto da “Seta” è di una bellezza e di una forza sconvolgente.

“Mio signore amato,
non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà,
rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto
ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego,
resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti,
non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me,
la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego,
non aprire gli occhi se puoi, e accarezzati, sono così belle le tue mani,
le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere,
mi piace vederle sulla tua pelle, così,
ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui,
nessuno ci può vedere ed io sono vicina a te,
accarezzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,
è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere,
a me piace guardarla e guardarti,
signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora,
non devi aver paura son vicino a te,
mi senti?
Son qui, ti posso sfiorare, è seta questa la senti?
È seta del mio vestito, non aprire gli occhi e vedrai la mia pelle,
avrai le mie labbra,
quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra,
tu non saprai dove, ad un certo punto sentirai il sapore delle mie labbra, addosso,
non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli,
sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso,
forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia,
sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro,
o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù,
e le schiuderò scendendo a poco a poco,
lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra,
e spingendo la mia lingua,
la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano,
il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso,
finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio,
morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio,
e con il cuore tra le mie labbra tu sarai il mio, davvero,
con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre,
se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami,
sono io, chi potrà mai cancellare quest’istante che accade,
e questo mio corpo senza più seta,
le tue mani che lo toccano,
i tuoi occhi che lo guardano,
le tue dita nel mio sesso,
la tua lingua sulle mie labbra,
tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi,
mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo,
tu dentro di me a muoverti adagio,
le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi,
la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,
il mio corpo sul tuo, la tua schiena mi solleva,
le tue braccia che non mi lasciano andare,
i colpi dentro di me,
è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei,
vogliono sapere sino a dove farmi male,
fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi?
Nessuno potrà cancellare questo istante che accade,
per sempre getterai la testa all’indietro, gridando,
per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia,
la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta,
non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere,
doveva essere questo istante,
e questo istante è,
credimi, signore amato mio, quest’istante sarà,
da adesso in poi, sarà, fino alla fine.
Noi non ci rivedremo più, signore.
Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete.
Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre.
Serbate la vostra vita al riparo da me.
E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità,
a dimenticare questa donna che ora vi dice,senza rimpianto,
addio.”

 

 

Émile Friant

Émile Friant (1863-1932) fu un pittore francese. Le sue tele  realisticamente molto intense, spesso tratte dalla vita quotidiana, realizzate con un ricercato naturalismo, riscossero alla loro epoca un notevole successo, tanto che Friant nel 1883 , solamente ventenne, riuscì a trionfare nel Grand Prix de Rome e nel 1889 all’Esposizione universale di Parigi, ricevendo la medaglia d’oro.

Émile Friant (1863-1932)
Woman with a Lion, 1919

Émile Friant (1863-1932)

Asclepìade e i suoi raffinati epigrammi

Asclepìade di Samo può essere considerato il continuatore ideale di Alceo, di Anacreonte e di Saffo, la poetessa dell’amore per antonomasia.
Siamo in età ellenistica (quella che vide il trionfo militare e politico di Alessandro Magno e del suo sogno di un impero universale, terminato a causa della morte prematura) e perciò opera a quasi tre secoli di distanza dai primi; ma la distanza temporale non interrompe quel filo di continuità con la tradizione letteraria arcaica, che caratterizza la sua produzione.
Con particolare sensibilità Asclepiade affronta gli stessi temi degli autori prima citati: il simposio, il vino e soprattutto l’amore.
In un genere letterario come l’epigramma, che conobbe in età ellenistica una straordinaria fortuna, il poeta di Samo poetò con grazia e finezza a manifestazione dei sentimenti personali. Se infatti l’epigramma toccherà una vasta gamma di temi e motivi, da quello votivo a quello funerario, con Asclepiade assumerà per molti versi un carattere straordinariamente lirico.


Come Zeus

Nevica grandina, suscita tenebre,
risplendi folgora, scuoti le nubi
piene di fuoco su tutta la terra.
Certo, se tu mi uccidi,
la finirò: ma se mi lasci vivo,
anche in mezzo ai pericoli più gravi
continuerò la vita nei piaceri.
Perché, o Zeus, mi trascina il dio che domina
anche te. Per lui un giorno,
mutato in oro, forzando pareti
di bronzo, sei giunto a un letto d’amore.

 

Federico Garcia Lorca, Madrigale d’Estate

MADRIGALE D’ESTATE

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.

Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?

Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.
( Federico Garcia Lorca , 1920)

 

 

Incipit di “Tre fuochi” di Erri De Luca

Mi piace molto lo stile letterario di Erri De Luca, stringato e pulito ,che arriva dritto nell’animo senza troppi giri tortuosi.Adoro la sua modestia e il suo mettersi sempre in gioco .Dunque questo incipit che trovo meraviglioso.

“Scrittore è titolo da piedistallo, per il mio caso sciolgo volentieri la formula in: uno che scrive qualche storia. Scrittore mi squilla perentorio nelle orecchie, onnipotente come chi può scriverle tutte le storie e non invece solo quelle estratte dal proprio giacimento. Così come scanso il titolo di scrittore, così non sono cuoco, ma uno che si sa cucinare qualche pietanza. La preferita è la parmigiana di melanzane. Accosto i due esercizi per coincidenza di luogo, spesso scrivo in cucina, in ore di fuochi spenti. Qualche storia, qualche pagina scritta se ne impregna.

Venti anni fa ho ricavato un tavolo da avanzi di legname: il pieno è di pitch pine, pino canadese, che ho usato per le persiane; le gambe sono di castagno rimasto dalle travature del tetto; i fascioni sono di rovere, rimasuglio d’altro lavoro. Il tavolo di cucina è l’ombelico della casa, non va spostato mai. Il mio pesa tanto da scoraggiare sollevamenti. Ci ho dormito sopra nelle notti d’inverno, quando il solo calore della casa stava nella brace del camino in cucina. Appoggiato al suo legno scrivo, mi addormento, lego le pagine degli antichi libri sui quali mi risveglio, taglio le melanzane.”

errideluca

Lontananze

La lontananza
Questa parola riporta alla memoria una bella e melodiosa seppur triste canzone di Modugno di tanti anni fa. Il suo testo è una poesia senza tempo,che spiega in modo impeccabile il distacco da una persona cara.
Volenti o nolenti prima o poi siamo tutti vittime di questa circostanza.
Talvolta la lontananza è volutamente cercata, un banco di prova per capire meglio un rapporto logorato dal tempo e dall’abitudine; in tal caso siamo responsabili di questa scelta e se il nostro cuore non prova strazio, allora ci rendiamo conto che deve essere definitiva.
Ma ci sono distacchi forzati.
Quello di una persona che è venuta a mancare,è la più dolorosa da accettare che solo il tempo e la rassegnazione potranno curare.
Poi c’è la lontananza temporanea per motivi esterni, più o meno lunga, e qui la pensiamo facile da superare all’inizio, proprio perchè consci che avrà termine.
Ma ecco che invece, dopo appena pochi giorni,ci accorgiamo del profondo vuoto che lascia in noi,anche se siamo immuni alla solitudine; nel trascorrere delle ore non possiamo fare a meno di cercare e desiderare la fine del tormento,non ne vediamo la fine,invochiamo il ritorno e ci sentiamo meno forti di quanto pensavamo di essere.
L’insofferenza a tutto e a tutti si espande soprattutto se le possibilità di contatti con la persona in questione vengono ad essere scarsi. Una cosa positiva però nasce da questa tristezza irrequieta: la consapevolezza di quanto importante possa essere una persona per il nostro equilibrio psico-fisico e quanto sia grande l’amore che proviamo nei suoi confronti.
E questa coscienza la riverseremo positivamente non appena tutto ritornerà nella normalità.
Infine non meno importante la lontananza da un luogo, senza banalità, la nostra cara città natale.
Per quanto possiamo essere giramondo e rimanere affascinati dalla bellezza e magia di luoghi incantevoli,il nostro cuore rimane ancorato alle radici e ai ricordi che non sbiadiranno mai. E qui ritornano in mente le parole di un’altra canzone,di Rita Pavone,anche questa di tanti anni fa:
“Mi piace ritornare a casa mia,e ritrovarmi fra le cose mie,fra quelle cose che son la casa.Casa mia, per piccina che tu sia,tu mi sembri una badia…”
Era una semplice meditazione,su vari momenti della mia vita vissuta, purtroppo ho vissuti tutti i vari stati di lontananza,e uno lo sto vivendo ora ,ma è quello a lieto fine stavolta, per fortuna mia.

 

 

Per te (Pierangelo Bertoli)

Ho scritto mille canzoni di uomini
ho costruito castelli di musica
ho raccontato decine di favole,
versi dolcissimi, rabbie incredibili,
ma non ho fatto mai la musica per te.
Ho respirato amore
che usciva da te
ed ho capito cose
perchè tu vivevi i tuoi giorni con me.

Vorrei offrirti dei giorni impossibili
dove la guerra è vinta dai popoli
dove non crescono alberi inutili,
miseri esseri, privi di scrupoli
che non permettono la tua felicit?.
Ma il tempo ci è alleato
e giorno verrà,
chi ti ha rubato tanto
un giorno lo so, io lo so, pagherà.

Non posso darti che questa mia musica
tutto l’amore che sento pensandoti,
dirti le cose che provo stringendoti
le bocche tacciono, …e non ci sei che tu.