“I baci”, di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini

La poesia “I baci” tratta dalla raccolta “Clartés” di Albert Mockel (1866– 1945) è una delle sei facenti parte di un capitolo dal titolo “Reprimande a Bilitis” (Rimprovero a Bilitis); in queste sei liriche c’è un riferimento evidente all’opera di Pierre Louys (1870 –1925), autore francese la cui opera più conosciuta è appunto “Les Chansons de Bilitis”. In realtà l’opera di Louys fu una mistificazione, frutto di un bizzarro esperimento letterario col quale l’autore inventò di sana pianta una poetessa greca dell’epoca di Saffo, Bilitis appunto, innamorata come lei di varie fanciulle, in particolare la bella e traditrice Mnasidika.
Ma torniamo a Mockel e alla sua poesia, che si trova in questo spazio solo grazie alla traduzione dell’ormai insostituibile Marcello Comitini, cui vanno i miei ringraziamenti.

              I BACI            di Albert Mockel,traduzione di Marcello Comitini

                                                             ”   Chiudi dolcemente le braccia come
una cintura attorno a me!”
Pierre Louys. Les chansons de Bilitis,LXV

Alza le tue braccia nude, Bilitis!

Un’ombra dalle labbra tenere
tiepida come il fiato d’un iris
vaga di curva in curva e scivola
verso la tua bocca, in un dolce gioco.

Per incantarti si spoglia mollemente
dei suoi abiti di paleo odoroso,
e morbidi come onde sulle tue guance,
i lunghi riccioli disciolti, contraddicono
l’azzurro predestinato che gela i tuoi occhi duri.

Innamorata Bilitis, amorosa d’amore!
l’ombra amata, delle tue mani prigioniera
a sua volta imprigiona la tua bocca:
docile, nelle tue labbra dai contorni sottili,
un bacio lancinante esita, tu lo guidi….

E la curva immortale dove si adagia il giorno
per ingannarti dipana nel silenzio delle sponde
le matasse mescolate di tenebre perfide.

A Study of Rodin's Kiss in his Studio by Gwen John

LES BAISERS. (Albert Mockel)
 “Ferme doucement tes bras  comme une ceinture sur moi !”
  Pierre Lodys. Les chansons de Bilitis, LXV.

Lève tes bras nus, Bilitis !

Une ombre aux lèvres cajoleuses,
tiède comme une haleine d’iris,
de courbe en courbe rode et se glisse
vers ta bouche, en douce joueuse.

Pour te ravir elle dénoue
aux flouves mollement sa vêture,
et souples, en onde à tes joues,
les boucles longuement déroulées désavouent
l’azur prédestiné qui glace tes yeux durs.

Bïlitis amoureuse, amoureuse d’amour !
l’ombre aimée, en tes mains captive,
captive ta bouche à son tour:
docile, en tes lèvres aux subtils détours,
un baiser lancinant hésite, que tu guides….

Et la courbe immortelle où s’enroule le Jour
pour t’abuser dévide au silence des rives
des écheveaux mêlés de ténèbres perfides.

albert_mockel

Nell’immagine: Albert Mockel

Storia di una principessa ammirevole e di un uomo maleducato

Dopo due poesie già postate dello stesso autore è la volta di un breve racconto di Albert Mockel dal titolo “Storia di una principessa ammirevole e di un uomo maleducato“, una sorta di favola la cui storia pur apparendo surreale per i nostri tempi evoca la rigidità dei protocolli di corte degli antichi imperi e la crudeltà che vigeva in essi; non dico altro sul contenuto per non svelare troppo della trama. Il racconto venne pubblicato su “Labeur et Liberté”, una rivista di cultura artistico- letteraria del 1910 a Parigi.

La versione dal francese è stata tradotta e concessa per la pubblicazione da Marcello Comitini che, con la sua collaborazione preziosa e la solita cortesia, ci permette di entrare ancora una volta nel mondo di questo autore belga francofono prima sconosciuto.    Buona lettura!

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La principessa Gloriana , che dicono bella da far girare la testa, fin dalla più tenera età fu crudele senza saperlo.
Chi dunque potrebbe mai rimproverarla? Scintillante e fredda come la lama di una spada, era bella, vi dico bella sino a far piangere, bella sino a suscitare intorno a sé la follia. E fu per questo, forse per prudenza, non meno che per un segno di rispetto, che leggi molto sagge stabilirono che nessuno la guardasse mai.
La principessa non conosceva né il desiderio che fa tremare le mani, né la passione che torce le bocche, né la sofferenza che fa stralunare gli occhi e fa digrignare i denti. Era crudele con innocenza – crudele come lo sarebbe un angelo che non avrebbe appreso il dolore degli uomini.
Quando lasciava il suo palazzo per percorrere i viali della capitale, servitori zelanti correvano davanti la sua carrozza, producendo un gran trambusto di trombe e tromboni. Avvertivano così la canaglia di stendersi a terra per testimoniare l’amore, ventre e fronte nella polvere. C’era gente che gridava perché veniva buttata per terra con sollecitudine un po’ brusca; altri erano picchiati di santa ragione, altri condotti in carcere a causa della loro ribellione. Così, e ben presto, la principessa poteva avanzare, in pompa sdegnosa e splendida, fra le migliaia di schiene ordinatamente piegate. E tutto ciò era glorioso, ammirevole, eccellente per la disciplina e la prosperità pubblica. Perché la caratteristica propria di un vero Re è quella di non aver mai visto il rovescio del suo popolo.
La principessa viveva così in una perduta solitudine. A volte le sembrava di regnare sul vuoto; ma in realtà regnava dispoticamente come il denaro regna sul mondo.
Quel che i regolamenti di polizia imponevano al popolo, l’etichetta lo imponeva duramente a Palazzo.
Ogni mattina alla stessa ora i cortigiani si presentavano schierati. Erano luminosi di mille colori, portavano magnifiche parrucche e stupefacenti pennacchi; e grazie a questi erano ammessi alla sala del trono dove sedeva la principessa. Le si disponevano intorno, ciascuno secondo il proprio rango. Allineati con simmetria in modo molto decorativo, e subito trasportati dal più nobile entusiasmo, cantavano da lontano la sua bellezza senza averla mai vista, ripetendo con fervore il Motto che veniva scelto ogni anno per celebrarla degnamente. Del resto stavano curvi prima ancora d’aver varcato le porte e nessuno osava altra posa se non quella di stare in ginocchio una mano alzata in segno di supplica, il naso contro il pavimento per testimoniare un’anima sottomessa e la parrucca tolta e strisciante il suolo a simboleggiare umiltà e adorazione. – Fuorché il viso impassibile di suo padre la principessa non aveva visto mai altro volto d’uomo.
Fu molto sorpresa dunque che un gran giovanotto vestito in modo originale, si raddrizzò all’improvviso entrando nella sala del trono. Da dove veniva? Nessuno poteva dirlo. I valletti si accalcavo da fuori, andando all’ indietro sui loro piedi piatti, essendo loro vietato di entrare nella sala. Tutti i cortigiani intanto gridavano e facevano un gran rumore volendo cacciare l’intruso che scorgevano dal basso verso l’alto all’indietro tra le loro ginocchia divaricate, ma il rispetto delle buone maniere li forzava a mantenere il cranio contro terra, di modo che non potessero far nulla.
È in piedi! Esclamavano. In piedi! Ahi, ahi! Sta all’impiedi!
È insolentemente in piedi, è un crimine capitale, ruggì il Porta-Vessillo, il cui verbo era formidabile quanto la sua funzione.
È in piedi blasfemamente, si lamentò il Supremo Sacerdote dell’Utile Ipotesi.
La sua chiara voce di Eunuco planava come un suono di flauto sulle diverse voci delle altre genti di corte, che ripetevano senza fine con accento desolato:
In piedi!
È in piedi!
In piedi insolentemente!
In piedi blasfemamente!
In piedi, ahi, ahi! In piedi! In piedi!
E il coro d’indignazione formava una specie di tumulto solenne fra tutti questi uomini prosternati che, forse per la prima volta, si accorgevano della loro umiliazione.
L’ardito personaggio guardava senza comprendere. Meravigliato del brusio sgranava i suoi grandi occhi di barbaro e avanzava lentamente. Quando fu presso la principessa la guardò con curiosità come si fa con un animale strano o con un idolo portato da molto lontano. Lei trasalì senza volerlo, vedendo quel volto d’uomo.
Ah! Disse la principessa con bontà, che peccato che tu sia temerario, ti avrei ammesso volentieri alla felicità di mostrarmi nuca e schiena come tutti i devoti che vedi qui ordinati in ranghi attorno a me. Non li uccido quasi mai, a meno che la loro nuca non mi sia sgradita o che non abbiano mosso senza eleganza la loro mano destra alzata, che deve stare immobile. Tu saresti vissuto come loro sotto l’irraggiamento della mia persona e come loro ti saresti divertito a ripetere instancabilmente il Motto Scelto, che faccio elargire ogni anno dal mio Supremo Pontefice. Adesso bisogna che ti consegni al carnefice. Ma ciò che mi infastidisce parecchio, te l’assicuro, è di farti torturare prima che ti sia tagliata la testa.
L ‘uomo maleducato alzò le spalle.
Puah!, fece, almeno ti ho guardato in faccia. Di te si raccontano tante di quelle storie! Così dunque sei proprio tu colei che è tanto crudele e insieme bella?
Allora, con una volgarità innominabile, – biff! baff! – di rovescio e col palmo schiaffeggiò la principessa; e mentre lei gridava di collera, egli osò poggiare la mano sulla sua virtù…
Al rumore dello schiaffo (perché altro non avevano sentito) tutti i cortigiani piombarono sulle ginocchia per lo spavento, senza alzare gli occhi. Ma l’assurdo giovane rideva a più non posso mentre era tra le mani delle guardie servili che lo conducevano via.
Bene , bene! Diceva alla principessa rimasta senza fiato. Tu puoi farmi tagliare la testa ma non mi ucciderai mai per intero. Sopravvivrò in te, mia dolce beneamata, perché non potrai mai più dimenticarmi.
La principessa era rimasta immobile e basita sul suo trono. I gentiluomini ai suoi piedi dimenticarono di ripetere incessantemente il Motto Scelto. Regnava un silenzio prodigioso. A un tratto, al rumore secco e molle che fa la lama del carnefice sulla carne, seguì nella sala un urlo talmente terribile che il Gran Porta-Vessillo alzò imprudentemente la testa. La principessa, in piedi per metà , si torceva convulsamente le braccia… e il Gran Porta-Vessillo non poté decidere se avesse udito il grido dell’odio soddisfatto o il vociare disperato di un inesprimibile orrore.
Ora, giurano che la principessa Gloriana viva ancora, bella sempre e sempre giovanile, essendo nata immortale. Inoltre dicono che adesso all’ingresso del Palazzo, la testa imbalsamata dell’impudente, con grandi smeraldi al posto degli occhi, è offerta alla folla come salutare esempio, artisticamente sostenuta da un palo di rubini dietro una triplice griglia d’oro.
Ma le cose spesso vanno in modo da giungere più lontano di quanto ci possa piacere. Il popolo passando si fa il segno della croce davanti al suppliziato che chiamano già San Temerario, e il Supremo Pontefice dell’Utile Ipotesi è pronto a testimoniare che San Temerario farebbe dei grandi miracoli per il bene dello Stato, se avesse una chiesa sufficientemente dotata.
Quanto ai cortigiani della principessa, prima di affrontare gli alti gradini che conducono alla sala dal trono, evitano puntualmente l’orribile trofeo. Ma alcuni sbirciano di nascosto verso di lui e in fondo al proprio animo quei vigliacchi ammirano fremendo colui che toccò senza rispetto ciò che loro non osano neppure guardare.

Di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini.

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L’illustrazione è di Ferenc Helbing (aka Franz Helbing , 1870-1958)

Ferenc Helbing (aka Franz Helbing , 1870-1958). from “Keleti Mesék” (Oriental Tales), 1914

“A colei che non tradisce” di Albert Mockel ,traduzione di Marcello Comitini

Leggendo qua e là mi imbatto talvolta in autori sconosciuti e ne nasce una curiosità dettata dal periodo storico in cui sono vissuti, epoca che mi affascina moltissimo in vari ambiti artistici; è il caso di questo autore belga di cui ho inizialmente trovato una poesia e poi a seguire altre similmente interessanti. Pensando di poterne fare un post mi sono avvalsa dell’indispensabile e preziosa gentilezza di Marcello Comitini, che cortesemente si è occupato della traduzione del testo con la solita maestria che molti di voi ormai conoscono.
Prima della poesia inizio a presentarvi l’autore con una foto e una breve biografia.
Albert Mockel

Albert Mockel (1866 -1945) è stato uno scrittore belga, poeta, giornalista, docente e critico letterario, con studi su Mallarmé e Verhaeren e membro dell’Accademia reale del Belgio.
Originariamente dalla periferia di Liegi ha fatto il suo esordio letterario pubblicando una rivista, Vallonia, che s’avvalse della collaborazione di scrittori sia belgi Emile Verhaeren, Charles Van Lerberghe che francesi, Viele-Griffin e André Gide. In essa sosteneva un attivismo autonomista di cui è divenuto portavoce e nel 1919 ha scritto anche una proposta di riforma dello Stato che teneva conto di ciò che  Léon Troclet aveva sostenuto qualche tempo dopo nello stesso anno.
Dopo un lungo soggiorno in una Germania wagneriana che lo aveva affascinato, si è trasferito a Parigi nel 1890. La sua prima raccolta di poesie, “Chantefable un peu naïve” (1891) è stata pubblicata a Parigi senza il nome dell’autore.
In “Propos de litterature” del 1894 Mockel ha esposto le caratteristiche di un’estetica poetica che trae spunto dai riferimenti musicali e costruisce una teoria del simbolo i cui elementi di base sono Armonia e Ritmo che contraddistinguono il senso ristretto che viene dato a queste parole in un contesto puramente musicale. In particolare Mockel ha affermato che il simbolo è il risultato  di una sintesi che, in virtù di un percorso soggettivo dell’autore, situato al di là del razionale, permette di porre in evidenza il rapporto ideale tra le forme. La sua forza suggestiva garantisce all’opera una pluralità di significati e li offre all’interpretazione del lettore.
Ha contribuito a molte riviste e giornali: “Le Mercure de France”,”Durendal”, “La Plume”, “L’Express di Liegi”.
La morte di Mallarmé gli ha offerto l’occasione di una esegesi e un omaggio  in “Stefano Mallarmé un eroe”; altre sue opere importanti sono “Clartés” (1901),”Fiabe per i ragazzi di ieri” (1908), “La fiamma sterile” (1923), “La fiamma immortale” (1924). Albert Mockel ha avuto un ruolo importante nella storia della letteratura belga, rappresentando lo spirito di una simbolismo raffinato. I suoi primi lavori sono caratterizzati da evocazioni di sogni, si cantano le fate, figure evanescenti e diafane come impressioni fugaci, totalmente preso dalla teorie musicale  che vuole ogni poesia non come oggetto verbale ma come una sorta di ode alla sonorità.In età più matura ha scritto poesie più appassionate e ferventi, intrise di sentimento e sensualità contagiosa, maturando incredibilmente il suo stile poetico.
Membro dell’Accademia di lingua e letteratura francese fin dalla sua nascita nel 1920, nel 1936 è tornato in Belgio per diventare curatore del Museo Wiertz fino al 1940. Si è spento a Bruxelles nel 1945 ed è sepolto nel cimitero di Robermont.

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A colei che non tradisce – di Albert Mockel, traduzione di Marcello Comitini

Tu che popoli le mie notti, spettro eterno del Tempo,
Ombra enorme e muta, mostro dalle molli ossa,
I cui passi invano spiamo nelle tenebre,
So che mi sei accanto e ti attendo e tremo.

O bontà ! Dunque ho paura che i tuoi disprezzi assolvano
Quest’anima dove vertiginoso penetra il tuo sguardo? …
E tuttavia il mio viso d’adolescente sognava
Che nel tuo seno tutti i miei dolori si sarebbero dissolti.

Morte, sacerdotessa del Tempo, il mio vile terrore ti offende.
Triste un’onda si gonfia nei tuoi profondi furori
E il grido della carne s’immerge nelle onde
Che cozzano tra loro fra le tue esplosive risate…

Ma io t’invoco, o incantatrice dalle braccia di piovra
E offro al tuo cuore severo un cuore forte e tranquillo –
Se è vero che l’Amore si erge sulla morte
Come un giglio stretto da un nodo di vipere.

 

À celle qui ne trahit jamais di Albert Mockel

Toi qui hantes mes nuits, spectre éternel du Temps,

Ombre énorme et sans voix, monstre aux molles vertèbres

Dont on épie en vain les pas dans les ténèbres,

Je te sais près de moi ; je tremble et je t’attends.

Oh bonté ! ai-je donc peur ? Que tes mépris absolvent

Cette âme où ton regard vertigineux descend…

Et pourtant il songeait, mon front adolescent,

Que toutes les douleurs en ton sein se résolvent.

Mon lâche effroi te hait, Mort, prêtresse du Temps.

Un flot morne se gonfle en tes fureurs profondes,

Et le cri de la chair s’étouffe dans ces ondes

Qui se heurtent parmi tes rires éclatants…

Mais je t’appelle, ô fascinante aux bras de pieuvre ;

J’offre à ton cœur sévère un cœur tranquille et fort, —

S’il est vrai que l’Amour s’érige de la Mort

Comme un lys enlacé dans un nœud de couleuvre.

Poesia pubblicata sulla rivista “Labeur et Liberté”, Parigi, 1910

Infine una splendido dipinto di Félicien Rops ( 1833-1898 ) altro valente artista belga.

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