Girovagando e fotografando : L’abbazia di Vezzolano

Nel 1095 due ecclesiastici, Theodulus ed Egidius, ricevono in dono da alcuni nobili una chiesa di Santa Maria ed altri beni per fondare una comunità religiosa. Del primitivo edificio non è rimasta traccia, sappiamo da un documento successivo che i religiosi seguivano la regola di Sant’Agostino. Si trattava quindi di una canonica regolare, non un vero monastero, ma una comunità di preti diocesani che seguivano la regola monastica del Vescovo di Ippona. La comunità in origine era strettamente legata alle famiglie appartenenti al consortile de Radicata, il cui potere si estendeva dal territorio di San Sebastiano da Po fino alle colline astigiane.

Foto Personale

Nella seconda metà del XII secolo comincia la costruzione dell’attuale chiesa, in gran parte sotto la direzione del prevosto Guido. Ai primi anni del secolo successivo sono terminati i lavori della chiesa, mentre il chiostro e il resto del complesso vengono completati in seguito e più volte rimaneggiati.

La grandezza di Vezzolano è al culmine alla fine del XIII secolo; poi inizia il declino. Nel XV secolo la chiesa è data in commenda, viene cioè affidata ad un grande ecclesiastico che porta il titolo e percepisce le rendite ma non vi risiede. Nel corso del XVII secolo diverse visite pastorali lamentano il degrado della chiesa, che non è più sede di una comunità attiva. Nel 1631 il territorio di Albugnano passa dai Marchesi di Monferrato ai Savoia, ed essendosi perso il ricordo della storia antica la chiesa comincia ad essere chiamata impropriamente abbazia, termine col quale è nota oggi. In età napoleonica l’istituzione viene soppressa e tutti i beni sono incamerati dallo Stato in vista di una cessione ai privati. A differenza di quanto succede in molti altri casi, la chiesa non viene venduta; rimane di proprietà demaniale e passa in gestione alla parrocchia di Albugnano, evento che ha permesso di salvare un grande tesoro d’arte. Invece i beni fondiari e il resto degli edifici, compreso il chiostro, vengono venduti a privati.

Nel 1927 moriva l’ultima proprietaria, che lasciava i beni di Vezzolano all’Accademia di Agricoltura di Torino. Negli anni successivi il chiostro e gli ambienti annessi passavano allo Stato: cominciò un’importante campagna di restauro (1935-1937) per la risistemazione degli edifici e il recupero degli affreschi, ormai ridotti in condizioni penose per le infiltrazioni d’acqua e l’incuria. In tempi più recenti, nuovi restauri interessano le coperture (1986), la facciata (1989-1990), il pontile (1996-1997), nuovamente gli affreschi (2002). Da tali interventi, effettuati con moderno rigore scientifico, si sono ricavate importantissime informazioni sulla storia costruttiva della Chiesa e sulle tecniche degli antichi capimastri scalpellini e pittori.

Foto personale

La facciata della chiesa è il risultato di diverse fasi costruttive, che le hanno dato l’aspetto definitivo secondo i canoni dell’architettura romanica del XII-XIII secolo. Essa appare divisa in tre grandi corpi che corrispondono alle tre navate dell’interno.

Foto personale

Al centro vi è un grande portale, sorretto da semicolonne a base semicircolare e quadrata; capitelli decorati con motivi vegetali ed animali fantastici reggono un’arcata, che ha all’interno l’immagine della Madonna in trono con lo Spirito Santo in forma di colomba che le parla all’orecchio.
Al di sopra vi sono tre ordini di loggette cieche rette da colonnine; l’ordine superiore termina con archetti che alternano il rosso del cotto con il colore chiaro dell’arenaria.

In una grande ed elaborata bifora compare in centro Cristo benedicente; ai lati, due arcangeli, identificati solitamente con Raffaele, a sinistra, e Michele, a destra. Entrambi calpestano mostri, immagine del male sconfitto dal bene.Al di sopra della bifora, due angeli che reggono ceri. Alternati ad essi, tre grandi bacini ceramici di produzione araba: si trattava di beni di lusso, incastonati nella facciata come gemme preziose
Nell’ordine superiore, due immagini angeliche, che combinano i caratteri dei cherubini e dei serafini .
Al vertice, un’immagine corrosa che forse rappresenta Dio padre. A sinistra, un portale, che ha nella lunetta una figura ora non più riconoscibile. Il portale di destra invece non è mai stato completato, in quanto dopo la chiusura della navata destra dava accesso soltanto ad una piccola cappella. Gli ingressi furono murati in epoca imprecisata.

La struttura è quella di una basilica a tre navate ma cinque delle sei arcate della navata destra sono state utilizzate per il braccio settentrionale del chiostro. Di questa, come di altre modifiche al progetto originario di cui troviamo i segni, non è rimasta alcuna documentazione. Osservando la struttura dal basso verso l’alto, vediamo il progressivo mutare delle idee costruttive; i robusti pilastri a sezione rettangolare ci rimandano al gusto romanico, mentre le arcate a sesto acuto, e soprattutto le costolature che apparentemente reggono la volta, sono indice dell’incipiente gusto gotico.

I pilastri terminano con capitelli variamente decorati: motivi vegetali, forme geometriche, scene mitologiche o bibliche, come l’immagine di Sansone che uccide il leone.

L’ABSIDE_ Nelle chiese romaniche l’abside è la parte che ha il maggior significato simbolico. Essa contiene l’altare, al di sotto del quale sono spesso custodite le reliquie preziose. Nell’abside della chiesa di Vezzolano spicca il grande catino, con l’alternanza del colore del cotto e dall’arenaria sottolineata da una mano di pittura bianca e rossa. Poiché la chiesa è orientata verso nord-est, dove sorge il sole al solstizio d’estate, ai fedeli la celebrazione dell’Annuncio si presentava fusa nella luce abbagliante del sorgere del sole.
L’arcata che apre il presbiterio ha a destra un elaborato capitello con l’immagine di Salomone che suona la viella, lo strumento musicale ad arco tipico dei trovatori, che proprio alla fine del XII secolo raggiungeva la sua forma più evoluta. Su lato opposto si scorge appena, purtroppo gravemente corrosa, la figura di un suonatore d’arpa.

L’altare

L’ultima importante opera d’arte collocata a Vezzolano è il grande retablo in terracotta dipinta collocato sull’altare.
Il personaggio inginocchiato a sinistra è stato identificato in Carlo VIII, re di Francia 1483 al 1498. Egli discese in Italia nel 1494-95 per conquistare il regno di Napoli, ma fu cacciato da una coalizione antifrancese. All’andata e al ritorno soggiornò per alcune settimane in Piemonte. In una delle due circostanze commissionò per la chiesa di Vezzolano, che nonostante l’incipiente decadenza aveva ancora un grande prestigio, quest’opera complessa e pittoresca.
Il Re si riconosce dal volto, che corrisponde ai ritratti ufficiali dell’epoca: per lo scudo coi gigli di Francia ai suoi piedi, e il mantello azzurro tempestato di gigli d’oro sulle spalle; per il collare dell’Ordine di San Michele, istituito dal padre Luigi XI.
Il gruppo è racchiuso in una complessa architettura di stile tardo gotico; sullo sfondo, un trompe-l’oeil rappresenta delle colonnine, un cielo azzurro e una tenda dorata.

Il chiostro

Il chiostro , indiscutibile perno della vita monastica, di forma quadrata, è simbolo di raccoglimento e quiete; da esso si aprono tutti gli altri ambienti del monastero. I quattro lati del chiostro sono stati edificati in epoche diverse. La parte più antica è quella occidentale, che risale probabilmente alla prima fase costruttiva della chiesa (fine XII secolo). La seconda comprende il braccio settentrionale e parte di quello orientale, che ricevono l’attuale sistemazione nel corso del XIII secolo. La restante parte del braccio orientale, e il braccio meridionale, sono il frutto di modifiche dei secoli successivi.
È ornato da un vasto ciclo di affreschi realizzati fra la metà del XIII e la metà del XIV secolo. Sono opere di autori anonimi, la cui interpretazione è tutt’ora oggetto di studio. Si tratta, con tutta probabilità, di una vasta area sepolcrale destinata a ospitare le tombe di grandi famiglie. Le sepolture non sono più riconoscibili, sono rimasti gli affreschi a testimoniare il legame tra la comunità di Vezzolano e i poteri feudali del tempo.

Il primo affresco, nella lunetta sulla porta che dà accesso alla chiesa, rappresenta una Madonna in Trono con Bambino tra angeli turibolanti. È un’opera di gusto francese databile alla prima metà del XIV secolo. L’arcata a sinistra della porta presenta affreschi commissionati dalla famiglia Rivalba, che per lungo tempo ebbe la signoria su Castelnuovo. Sono datati alla metà del XIV secolo, e l’autore, indicato convenzionalmente come Maestro di Montiglio, ha imparato dai pittori toscani a rappresentare il volume dei corpi col chiaroscuro e lo spazio con la prospettiva. Si riconoscono, dal basso verso l’alto: un defunto sul letto di morte, che un cartiglio, oggi non più leggibile, ma riportato dagli storici ottocenteschi, identifica con Oberto de Rivalba; l’incontro dei Tre vivi e dei tre morti, che insegna a disprezzare le vanità della vita, come gli abiti eleganti e i costosissimi falconi da caccia, destinati a dar luogo al silenzio della tomba; un’Adorazione dei Magi, in cui i personaggi a sinistra sono forse rappresentati con le fattezze di membri della famiglia nobile; un Cristo Pantocrator fra gli Evangelisti, di gusto bizantino. Sulla volta, San Gregorio Magno è l’unico superstite dei Dottori della Chiesa: sono persi San Girolamo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino.

La terza arcata da sinistra presenta un personaggio, indicato come Do(minus) Pet(r)us, che ha in mano un contenitore di reliquie; un Angelo lo presenta alla Madonna in trono col Bambino. A destra, un personaggio indicato come Augustinus (Sant’Agostino): è in abito da vescovo e alza la mano in gesto di benedizione. In alto, l’Agnus Dei fra angeli.

Nella quarta arcata si vede un Cristo Pantocrator, danneggiato nel XVIII secolo per la costruzione di una scaletta verso il pontile. L’affresco dell’ultima arcata raffigura la Madonna in trono con bambino fra San Pietro e San Giovanni Battista; quest’ultimo presenta alla Vergine un devoto inginocchiato in armi. La foggia dell’armatura permette di datare l’opera ai primi anni del XIV secolo. In alto, un Cristo Pantocrator fra Evangelisti.

L’affresco sulla parete in fondo, sopra una porta murata, dà un’altra versione della scena dei Tre vivi e dei tre morti; le figure sono danneggiate, ma sono conservati i testi. I cavalieri alzano le mani al cielo gridando: Ha res orida et stupenda (Ah, che cosa orribile e stupefacente!). Dei defunti è rimasta quasi intera la risposta (la prima riga, oggi scomparsa, ci è riferita dagli storici dell’800): [Quid superbitis miseri] Pensate quod estis Quod sumus Hoc eritis Quod minime vitare potestis (Di che vi insuperbite poveretti? Pensate ciò che siete! Ciò che noi siamo, lo sarete anche voi, e non lo potete evitare per nulla!)

Molto interessanti anche le architetture e le decorazioni scultoree, soprattutto le eleganti colonnine e i capitelli decorati. In diversi punti i capitelli mostrano tracce della coloritura originale.

uno degli ex voto- foto personale
di nuovo all’esterno per un’immersione nella natura- foto personale
i meli in fiore- foto personale

Infine gli ultimi scorci dei dintorni prima del rientro

Tutte le fotografie dell’articolo sono di proprietà personale.

Fausto Corsetti- Le fontane di Roma

Altro prezioso commento di Fausto Corsetti a un mio post dedicato ad una fontana
( https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/2017/04/09/zampillo/ )
Le fontane, strutture architettoniche hanno da sempre un gran fascino, completano la scenografia di una piazza o la parte di una strada e con la loro offerta frescura attraggono folle nelle giornate torride. Ci sono fontane monumentali di geniali scultori del passato conosciute ormai in tutto il mondo o piccole fontanelle opere di autori sconosciuti, ma tutte in ogni caso meritano attenzione per la loro preziosa utilità.
Passiamo dunque alla piacevole visita di alcune fontane romane con la guida di Fausto Corsetti, a cui ho solo aggiunto qualche immagine in calce. Grazie Fausto!

” Roma: città d’agosto, capitale calda, deserta, quasi innaturale.
Una città che offre scorci interessanti quando non si è distratti dal suo caos metropolitano e il ritmo frenetico.
Roma ferragostana, città silente, sorniona ma mai vuota che offre occasioni irripetibili di riappropriarsi di spazi, rapporti, incontri , difficili da percepire in altri giorni dell’anno. Il silenzio festivo irreale mattutino e quel borbottio liquido… delle sue fontane.
Conoscere il numero delle fontane oggi esistenti a Roma è praticamente impossibile, poiché disseminate tra strade, piazze, cortili, giardini, palazzi e parchi, se ne contano alcune migliaia.
E’ facile pensare che nessuna città al mondo possa vantare un numero di fontane superiore o uguale a quelle esistenti a Roma. Da sempre hanno costituito il principale arredo urbano della città, che si esprime sia nelle splendide fontane monumentali sia in quelle che, create unicamente per uso pubblico, sono poi divenute un elemento caratterizzante di quartieri e rioni, legandosi a leggende o eventi realmente accaduti.
L’attrazione e l’interesse che le fontane suscitano a chi visita la città sono sintetizzabili nelle parole di Shelley, grande poeta e viaggiatore dell’ottocento: “Bastano le sue fontane per giustificare un viaggio a Roma”.
In questo breve viaggio fra le fontane romane, vogliamo far conoscere alcune tra quelle meno note e imponenti che, costruite per soddisfare i bisogni del popolo, si sono radicate nella storia e nelle leggende della nostra città.
Iniziamo dalla Fontana del Facchino che si trova in Via Lata ed è incastrata nelle mura del Palazzo De Carolis. Venne inizialmente attribuita a Michelangelo, ma è probabile che il suo autore sia stato Jacopo Del Conte, che la realizzò sul finire del cinquecento. La fontana ritrae un mitico facchino romano, tale Abbondio Rizio, noto per la sua erculea forza, ed è annoverabile fra le statue parlanti di Roma, poiché fu utilizzata frequentemente, come quella più famosa di Pasquino, per esporre spiritosi e corrosivi libelli indirizzati alla Curia e al governo pontificio.
Addossata alla facciata della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci si trova la Fontana del Babuino, così chiamata dai romani per la bruttezza della figura rappresentata, che invece è probabilmente la raffigurazione della divinità sabina Sauco o Fidio.
Anche questa, come la precedente Fontana del Facchino, è considerata una delle statue parlanti di Roma.
La Fontana del Mascherone venne fatta edificare dai Farnese nel 1570. Essa fu collocata in Via Giulia, in corrispondenza dei giardini di Palazzo Farnese, oggi sede dell’Ambasciata francese. Sia la vasca di raccolta dell’acqua che il mascherone da cui essa sgorga sono di epoca romana e provengono da una delle tante terme capitoline.
Non sempre dalla Fontana del Mascherone sgorgava acqua poiché, in occasione di feste particolari, dalle sue cannelle usciva un ottimo vino dei Castelli romani, come nel 1720 quando – durante la festa organizzata per Marc’Antonio Zondadari, in occasione della sua elezione a Gran Maestro dell’Ordine di Malta – dalla fontana sgorgò vino per tutta la notte.
La Fontana dell’Acqua Angelica si trova nel rione Borgo e, più precisamente, in Piazza delle Vaschette. Fu commissionata dal Comune di Roma all’architetto Buffa nel 1898 e inizialmente collocata a fianco della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a Porta Angelica. Pur essendo di pregevole fattura, la notorietà della fontana è dovuta alle proprietà terapeutiche della sua acqua, ritenuta ottima per la cura delle affezioni delle vie biliari.
La Fontana dei Libri si trova in Via degli Staderari, nota anche come fontanella della sapienza, è una delle fontane fatte realizzare dal Comune di Roma nel 1927 dall’architetto Pietro Lombardi per decorare il rione S. Eustachio. Ai lati della testa del cervo, simbolo del rione, ci sono quattro antichi libri che ricordano la vicina Università “La Sapienza” che, fondata nel 1303, continuò ad operare sino al 1935. Un particolare curioso è che il rione S. Eustachio viene erroneamente indicato come il quarto rione di Roma, mentre è l’ottavo.
La Fontana della Botte è in Via della Cisterna, a Trastevere. Si tratta di un’altra pregevole opera dell’architetto Lombardi, realizzata negli Anni Venti, su commissione del Comune di Roma. Per la sua progettazione, l’architetto si ispirò alle tante osterie che popolano questo storico quartiere romano, rappresentando gli elementi caratteristici di queste attività: la botte, lo sgabello e le fiaschette utilizzate per la mescita. Inizialmente la fontana non fu molto apprezzata dagli osti trasteverini, che venivano spesso accusati – a volte a ragione – di allungare il vino con acqua.
Un’altra fontana, raffigurante un facchino, è quella posta in Largo S. Rocco che fu realizzata per conto della Confraternita degli Osti e Barcaioli nel 1774. La fontana ritrae un giovane popolano con il cappello da facchino che versa acqua in una botte, mentre nella fontana in Via Lata, costruita circa duecento anni prima, il facchino la versa dalla botte.
Il 6 aprile 1644, appena pochi mesi dopo aver realizzato la celebre Fontana del Tritone, al Bernini fu affidato l’incarico di costruire una fontana bassa di piccole dimensioni da utilizzare come “beveratore delli cavalli”, che solitamente si costruiva accanto alle fontane monumentali. Il Bernini creò la Fontana delle Api, considerata un elegante saggio del Barocco romano. Ma, purtroppo, durante i lavori di sistemazione della piazza, l’opera andò perduta. L’attuale Fontana delle Api, posta alla fine di Via Veneto, è una copia realizzata con molte alterazioni dallo scultore Adolfo Apolloni.
Queste sono alcune delle fontane che impreziosiscono le strade e piazze della nostra città e, sperando di aver suscitato l’interesse dei lettori, ci auguriamo che vogliano continuare in prima persona questo viaggio, tra le leggende, la storia e la magia dell’acqua che si fa arte.”
ROMANE FONTANE DIMENTICATE
di Fausto Corsetti

roma fontana del facchino-1

sopra: Fontana del facchino          Sotto: fontana del Mascherone

roma fontana del mascherone

Sotto: la fontana dei libri

fontana-dei-libri

La fontana dell’Acqua Angelica e più sotto quella Della Botticella

angelica1M

12_Fontana della Botticella2

 

 

Oradea, la piccola Parigi rumena

Nella zona nordovest della Romania, vicino al confine con l’Ungheria, si trova Oradea, una città della valle del fiume Crisu Repede,considerata una “piccola Parigi” . Deve la nomea agli spettacolari edifici eretti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo,in stile Secessione. Allora tollerante e cosmopolita per la strategica posizione all’incrocio delle arterie commerciali tracciate tra Est e Ovest, sprigiona un’architettura nouveau ricca di decorazioni in stucco, in maiolica e in ferro battuto molto scenografica.
I suoi artefici provennero dalla scuola politecnica di Budapest e furono influenzati sia dallo stile romantico-ungherese di Odon Lechner (Komor Marcell, Dezso Jakab, Sztarill Ferenc) sia dal geometrismo spigoloso della scuola viennese (i fratelli Vago, Valer Mende) sia dal “Coup de fouet” dalle curve ondulate di chiare origini francesi.
Oradea è davvero unica tra le città cresciute nel periodo Belle Epoque e fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu un abbagliante parco-giochi per architetti potenti e abitanti facoltosi. La cittadina che oggi conta all’incirca 200.000 abitanti è stata distrutta nel 1836 da un’incendio e il suo aspetto, classico dell’Art Nouveau e dello stile architettonico austriaco con le facciate decorate di toni pastello, è dovuto all’accurata ricostruzione.Oggi ospita 77 edifici inseriti negli elenchi della Commissione Nazionale per i Monumenti Storici.
Oradea è stata per lungo tempo  residenza del Re di Ungheria Mattia Corvino e solamente nel dopoguerra è tornata a far parte della Romania; vanta un centro storico incantevole, uno dei primi edifici decorati e colorati nello spirito dell’Art Nouveau è il Palazzo Fuchsl, progettato dagli architetti di Budapest Bálint Zoltán Lajos e Jámbor negli anni 1902-1903. Gli stucchi, così come i ferri battuti dei balconi e delle porte richiamano sinuosi tralci di vite.
Il Black Hawk (1907-1908) è il più celebre edificio costruito da Marcell Komor e Dezso Jakob,è su quattro piani, due blocchi e un passaggio in vetro colorato che lo connette a tre strade distinte e la vetrata con l’aquila nera che aleggia nella galleria è diventata uno dei simboli della città. Di notevole interesse anche la  I e II, la casa Poynar, l’hotel Astoria, il Transylvania Hotel, il Palazzo Ulman, il Palazzo Stern, il Palazzo Moskovits e il Palazzo Apollo.
Da non perdere La Chiesa della Luna, o Biserica cu Luna, dotata di un orologio astronomico con le fasi della luna. Bellissimo è anche il Palazzo del Vescovo,completato nel 1770, a forma di U presenta 3 piani, 100 camere affrescate, 365 finestre e una facciata con capitelli ionici. Il palazzo è oggi sede del Museo della Regione Crisana.
La spettacolare fortezza di Oradea, la Cetatea Stelara, con i suoi 5 bastioni è un’altra attrazione storica della città,costruita con pianta a forma di stella da architetti italiani a cavallo tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 sul sito di un’antica fortificazione,attualmente ospita numerose mostre d’arte e fiere dell’artigianato. Infine da visitare assolutamente è la Cattedrale Romano Gotica il più grande edificio sacro barocco di tutta la  Romania, con una cupola di 24 m e torri laterali alte 61 m, costruito su progetto di Giovanni Battista Ricca (1691 -1757 ).

Palatul Fuchsl

palatul fuchsl8

Palatul Apollo

palatul-apollo

Palatul Poynar

palatul poynar2

Casa Adorjan

casa adorjan I2

casa Adorjan,dettagli

casa adorjan I7

casa adorjan II5

Vetrata del Black Hawk a Oradea (foto Battaglini)

Vetrata del Black Hawk a Oradea (foto Battaglini) @LaStampa.it

Complexul-vulturul-negru 0077

Palatul Vulturul Negru1 romania

Vetrata in stile Liberty a Oradea (foto Battaglini)

Vetrata in stile Liberty Secessione a Oradea (foto Battaglini) @LaStampa.it

Veduta aerea della città

Oradea_21957

(Tutte le fonti sono attinte dal web)

Silente s.o.s.

Premessa:
E’ frequente vedere nelle immagini in rete e anche nella realtà delle nostre città architetture fatiscenti che mostrano ancora la loro originale importanza strutturale sebbene fortemente intaccata.Spesso sono ubicate anche in centro città o comunque in luoghi ove è un vero peccato vederle sfiorire accanto a costruzioni nuove ma sicuramente meno ricercate e ricche da un punto di vista architettonico. E allora nasce spontanea una domanda,perchè lasciarle abbandonate al loro triste destino quando le si potrebbe ancora salvare?
L’ immagine che allego sotto è solo un’esempio di quanto ceduto alla corrosione del tempo.

Segni del tempo
e dell’incuria
ormai devastano
il nobile volto
vetri infranti
parti sgretolate
dissestate
fan di bellezza
un’eco lontana
di decadenza
palese sintomo
ma occhi esperti
riescono ancora
a comprendere
la gloria perduta
del mio apetto…
chissà se saranno
sì generosi
da restituirmela.

Daniela,2016

Palazzo abbandonato a Guzow, Polonia.

abandoned-palace-in-guzow-poland

Il museo d’arte di Roubaix,Francia.

Roubaix è un comune francese situato nella regione del Nord Passo di Calais vicino al confine col Belgio. In questo comune si trova il bellissimo Museo di arte e industria André Diligent, un’incantevole costruzione in stile art deco; era esattamente il 1922 quando il sindaco di Roubaix,Jean Baptiste Lebas, commissionò all’architetto progressista Albert Baert (1863-1951) di costruire la piscina più bella di Francia.
L’ambizioso progetto terminò solo nel 1932 dopo aver attraversato non poche difficoltà economiche. Ancor oggi rimane un’esempio importante di quello stile d’effervescenza decorativa,un’edificio che sfoggia un’ingresso in stile bizantino e lo splendore decadente di vetrate,mosaici e smalti.
La planimetria è quella di un’abbazia, quattro ali disposte intorno a un giardino che evoca un chiostro.Nell’ala sud e ovest erano previsti i bagni,l’ala nord conteneva gli spazi destinati alla circolazione e a zone di ricreazione (terrazza, solarium e bar) mentre le cabine furono sistemate nell’ala est le cui vetrate rappresentano il sole al suo levare e tramonto.Le decorazioni interne sono anch’esse tipiche dell’art decò e vi sono rappresentati simboli massonici.
Infatti l’architetto Albert Baert apparteneva alla loggia massonica del nord-est di Lille che costruì il tempio Street Thiers nella città.
La piscina risultò un vero successo tanto che nel 1934 fu classificata come una delle più moderne in Europa divenendo da subito un’istituzione pubblica attiva e un divertente luogo d’incontro,fino al 1985 data in cui venne chiusa per questioni di sicurezza.
Nel 1990 il consiglio comunale e la direzione dei musei francesi lanciarono un bando internazionale per recuperare l’importante edificio;i lavori di restauro si effettuarono dall’inizio del 1998 al 2001.
La sala prinicipale del museo è naturalmente quella della piscina,che rappresenta un po’ il fiore all’occhiello come la sala degli specchi a Versailles.L’acqua è ancora presente scaricata nel bacino da una figura rappresentante Nettuno (anche se è stata soprannominata “il Leone” per i capelli che evocano una criniera) e le gradinate formano una passeggiata al bordo vasca dove si può vagare ammirando sirene,bagnanti, ballerine e figure in meditazione in pietra o in bronzo.Tra le figure maschili vi sono atleti,boscaioli,seminatori.Tutte opere che rappresentano la scuola francese della metà del XX sec. che ha proseguito la tradizione
dell’arte figurativa del XIX sec. regalando all’ambiente un’aspetto fastoso.
Molto interessante e sicuramente non passa inosservato è il portico monumentale in gres smaltato,opera di Alexander Sandler (1843-1916)in origine ideata per la biblioteca del padiglione francese all’Expo Universale di Gand del 1913.
Le vecchie cabine ora sono utilizzate come vetrine per le esposizioni di tessuti, ceramiche gioielli e disegni.
Il vecchio solarium della piscina comunale è oggi un giardino botanico dedicato a piante coltivate per le loro proprietà tintorie o tessili.
Il museo nella sua totalità immerge il visitatore in uno stato di euforia proprio per la particolare locazione delle opere d’arte ed è divenuto il fulcro dello sviluppo del centro storico di Roubaix, città che ha subito pesanti crisi economiche.
È l’edificio simbolo di una rinnovata identità urbana e ad oggi uno dei 10 musei più visitati di Francia.
Tra le sculture presenti,opere di Auguste Rodin,Camille Claudel,Robert Wlerick, Jean Roulland e Antoine Bourdelle. Inoltre importanti opere pittoriche tra cui quelle di Jean Auguste Dominique Ingres,Louis Charles Spriet,Robert De Niro Senior,Emile Bernard, Pierre Bonnard.
Interessante la sezione ceramiche che include artisti come Picasso, Carbonell, Chagall, Leonard.
Dalle immagini incluse datate e recenti,tutte tratte dal web, ci si può render conto di quanto possa essere suggestiva ed emozionante una visita in questo originale tempio d’arte.

facade-522x903

4043738

4-522x800

Musée la Pisicne à Roubaix, près de Lille dans le Nord

DSC08977

piscinedsc_7826

piscine-de-roubaix-31-12-2011

piscine roubaix 3

La_Piscine_à_Roubaix

111023164040

Sotto quella luna

C’è un cappello
sotto quella luna
apparsa a ciel sereno
e seppur lontana
sembra volersi calare
sul culmine al quale
s’incastonerebbe
così rimpicciolita,
in geometrica perfezione
come pomolo a misura
inviato dal cielo,
a completar disegno
di genial fattura
pregevole esempio
di terrena architettura.
Daniela,gennaio 2016

Fotografia di Gregory Lejeune,scattata a Lens ,Pas de Calais, Francia

Couronnement lunaire Gregory Lejeune