L’arte di Joshua Burbank

Ho scoperto nelle mie scorribande per il web Joshua Burbank, un artista californiano nato nel 1968 che utilizza una tecnica mista collage + acrilici + gommalacca per creare le sue composizioni accattivanti, dai colori caldi e variegati; alcuni ritratti sembrano ispirati a dei classici rinascimentali, anche se lui dice di ispirarsi molto alle moderne pubblicità di shampoo o altri prodotti per poi rivoluzionarle in qualcosa di più classico. Il risultato mi pare comunque interessante.

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La leggiadrìa della natura rappresentata da Hitomi Hosono

Hitomi Hosono è una giovane artista giapponese che ispirandosi alla natura crea opere in ceramica di rara delicatezza e dinamicità. Le forme eleganti delle sue creazioni sono il frutto di un lavoro certosino, ogni pezzo può richiedere anche un’anno tra disegno, progettazione, creazione, tempi di asciugatura e modifiche; dapprima disegna il soggetto, che può essere una foglia, un fiore, una piuma, poi lo riproduce su  un calco ed infine lo applica su un vaso o altro oggetto di arredamento. Sono opere di estrema raffinatezza monocromatica costituite da strati di petali di camelie, rose, glicini…, da foglie dettagliate fin nelle loro minute venature; la fitta sovrapposizione sul vaso di questi singoli elementi  nasconde completamente la struttura su cui sono applicate, come avviene talvolta in natura, quando ad esempio le foglie di edera ricoprono completamente un tronco o un muro.
La sua esperienza trae grande influenza dalle tradizioni della ceramica giapponese ed europea, avendo studiato sia la ceramica Kutani a Kanazawa in Giappone, sia il design della ceramica europea a Copenaghen. Alcuni dei suoi lavori  si possono ammirare al British Museum e al Victoria e Albert Museum di Londra, al Los Angeles Museum of Art e al Musee National des Arts Asiatiques di Parigi.

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L’arte del manifesto, post dedicato a Viki come da promessa :-)

L’arte del manifesto pubblicitario nacque in Italia a fine ‘800 e raggiunse il suo apice nel primo ‘900. Faticò a crescere poichè v’era carenza di tipografie in grado di realizzare prodotti di qualità. Così nelle Officine Grafiche Ricordi, specializzate nella stampa di spartiti musicali, nacque  una sezione dedicata alla creazione e stampa di manifesti; da qui uscirono campagne pubblicitarie come quella per i grandi Magazzini Mele. I fratelli Mele furono precursori nel settore pubblicitario, comprendendo l’importanza e la forza di quel mezzo e dal 1895 le loro campagne si avvalsero di artisti come Marcello Dudovich e Leopolodo Metlicovitz.
Nel 1895 alla Biennale di Venezia furono esposti per la prima volta i manifesti pubblicitari, opere rappresentanti una società elegante e dedita ai divertimenti. La pubblicità del primo Novecento si rivolgeva esclusivamente alla borghesia della società italiana, che poteva permettersi determinati consumi; così simboleggiano le belle donne disegnate da Dudovich che pur pubblicizzando prodotti di largo consumo aono rappresentate come icone di una élite privilegiata, in ambientazioni raffinate dai dettagli preziosi, con uno stile molto vicino a quello di un dipinto.
Cappiello, considerato il precursore dei pubblicitari, basò la sua comunicazione sulla memorabilità, fu il vero inventore del manifesto-marchio, capace di comunicare immediatamente l’essenza del prodotto. Il primo esempio di manifesto-marchio lo realizzò nel 1903 per una piccola ditta di cioccolato, la Klaus, desiderosa di un manifesto che catturasse l’attenzione. Cappiello realizzò così il celebre cavallo rosso cavalcato da una donna in abito verde, su sfondo nero e scritte in giallo.
Diversamente nei manifesti di Seneca per la Buitoni non compare la pasta in primo piano come si potrebbe immaginare, ma singolari personaggi come la suora, il cuoco o il bambino. Il pubblico in quel caso non bada più al prodotto ma al personaggio.
I cartellonisti che hanno segnato l’arte pubblicitaria nei primi anni di regime furono i futuristi e Depero fu l’artista più significativo e che ha lasciato il segno nel settore pubblicitario. Celebre il sodalizio artistico con la Campari; questa collaborazione fu importante perché i grandi industriali, come Campari, iniziarono a comprendere l’importanza del cartellone pubblicitario e della sua straordinaria capacità di persuasione.
Indubbiamente, la presenza dei futuristi diede al settore pubblicitario un’impronta di stile. La pubblicità divenne così il trionfo della sintesi e dell’originalità, si passa a un manifesto dall’impatto forte, surreale, bizzarro, ricco di slogan in diagonale, con un certo tipo di lettering e dai colori forti, scioccanti. Le strade dovevano trasformarsi in musei a cielo aperto, elevando il manifesto pubblicitario ad arte, cosa che non tutti gli riconoscevano.
Celebri i manifesti di Plinio Codognato per la Fiat, dove la macchina è rappresentata in un contesto surreale tanto che sembra volteggiare.
Le donne disegnate da Dudovich per la Rinascente sono eleganti e chiacchierano o si tengono per mano mentre passeggiano allegre, o sono riprese al trucco, o mentre sdraiate prendono il sole in costume da bagno.
In alcuni manifesti interviene anche la censura per coprire gambe o seni troppo provocanti, o per italianizzare termini stranieri. Citiamo il caso del cognac Ramazzotti che divenne l’arzente in un manifesto di Gino Boccasile.
Le opere di cartellonisti quali Metlicovitz, Cambellotti, Martinati, Dudovich, Diulgheroff, Craboni, Cappiello, Nizzoli,Seneca, Riccobaldi, Sepo divennero delle vere opere d’arte; al tempo stesso anche pittori già affermati come Adolfo De Carolis, Adolfo Hohenstein, Aleardo Terzi, Plinio Nomellini, Galileo Chini, Leonardo Bistolfi, Vittorio Grassi, Umberto Boccioni, Sironi si dedicarono alle arti applicate cui il manifesto pubblicitario appartiene. Impossibile resistere a questo mezzo di comunicazione di così forte impatto e dalle immagini che seguono si può ben comprendere il perchè…

( Fonti  da vari siti web; alcune immagini risultano rimpicciolite per impaginazione )

 

 

 

Ethel Leontine Gabain (1883-1950)

Dedico questo spazio ad alcune opere dell’artista franco inglese Ethel Leontine Gabain, vissuta tra il 1883 e il 1950, moglie del pittore John Copley, sinora a me rimasta sconosciuta. Come spesso avviene, mi è capitato sotto gli occhi un dipinto che mi ha invitata ad iniziare la ricerca di altri lavori. Oltre ai ritratti ha dipinto anche paesaggi e nature morte, ma nel caso specifico ho scelto di proporre questi che seguono in quanto accomunati da un filo conduttore particolare: sono tutti ritratti di donne dai volti malinconici, dai colori romantici, tenui, mai chiassosi anche quando c’è qualche nota di colore più vivo. Per queste sue rappresentazioni si è avvalsa prevalentemente della stessa modella, Carmen Watson, che ha posato per lei più di sessanta volte.

La prima immagine è la foto dell’artista.

Portrait of Ethel Gabain - Private Collection

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(c) Peter Copley; Supplied by The Public Catalogue Foundation

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Giacomo Grosso alla Pinacoteca Albertina

Giacomo Grosso

Giacomo Grosso ( 1860 –  1938) “La Ninfea”, 1907

Giacomo Grosso fu un artista purtroppo già dimenticato nell’immediato dopoguerra sia dai collezionisti che dalla critica che per un certo periodo lo snobbò, tuttavia resta uno dei rappresentanti di maggiore  importanza nella pittura italiana nel passaggio tra ‘800 e ‘900, quando maturò successi a Parigi e Vienna e nelle varie esposizioni internazionali. Fu rivalutato per fortuna  dopo la mostra alla Promotrice di Torino nel 1990 ; la pittura di Grosso mette in risalto  il suo senso assoluto per il colore, la sua abilità ritrattistica nel definire con gusto anche i dettagli scenografici ed è un inno alla bellezza della natura osservata e dipinta in tutte le sue espressioni. Lo portarono al successo internazionale queste innate doti pittoriche con cui diede un’impronta personale ai volti, ai corpi fasciati dai vestiti sontuosi , ed anche ai  nudi sensuali e voluttuosi, ai paesaggi come ai fiori e alle nature morte. Questa occasione  che si presenta nelle prossime settimane  a Torino credo sia da non perdere per riscoprire questo artista dal carattere complesso e provocatorio che ricoprì anche la carica di senatore del Regno.

http://www.pinacotecalbertina.it/dal-28-settembre-la-grande-mostra-di-giacomo-grosso/

Chiesa romanica di San Secondo di Cortazzone

Nella provincia di Asti, si trovano numerose testimonianze architettoniche di epoca medioevale; un esempio, che ho rivisitato pochi giorni fa, è la piccola chiesa romanica di San Secondo di Cortazzone , gioiellino di bellezza risalente al XI secolo e il cui ultimo importante restauro risale al 1992. L’edificio ha pianta strutturata in tre navate, terminanti ognuna con abside semicircolare ed è costituito da blocchi di pietra con inserimento di file di mattoni. Sulla facciata l’ingresso è sormontato da un doppio arco di pietra delimitato da una cornice di conchiglie, per cui si presume fosse una chiesa facente parte della strada dei grandi pellegrinaggi.
Le parti laterali della facciata sono divise da semicolonne, che proseguono per l’intero perimetro dividendo l’edificio in porzioni di diversa ampiezza. Sotto alcuni archetti ai lati della cornice di conchiglie campeggiano le prime sculture zoomorfe e antropomorfe che all’interno diventano i particolari più suggestivi. Esternamente sulle absidi sono poste fasce decorative e sculture a foglie; la parete sud è particolarmente ricca di decorazioni scultoree, intrecci, fogliami e viticci interrotti e ripresi; poi una croce, teste umane, animali e un’aquila incorniciata.
L’interno ha pavimento composto da piastrelle in cotto,volte a vela e una straordinaria serie di capitelli ognuno con rappresentazioni affascinanti per simbologia. La sirena simbolo di fascino, ambiguità e tentazione, il cerchio simbolo di perfezione, la lepre indica velocità che ricorda la brevità della vita, ma anche sensualità e fecondità. Seguono in bella mostra volatili crestati, fiori, una croce, grandi petali, un pavone inscritto in un tondo, conchiglie e volute decorative, cavalli, teste bovine, pesci, un fiore e foglie di palma. Nell’abside centrale è presente l’unico affresco del XIV secolo restaurato negli anni ’90 e riportato ai suoi colori originali.
Il tutto raccolto in una piccola struttura che ci porta indietro nel tempo e chissà quali e quanti occhi han sbirciato dalle strette monofore…
Riporto qui il commento comparso su Itinerari Piemonte. N.1 speciale del 1991 in cui riconosco una delle mie riflessioni nate durante la visita:

“Cos’ha san secondo che affascina tanto? …La chiesa è tutta lì,neppure tanto grande,disadorna se non per i capitelli con quelle figure e quelle forme di neppure facile lettura per noi profani. Forse sta proprio in questo il fascino…nella semplicità rustica eppure così artisticamente preziosa, nei pensieri e nei sogni che evoca, nel silenzio devoto che promana da queste pietre…”

Tutte le fotografie  postate sono personali.

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Fausto Corsetti- Le fontane di Roma

Altro prezioso commento di Fausto Corsetti a un mio post dedicato ad una fontana
( https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/2017/04/09/zampillo/ )
Le fontane, strutture architettoniche hanno da sempre un gran fascino, completano la scenografia di una piazza o la parte di una strada e con la loro offerta frescura attraggono folle nelle giornate torride. Ci sono fontane monumentali di geniali scultori del passato conosciute ormai in tutto il mondo o piccole fontanelle opere di autori sconosciuti, ma tutte in ogni caso meritano attenzione per la loro preziosa utilità.
Passiamo dunque alla piacevole visita di alcune fontane romane con la guida di Fausto Corsetti, a cui ho solo aggiunto qualche immagine in calce. Grazie Fausto!

” Roma: città d’agosto, capitale calda, deserta, quasi innaturale.
Una città che offre scorci interessanti quando non si è distratti dal suo caos metropolitano e il ritmo frenetico.
Roma ferragostana, città silente, sorniona ma mai vuota che offre occasioni irripetibili di riappropriarsi di spazi, rapporti, incontri , difficili da percepire in altri giorni dell’anno. Il silenzio festivo irreale mattutino e quel borbottio liquido… delle sue fontane.
Conoscere il numero delle fontane oggi esistenti a Roma è praticamente impossibile, poiché disseminate tra strade, piazze, cortili, giardini, palazzi e parchi, se ne contano alcune migliaia.
E’ facile pensare che nessuna città al mondo possa vantare un numero di fontane superiore o uguale a quelle esistenti a Roma. Da sempre hanno costituito il principale arredo urbano della città, che si esprime sia nelle splendide fontane monumentali sia in quelle che, create unicamente per uso pubblico, sono poi divenute un elemento caratterizzante di quartieri e rioni, legandosi a leggende o eventi realmente accaduti.
L’attrazione e l’interesse che le fontane suscitano a chi visita la città sono sintetizzabili nelle parole di Shelley, grande poeta e viaggiatore dell’ottocento: “Bastano le sue fontane per giustificare un viaggio a Roma”.
In questo breve viaggio fra le fontane romane, vogliamo far conoscere alcune tra quelle meno note e imponenti che, costruite per soddisfare i bisogni del popolo, si sono radicate nella storia e nelle leggende della nostra città.
Iniziamo dalla Fontana del Facchino che si trova in Via Lata ed è incastrata nelle mura del Palazzo De Carolis. Venne inizialmente attribuita a Michelangelo, ma è probabile che il suo autore sia stato Jacopo Del Conte, che la realizzò sul finire del cinquecento. La fontana ritrae un mitico facchino romano, tale Abbondio Rizio, noto per la sua erculea forza, ed è annoverabile fra le statue parlanti di Roma, poiché fu utilizzata frequentemente, come quella più famosa di Pasquino, per esporre spiritosi e corrosivi libelli indirizzati alla Curia e al governo pontificio.
Addossata alla facciata della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci si trova la Fontana del Babuino, così chiamata dai romani per la bruttezza della figura rappresentata, che invece è probabilmente la raffigurazione della divinità sabina Sauco o Fidio.
Anche questa, come la precedente Fontana del Facchino, è considerata una delle statue parlanti di Roma.
La Fontana del Mascherone venne fatta edificare dai Farnese nel 1570. Essa fu collocata in Via Giulia, in corrispondenza dei giardini di Palazzo Farnese, oggi sede dell’Ambasciata francese. Sia la vasca di raccolta dell’acqua che il mascherone da cui essa sgorga sono di epoca romana e provengono da una delle tante terme capitoline.
Non sempre dalla Fontana del Mascherone sgorgava acqua poiché, in occasione di feste particolari, dalle sue cannelle usciva un ottimo vino dei Castelli romani, come nel 1720 quando – durante la festa organizzata per Marc’Antonio Zondadari, in occasione della sua elezione a Gran Maestro dell’Ordine di Malta – dalla fontana sgorgò vino per tutta la notte.
La Fontana dell’Acqua Angelica si trova nel rione Borgo e, più precisamente, in Piazza delle Vaschette. Fu commissionata dal Comune di Roma all’architetto Buffa nel 1898 e inizialmente collocata a fianco della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a Porta Angelica. Pur essendo di pregevole fattura, la notorietà della fontana è dovuta alle proprietà terapeutiche della sua acqua, ritenuta ottima per la cura delle affezioni delle vie biliari.
La Fontana dei Libri si trova in Via degli Staderari, nota anche come fontanella della sapienza, è una delle fontane fatte realizzare dal Comune di Roma nel 1927 dall’architetto Pietro Lombardi per decorare il rione S. Eustachio. Ai lati della testa del cervo, simbolo del rione, ci sono quattro antichi libri che ricordano la vicina Università “La Sapienza” che, fondata nel 1303, continuò ad operare sino al 1935. Un particolare curioso è che il rione S. Eustachio viene erroneamente indicato come il quarto rione di Roma, mentre è l’ottavo.
La Fontana della Botte è in Via della Cisterna, a Trastevere. Si tratta di un’altra pregevole opera dell’architetto Lombardi, realizzata negli Anni Venti, su commissione del Comune di Roma. Per la sua progettazione, l’architetto si ispirò alle tante osterie che popolano questo storico quartiere romano, rappresentando gli elementi caratteristici di queste attività: la botte, lo sgabello e le fiaschette utilizzate per la mescita. Inizialmente la fontana non fu molto apprezzata dagli osti trasteverini, che venivano spesso accusati – a volte a ragione – di allungare il vino con acqua.
Un’altra fontana, raffigurante un facchino, è quella posta in Largo S. Rocco che fu realizzata per conto della Confraternita degli Osti e Barcaioli nel 1774. La fontana ritrae un giovane popolano con il cappello da facchino che versa acqua in una botte, mentre nella fontana in Via Lata, costruita circa duecento anni prima, il facchino la versa dalla botte.
Il 6 aprile 1644, appena pochi mesi dopo aver realizzato la celebre Fontana del Tritone, al Bernini fu affidato l’incarico di costruire una fontana bassa di piccole dimensioni da utilizzare come “beveratore delli cavalli”, che solitamente si costruiva accanto alle fontane monumentali. Il Bernini creò la Fontana delle Api, considerata un elegante saggio del Barocco romano. Ma, purtroppo, durante i lavori di sistemazione della piazza, l’opera andò perduta. L’attuale Fontana delle Api, posta alla fine di Via Veneto, è una copia realizzata con molte alterazioni dallo scultore Adolfo Apolloni.
Queste sono alcune delle fontane che impreziosiscono le strade e piazze della nostra città e, sperando di aver suscitato l’interesse dei lettori, ci auguriamo che vogliano continuare in prima persona questo viaggio, tra le leggende, la storia e la magia dell’acqua che si fa arte.”
ROMANE FONTANE DIMENTICATE
di Fausto Corsetti

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sopra: Fontana del facchino          Sotto: fontana del Mascherone

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Sotto: la fontana dei libri

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La fontana dell’Acqua Angelica e più sotto quella Della Botticella

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Palazzo Biscari, Catania

Oggi in rete mi ha colpita una foto che raffigura una scala dall’architettura sorprendente…

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si tratta della scala a forma di onda marina di Palazzo Biscari in quel di Catania, dove  purtroppo non sono mai stata. Così sono andata a cercare notizie su questo splendido palazzo barocco. Varie e bellissime sono le foto che esaltano la bellezza della facciata e dello scalone d’onore oltre che degli interni, ma non le inserisco qui, se volete potete visionarle al sito diretto http://www.palazzobiscari.com/

Preferisco invece proporre un video piuttosto interessante, dove lo stesso discendente dell’antico casato, il principe Ruggero Moncada, che dimora tuttora in un’ala del palazzo, ne racconta simpaticamente la storia, evidenziando la bellezza del favoloso salone della musica e rivela alcuni aneddoti. Buona visione.

La natura misteriosa di Alice Brasser

Alcune opere dell’artista olandese Alice Brasser, nata nel 1965 ad Alkmaar.
Mi sono particolarmente piaciute per la tavolozza con cui dà vita a una natura misteriosa, a scenari campestri e notturni illuminati da una luce irreale a tratti quasi fluorescente. Coraggiosi accostamenti di blu e neri, rosso e indaco, trasformano la realtà in una rappresentazione surreale, quasi in uno sconvolgimento dei codici dei colori primari, che offre un risultato accattivante e originale, dal colpo d’occhio immediato e di grande effetto anche a distanza.

Per chi ha piacere di  approfondire, qui il suo sito: http://www.alicebrasser.com/

 

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Versi liberi

Sei nelle capocchie dei teneri germogli
che bucano e smuovono la terra scura,
nel volo sparso di mongolfiere e aquiloni,
sei nel vagito di un cucciolo cui la vita
ha dato il suo primo schiaffo per natura,
diventi melodia muta in un’opera d’arte
e tenerezza d’abbraccio tra un clochard e
il suo cane, cetra del cuore che canta
il supplizio di sofferenza e amore;
sei nei ricordi che non ci lasceranno
perchè al sicuro nel nostro cassetto.
Colmi le insonnie e i lassi di tempo
altrimenti insipidi, vuoti le tasche
dei nostri sogni e li sperperi al vento,
tu sei il volo di un animo insofferente,
che vorrebbe fuggire ma di restare acconsente.
Tutto questo sei tu, inossidabile poesia
e con minima dose di vergognosa superbia
vorrei che tu fossi sempre un po’anche mia.

Daniela Cerrato, 2017