film da recuperare: “Apri gli occhi” di Alejandro Amenábar, 1997

La storia narra di Cesar, giovane e ricco erede di un proprietario di una catena di ristorazione, amato dalle donne e narciso in maniera ossessiva. Nel giorno del suo venticinquesimo compleanno s’invaghisce di Sofia, ragazza affascinante appena conosciuta e “rubata” come di consueto al suo migliore amico. Cesar, però, ha già una fidanzata che non tarderà a vendicarsi: alla guida di un’auto, si getta in un precipizio con lui come passeggero. La ragazza muore, mentre Cesar resta tremendamente sfigurato. La suspance, l’intricata matassa parte da qui e si sviluppa fino al termine del film che ovviamente non anticipo.
È il secondo lungometraggio del cileno Alejandro Amenábar, e si può considerare un melodramma onirico, che alterna registri sentimentali ad altri fantascientifici; l’andamento drammaturgico è coinvolgente, a tratti magnetico, una pellicola che non si fa dimenticare facilmente.
Il film, all’uscita, fu campione d’incassi in Spagna infatti fu l’unico a non farsi surclassare da Titanic. Dopo quattro anni Hollywood ne ha fatto il remake dal titolo “Vanilla Sky”, con Tom Cruise e sempre con Penelope Cruz nello stesso ruolo. La trama complessa a causa dei continui cambi sul piano narrativo è un vero e proprio studio dell’amore nel subconscio che si addentra in metafore a tratti pirandelliane.
Un cast di tutto rispetto con Eduardo Noriega, Penelope Cruz, Fele Martinez, Gerard Barray, Najwa Nimri Urrutikoetxea
Un film drammatico e intenso che deve essere assolutamente recuperato; avevo visto il remake tempo fa ed è stato un caso fortunato capitare sull’originale che ho trovato più coinvolgente.

qui una scena del film:

Giovanni Pastrone, il pioniere astigiano del cinema muto

Giovanni Pastrone nacque ad Asti il 13 settembre 1882 in una casa nel cuore del centro città. Fu un bravo violinista diplomato al conservatorio di Asti; trasferitosi a Torino iniziò a interessarsi di cinema nel 1905 utilizzando i suoi studi amatoriali sull’elettricità; tre anni più tardi prese vita la Itala Film, la sua casa di produzione. Una società tra le più affermate e attive del periodo che arrivò a realizzare, tra il 1908 e il 1923, più di ottocento film. Il primo successo di Pastrone come regista fu  La presa di Troia (1910), film in costume che narra i momenti conclusivi della guerra tra greci e troiani.

Pastrone nel 1910

Noto con lo pseudonimo di Piero Fosco, pseudonimo creato da D’Annunzio, Pastrone è considerato il pioniere della settima arte; diresse alcuni drammi passionali d’ispirazione letteraria, tra i quali  Il fuoco (1916), dello stesso D’Annunzio, e Tigre reale (1916) di Verga. Fu artefice del primo grande kolossal nazionale che ottenne una fama mondiale, «Cabiria», il film del 1913 che fece epoca sia per il successo senza precedenti che per le tante innovazioni legate all’uso della macchina da presa, girato principalmente negli stabilimenti torinesi dell’Itala Film (corso Casale 91). Determinante per il gran successo di Cabiria risultò la collaborazione di Gabriele D’Annunzio che scrisse le didascalie e inventò i nomi dei personaggi oltre a occuparsi dela traduzione in francese, inglese e tedesco dei sottotitoli del film.

La prima di Cabiria fu il 18 aprile 1914 contemporaneamente al Teatro Lirico di Milano e al Teatro Vittorio Emanuele di Torino dove fu accompagnata dall’orchestra e dal coro del teatro: si intendeva presentare uno spettacolo che potesse competere con l’opera e che attraesse sia il pubblico borghese che aristocratico, fino allora disprezzante delle opere cinematografiche considerate popolari. Il film è ambientato nel terzo secolo avanti Cristo durante l’ultima guerra punica e comincia con la piccola Cabiria rapita dai Fenici che la vendono ai Cartaginesi, desiderosi a immolarla al dio Moloch. Il romano Fulvio Axilia e l’amico Maciste la sottraggono al sacrificio e riescono a farla fuggire. Anni dopo, Cabiria giunge alla corte di Sofonisba. Frattanto Scipione sbarca in Africa con al seguito Fulvio Axilia che, venuto a conoscenza del fatto che Cabiria è schiava di Sofonisba avverte l’amico Maciste. La protagonista femminile Lydia Quaranta ebbe al suo fianco Umberto Mozzato nel ruolo di Axilia e l’ex scaricatore di porto Bartolomeo Pagano nei panni di Maciste. Il direttore artistico e primo operatore cinematografico fu il regista aragonese Segundo de Chomón, che in questo film utilizzò delle lampade elettriche per ottenere effetti di chiaroscuro e realizzò la sequenza dell’eruzione dell’Etna con grande realismo .Le riprese furono fatte in movimento e non più a immagine fissa, dando alla scena grande profondità di spazio; questa tecnica, nei primi anni del cinema, era stata usata per le sequenze in interni . Fu uno dei film più costosi del periodo, circa un milione e duecentocinquantamila lire , tra esterni girati in Tunisia, sulle Alpi e in Sicilia e costumi di scena, dando e diede vita al filone mitologico destinato a durare per oltre mezzo secolo. Il successo di Cabiria fu enorme tant’è che rimase in prima visione per circa un anno a New York e per sei mesi a Parigi. Il grande Martin Scorsese, in un video spedito al Museo Nazionale del Cinema di Torino e proiettato in un primo momento nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana, ha commentato così la sua visione: «Ho visto “Cabiria” di Giovanni Pastrone per la prima volta negli anni Settanta e, come molti americani che scoprirono il film in quel periodo, sono rimasto sbalordito. Prima di tutto, mi sorpresero le moltissime innovazioni che pensavamo fossero americane: il sontuoso movimento della macchina da presa, la diffusione della luce, lo stesso senso di ambizione epica. Tutto nacque in Italia con questo film».

un’attrice di Cabiria

Pastrone fu il primo a trasformare una casa di produzione da azienda artigianale in realtà imprenditoriale. Coi suoi collaboratori mise a punto alcune soluzioni tecniche di grandissima importanza tra cui il carrello e la panoramica. Personaggio eclettico, nel 1904 dopo la morte della madre, si avvicinò al campo medico e studiò da autodidatta per tutta la vita, riuscendo a costruire una macchina a base di impulsi elettrici con cui curava le persone. Per questa sua invenzione provò immenso dispiacere poichè non riuscì mai , nonostante i riscontri immediati e gli innumerevoli tentativi, a far brevettare la sua macchina: si rivolse ovunque, pare anche alla porta di Vittorio Valletta in Fiat, ma nessuno gli diede credito.

Realizzò l’ultimo film nel 1923, Povere bimbe, abbandonando completamente l’attività cinematografica, a cui tornerà soltanto nel 1931 per curare l’edizione sonorizzata di Cabiria. Silvio Alovisio, autore torinese de «I sogni della ragione», ultima biografia sul cineasta, lo ha definito un «fabbricatore di fantasmi», un concetto che coniuga la visione e il sogno ma anche il senso della costruzione e dell’artigianalità.

Pastrone morì a Torino nel giugno del 1959 in seguito a una caduta. Al Teatro Alfieri di Asti gli è tuttora dedicata una sala di proiezione.