I mosaici del battistero di Firenze

… “O somma sapïenza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;

l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
rupp’ io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.” …

dal Canto XIX dell’Inferno di Dante Alighieri

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L’interno della cupola del battistero  di San Giovanni  cui accenna Dante nel suo canto ha un rivestimento mosaicato la cui realizzazione iniziò intorno al 1270 e si concluse agli inizi del secolo successivo. Presenta otto spicchi con figure su fondo dorato. Nella parte superiore sono raffigurate le gerarchie angeliche, nella parte sottostante è raffigurato il Giudizio universale, con la grande figura centrale del Cristo giudice ai cui piedi avviene la resurrezione dei morti. Alla sua destra sono accolti in cielo i beati e, alla sua sinistra, si trova l’inferno coi diavoli.
E proprio di quest’ultima rappresentazione, che prediligo in modo particolare e che fu opera di Coppo di Marcovaldo,Coppus Alarcoaldi,(Firenze, 1225 circa – 1276 circa) pittore italiano tra i più eminenti della pittura toscana del XIII secolo, che riporto un particolare.
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Altre spiegazioni si trovano nella pagina del video che segue e che mostra la bellezza di queste opere.

Intervista impossibile a Beatrice

Tra il 1973 e il 1975 su radiorai andò in onda un programma dal titolo “Le interviste impossibili” dove si immaginavano interviste fatte da intellettuali famosi a personaggi della storia passata.Questo è il divertentissimo testo di un fantastico dialogo tra Umberto Eco e una Beatrice Portinari che risulta assai diversa dalla figura angelica descritta dall’Alighieri.Un ascolto assai piacevole che apre a punti di riflessione sul Divin Poeta. 😉

Rimanendo in tema di Beatrice un bellissimo ritratto a lei dedicato del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) “The Salutation of Beatrice”,

'The Salutation of Beatrice', Dante Gabriel Rossetti.

 

Il gigante Tifeo e la Sicilia,cantati da Dante

«E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”».
(Dante Alighieri, Paradiso, VIII canto, vv 67-69; 1304-1321)

Le continue eruzioni dell’Etna e gli sporadici movimenti tellurici del territorio siculo, trovano spiegazione in un’antica leggenda che narra di una lotta senza quartiere tra Zeus e Tifeo e conclusa con la sconfitta di quest’ultimo. Tifeo ,figlio di Tartaro personificazione degli inferi e di Gea, la Madre Terra, era un gigante orribile con una voce rimbombante e centinaia di teste mostruose, talmente smisurato da arrivare a toccare il cielo . Sin dalla nascita fu destinato dalla madre a combattere contro Zeus colpevole di aver sconfitto i Titani, anch’essi figli di Gea. Un giorno, in territorio siriano, nel corso di uno dei tanti scontri, il gigante riuscì a strappare l’arma di Zeus dalle sue mani.Con questa tagliò i tendini dei piedi al dio e lo rinchiuse dentro una grotta in Cilicia, distretto dell’Asia Minore. Devoti a Zeus, Hermes e Pan corsero in suo aiuto, ritrovarono i suoi tendini e lo rimisero in sesto affinchè non fu pronto a riprendere il combattimento con Tifeo. Se fino a quel momento il gigante aveva avuto la meglio, quest’ultima volta il fato decise di mettersi di mezzo, aiutato dalle Moire rappresentanti del destino che, sul monte Nisa, offrirono a Tifeo dei frutti solitamente destinati ai mortali. Lui, creatura divina, non appena li mangiò perse le forze. Zeus, approfittando della debolezza del gigante, non esitò a ferirlo profondamente ma Tifeo riuscì a fuggire in Sicilia dove il Re degli dei lo fermò e imprigionò sotto l’Etna per sempre. La tradizione popolare vuole che Tifeo sostenga la Sicilia in una sorta di crocifissione. Si immagina il corpo del gigante, supino, con la testa verso est, i piedi verso ovest e le due braccia tese perpendicolarmente al corpo lungo l’asse nord-sud: Tifeo sorregge Messina con la mano destra, Pachino con la sinistra, Trapani gli sta poggiata sulle gambe e il cono dell’Etna sta proprio sulla sua bocca, rivolta verso l’alto. Ogni qual volta il gigante si infuria, fa vomitare fuoco e lava dall’Etna e ad ogni suo tentativo di liberarsi dal legame eterno, ecco che la terra trema.

Tifeo