Ertè, alias Roman Petrovich Tyrtov (1892 – 1990)

Ertè fu un artista istrionico, amante della sperimentazione, scultore, stilista, illustratore, scenografo, viaggiatore, scrittore e persino cuoco. Ha vissuto una vita lunga, incredibilmente piena e movimentata tra successi e oblio altalenanti; ha lasciato la Russia non ancora ventenne ma è stata la bellezza russa, l’anima russa, che ha messo nelle sue opere.

Roman Petrovich Tyrtov nacque il 23 novembre 1892 a San Pietroburgo, in una famiglia di lunga tradizione. La famiglia Tyrtov era nota in Russia dalla metà del XVI secolo, il padre di Roman, l’ammiraglio della flotta Pyotr Ivanovich Tyrtov, prestò servizio come capo della Scuola di ingegneria navale e sperava che il suo unico figlio continuasse, come cinque generazioni dei suoi antenati, a far carriera come ufficiale di marina.
Il suo futuro fu completamente diverso, iniziò a disegnare all’età di tre anni e creò il suo primo schizzo di moda quando aveva solo sei anni: era il disegno di una donna con un abito da sera. La madre di Roman portò lo schizzo alla sua sarta e cucito secondo l’idea del ragazzino, l’abito suscitò ammirazione. Ben presto divenne chiaro che il disegno e l’arte erano le uniche cose che stimolavano il ragazzo che studiò con entusiasmo le danze classiche sotto la guida della ballerina Maria Mariusovna Petipa, figlia del famoso coreografo del Teatro Mariinsky, sviluppando la grazia naturale e le possibilità plastiche del corpo. La sua lettura preferita erano gli album d’arte e l’Hermitage era un luogo costante per passeggiare di frequente per ore. Fu particolarmente attratto dalle antiche culture dell’Egitto, della Grecia e di Roma, nonché dalle luminose opere d’arte esotiche provenienti da India, Cina e dall’Oriente musulmano.

L’evento più sorprendente della sua infanzia fu la mostra di Parigi del 1900, che a soli sette anni visitò con la madre e la sorella. La mostra, ovviamente, era un posto fantastico per un ragazzino, ma fu la città stessa a fargli un’impressione molto più forte. Dovendo scegliere tra danza e pittura, Roman scelse quest’ultima. In seguito ha ricordato: “Sono giunto alla conclusione che potevo vivere senza ballare, ma non senza dipingere”. Nonostante il padre fosse categoricamente contrario alla carriera artistica del suo unico figlio, Roman iniziò seriamente a disegnare. Sua madre lo presentò al famoso artista Ilya Repin, che ammirò immediatamente lo stile dei disegni e gli diede alcuni consigli: fu la prima lezione professionale che ricevette Tyrtov. Successivamente, su consiglio di Ilya Efimovich, si sarebbe impegnato in un lavoro privato con l’artista Dmitry Losevsky, un allievo di Repin.
In risposta all’offerta di suo padre di scegliere qualsiasi regalo per essersi diplomato, chiese un passaporto straniero. Non si può dire che il padre fosse soddisfatto di questa scelta ma mantenne la parola data: nel 1912, il diciannovenne Roman Tyrtov lasciò per sempre la Russia e si trasferì a Parigi. Arrivò nella capitale francese come corrispondente speciale per la famosa rivista di San Pietroburgo “Ladies’ World” – i suoi compiti includevano scrivere appunti sulle notizie di moda, disegnare modelli di case di moda e schizzi della folla parigina in strada.

Roman raccolse tutti i suoi disegni e li inviò al più famoso couturier dell’epoca, Paul Poiret, famoso per i suoi colori esotici, le silhouette originali e i modelli rivoluzionari senza corsetto. Fu il primo ad essere definito un “dittatore della moda” che considerava l’abito come un oggetto artistico. Nel suo lavoro c’è stata una forte influenza delle immagini sceniche create per le famose “Stagioni russe” di Lev Bakst e Alexander Benois, in particolare per le esibizioni “Egyptian Nights” e “Scheherazade”. Roman ammirava le “stagioni russe”, i colori vivaci e le immagini esotiche di Paul Poiret gli erano molto vicine. Tyrtov ha disegnato abiti, cappotti, cappelli e accessori presso la Paul Poiret House. Prese prese in questi anni lo pseudonimo Ertè, composto dalle sue iniziali lette in francese.

Lavorando per Poiret in collaborazione con il famoso disegnatore José Zamora, Ertè perfezionò la tecnica di disegno portandola alla perfezione. Per qualche tempo ha studiato all’Académie Julien ma la lasciò per concentrarsi interamente sul suo lavoro nel campo della moda. Il suo stile, ricco di raffinatezza, originalità e fantasia, rifletteva l’essenza stessa dell’allora nascente Art Decò. Ertè si sarebbe attenuto a questo stile per il resto della sua vita ed è proprio lui che gli porterà fama. I ricercatori sostengono che quasi tutte le tradizioni della pittura, sia antica che moderna, sono mescolate nelle opere di Ertè: la concisione grafica delle pitture vascolari greche, il colorito degli ornamenti egizi e la pretenziosità della raffinatezza della modernità. I suoi disegni sono pieni di gioia di vivere, ottenuta principalmente dalla contemplazione della bellezza, tradotta in sagome sottili, tessuti lussuosi, fluida plasticità delle linee, toni ricchi e incredibili combinazioni di colori. Lui stesso era simile ai suoi disegni: basso, molto magro e aggraziato, sempre elegantemente vestito.

Nel 1914 Ertè lasciò la casa di moda Paul Poiret e iniziò a lavorare per il palcoscenico. Il suo primo lavoro nel genere della scenografia sono stati i costumi per la Revue de Saint-Cyr parigina, poi ha creato i costumi per lo spettacolo “Minaret” al Teatro rinascimentale parigino, dove brillava la ballerina esotica più famosa della storia, Mata Hari. Da questa collaborazione la scenografia è diventata uno dei lavori preferiti di Ertè ma al tempo stesso ha firmato il suo primo contratto serio con una rivista di moda. Dicono che due delle pubblicazioni più famose dell’epoca, Vogue e Harper’s Bazaar gli abbiano fatto un’offerta in simultanea, di certo firmò un contratto a lungo termine con Harper’s Bazaar di cui disegnò la prima copertina per il numero di gennaio 1915 e da allora sono seguite 250 copertine uniche di Harper’s Bazaar, senza contare gli oltre duemila disegni e schizzi che apparvero sulle pagine della rivista. Il proprietario di Harper’s Bazaar, il leggendario magnate William Hurst arrivò a dire: “Cosa sarebbe la nostra rivista senza le copertine di Ertè?”

La fortunata collaborazione con questa pubblicazione ebbe eco oltre oceano. Durante la prima guerra mondiale, Ertè si trasferì dalla Parigi assediata a Monte Carlo e continuò ad essere attivamente pubblicato su testate di moda, principalmente americane; i suoi disegni furono pubblicati da Vogue, Cosmopolitan, Women’s Home Journal e altri. Ha disegnato schizzi per cappelli, borse, bottiglie di profumo, abiti, mobili e gioielli, ha creato disegni per tessuti e per murales in edifici residenziali. Il suo stile di vita era raffinato come i suoi disegni: Howard Greer, costumista di Hollywood, descrisse una visita a Ertè nel 1918: “La sua villa era in cima a una collina, sopra il Casinò di Monte Carlo e i giardini adiacenti. Un taxi mi aspettava alla stazione. Un lacchè, vestito con una redingote a righe bianche e verdi, con maniche di raso nero mi aprì la porta della villa. Fui condotto in una stanza enorme e luminosa dove gli unici mobili erano un grande scrittoio e una sedia posta proprio al centro su un pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri. Le pareti erano ricoperte da tende a strisce grigie e bianche molto alte. Entrò Erte. Era vestito con un ampio pigiama bordato di ermellino. Un enorme gatto persiano, inarcando la schiena, scivolò tra le gambe del nuovo arrivato… “Vuoi vedere i miei schizzi?” chiese Ertè e, avvicinandosi al muro, tirò una corda aprendo le tende grigio-bianche; mi sembrava che non c’era mai stato artista più prolifico e più raffinato di questo piccolo russo, che dipingeva giorni e notti donne esotiche dagli occhi allungati, tra pellicce, piume di uccelli del paradiso e perle. “

Ertè non solo ha creato costumi e scenografie per famosi aristocratici, organizzatori di feste private – ad esempio per il conte de Beaumont o la famosa marchesa Luisa Casati, ma ha anche messo in scena, come regista e coreografo, interi cortei e pantomime di “maschere” nei costumi delle sue opere, ottenendo successo. “L’immaginazione”, ha detto, “è la caratteristica principale nel mio lavoro.
Per il palcoscenico negli anni ’20 disegnò diversi spettacoli di danza per la compagnia della grande ballerina Anna Pavlova (ad esempio Divertissement, Le quattro stagioni, Gavotte), spettacoli della Monte Carlo Ballet Company e produzioni alla Chicago Opera. Ha più volte fatto scenografie per il Folies Berger Music Hall e la sua star principale, la famosa ballerina Josephine Baker, diventata famosa per il suo vestito a casco di banane, per il cabaret Lido, Bal-Ta-baren e Ba-ta-clan, la London Opera House e la Grand Opera di Parigi. Tutte le esibizioni sono state un enorme successo.

Tra le due guerre mondiali, Ertè lavorò molto in America diventando famoso principalmente come creatore di lussuosi costumi per produzioni di varietà – non per niente i giornalisti lo chiamavano il “re delle sale da musica”: a New York ha lavorato con quasi tutte le famose riviste di Broadway, da George White’s ” Scandals” (disegni di tende e costumi per quelle produzioni ora al New York Museum of Modern Art) alle famose “Ziegfeld Girls” – la leggendaria compagnia dell’impresario di Broadway Florenz Ziegfeld. I suoi costumi hanno avuto un grande successo con le “star” americane – dopotutto, gli schizzi di Ertè combinavano con successo il lusso squisito dell’alta moda parigina , le linee fantastiche e i colori ricchi delle “stagioni russe” e la praticità degli abiti da lavoro . Le più famose attrici del cinema americano dell’epoca – Norma Shearer, Ellis Terry, Marion Davis, Claudette Colbert, Paulette Duval, May Murray, Lillian Gish, Pauline Stark e molte altre si vestirono con piacere secondo lo stile di Ertè.

Su invito di Louis B. Mayer, il proprietario dello studio MGM, nel 1925-26 Erte creò costumi per diversi film, inclusi film famosi come Ben-Hur di Fred Niblo, La bohemia di King Vidor, Time, Comedian e “Dance Madness” di Robert Z. Leonard, “Mystique” di Tod Browning e alcuni altri.

Carmel Myers in her Ben-Hur costume with Erté (aka Romain de Tirtoff), the designer of the costume. 1925.

Il suo senso creativo era unico, nel 1921 fu il primo a introdurre un abito con scollo asimmetrico. Nel 1929 per un’altra produzione, scelse velluto, seta e broccato per i costumi maschili, tessuti impensabili per la moda maschile dell’epoca, anche se abbastanza diffusi nel Settecento. Gli abiti hanno avuto un tale successo che da allora anche le case di moda più conservatrici hanno utilizzato questi materiali per confezionare modelli da uomo.

Un po’ più tardi, altrettanto casualmente, Erte inventò lo stile “unisex”, anche se nessuno lo chiamò così. I suoi modelli, che avevano le stesse linee per uomo e donna, erano molto apprezzati dai giovani e le sue tute fecero un salto di qualità seguendo le ultime tendenze della moda, lo “sportswear” di inizio secolo, abiti davvero comodi per muoversi. I suoi modelli si distinguevano per l’apparente semplicità del taglio che però non perdeva in eleganza, a dimostrazione della naturale plasticità del corpo, e la sobrietà dei tessuti era sottolineata da finiture preziose, ornamenti sofisticati e accessori di lusso. Lo scrittore francese Jean-Louis Bory osservò: “Ertè veste i volumi ma questi non sono più i volumi del corpo umano; abbellisce i movimenti…. crea nello spazio le figure di un balletto immobile.”

Tornato a Parigi negli anni Trenta nel pieno della sua fama, Ertè si stabilì a Boulogne, un costoso sobborgo parigino, dove per il suo appartamento creò magnifici interni in stile Art Déco, dove la raffinatezza delle linee e la moderazione delle combinazioni di colori erano enfatizzate solo da ciondoli esotici, mobili antichi e vasi con fiori rari. La gamma degli interni grigio-bianco-nero è stata solo occasionalmente diluita con macchie rosse. Un enorme acquario fungeva da parete che separava la hall dall’ufficio, e il bar a forma di bicchiere, realizzato su disegno dello stesso Ertè, era ricoperto di autografi di celebrità: il gatto Mikmak, il preferito di Ertè, fu il primo a lasciare le impronte delle sue zampe.

Durante la seconda guerra mondiale continuò a lavorare per spettacoli nei teatri francesi e americani. L’interesse per i suoi disegni era quasi scomparso: durante i difficili anni della guerra la raffinata bellezza della grafica di Ertè sembrava anacronismo e, dopo la guerra, le nuove tendenze hanno catturato l’interesse del pubblico. Tuttavia, Erte rimase fedele a se stesso: come ha affermato “la vera bellezza ha sempre intenditori ” e il suo lavoro infatti ebbe sempre un seguito.

Negli anni Sessanta si interessò alla scultura. In un primo momento creando creato opere astratte di metallo. La prima serie si chiamava “Painting Forms”, comprendeva le opere “Freedom”, “Inner Life”, “Shadows and Light” e altre – realizzate con vari metalli, con l’aggiunta di legno, smalto e vetro, dipinte con colori ad olio. Secondo lo stesso Erte, “non erano puramente astratte ma esprimevano emozioni, pensieri, stati d’animo”. Quindi passò alla fabbricazione di figurine di bronzo nell’antica tecnica della “cera persa”: la scultura veniva prima modellata con la cera, quindi il modello veniva rivestito con argilla, la cera veniva sciolta e al suo posto veniva colato del bronzo.

Le sue giovani donne magre, simili alle famose bellezze del passato, conoscenti e fidanzate di Ertè, sono l’incarnazione visibile della grazia e della sensualità. “Mi sento emozionato ogni volta che vedo e tocco il bronzo della mia collezione di sculture, perché posso vedere come i miei disegni, le mie idee, i miei pensieri, i miei sogni hanno preso vita, cosa mai accaduta prima”. Raggiungendo l’accuratezza di riprodurre la trama dei tessuti nel metallo, Ertè ha sperimentato molto con tecnologie e materiali. Con tecniche simili, ha anche creato una serie di gioielli, ad esempio la famosa collana “Fox”, realizzata a forma di teste di volpe in oro e pietre preziose.

fox Necklace

Nei primi anni Sessanta, solo pochi intenditori di storia dell’arte ricordavano Ertè anche se rimaneva ancora molto richiesto come scenografo: dal 1950 al 1958 lavorò per il famoso cabaret parigino La Nouvelle Eve, nel 1960 disegnò la scenografia di Fedra di Racine, e nel 1970-72 creò scene e costumi per lo spettacolo Roland Petit al Casinò di Parigi. Progettò palazzi e ville di campagna per ricchi e aristocratici; per la milionaria americana Isabella Estorich progettò una villa sull’isola di Barbados, per Elena Martini, la famosa hostess del cabaret Rasputin, Russo di origine, una casa in Normandia.

DICOR DE LA VENUS CASINO DE PARIS – Erte

E poi accadde una sorta di miracolo, cioè in età avanzata, Ertè riuscì a ottenere un rilancio di carriera. Alla fine degli anni ’60 -primi ’70 del secolo scorso, grazie a lui si risvegliò l’ interesse per l’arte degli anni 20-30 in tutto il mondo. Famose e memorabili le lettere dell’alfabeto e i numeri da lui rivisti in stile decò.

L’inizio di un nuovo decollo è stata una mostra alla Grosvenor Gallery di New York, organizzata per Ertè dall’amico mercante d’arte londinese Eric Estoric, un intenditore di spicco nell’arte del primo Novecento. Lui e sua moglie Sal incontrarono Ertè nel 1967 a Londra e la loro amicizia continuò fino agli ultimi giorni dell’artista. La mostra fu un successo fenomenale: parteciparono tutte le celebrità di New York e Hollywood e, dopo la chiusura, si è saputo che il Metropolitan Museum of Art aveva acquistato tutte le 170 opere. Il commento di Erte fu: “È stata un’opportunità senza precedenti per acquistare una mostra completa di un artista vivente”.

L’anno successivo, il Metropolitan espose in una mostra un centinaio delle opere acquistate – tuttavia, poiché le regole del museo vietavano di allestire una mostra personale di artisti viventi, la mostra si chiamava “Ertè e Contemporanei”: affiancarono le sue opere quelle di Lev Bakst, Natalia Goncharova e altri. La mostra ebbe un’enorme risonanza e il nome di Ertè riprese a fare il giro del mondo. Fece una grande impressione su Warhol: la semplicità e la fantasia di Ertè, la concisione e la brillante tavolozza della grafica hanno avuto un’influenza notevole sullo stile di Warhol .

Ispirato dal nuovo successo, Ertè decise di ripubblicare la sua prima serie grafica. Nel 1968 uscì Numbers, poi Six Gems, Four Seasons, Four Aces e la sua serie più famosa, The Alphabet, creata negli anni Venti. I disegni sono diventati così popolari che frammenti della serie sono diventati veri e propri emblemi del nuovo tempo: in tutto il mondo sono stati stampati su asciugamani, tazze, magliette e piatti.

Negli ultimi anni della sua vita, aveva un introito di circa cento milioni di dollari dalla vendita di sculture, disegni e litografie; oltre a collezionisti privati, le opere di Ertè furono acquistate dai più grandi musei del mondo, ad esempio , il Victoria and Albert Museum di Londra e il Museum of Modern Art di New York.

Pendant Beauty of the beast. Gold, fiamonds, black onyx, mother of pearl

L’interesse verso le sue opere in questi anni sembrava essere ancora più grande di prima: libri e album dei suoi lavori a volte occupavano interi scaffali nelle librerie. Nel 1975 pubblicò un libro di memorie, Things I Remember, che è ancora un grande successo. In esso, ha confessato: “Indosso lo stesso vestito con disgusto anche per due giorni di seguito e mangio lo stesso cibo. Ho sempre amato viaggiare perché abbellisce la vita. La monotonia genera noia e non mi sono mai annoiato in vita mia”. In effetti, sembrava che per lui la staticità non esistesse: in gioventù ha navigato instancabilmente tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti, in età adulta ha viaggiato per mezzo mondo: Sud America, Sud-est asiatico, Nord Africa e tutti gli angoli d’Europa.

I suoi abiti classici che indossava sempre impeccabilmente su misura,erano portati, per utilizzare le parole di un giornalista, “con la grazia unica con cui un gatto selvatico indossa la sua pelliccia”. Trascorse molto tempo a Maiorca, dove aveva una residenza estiva: ogni giorno, per tenersi in forma, nuotava per diversi chilometri nel mare, faceva sempre lunghe passeggiate e lavorò fino agli ultimi giorni della sua vita. Dipingeva a olio, guazzo e penna e realizzava schizzi per mobili, poster, lampade e gioielli, carte da gioco e disegni per abiti. Nel 1982 si fece un regalo per il suo anniversario: pubblicò un lussuoso album delle sue opere “Ertè a novant’anni”, cinque anni dopo fu pubblicato un secondo album – “Ertè a novantacinque”, e poi “Sculpture Ertè” . Nei libri c’era tutto sulla sua creatività, riflessioni sulla vita, sui paesi che ha visitato, sulle persone con cui ha dovuto lavorare e molto poco su se stesso. Non gli piaceva quando qualcuno interferiva nella sua vita personale e lui stesso preferiva non parlarne. Aveva novantasette anni quando disegnò la sua ultima opera teatrale, il musical di Broadway Stardust.

Opera Lady Fedora with a Butterfly brooch pin. Gold tone metal, enamel, crystals. Signed FM (Franklin Mint). Erte Art Deco jewelry

Nell’aprile del 1990, Ertè si trovava con amici sull’isola di Mauritius nell’Oceano Indiano. Si ammalò improvvisamente , in volo fu portato in un ospedale di Parigi, ma nonostante tutti gli sforzi dei medici, tre settimane dopo, il 21 aprile morì. Anche la bara era di suo design: mogano rifinito con ghirlande floreali Art Déco. Il suo corpo riposa nel cimitero di Boulogne, accanto ai suoi genitori.