Poesie di Flavio Almerighi

Primo Giugno 2007

alcune cornici
sono fondi di lanterna magica
le cui valli stringono forte
monti innevati
che un tempo ero anch’io,
schiacciati tra turbolenza e nulla.

Fui poi acqua, seme
idea caduta dai ginocchi,
ma sempre ho pensato gli anni
un tiepido fondovalle
che ride e attende
dopo molti passi.

 

Quattro Febbraio 2007

credo al capolinea,
che in linea d’aria saranno pochi metri
da qui al nostro letto intimo e prezioso,
pura entità in viaggio a briglia sciolta
verso sud,
si chiama nostalgia furente d’utero materno,

la penso amore, forse sì,
è apparenza robusta il temporale
su cuori disboscati, magnifico idroscalo,
dove è posa stare male
cercando un altro incesto.


Trenta Dicembre 1845

I mendicanti mostrano
carrelli tutti uguali,
trafficanti di pioggia
smacchiano griffe agli ombrelli,
il frastuono dilegua
ogni capacità d’opposizione.
E la ragazza corre,
incontra mangiafuoco e panciavuota
senza sapere chi sono,
ma non cambia niente,
ha perduto sua madre da settimane.
Adesso è un po’ tardi
e il fornelletto spento,
ma m’imbarazza il volto
in cui mi hanno sepolto.


Ventiquattro Aprile 1983

invece un orto
segreto e confitto
di matite in cemento,
dove aver nome
è lusso tra l’erba
incognita e gatta.

Limbo segreto
di preti atterriti
coi profili autunnali
deformi e finiti
al pensiero
di piccoli che
non sono mai nati.

Odio senz’acqua
a quel luogo appartato,
piazzetta d’infamia,
come dire – la morte
non è più una livella,
ma interlinea staccata.

Selezione tratta da “Durante il dopocristo” di Flavio Almerighi, Ed. Tempo al Libro, 2008

Nell’immagine frammenti dell’affresco ( 1532/34) “La Vergine in trono col Bambino che tiene una rondinella nella mano sinistra” attribuito a Girolamo da Treviso il Giovane, sito sulla parete del presbiterio della Chiesa di San Sebastiano, a Castel Bolognese (Ra)

affresco02

poesie di Flavio Almerighi

Flavio Almerighi è l’occhio vigile sul panorama poetico nazionale e internazionale che coglie e condivide una parte delle voci più significative e la regala alla piccola grande schiera di amanti irriducibili del verso; ma anche nel suo giardino l’erba è assai verde. Dunque ecco una piccola raccolta dei suoi versi tutt’altro che amargine. La sua poesia è concreta e raccoglie gli umori di una società assolutamente incapace di reagire al radicato e continuo processo di erosione da parte di orde di barbari che calati nei panni di governanti ci derubano di tutto, soprattutto della nostra serenità, il timone necessario per governare la vita nei suoi aspetti. Ormai siamo inerti, assuefatti dal lentissimo processo di annullamento della nostra vera essenza; ogni cosa che viviamo è surrogato di ciò che vorremmo davvero e come dice Almerighi, “Gli umori, instabili chimiche, non trovano pace né darsena”

 

barbari

rubano lasciando fumo,
offendono ogni giorno questa comune
e le loro donne:
cambieranno maschera, mai recita

barbari, avvocati del diavolo,
col proprio stuolo di chierichetti
bevono senza sete,
mangiano senza ritegno
con immondo appetito,
mangiano purché non mangino altri

parassiti ignoranti non temono biasimo
ma, prima che il soffitto crolli,
sono già scesi in cortile
ad annusare beati rose di pietra,
senza stupirsi dei profumi assenti

non fingono di nascondere
quello che fanno,
il pudore vestale
non abita più le rovine di Roma

Atene è svenduta, Babilonia risorta,
ogni sensazione si aggira, orfana,
nelle terre indurite dalla siccità
pronte al soffio che le porta via

carico urbano pendente

sapremo cosa fare di
questo carico urbano
pendente, caduto per strada,
mille pezzi tutti diversi,
impronunciabili,
impossibili da raccogliere
e riutilizzare?
dove siano caduti,
rimbalzati, in frammenti minuscoli
che non è dato vedere?
oggetti di lampo sbeccati,
chiunque s’incarichi di cercarli,
s’avveda in tempo
e sappia attendere.
la speranza è di poter
tornare presto ad azzannarci,
fotterci, sputarci addosso
come ai bei tempi:
noi non lasceremo tornare
un’aria diversa
da quella nera e irrespirabile,
non torneranno cespugli e prati,
non torneranno api,
non tornerà amore

 

apocrifi

Agli epitaffi addormentati
su pietre odiose
in qualche sepolcreto industriale
fuori mano
cadono suoni e letterature.

Amare, terza persona singolare,
pensando l’infinito.
Che è due fuochi.
Ognuno trae origine, alimento,
dal proprio incendiario.

Resti, più che altro,
fiori d’altre primavere
compressi in abitini senza radice.
Gli umori, instabili chimiche,
non trovano pace né darsena.

Servirà altro tempo al falsario
per ultimare il Salmo,
necessarie nuove lingue da inventare.
Ne avrà?

buonanotte

cambia idea spesso,
le intransigenze di ieri
sono commozioni oggi,
basta un pochino di marea
e subito cambia la terra,
porta via fermezze, gentilezze,
mentre la vita scorre,
acqua su cui nessuno scrive,
che bello accarezzarle il pelo
quando è contrariata
e cade ogni principio,
si ottunde la fermezza,
e il guerriero
si fa tenero orsacchiotto
da portare a letto,
addormentare, buonanotte