vetrina fotografica: Tiziana Loiacono

È stato un incontro casuale quello con la fotografia di Tiziana Loiacono e la posso solo raccontare attraverso i suoi scatti reperiti in rete, soprattutto nel suo blog : https://tittiloi.tumblr.com/ che consiglio di visitare.
Nelle sue immagini si legge un rapporto intimo con la solitudine, traspare l’introspezione, l’osservazione attenta dell’ambiente circostante nei suoi aspetti più umani, presentati in delicati scatti dove giochi di luce e riflessi incantano giocando su sdoppiamenti velature e sovrapposizioni. Una fotografia minimalista nel soggetto ma elaborata nella costruzione per arrivare a un messaggio preciso e di grande suggestione.

Contestualizzata ©Tiziana Loiacono
Sfocata ©Tiziana Loiacono
Solitudine ©Tiziana Loiacono
Compresenza ©Tiziana Loiacono
Uscendo ©Tiziana Loiacono

vetrina fotografica: Michael Kenna e lo scatto lento

“Ho imparato a conoscere il fotogiornalismo, la fotografia di moda, la fotografia sportiva, la natura morta, la fotografia di architettura. Quando mi sono laureato, avevo tutti i mezzi per sopravvivere nel mondo competitivo della fotografia”. Solo successivamente si dedicherà al paesaggio per il puro piacere di sperimentare.

Paesaggi abbozzati, assenza umana, pochi elementi che si evidenziano in un bianco e nero ammaliante e che catturano lo sguardo per grazia. Sono la caratteristica basilare degli scatti di Michael Kenna nato a Widnes, vicino Liverpool, nel 1953, in una famiglia operaia numerosa e modesta. Dunque non riceve alcun stimolo in campo artistico se non dalla sua naturale solitudine e dall’attitudine all’osservazione. La passione per l’arte, prima per la pittura, prende il sopravvento e a 17 anni abbandona la formazione ecclesiastica scelta in favore della Bunbury School of Art, dove entra in contatto con la fotografia, per passare poi al London College of Printing. L’esperienza fotografica diviene innanzitutto esperienza della visione come lui stesso sostiene “ho sempre detto che avrei potuto essere serenamente un fotografo senza pellicola nella macchina fotografica “
Tra i fotografi suoi ispiratori ci sono Eugène Atget, Bill Brandt, Mario Giacomelli, Josef Sudek. La sua attività di fotografo si avvicina a diversi generi commerciali e a metà degli anni ’70 vola a San Francisco per una lunga collaborazione con la già anziana fotografa Ruth Bernard, nota per l’originalità dei suoi nudi in bianco e nero e per la sua vicinanza al gruppo F/64; una tappa fondamentale per Kenna che in questo periodo sceglie quelli che saranno i suoi strumenti prediletti, la mitica Hasselblad 500 CM e la stampa delle immagini, che Michael Kenna farà sempre da sé.

Kenna punta a un concetto preciso, elimina ogni elemento di disturbo nel suo scatto e si affranca dalla presenza di persone privilegiando tempi lunghi, anzi lunghissimi e il formato quadrato, “classico” per eccellenza, che pretende un bilanciamento rigoroso degli elementi; il quadrato che circoscrive e si inscrive in un cerchio esige un suo centro.

Chilly Weather, Study 2, Hokkaido, Japan. 2018 © Michael Kenna
Hyomon, Study 1, Hokkaido, Japan. 2020 © Michael Kenna

Con le prime pubblicazioni, a metà degli anni 80, definisce il suo stile, la sua fama cresce e apre in tutto il mondo progetti cui ha difficoltà a mettere la parola “fine”. Alcuni luoghi però lo richiamano più di altri: Cina, Italia, Francia, Giappone. In Italia il progetto “Confessionali, Reggio Emilia 2007-2016” nasce casualmente da un primo approccio col paesaggio emiliano e grazie a un evento fortuito: in una giornata di pioggia Kenna si infila in una chiesa e ne fotografa il confessionale, da qui l’idea di sviluppare un progetto di lungo corso; Abruzzo (2017) è invece un percorso lirico dalle montagne al mare, una ricerca di pace e di infinito.

Michael Kenna. Confessionali. Reggio Emilia, 2007-2016
Stone Pine Tunnel, Pineto, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna
Pine Trees at Dusk, Loreto Aprutino, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna​

Le sue pubblicazioni e altro materiale sul suo magnifico mondo è disponibile in rete qui: https://www.michaelkenna.com/

vetrina fotografica: Francesco Zizola

«La peculiarità della mia posizione sta nell’essermi trovato a percorrere il crinale che separa due mondi: quello che divide il mondo di chi guarda da quello di chi è guardato», afferma Zizola. «Se davvero l’obiettivo della mia macchina è stato gli occhi di coloro che hanno poi visto le mie foto e che hanno così potuto conoscere e formarsi un’opinione su situazioni altrimenti loro precluse dai limiti del loro orizzonte esperienziale e percettivo, la mia responsabilità consiste anche nell’esercitare un costante ripensamento critico della mia posizione di testimone, filtro non-obiettivo (ironia della lingua) alla continua ricerca di un possibile equilibro sul crinale tra quei due mondi. Da dove guardo? Da dove scatto le mie fotografie? Credo che per me sia tempo di aprire la riflessione sul campo dello sguardo, per restituire complessità alle immagini e lasciarle evocare una vicenda che ha viaggiato parallela rispetto a quella di sofferenza, dolore, disperazione, riscatto o rivincita che conosciamo già. Una vicenda in cui chi guarda è ora a sua volta ri-guardato dalle immagini, e chiamato in causa. La storia che ho la speranza di raccontare con queste fotografie è anche quella di chi fino ad ora ha guardato ed è stato a guardare. La storia che ci ri-guarda». (Francesco Zizola)

Francesco Zizola, (Roma 1962) fotografo documentarista italiano, ha raccontato coi suoi scatti vari conflitti mondiali, dedicandosi alle questioni umanitarie sempre con un’attenzione particolare all’estetica del messaggio. Vincitore di numerosi premi, nel 2003 una sua foto è stata selezionata da Henri Cartier Bresson tra i suoi cento scatti preferiti, selezione che divenne prima mostra e poi libro. Lo stesso Zizola ha pubblicato diversi libri:

Uno Sguardo Inadeguato, FIAF Collana Grandi Autori, Italia 2013
Iraq, Gruppo Abele Italia 2007
Né Quelque Part, Delpire Editeurs Francia / Born Somewhere, Fusi orari Italia 2004
Etats d’enfances, Photo Poche Francia / Contrasto Italia 1999
Sei Storie di bambini, Contrasto Italia 1997
Ruas, Gruppo Abele Edizioni Italia 1994

© Francesco Zizola – Un venditore ambulante sulla spiaggia di Copacabana. Rio de Janeiro, Brasile. Maggio 2008.
© Francesco Zizola – Un ragazzo punta una pistola contro la testa di un altro per gioco. Colombia 2007
Kuito, Angola – Aprile 1996. In Angola nel 2004 c’erano ancora oltre 4 milioni di mine antiuomo nel suolo del Paese a due anni dalla fine di 30 anni di guerra. Foto di Francesco Zizola

Le sue immagini sono un veicolo di denuncia verso quelle attività illecite e/o comunque dannose per l’uomo e l’ambiente. Su quest’ultimo ha sensibilizzato l’opinione pubblica con la sua mostra Sale Sudore Sangue, del 2017, con fotografie scattate da Zizola tra Portoscuso e Porto Paglia, che raccontano l’antico metodo di pesca del tonno rosso sviluppato nelle tonnare e la cui origine risale alle incursioni arabe. Qui di seguito un breve video con un suo interessante intervento

vetrina fotografica: Teresa Carnuccio

Teresa Carnuccio è una fotografa con studio a Napoli e con un master in architettura all’Università Federico II ; nel suo portfolio immagini di grande respiro dove il contrasto non gioca ruoli importanti ma la delicatezza della luce accompagna la visione e la eleva spesso verso la sublimazione del soggetto. Sono visioni di approfondimento sensoriale sulla vita, sulla donna dea e madre, sulla natura, sulla morte e sulla rinascita. Per me un’autentica rivelazione.

visitate il suo sito per continuare la visione dei suoi splendidi lavori:

https://teresacarnuccio.com/

vetrina fotografica: Albert Watson, il perfezionista della rappresentazione

Albert Watson

Persone più o meno celebri ma anche paesaggi desolati, club di strip-tease, insegne luminose nel deserto, meduse fluttuanti e scimpanzè con pistola. È l’antologia di immagini di Albert Watson, da molti considerato tra i più importanti fotografi degli ultimi decenni – nel campo del ritratto, della moda e della pubblicità, al punto che la bibbia dell’industria fotografica, Photo District News, ha definito Watson uno dei venti fotografi più influenti di sempre.

campagna colezione Blumarine, Scozia – 1987-88. Lisa Kaufmann. Photo by Albert Watson

Con più di 100 copertine per Vogue , 40 copertine per Rolling Stone e 100 copertine di album per Michael Jackson, Diana Ross, Sade, Aaliyah e Jay-Z, Watson è al fianco di Irving Penn e Richard Avedon l’artista il cui lavoro è divenuto iconico.
Ha lavorato intensamente anche a progetti personali, ispirati dai suoi viaggi a Marrakech, a Las Vegas o alle isole Orcadi. Molti di questi lavori, insieme ai suoi ritratti e alle fotografie di moda, sono stati esposti in vari musei e gallerie in tutto il mondo.

Nato nel 1942 e cresciuto a Edimburgo, sebbene cieco da un occhio, Watson si dedica alle arti visive, studia grafica al Duncan of Jordanstone College of Art and Design di Dundee, e film e televisione al Royal College of Art di Londra, e in seguito fotografia. Nel 1970 si trasferisce negli Stati Uniti con la moglie Elizabeth, e lì inizia a fotografare, soprattuto per hobby.
Nello stesso anno Albert viene presentato all’art director di Max Factor che gli offre il primo servizio. Lo stile particolare di Albert colpisce presto l’attenzione di riviste di moda americane ed europee, come Mademoiselle, GQ e Harper’s Bazaar, e il fotografo comincia a lavorare e spostarsi tra Los Angeles e New York. Nel 1976 ottiene il primo lavoro per Vogue e il suo trasferimento a New York dà la spinta decisiva alla sua fortunata carriera.
Il suo linguaggio artistico segue delle regole personali e un rigoroso concetto di qualità. Il suo modo di illuminare i soggetti, la brillantezza e magnificenza delle costruzioni, rende le sue immagini uniche.

Mick Jagger in macchina con Leopard, Los Angeles, 1992 © Albert Watson
David Bowie-nyc-1996 by Albert Watson
Calendario Pirelli 2019
© Albert Watson – Monkey With Gun, New York, 1992

vetrina fotografica: Roy Schatt

Roy Schatt (1909-2002) nato a New York City, ha perseguito una carriera appassionata e pluriartistica. Schatt ha studiato da NC Wyeth, ha dipinto murales usando la sua abilità artistica mentre era nell’esercito in India. Dopo la guerra, è tornato a New York City dove ha lavorato occupandosi di pubblicità, recitazione, illustrazione e, infine, fotografia, la sua passione per tutta la vita. Negli anni ’50, entrò a far parte della scena culturale del centro cittadino e divenne un frequentatore abituale dell’Actors Studio, dove era conosciuto come “il fotografo del metodo” per la sua preferenza per la luce naturale e le ambientazioni non messe in scena. Le fotografie di Roy Schatt sono state esposte all’International Center of Photography, NY, National Portrait Gallery, Washington, DC, Art Institute of Chicago, IL, e incluse in numerose altre mostre nazionali e internazionali. L’archivio Schatt include immagini iconiche di Elia Kazan, Lee Strasberg, Paul Newman, Marilyn Monroe, Tennessee Williams, Steve McQueen, Rod Steiger, Sidney Poitier, Joanne Woodward, Martin Landau, Arthur Miller, Geraldine Page, Anne Meara, Ben Gazzara, Maureen Stapleton, John Cassavetes, Dorothy Parker, Brendan Behan, Lillian Hellman, Lorne Greene, Andy Griffith, Bud Schulberg, William Saroyan, Marlene Dietrich e molti altri. Qui di seguito una carrellata di scatti, tra cui alcuni, divenuti storici e datati 1954, del mitico James Dean (1931-1955) l’eroe bello e dannato di “Gioventù bruciata” di cui era grande amico.

Steve McQueen
Joean Baez

vetrina fotografica: Olivier Mühlhoff

“Viaggi in treno e per passare il tempo guardi gli alberi fuori dal finestrino. Stanno marciando. Un albero magnifico cattura la tua attenzione, ma cosa ti rimane nella memoria di questo fugace passaggio? Cosa hai memorizzato? Il tempo era troppo breve… Ma il nostro cervello ha questa straordinaria – e istantanea – facoltà di ricostruire un’immagine di questo albero in questa breve parentesi di tempo e spazio. Questa immagine immateriale è completamente diversa da quella di una classica foto scattata in un dato momento. È questo ricordo che cerco di materializzare sotto forma di foto, molto reale.” (Olivier Mühlhoff)

Inizialmente Mühlhoff si è formato come ingegnere, è stato Design manager del gruppo Michelin per poi diventare inventore.Dopo 100 brevetti registrati professionalmente in diversi campi è tornato alla sua primaria passione, la fotografia, utilizzando il suo talento creativo per creare immgini insolite. Le sue opere sono delle vere prodezze tecnologiche dove combina sfocatura e dettaglio, molte delle quali sono immagini in movimento. Mühlhoff ottiene questa trascrizione del cervello grazie a più scatti che poi sovrappone al computer, traducendo così l’autenticità del suo soggetto. Rivela anche tutta la fugacità che è ancorata nei ricordi di ciascuno. L’immagine, divenuta immateriale è intimamente diversa da una classica realtà fotografica congelata in un dato momento.

Un insieme interessante di immagini che sembrano uscire dal mondo onirico, fatto di luci colori e ombre confuse ma che in realtà sono residui di impressioni sovrapposte della memoria.Personalmente le trovo accattivanti come certe opere di Escher. Maggiori informazioni si possono trovare aul suo sito https://muhlhoff.portfoliobox.net/home

vetrina fotografica: Michel Kirch dalla medicina alla fotografia

“C’è sempre un sottile equilibrio tra un essere racchiuso in un vasto spazio aperto e un essere che trova la libertà dentro di sé”, dice Kirch. “È la sfida dell’esistenza umana, il vincolo che dà senso alla propria vita. “.

Michel Kirch (27 settembre 1959) è un fotografo francese nato a Metz in una famiglia di artisti; la madre, è un rinomato soprano lirico che ha cantato anche alla Scala di Milano. Suo padre, Albert Kirch, rabbino, poeta e combattente della resistenza, ha ottenuto il premio per il canto dal conservatorio di Metz.
Contemporaneamente agli studi musicali, Michel si iscrive alla Facoltà di Medicina di Strasburgo. Divide poi la sua vita tra carriera medica e grandi viaggi iniziatici: un anno nel Sahara tra i popoli nomadi, quattro mesi con i beduini del Sinai, un’estate su un peschereccio da Santander, tre anni nella Bassa Galilea, scanditi da soggiorni episodici al kibbutz di Masada (Valle del Giordano), un anno a Tel Aviv e un inverno solitario nell’Alto Atlante. Proprio durante questi viaggi scopre la fotografia. Le sue prime fotografie sono il mezzo per memorizzare situazioni e paesaggi nella mente dello scrittore itinerante.
Ha esposto in pubblico per la prima volta nel 1998, alla fine del suo anno sahariano, all’Espace Canon per una mostra dal titolo “Jeux de sable”. La sua esperienza in Israele lo porta a sviluppare due temi dove le notizie politiche si fondono con l’espressione poetica: “Old Jaffa’s Dream” e “Beyond the Wall”.
In ogni sua serie fotografica l’uomo è al centro dell’azione, il nucleo da cui si innesca l’universalità e contemporaneamente il dualismo del rapporto tra sé e il mondo circostante, anche nelle composizioni più concettuali, esasperate.
Inoltre ogni serie è legata alla precedente e alla successiva per creare una continuità con cui sviluppare il significato più profondo del tema.
Michel Kirch compone opere di grandi dimensioni dove il mondo reale e tangibile si fonde con l’ espressione dell’immaginario; in questo equilibrio sensoriale è possibile intravedere i contorni dell’Assoluto.

Le sue costruzioni fotografiche sono una sofisticata complessità estetica;
nel corso degli anni, l’artista raffina il suo stile e abbandona la fotografia a colori a favore della monocromia. “Il bianco e nero”, spiega, “mi costringe ad andare dritto al punto. Mi piace anche la sensualità di questo complesso monocromo”. Nelle sue opere i neri più profondi esplodono sotto la luce abbagliante dei bianchi, come un’eco del gesto della creazione quando Dio ha separato le tenebre dalla luce.
Non sono testimone di ciò che vedo, sono testimone di ciò che sono“,.

Spesso nelle sue composizioni compare un uccello, metafora della leggerezza, libertà di volo. Anche un’eco lontana delle belle fughe dell’artista quando era bambino.

“Ciascuna delle mie opere non è mai totalmente ansiosa o gioiosa. Queste due forze si completano sempre a vicenda, come riflesso dell’armonia del mondo ”

una buona dose di misticismo si coglie già dagli scatti postati in questa vetrina. Per chi volesse ampliare la conoscenza lascio qui il link al suo sito: https://www.michelkirch.com/

Vetrina fotografica: Ferdinando Scianna

“Le sue fotografie – ha detto Curti direttore artistico di una delle sue mostre – nascono dall’ombra,; quelle di Cartier-Bresson nascevano dalla luce e dal sole, le sue nascono dall’ombra, perché come tutti i siciliani doveva proteggersi dal sole. Lui dice sempre che quando usciva di casa da piccolo sua madre gli ricordava ogni volta di indossare il berretto, perché altrimenti il sole lo avrebbe reso strano e strambo”

Ferdinando Scianna è nato a Bagheria, in Sicilia, nel 1943.
Nel 1961 si iscrive a Lettere e Filosofia mentre la sua passione per la fotografia inizia a strutturarsi. Diventa allievo del grande critico Cesare Brandi e mostra le proprie foto a Enzo Sellerio che gli farà scoprire l’universo culturale bressoniano. Sono anche gli anni in cui si forma una coscienza politica determinante per l’evoluzione della sua fotografia, così come il vincolo con la propria terra d’origine e le tradizioni siciliane.
Circa due anni dopo, un incontro fondamentale per la sua vita professionale e personale, quello con Leonardo Sciascia, di cui diviene grande amico, lo scrittore con il quale a soli 21 anni pubblica il saggio Feste Religiose in Sicilia, libro che ottiene il prestigioso Premio Nadar. Il volume crea molte polemiche, soprattutto a causa dei testi di Sciascia, che mostra l’essenza materialistica delle feste religiose. Ma anche le foto del giovane Scianna hanno forte impatto.

Scianna si trasferisce a Milano dove lavora come fotoreporter per l’Europeo , poi inviato speciale e corrispondente da Parigi, dove vive per 10 anni. A Parigi inizia anche a dedicarsi con successo alla scrittura, collaborando con varie testate giornalistiche, fra cui Le Monde Diplomatiquee la Quinzaine Littéraire. “Mi ritrovavo più a scrivere che a fotografare, ma sapevo di essere un fotografo che scrive”, racconta Scianna. Proprio nella capitale francese, il suo lavoro viene particolarmente apprezzato, da Henri Cartier-Bresson, che nel 1982 lo inviterà a presentare la sua candidatura all’agenzia Magnum Photos, da lui fondata nel 1947. Torna a Milano e lascia l’Europeo per dedicarsi alla fotografia: inizia anche a fotografare per due giovani designer emergenti, Dolce e Gabbana. Un incontro casuale, che darà vita ad una delle collaborazioni meglio riuscite nella fotografia di moda. Scianna riesce a mescolare magistralmente i registri visivi del mondo della moda con l’esperienza del fotoreporter; negli anni 80 Scianna non fu solo fotografo di moda, continuò anche la sua attività di reporter e di narratore di realtà sociali.
Nel 1987 seguì un progetto di una organizzazione di cooperazione internazionale 1987 nel villaggio di Kami, sulle Ande boliviane a circa 4.000 metri ed era abitato da minatori di tungsteno, per un reportage fotografico un luogo magnificamente drammatico.

Leonardo Sciascia fotografato da Scianna
Donna a Pantelleria, Ferdinando Scianna
Kami-Bolivia-1986
Kami-felicita-1986
Ferdinando Scianna, Bolivia 1986

Ferdinando Scianna è anche un ottimo scrittore: sarà perché ha frequentato un grande scrittore come Sciascia, sarà perché nel suo periodo parigino ha scritto per diversi giornali, fatto sta che al pari delle sue foto non si riesce a rimanere non affascinati dal modo in cui scrive.

Nel suo libro “Visti e scritti” in cui raccoglie una serie di ritratti a persone famose e non famose incontrate nella sua vita, e ad esempio a commento di una foto in cui sono ritratti dei siciliani scrive:
” Circolo di contadini, in gran parte pensionati. Coppole nere, per lutto, non per mafia come, chi lo sa perché, si crede al Nord.
A quell’età è difficile non avere lutti intorno a sé.
Le mani scabre e polite come vecchi utensili aspettano le carte per il gioco.”

(da Visti e Scritti)
Scianna-Sicily-Marpessa-Hennink-Dolce-Gabbana-1987
Monica Bellucci by Ferdinando Scianna

“Non mi considero un fotografo paesaggista. Nemmeno un fotografo ritrattista, o un fotografo di moda. Nemmeno soltanto un fotogiornalista. Anche se a queste pratiche artigianali ho dedicato per cinquanta anni, e quasi altrettanti libri, il mestiere della mia vita. Meno che mai mi considero un fotografo artista. Ho cercato di essere un fotografo, un reporter, e spero che come tale mi si consideri” – Ferdinando Scianna

infine lascio qui il link a un mio post passato con un interessante video intervento di Scianna sulla fotografia. https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/2017/08/12/lectio-magistralis-di-fotografia-ferdinando-scianna/

vetrina fotografica: William Gedney (1932-1989)

Cresciuto nello stato di New York, si trasferì a Manhattan all’età di diciannove anni per frequentare il Pratt Institute ove scoprì il suo interesse per la fotografia. Nel 1955 si laureò e lavorò per due anni presso Condé Nast prima di spostarsi a Brooklyn, lavorando come freelance e assumendo lavori part-time. Nel 1961, è stato assunto da Time, Inc.risparmiando abbastanza soldi per viaggiare nel Kentucky orientale, trovando la strada per una città mineraria ove prese ispirazione per nuovi scatti. Tra la metà degli anni ’60 e gli anni ’70, Gedney ricevette quattro importanti borse di studio per l’arte, la prima di queste gli permise un viaggio attraverso il Midwest fino alla California. Si stabilì nel quartiere Haight-Ashbury di San Francisco, dove fotografò i vagabondi che passavano. Poco dopo, a Gedney furono offerti posti di insegnamento di fotografia sia alla Pratt che alla Cooper Union. Pochi mesi dopo aver iniziato a insegnare, grazie alla borsa di studio Fulbright è partito per il primo dei numerosi viaggi in India, che hanno avuto un effetto permanente sulla sua anima. Chiese che dopo la sua morte i libri e le macchine fotografiche a lui appartenuti fossero consegnati a una delle istituzioni educative dell’India. Suo fratello, Richard Gedney, li ha donati al Chitrabani Art College di Calcutta. Le sue fotografie e i suoi taccuini sono stati dati da Lee Friedlander e Richard Gedney alla Biblioteca di libri rari, manoscritti e collezioni speciali della Duke University. Gli scatti di Gedney sono stati esposti in numerose mostre collettive, tuttavia il suo lavoro ha acquisito slancio ed è stato ampiamente riconosciuto solo dopo la sua morte; ha avuto solo una mostra personale durante la sua vita e nonostante abbia ricevuto apprezzamenti da noti fotografi dell’epoca, Walker Evans , Diane Arbus , Lee Friedlander e John Szarkowski, è rimasto un artista sottovalutato dalla sua generazione. Di seguito alcuni dei suoi scatti più significativi, per lo più riguardanti i suoi viaggi in India.