vetrina fotografica: Henry Dallal e la passione per i cavalli e la natura

“Si viaggiare…” cantava Lucio Battisti ” dolcemente viaggiare,rallentando per poi accelerare con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore…” . Ed è così che, di riflesso, si viaggia scorrendo le fotografie di Henry Dallal, londinese, che ha ricevuto in dono dal padre la prima spartana macchina fotografica all’età di nove anni, durante un’uscita sulle montagne dell’Iran, dove è nato nel 1955. La madre gli ha trasmesso la passione per i cavalli quando era un bambino e, mentre si sviluppava il suo interesse per l’alpinismo e i cavalli cresceva anche la sua passione per la fotografia.

Henry Dallal

Combinando il suo amore per i viaggi, l’avventura e i cavalli, Henry ha viaggiato molto per raggiungere aree remote per ritrarre lo splendore di paesaggi raramente visti e per catturare la bellezza dell’unione tra uomo e cavallo attraverso gli scatti. I suoi diversi soggetti spaziano dalle tribù nomadi delle steppe turkmene alla cavalleria domestica a Knightsbridge.

Provence,lavender-field-s
Torres-Del-Paine, Cile
Petra-Room, Jordan
Lake Srinigar, Kashmir

Il suo lavoro è stato esposto in tutto il mondo ed è apparso in pubblicazioni a livello internazionale. Ha ricevuto commissioni per fotografare la Regina Elisabetta II e altre figure di spicco del mondo. Membro della Royal Geographical Society e dell’Alpine Club, è anche membro del consiglio dell’Hamdan International Photography Award (HIPA) con sede a Dubai.

vetrina fotografica: Toni Catany tra calotipo e polaroid

Toni Catany, (1942-2013) fotografo autodidatta nato a Maiorca ha vissuto e lavorato a Barcellona dal 1960. Sono del 1968 i suoi primi reportage su Israele ed Egitto pubblicati sulla rivista Destino e sulle Isole Baleari su La Vanguardia.

Toni Catany

Dal 1979 si fa conoscere a livello internazionale con un lavoro fotografico in cui utilizza la vecchia tecnica del calotipia (procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini riproducibili con la tecnica del negativo / positivo) . È interessato alle tecniche fotografiche dell’Ottocento ma lo è anche alla più moderna Polaroid. Usa spesso quest’ultima per realizzare nudi, paesaggi, ritratti o nature morte poi nei suoi ultimi anni è passato a una fotocamera digitale. Nei ritratti opta per l’uso del colore su carta da acquerello, e specialmente per le nature morte si evidenziano caratteristiche pittoriche.


È una figura di riferimento nel mondo della fotografia spagnola grazie alle sue immagini pittoriche in cui predominano temi classici come la natura morta, il nudo e il paesaggio urbano.

Catany ha realizzato più di cento mostre personali, pubblicato numerosi libri e, tra gli altri riconoscimenti, ha ricevuto il titolo di cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere, assegnato dal Ministero della Cultura francese nel 1991, e il Premio Nazionale della Fotografia assegnato dal Ministero dell’Istruzione e della Cultura nel 2001.
Quando è morto improvvisamente a Barcellona il 14 ottobre 2013, stava preparando quella che sarà una mostra postuma alla galleria Trama di Barcellona, ​​intitolata Altari Profani.

Un anno dopo la sua morte in ottemperanza ai suoi desideri è stata inaugurata la Fundació Toni Catany a Llucmajor. (https://fundaciotonicatany.cat/ )

vetrina fotografica: il corpo visto da Juana Gomez

Nata a Santiago del Cile nel 1980, Juana Gómez ha studiato arte all’Universidad Católica de Chile ma si è resa conto di quanto fosse difficile lavorare come artista. Difficoltà economiche e altri ostacoli la spingono a lavorare per più di 12 anni in un altro settore (progettazione grafica). Solo pochi anni fa la Gómez ha deciso di riprendere il suo sogno iniziale su consiglio di un’amica, l’artista visiva Cecilia Avendaño, e di suo marito, lo scrittore Benjamin Labatut. Da allora crea tele fotografiche in cui combina scienza e tradizione ancestrale.

L’artista dettaglia il suo corpo e lo analizza fino in fondo, ne ritrae le vene, le ossa, i nervi. Lo prende e lo guarda per quello che è davvero.
Lo rappresenta e ti dice di ricordarti che tu sei quella roba lì, che hai qualcosa in comune con le foglie, gli alberi, il traffico, internet e altre cose che hai costruito o che c’erano prima di te. Che sei linee, flussi, ramificazioni, segni, sei piccolo e fai parte del mondo naturale. Quello che fa Juana è stampare le sue fotografie su tessuto, quasi sempre di lino, poi inizia a ricamare gli organi: cuore, utero, cervello. Per fare questo studia libri di anatomia, come il classico Netter, e cuce e scuce fino a trovare la forma e il colore giusti.

“Il mio lavoro nasce dall’osservazione della natura e dei processi che determinano il modo in cui gli esseri viventi e il mondo inorganico sono strutturati e costruiti. Questa legge fondamentale è visibile nelle vene di una foglia, nel corso di un fiume e dei suoi affluenti, nel sistema nervoso centrale dell’essere umano, nelle correnti del mare e nelle rotte del traffico Internet. Decifrare questo linguaggio comune, che connette il micro con il macro, il mondo esterno e quello interno, permette di distinguere uno schema che influenza l’inerte, il biologico, il sociale e il culturale. Ci colpisce continuamente, a malapena consapevolmente, e governa aspetti quotidiani come i nostri spostamenti attraverso la città e altri personali come il simbolismo dei nostri sogni. La sua essenza sta nel modo in cui le cose scorrono lungo il sentiero di minor resistenza.”

il suo sito: https://http://www.juanagomez.com/

Vetrina fotografica: Marco Illuminati e la fotografia creativa

Marco Illuminati, conosciuto attraverso scatti a capolavori d’arte museale che ho molto apprezzato si è rivelato, grazie a una ricerca in rete, anche un genio di creatività. Unisce scultura, composizione e fotografia, impiegando materiali di uso comune, raccolti ed elaborati artigianalmente per dare loro una diversa valenza: oggetti come utensili di uso quotidiano , dal peluche ad elementi organici, che diventano rappresentazione impattante di metafore intelligenti e originali. Trovo i suoi lavori enormemente interessanti e gradevoli, una fotografia pulita e concentrata a evidenziare il valore del significato simbolico che rappresenta.
Per ulteriori info: https://www.marcoilluminati.com/

November 2015 – BoBo Digital color photo. Paris, France. Photo: MarcoIlluminati
Photo: MarcoIlluminati
November 2015 – BoBo Digital color photo. Paris, France. Photo: MarcoIlluminati

l’alba

L’alba è sogno da inquadrare,
spesso si smarrisce il meglio
svogliati da luna dicembrina
in postura fetale, pigri
a rendere onori al giorno.
Giocando d’anticipo
sul campo delle meraviglie
si assiste ai primi barbagli
d’un giorno sacro a Giove.
Indeciso il sole, sognante
estati e rosee sponde
di fenicotteri in raduno,
mostra il suo desiderio
nel pallido rosa d’un bacio
tingendo di sè le nubi,
scarmigliati sorrisi plananti
su longevità di dolci carrubi.

Daniela Cerrato

FOTOGRAFIA DI FRANCESCO MERCADANTE

vetrina fotografica: Dana Gluckstein, l’obiettivo sui diritti umani

Dana Gluckstein ha fatto della fotografia un mezzo per sensibilizzare le coscienze nella lotta per i diritti umani in tutto il mondo. Di origini ebraiche la Gluckstein si riuniva intorno al tavolo durante la Pasqua ebraica, sua bisnonna Bubbie Goldie le insegnava le preghiere della sera mantenendo viva una tradizione che molti imperi cercavano di distruggere.


Col tempo si è consolidato in lei un profondo legame non solo con la sua cultura, ma anche con quella mondiale; insieme a una Hasselblad del 1981 per 30 anni ha viaggiato per terre lontane a ritrarre persone nelle comunità indigene in lotta per la sopravvivenza in una guerra condotta contro di loro da governi, corporazioni e organizzazioni religiose.
“I popoli indigeni di tutto il mondo hanno qualcosa di profondo e importante da insegnare a quelli di noi che vivono nel cosiddetto mondo moderno”, scrive il premio Nobel Desmond Tutu nella prefazione al nuovo libro di Dana Gluckstein, DIGNITY, una potente raccolta di ritratti in bianco e nero realizzati negli ultimi tre decenni nelle Americhe, in Africa, in Asia e nelle isole del Pacifico. “[I popoli indigeni, continua Tutu, ci insegnano che la prima legge del nostro essere è che siamo inseriti in una delicata rete di interdipendenza con i nostri simili e con il resto della creazione”. “In Africa il riconoscimento dell’interdipendenza si chiama ubuntu . È l’essenza dell’essere umano. Sono umano perché appartengo al tutto, alla comunità, alla tribù, alla nazione, alla terra”.
Ubuntu in definitiva riguarda la sopravvivenza del gruppo e della specie mentre si sta fronteggiando un futuro incerto. La coesione degli esseri umani arriva nei momenti di maggiori difficoltà, come il devastante cambiamento climatico in atto, disprezzato dai governi del Primo Mondo e dagli interessi finanziari. I popoli indigeni, non solo sono sopravvissuti e hanno prosperato per decine di migliaia di anni, ma ora continuano ad agire come i veri custodi della terra. Ma molti di loro sono stati presi di mira e uccisi per aver difeso la loro terra, la loro cultura e il loro patrimonio.

Amnesty International ha originariamente collaborato con Dana Gluckstein a DIGNITY per dare un volto alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni e ottenere il sostegno dell’amministrazione Obama nel 2010. La battaglia per il riconoscimento è iniziata nell’agosto 1977 quando 146 delegati delle nazioni e delle comunità indigene si sono recate alle Nazioni Unite a Ginevra, cercando di creare una nuova politica globale, il primo passo verso la giustizia dopo mezzo millennio di genocidi e oppressioni.

Il libro e la mostra itinerante della Gluckstein sono divenuti voce per stimolare l’azione a sostegno delle donne native americane e dell’Alaska; i suoi ritratti celebrano i leader di molti Popoli dai Navajo agli Herero. Troppo spesso ascoltiamo storie di distruzione, degradazione e morte, ma mai storie di amore, gioia e successo. Con DIGNITY è offerto uno sguardo alla bellezza della vita quotidiana indigena nel mondo di oggi.

Per chi fosse interessato il libro fotografico Dignity è acquistabile in rete.

vetrina fotografica: Raffaele Montepaone

” Come fotografo mi ritrovo a soddisfare richieste di diverso genere, dai matrimoni al reportage sociale e giornalistico, in qualunque lavoro metto la stessa passione senza mai discostarmi dal mio stile che è quello di una fotografia quanto più realistica possibile.
Sono personalmente attratto da uno stile più reportagistico ,attraverso i miei scatti tento di cogliere la vera essenza di chi ho davanti, provo a fotografare l’anima dei miei soggetti ,a raccontarne le emozioni, utilizzando sempre un approccio discreto e semplice e cercando il contatto diretto con i protagonisti delle mie opere. Tutto questo mi aiuta a creare il giusto feeling e ad offrire delle immagini molto vicine alla realtà. ” (Raffaele Montepaone)

Cosi si racconta Raffaele Montepaone, fotografo nato a Vibo Valentia nel 1980, che a 12 anni inizia a frequentare lo studio fotografico di famiglia dove accresce la sua passione per il reportage e la fotografia strettamente legata alle radici e all’anima dell’uomo e anche della natura.
Nel primo progetto “Vita” racconta attraverso occhi, volti, mani segnate dal tempo, la vecchia Calabria e la sua dignitosa bellezza.
Nel 2007 pubblica il volume-documento “3 Luglio 2006” suggestivo racconto fotografico sull’alluvione di Vibo Valentia,il ricavato lo devolve in favore della popolazione colpita.
Nel 2014 vince il premio Affordable Art fair ed espone a Milano tra i giovani emergenti, dove conquista la critica. Vincitore premio speciale Talent Prize del 2015 espone la sua opera “Memoria”al museo Pietro Canonica di Roma; nello stesso anno a Parigi al Caroussel du Louvre.

Il 2016 è un anno di successi: l’Archivio fotografico italiano organizza una sua personale a Legnano per il Festival Fotografico Europeo in cui riscuote un forte consenso della critica internazionale; Christie’s batte una sua opera insieme a quelle dei grandi autori, opera che viene inserita nel volume Personaggi e Paesaggi d’Italia; di luglio il suo primo libro ad Arles “Il bel paese”, a ottobre espone in una collettiva alla Maison de L’International ed una personale alla galleria EX- NIHILO.

A luglio del 2017 edita il libro “Vita” con la prefazione di Ferdinando Scianna. Seguono varie esposizioni dal Museo di arte contemporanea Marca di Catanzaro alla Biblioteca Nazionale di Torino.al museo Les Bernardes di Girona in Spagna, presso La Fondazione Ferrero ad Alba.
Presente in vari articoli di riviste fotografiche internazionali ricerca continuamente espressioni ed atmosfere senza tempo, esaltate dalla sua particolare visione monocromatica.

Personalmente mi ha colpita il suo evidenziare dettagli che esprimono fortemente il tempo e le tradizioni, la voce intima del bianco e nero che ancora una volta mi trova a prediligerne le qualità nel raccontare non solo attraverso gli occhi intense tracce di vita.

altre immagni e info sul suo sito: https://raffaelemontepaone.it/

vetrina fotografica: la fotografia dinamica di Martin Munkácsi

Il fotografo Martin Munkácsi (1896-1963), ha fatto storia e ha cambiato il mondo della fotografia quando ha scattato la prima fotografia di moda spontanea per Harper’s Bazaar. Durante gli anni ’20 e ’30, l’allora poco noto fotografo ungherese ha immortalato alcune delle persone e degli eventi più accattivanti del suo tempo, e il suo lavoro ha influenzato alcuni dei più grandi fotografi del mondo, da Richard Avedon a Henri Cartier-Bresson a Edward Steichen.

Martin Munkácsi nato nel 1896 in Ungheria ha iniziato la sua carriera giornalistica a Budapest nel 1921. Contribuiva con articoli sportivi al quotidiano locale Az Est. Ciò che ha reso Munkácsi diverso dai suoi coetanei era la capacità di catturare l’azione in un modo che nessuno stava facendo in quel momento. Nel 1928 si trasferì a Berlino e iniziò a lavorare per diverse riviste che trattavano cronache in Germania e nelle principali città del mondo. Munkácsi era un fotografo ebreo, che lavorava per pubblicazioni gestite da ebrei il che all’epoca significava che il suo sostentamento e la sua vita erano in grave pericolo. La fotografia di Munkácsi del 1933 di Lucile Brokaw che corre lungo la spiaggia, fu rivoluzionaria e considerata da molti come l’inizio della vera fotografia di moda. Portando l’azione sul set di un servizio fotografico di moda, è stato in grado di catturare la vitalità e l’entusiasmo della donna americana in un modo che nessun altro aveva fatto prima. Dopo aver scattato quella fotografia rivoluzionaria, l’editore di Harper’s Bazaar Carmel Snow offrì lavoro fisso a Munkácsi, permettendogli di trasferirsi a New York e sfuggire al crescente pericolo in Germania. Una volta a New York, Munkásci ha continuato a contribuire con molte famose fotografie al mondo della moda, incluso il primo nudo. Ha anche lavorato al Life and Ladies’ Home Journal, che gli ha permesso di portare il suo stile nelle fotografie delle star di Hollywood. Piuttosto che mettere in scena le pose tradizionali invitava le star a ballare, saltare e torcersi, infondendo alle fotografie personalità ed energia.

Di Martin Munkácsi Richard Avedon ha detto: “Ha portato il gusto per la felicità, l’onestà e l’amore per le donne a quella che era, prima di lui, un’arte senza gioia, senza amore e bugiarda. Oggi il mondo della cosiddetta moda è popolato dai bambini di Munkácsi, i suoi eredi…. L’arte di Munkácsi stava in ciò che lui voleva che fosse la vita, e voleva che fosse splendida.”


Sula foto di Munkácsi “Tre ragazzi sul lago Tanganyka” Henri Cartier Bresson disse:“ Questa fotografia è stata la scintilla che ha acceso il mio entusiasmo. Improvvisamente mi sono reso conto che, catturando l’attimo, la fotografia era in grado di raggiungere l’eternità. È l’unica fotografia che mi ha influenzato. Questa immagine ha una tale intensità, una tale gioia di vivere, un tale senso di meraviglia che continua ad affascinarmi ancora oggi”.

vetrina fotografica: Tiziana Loiacono

È stato un incontro casuale quello con la fotografia di Tiziana Loiacono e la posso solo raccontare attraverso i suoi scatti reperiti in rete, soprattutto nel suo blog : https://tittiloi.tumblr.com/ che consiglio di visitare.
Nelle sue immagini si legge un rapporto intimo con la solitudine, traspare l’introspezione, l’osservazione attenta dell’ambiente circostante nei suoi aspetti più umani, presentati in delicati scatti dove giochi di luce e riflessi incantano giocando su sdoppiamenti velature e sovrapposizioni. Una fotografia minimalista nel soggetto ma elaborata nella costruzione per arrivare a un messaggio preciso e di grande suggestione.

Contestualizzata ©Tiziana Loiacono
Sfocata ©Tiziana Loiacono
Solitudine ©Tiziana Loiacono
Compresenza ©Tiziana Loiacono
Uscendo ©Tiziana Loiacono

vetrina fotografica: Michael Kenna e lo scatto lento

“Ho imparato a conoscere il fotogiornalismo, la fotografia di moda, la fotografia sportiva, la natura morta, la fotografia di architettura. Quando mi sono laureato, avevo tutti i mezzi per sopravvivere nel mondo competitivo della fotografia”. Solo successivamente si dedicherà al paesaggio per il puro piacere di sperimentare.

Paesaggi abbozzati, assenza umana, pochi elementi che si evidenziano in un bianco e nero ammaliante e che catturano lo sguardo per grazia. Sono la caratteristica basilare degli scatti di Michael Kenna nato a Widnes, vicino Liverpool, nel 1953, in una famiglia operaia numerosa e modesta. Dunque non riceve alcun stimolo in campo artistico se non dalla sua naturale solitudine e dall’attitudine all’osservazione. La passione per l’arte, prima per la pittura, prende il sopravvento e a 17 anni abbandona la formazione ecclesiastica scelta in favore della Bunbury School of Art, dove entra in contatto con la fotografia, per passare poi al London College of Printing. L’esperienza fotografica diviene innanzitutto esperienza della visione come lui stesso sostiene “ho sempre detto che avrei potuto essere serenamente un fotografo senza pellicola nella macchina fotografica “
Tra i fotografi suoi ispiratori ci sono Eugène Atget, Bill Brandt, Mario Giacomelli, Josef Sudek. La sua attività di fotografo si avvicina a diversi generi commerciali e a metà degli anni ’70 vola a San Francisco per una lunga collaborazione con la già anziana fotografa Ruth Bernard, nota per l’originalità dei suoi nudi in bianco e nero e per la sua vicinanza al gruppo F/64; una tappa fondamentale per Kenna che in questo periodo sceglie quelli che saranno i suoi strumenti prediletti, la mitica Hasselblad 500 CM e la stampa delle immagini, che Michael Kenna farà sempre da sé.

Kenna punta a un concetto preciso, elimina ogni elemento di disturbo nel suo scatto e si affranca dalla presenza di persone privilegiando tempi lunghi, anzi lunghissimi e il formato quadrato, “classico” per eccellenza, che pretende un bilanciamento rigoroso degli elementi; il quadrato che circoscrive e si inscrive in un cerchio esige un suo centro.

Chilly Weather, Study 2, Hokkaido, Japan. 2018 © Michael Kenna
Hyomon, Study 1, Hokkaido, Japan. 2020 © Michael Kenna

Con le prime pubblicazioni, a metà degli anni 80, definisce il suo stile, la sua fama cresce e apre in tutto il mondo progetti cui ha difficoltà a mettere la parola “fine”. Alcuni luoghi però lo richiamano più di altri: Cina, Italia, Francia, Giappone. In Italia il progetto “Confessionali, Reggio Emilia 2007-2016” nasce casualmente da un primo approccio col paesaggio emiliano e grazie a un evento fortuito: in una giornata di pioggia Kenna si infila in una chiesa e ne fotografa il confessionale, da qui l’idea di sviluppare un progetto di lungo corso; Abruzzo (2017) è invece un percorso lirico dalle montagne al mare, una ricerca di pace e di infinito.

Michael Kenna. Confessionali. Reggio Emilia, 2007-2016
Stone Pine Tunnel, Pineto, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna
Pine Trees at Dusk, Loreto Aprutino, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna​

Le sue pubblicazioni e altro materiale sul suo magnifico mondo è disponibile in rete qui: https://www.michaelkenna.com/