Di rosa antico

La stanza aveva pareti tappezzate di rosa antico, a fiori di grandezza naturale
intercalati con fasce monocrome che adornavano le piacevolezze di un’estate senza fine; tanto che, anche se fuori era inverno, le giornate profumavano di letizia fanciullesca.
Particolare irrilevante che è dell’infanzia solo virgola, apparente frivolezza, come un nastro di raso fra i capelli. Forse a quel particolare è legato un canto allegro che non fa più eco; o un gioco puerile, mai completato, come quello di contare i fiori compresi nel perimetro totale.
Chissà perchè, ma certe tracce mentali assurdamente compaiono a tradimento, quando già pensavi di averle perse per sempre, e invece eccole ritornare, come se qualcuno, da un lontano altrove, ti avesse suggerito quel pensiero, ora vispo come un grillo salterino.
Dunque son qui, a sorprendermi pensando, senza un preciso motivo, a quelle rose che non colsi ma che seccarono ugualmente tra le pagine della memoria.

Daniela Cerrato, 2017

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Quel tempo è in soffitta

Era tempo di sane risate
di merende e marmellate
il buio faceva un po’ paura,
mai quanto la luce di oggi
che spegne sete d’avventura
intimorita dai miei pari;
era tempo in cui smaliziati
si correva per vasti prati
fino a che il fiato in gola
aiutava a respirare, poi giù
a terra, rotolando in capriola;
così alla vita ci si approcciava,
scorribande in compagnia o sola
c’era il vento che soffiava
sui capelli che solo a scuola
rispettavano giudizio e ordine.
Erano tempi di maggior respiro
per tutti, non per i bimbi soltanto;
se avessi saputo che quel tempo
sarebbe diventato il migliore ricordo
da raffrontare con l’odierno limbo,
avrei puntato piedi a terra urlando
(mio uso per non farmi fotografare)
e avrei corso ancor più forte per
sconfiggere il tempo e il suo mutare.

Era il tempo di fragoline di bosco,
oggi è un tempo che disconosco.

Daniela Cerrato, 2017

Fotografia di Magdalena Berny
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Quel niente

Ho visitato i luoghi del passato
come si fa con i vecchi amici
a cui sorridendo dici “eccomi qui,
dopo anni son tornata a salutarvi”,
uno sguardo in valle, l’ampio respiro,
ed è subito prevalsa la memoria
col ricordo di voci volti e suoni;
dietro il velo incontenibile e nostalgico
gli occhi han cercato le  presenze
e i colori dell’infanzia, divenuti ormai
opacità di piacevoli  ricordanze.

Poi ho colto gli enormi mutamenti
forgiati dal tempo e dall’assenza,
anche negli alberi cresciuti pur ridenti
è mancata l’attesa corrispondenza,
fronde più ampie mi hanno accolta
e altre sacrificate han lasciato spazio
al nero asfalto di una rotonda;
del tutto naturale, a conti fatti anch’io
sono cambiata in corpo e mente,
e se la torre centenaria avesse voce
me lo avrebbe sbottato seccamente.

Eppure sono rimasta interdetta
di fronte al totale cambiamento,
il tempo è scorso così in fretta
come alta cascata scende a getto,
che tante son le mani  che io strinsi
divenute ormai gelide ossa, nulla è
come allora, solo il rintocco cupo
del vecchio campanile sulla cima
non ha mutato l’eco antico, il più
è tutto stravolto, in parte disintegrate
le principali tracce di quel che fu.

M’ ero illusa di trovare qualche ruga
sul volto del paese, rispetto alla visione
fotografata nella mente, ma di fattezza
riflessa è rimasto poco, quasi niente,
il mio desiderio s’è rivelato chimera
assurdo sogno, risposta deludente.
Però la sera quel borgo l’ho abbracciato
col pensiero e col cuore, un qualcosa
mi suggeriva che quel niente era lì,
invisibile e silenzioso, a cercare una bimba
mora, taciturna e un po’ scontrosa.

Daniela Cerrato, 2017

___________Dipinto di Salvador Dalì_____________________________

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Galoppo tardivo

Da tempo infinito
dimenticato in soffitta
tra vari oggetti dismessi
attendi quel bimbo
che un dì smontò da sella
nell’ ultima corsa
della sua infanzia monella
altri giochi scalzarono
il dondolìo cullante
del tuo legno robusto
che sotto polvere mostra
gli inalterati colori,
che strana la vita or quando
dalle stelle alle stalle
muta fulminea condizione,
tu sei sempre lo stesso
pronto a muovere il passo
eppure immobile resti
ad attendere ancora
speranzoso di udire
chissà, forse un giorno
qualche risata dintorno
una mano che rimuova
quello strato di oblìo
e ti doni aria nuova
per un galoppo tardivo.
— Daniela Cerrato,2017         _________    Immagine da web

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Nontiscordardime

C’è un mare azzurro
senza lido nè onde
mai s’infuria ma splende
nei dì che sprizzano luce
scontorna e s’allarga
oltre aiuole e prati
qualche virgola  gialla
del solare tarassaco
sparso qua e là
spezza l’omogeneo tono
di quei minuscoli petali
dal semplice viso
quasi color fiordaliso
che infanzia fan ricordare
e con quel nome così inciso
come poterli dimenticare…

Daniela Cerrato, 2017

Photo by bjs photography ( web )

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Haiga 14.01

Trecce fatte e disfatte
per anni tuo sfizio
ora più complesse
prive dei fiocchi rosa
tipicamente fanciulli,
raccolta nei capelli
è l’eredità corvina
di tuo padre
-non unico tratto
che somiglianza
conferisce-
in ciocche serpentelle
mostri sensuale
con estrosità adulta
l’indole tua
in ricordo sempre presente
di una infanzia sbarazzina

Daniela Cerrato,2017

Immagine da web

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Verdi colline

Verdi colline
curve morbide
apparse agli occhi
della mia infanzia
come alte onde
di un mare lontano
immaginato oltre,
filari di fatiche
campi di sudore
fuochi di autunni
che salutano stagioni
alture che segnate
da dorate luminarie
s’intravedono appena
tra le spesse brume,
amorevoli seni
di una fertile terra
tinta di bianco
dal rigido inverno,
saldo è l’amore natìo
che nutro per voi
e se talvolta mostro
apparente indifferenza
non so se mi perdonate
lo sguardo distratto
che vi dà per scontate.

Daniela,2016

“Monferrato”,immagine dal web

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Fiori rosa

Portavi fiori rosa
tra i capelli scuri
correvi lieta
tenendomi per mano
coetanea e discreta bimba
condividevi con me giochi
fantasie pasti e quaderni
il sorriso e la timidezza
erano quelli di tua madre
che generosa
distribuiva merende
anche quando eravamo sazie.
Poi per anni la vita ci ha divise
tra i rispettivi impegni
ma il nostro legame
denso d’ inossidabili ricordi
è rimasto in quella piazza
dove giocavamo da bambine
poco meno che sorelle.
Portavi fiori rosa
ad ornar la chioma
la stessa devastata
da pesanti cure inefficaci
in cui riponevi ogni speranza;
il destino è sì crudele
ma ora sei libera
dal calvario e dalle pene
sganciata da ogni dolore
che la carne affligge
libera di correre
lassù dove i fiori
profumano d’eterno.
Ed io rimango qui a pensarti.

Daniela,agosto 2016

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La sala dei ricordi. Miniracconto

La sala della nonna la rivedo così come quando bambina ne respiravo spesso il profumo e ne assorbivo il calore. Sul tavolo grande ed antico un vaso in mosaico a tessere colorate con fiori secchi di profumata lavanda,una finestra aperta con le tende spinte dal vento che accarezzava le sanseverie appoggiate a terra ognuna col suo nastro di raso verde.
Da un quadro appeso una natura morta dai colori autunnali con melograni cedri e noci su un vassoio di rame martellato mi ha sempre fatto sgranare gli occhi per quanto sembrasse tutto così vero.
Sulla madìa intarsiata ricoperta da un telo di lino ricamato civettava nel suo abito rosa e pizzi bianchi una bambola dai capelli lunghi e morbidi e dal viso malinconico poco infantile pareva custodire quella scatola di latta accanto piena di biscotti , disegnata e recante scritte ormai dimenticate .
Il divano ordinato con cuscini variopinti in piastrelle di lana e una coperta per salvarlo dalle unghie del gatto di turno era il posto preferito su cui distribuire figurine dalle raccolte mai del tutto terminate.Di fronte un televisore,quella scatola che pareva allora assai magica e da cui noi bambini potevamo guardare solo ciò che decidevano per noi,per cui dopo qualche minuto l’attenzione si spostava su giochi più tangibili.
Un mobile con radio enorme dalle grandi manopole chiare che si accendeva poco per non disturbare il chiacchiericcio fra le donne di famiglia era il riempitivo di una parete assieme a una credenza in stile liberty dalle cui vetrinette facevano capolino i vasi di caramelle sempre riassortite. E sul pavimento,in un’angolo, neppure troppo nascoste, le ciabatte di panno infeltrito per gli ospiti,da indossare obbligatoriamente per non rovinare lo strato di cera tirata e lucidata a mano, orgoglio e mania di nonna.
Sicuramente sto omettendo altri particolari che forse colpivano poco la mia curiosità e attenzione di bimba,o forse nel frattempo li ho sempliemente scordati… Quanta infanzia passata lì,quante gioie e qualche pianto, quante merende di casalinga preparazione e quanti pranzi festivi che facevano quasi un tutt’uno con la cena…Ricordi piacevoli,alcuni nitidi altri un po’ meno ma sempre pieni d’amore.
Daniela,aprile 2016

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