Le stagioni, di Corrado Govoni, da “Poesie scelte” 1903-1918

Premessa: mi piace sfogliare tra poesie del passato, di autori che non erano nelle mie antologie scolastiche, e talvolta capita di trovare dei versi che sarebbe un peccato lasciare nell’oblio del tempo che corre; questa intitolata “Le stagioni” del poeta crepuscolare Corrado Govoni (1884-1965) è un po’ lunga, ma piacevole nella lettura, compreso qualche termine desueto  ma assai musicale, che ben esprime il pensiero del primo ‘900.

LE STAGIONI

Io canto te, o dolce primavera, giovinezza del mondo,
con le tue rondini, che arrivano dal mare un mattino di Marzo
con il tuo timido sereno, di violette lungo i fossi,
coi tuoi brevi crepuscoli di peschi nell’orto fioribondo,
col tuo cùcùlo che va d’albero in albero
e non sa dove attaccar la sua pendola beffarda,
con le tue rose, che arrossiscono ai baci ardenti del sole,
con i tuoi puri gigli che si portano in processione
come un bianco miracolo, con i tuoi prati,
molli d’incenso e di colori in cui danzano
in veli vaporosi di nebbie, l’ore languide
e tu, ignuda e scapigliata, galoppi in groppa al vento focoso,
che guidi con gentili redini di primule e di margherite;
con il tuo verde pane, che matura tra gli alberi tranquilli
con i tuoi acquazzoni repentini
simili ad improvvisi pianti, senza causa, di bambini;
col tuo magico arcobaleno divisionista, ch’è la tua cintura di festa,
con le tue belle nuvole pompose che sono i tuoi soffici divani,
con i tuoi limpidi canali serpeggianti che specchiano
in andare tante dolci e tristi cose:
la lunga e pallida afflizione dei salici piangenti,
il diniego dei pioppi solitari,
le malve rosse, a le finestre, nelle pentole
e le bianche facciate delle case,
con i tuoi pozzi freschi sparsi per la pianura,
simili a strane e bianche ghigliottine nell’inverno;
con i tuoi placidi tramonti in cui scopri i lontani monti
come enormi cavalloni, con le tue aurore d’oro,
quando tuonano le campane e i galli cantano,
nelle lontane cascine, l’avemaria.

Canto anche a te, o ardente estate:
con il tuo frumento biondo,
entro cui brillano i papaveri
come garibaldini nascosti;
con il tuo verde ed odoroso oceano di canepa,
col tuo torrido caldo che fa cercar con voluttà
la frigida acqua dei fossi: vengono a galla stupiti
i lunghi lucci, le biscie acquaiole inseguono i ranocchi paurosi.
Oh, nelle notti languide,
le verdi fiaccolate delle lucciole
e gli usignuoli avveniristi
che si contentan degli applausi delle rane !
Nei prati, i cumuli di fieno
son come un accampamento d’odore.
I lunghi pioppi vigilano la pianura.
Nei maceri e nei fossi i rospi
fan sentire la loro voce di fagotto.
E la civetta, nei cimiteri,
dichiara orgogliosamente :
” tutto è mio ! tutto è mio !”

Canto anche a te, o grave autunno
con la tua frutta squisita che pende dai rami brulli
come una felicità compita, con le tue tristezze finali
le monotone pioggie che rigano le gote dei pallidi vetri
e intirizziscon l’anime, le implacabili nebbie
che sfuman come un inodoro incenso
e restringono attorno a noi il mondo,
ed i nobili corvi sempre vestiti a lutto stretto;
i poveri camposanti, pieni di corone variopinte,
tristi girandole di fiori sulle tombe.
Oh, lungo le spogliate siepi,
il triste campanellino del pettirosso,
come se da mane a sera si porti il viatico a qualcuno!
E la fine, la dolce fine prevista.
Senza rimpianti, cadono le foglie.
Sonnecchia il sole sulle deserte soglie.
Ma perchè il cuore si duole?
Perchè l’anima si rattrista?

Ma vieni tu, o inverno, padre putativo
delle stagioni a celebrare
le bianche nozze della neve,
a coprire tutte le macchie
col tuo bianco collettivo,
a riempire le povere vetrate
di felci complicate e palme fragili,
a frangiare le gronde di stalattiti
lamentose di ghiaccinoli,
a imbacuccare gli esili camini,
a riempire di sfingi i giardini,
a mettere su tutti i davanzali
dei bianchi appoggiatoi,
come per una processione di comunicanti.
I pioppi, sparsi per la campagna,
sembrano enormi rocche cariche di neve.
Tutte le peste, nei sentieri, sono monde,
sembran fatte da angeli lievi
ed ogni casa è buona, come un presepe.
E in una notte radiosa, in cui le stelle
scivolano nel ghiacciaio del cielo
sui loro lunghi pattini d’argento,
dal fantastico fondo dei paesi,
dal più profondo dell’infanzia credula ed innocente,
sale a riunirsi nel nostro torbido cuore, soave,
il divino conclave delle campane di Natale.

 

Dipinto di Raoul Masil, “Le quattro stagioni”, 2010

Raoul Masil -le-quattro-stagioni-533_LARGE.jpg

Annunci

Giuseppe Ciavolino (Torre del Greco 1918 – 2011) Le stagioni olio su tela

Giuseppe Ciavolino è stato espressione della grande scuola  napoletana del Novecento, artista molto intenso e dinamico. Ha superato largamente i confini nazionali, infatti  al Moma, che è il Museo di arte moderna newyorkese, è esposto tra i lavori rari un solo cammeo , inciso in “sardonica” (il pezzo più pregiato di una conchiglia) ed è quello firmato da Giuseppe Ciavolino.
La sua vita interamente vissuta per l’arte incomincia quando frequenta il Liceo artistico e l’Accademia delle Belle Arti; è un tempo particolare perchè le nuove leve debbono formarsi tra le restrizioni della guerra che non accenna a finire. Ma lo slancio e l’entusiasmo non vengono mai meno e sono alimentati da una borsa di studio intitolata a Vincenzo Gemito e dal rapporto con artisti-docenti quali Alessandro Monteleone per la scultura e Giovanni Brancaccio per il neofigurativismo.
Giuseppe Ciavolino si ritaglia subito uno spazio proprio come scultore progettando anche interni di chiese; è una sua specialità.
Nell’artista però si fa strada anche l’uomo di scuola. Dalla cattedra di Plastica e di Disegno dal vero, Giuseppe Ciavolino arriva al vertice della famosa e storica Scuola d’Arte di Torre del Greco da cui sono usciti, negli anni, operatori di valore nei vari campi della innovazione creativa. A capo di questo istituto Ciavolino ha determinato una svolta molto significativa dal punto di vista didattico: non più Scuola d’arte al servizio della committenza locale (cammei, oggettistica varia, coralli) ma Istituto d’Arte che libera gli allievi dal debito commerciale. Non sono più costretti a seguire modelli imposti, ma progettano e realizzano in piena autonomia”. Gli studenti, da poche decine, diventano più di seicento.
La lavorazione del corallo si trasforma in un fatto artistico, nasce la nuova sezione di arte dei metalli e della oreficeria. Si realizza un vero e proprio polo culturale. Il Museo del corallo, annesso all’Istituto d’arte, ospita di Giuseppe Ciavolino pregevoli lavori in corallo, cammeo, avorio, madreperla. Una creatività che non ha confini e che sa esprimersi compiutamente qualunque sia la materia prima usata. Paesaggi, figure femminili, uccelli o nature morte danno vita ad un concerto a più voci.

Giuseppe Ciavolino (Torre del Greco 1918 – 2011) Le stagioni,  olio su tela

Ciavolino Giuseppe (Torre del Greco 1918 - 2011) Le stagioni olio su tela