Profumo di zagare… dal Notturno di D’Annunzio

“…I fiori sono posati su la rimboccatura. Li ho sotto le mie dita veggenti. Li palpo, li separo, li riconosco.
C′è il giacinto. È legato col filo in fascetti. Gli steli sono ineguali. Insieme formano un grappolo folto. Il profumo al fiuto aumenta come il dolore in una scalfittura.
C′è la zàgara. È il nome arabico che dà al fiore d′arancio la Sicilia saracena. L′appresi, adolescente, su la mia riva, dal mozzo d′una goletta. Tanto mi piace che, se nomino il nome, sento il profumo.
C′è la zàgara di serra: un gruppo di foglie che al tocco risuonano, e nel mezzo i bocciuoli duri. A uno a uno li sento. Qualcuno è chiuso, qualcuno è fenduto, qualcuno è mezzo aperto. Qualcuno è delicato e sensitivo come un capezzolo che teme la carezza. L′odore è candido, acerbo, infantile. Ma bisogna cercarlo con le narici in mezzo alle foglie diacce e stillanti che m′inumidiscono il mento e mi entrano in bocca.
C′è l′amorino. È il più fradicio di pioggia, è tutto pregno d′acqua di nubi. Più odora all′apice, come l′ultima falange delle dita che lavorano i belletti. C′è in fondo al suo odore un che del fico latteggiante, del pìccolo fico verdino. C′è pure, se insisto, un che della susina Claudia matura. Odore di erba più che di fiore, di frutto più che di fiore.
Meglio mi piace la zàgara, nome e cosa. È più tenue, più rara: non nuziale ma virginea. La cerco ancóra dentro la fronda. Mi sbianca il fuoco dell′occhio. È dura e bianca come la sclera.
Mi ricordo dei grandi boschi d′aranci a Villacidro, nell′isola dei Sardi. Ero una bestia pieghevole. Avevo due caviglie sottili. Mi scalzavo per camminare coi miei piedi giovani sul fiore nevoso che giuncava il terreno.
Mi ricordo di un aranceto murato, a Massa, verso la riviera d′Amalfi, se non m′inganna la memoria. Ero mal guarito d′un filtro malvagio. Ero sbigottito come se fossi penetrato in un labirinto inimaginabile. I tronchi parevano scolpiti nella pietra delle grotte segrete. Il fiore era come la spuma da cui nasce la carne immortale. L′ombra era quasi acquatile, modulata dal canto morente di non so qual sirena bandita dal mare…”

Brano tratto da La seconda Offerta, Notturno, di Gabriele D’Annunzio

Ilustrazione di Adolfo de Carolis per la copertina de Il Notturno di G.D’Annunzio
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