sole e polvere

Lo specchio della petineuse
rifletteva sole e polvere,
a tarda mattina le finestre
aperte erano collane di voci.
Quella di mamma ricordava
di non sporgersi dal balcone
ma non ero così affascinata
dal vuoto. Amavo osservarla
mentre si pettinava le onde
sullo sgabello rosa antico.
Sorridendo con più forcine
tra le dita, mi faceva cenno
d’appuntarle ciocche ribelli.
Ed erano adulte le mie mani
tra i suoi capelli castani.

Daniela Cerrato

Photo by © Andrey Godyaykin

in scia di luce

Trascorrere carezze, ostaggio
volontario di braccia richiuse
mentre fuori può essere luce
o tenebra. Infischiarsene
di quel che saremo liberando
l’essere, ora corpo ora anima,
poi aura, lumen d’energia
liberata da orgasmi tantrici.
L’immenso non è oceano
è l’inscindibile oltretempo
privo d’ombre, eterne aurore
di felicità in evoluzione.
Baci in scia di luce, pace
a richiamare oasi bibliche
in silenzi muti primordiali
o accenni d’amorosi madrigali.

Daniela Cerrato

Di Fabio Pusterla: Settimana dell’ombra (dalla rivista “Soglie”, anno XV, n.1 )

sulle tracce di Vittorio Sereni


I
Oceani deserti di sale alle spalle.
Ma ora chiudono i porti
custodi, altri confini ad una sponda
di non Europa al centro dell’Europa:
Chiasso, frontiera, forse la via è chiusa.
E se gli chiedono,
dal dirupo di un lunedì ferroviario,
a lui cingalese in nervoso italiano le carte
e lui sorride muto di rimando, e rivolgendo
gli occhi dalla tua parte di pena sembra dire
ho capito, lascia stare, ne ho già viste
di peggio, e mi basta il tuo sguardo, fratellino;
se gli sorridi anche tu e i due ti fulminano
biechi: come non ripensare ad un altro
sorriso, di poche ore prima, a un bambino
che rideva a Pordenone quasi immobile, bloccato
nella sua gioia da un oscuro disturbo,
atarassia muscolare o mancanza
di impulsi nervosi o chissà
che inespresso segreto,
e intanto sorrideva sorrideva
la biglia azzurra dell’occhio e la giovane madre
aveva sul volto qualcosa di cupo?

II
“Non piangevo così tanto da quando
mi hanno detto che mia figlia era malata
di cuore. Ma questo è un altro discorso”.
Sicché qualcuno, in un ufficio due uffici
ha deciso di applicare le regole
non fare eccezioni rispettare tutti gli ordini
e qualcun altro ha pianto molto a lungo.
Sicché in un altro ufficio due uffici
nessuno ha immaginato di fare qualcosa
nessuno ha pensato di alzare il telefono
nessuno ha creduto di doversi impegnare.
E qualcun altro non è stato avvertito
non è stato difeso non è stato salvato.
“Adesso mangio le lacrime non penso di fare ricorso”.

III
La cenere, dunque. La cenere
di un altro mercoledì. Mercoledì delle ceneri,
appunto. Senza braci o speranze,
verrebbe quasi da dire. Giorno di mezzo
respiro del tempo. Dopo la fatica
prima della fatica, al centro del ciclone
dell’ombra. Oggi arriva una lettera
dall’altro mondo, e non è allegra,
dice che non è allegro neanche lì.

IV
Cosa mastica l’assessore alla cultura,
un gamberetto, una pizzetta, un’oliva? È l’ora lieta
di qualche aperitivo, l’happy hour di qualche lounge
bar, lungo le rive
fumide del Verbano. E a bocca semipiena,
che si immagina turbata,
in un sorriso o dentro il semibuio di una battuta, dal telefono
importuno, dice che no, non si può entrare nell’archivio del Poeta,
che nessuno può aprire, perché è sabato, e di sabato,
si sa, non si lavora, vivaddìo.
Forse potresti udire qualche evviva
sullo sfondo, o un tintinnìo di calici o risate.
Al largo, alla deriva, vanno i rami,
i remi caduti dalle barche, i versi strani
di certi uccelli che non si sa dove corrano o perché,
comunque volano a nord, verso Zenna.

V
Maschio. Germano. Pareva dormisse,
di traverso adagiato sull’asfalto, con il verde
verdissimo del collo, e appena un sospetto
di sangue, smunto sangue, sotto il becco, che sembrava
ragnatela rossastra o antica mappa di fiumi,
e proprio lì, tra un Flegetonte e un Eufrate rotolava
il filtro ancora fumante di una sigaretta, certo fuoriuscita
da uno dei finestrini d’auto in corsa, chissà forse da quella
proprio all’origine di un piccolo cozzo,
di un urto trascurabile
senza dubbio trascurato. Raschiava
già il mattino, il venerdì
prendeva forma e non era una forma radiosa.

VI
Ruglia la Tresa in fondo alle sue gole
minime e già bastevoli al disastro: strettoie di roccia
friabile, anfratti,
e poi, proprio in fondo, alta, la chiusa.
C’è come una ruga nell’aria,
oggi più avanti il lago sembra mare
irritato, un’aspra voce d’aprile
che sgrana vecchie storie, disonori,
ombre di gente in transito, pastrani.
Ci dicono che qui veniva spesso,
appunto qui, sulla diga dei suicidi, a guardare.
Dopo, dentro una foto, lo vediamo stretto al centro
da qualche antico o nuovo comiziante,
quasi nell’atto di sdraiarsi sul tavolo,
come sempre come sempre fuori posto,
meravigliosamente desolato
testa pesante e mani molto larghe
sguardo alle luci basse di vertigine.

VII
Salgono o scendono le scale del tempo?
Eccoci comunque al pianerottolo
settimanale di domenica, i gradini
si allentano, lo slargo provvisorio, le campane
fanno il loro lavoro di campane, qua e là s’avvertono
afrori di cucina, sfrigolii.
Forse potrebbe schiudersi una porta
il varco verso il tempo parallelo. Intanto piove.

dalla rivista Soglie, anno XV, n. 1

Fabio Pusterla è nato a Mendrisio nel 1957. Laureato in lettere moderne presso l’Università di Pavia, vive e lavora tra la Lombardia e la Svizzera, dove insegna lingua e letteratura italiana presso il Liceo cantonale e l’Università di Lugano; ha tenuto per alcuni anni dei corsi presso l’Università di Ginevra.  È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Idra”, edita a Milano da Marcos y Marcos. È attivo come poeta, traduttore (soprattutto dal francese, con qualche incursione nella letteratura portoghese) e saggista. Collabora a giornali e riviste in Svizzera e in Italia. Dal 2014 è professore titolare presso l’ISI di Lugano.

altre info su: https://search.usi.ch/it/persone/5dae7610d9d327f8a89004911f5a755b/pusterla-fabio-angelo

seducente inganno

” Non vi lasciate illudere che è poco, la vita. Bevetela a gran sorsi, non vi sarà bastata quando dovrete perderla. ” Bertolt Brecht

Reduci di cavità oscure
e vicoli stretti, senza
luce, sbendati, catapultati
in un pragmatico disordine
di notti e giorni a venire.
Ingannevoli realtà, corridoi
sensi unici obbligati, brevi
strascichi di poche gioie
a confermare la regola
dell’eccezione. Oblò aperti
poi richiusi, presente già
rosicchiato dal passato,
il futuro da richiamare
all’appello ultimo. Intanto
s’accende l’ultima sigaretta
senza fretta ma è già cenere,
vittima di seducente inganno.

Daniela Cerrato

opera di Esther Sarto

arte astratta

Semicerchi tratti e punti
un zigzagare di varianti,
spettacolo da saltimbanco
l’arte astratta. Stringata
ma, in astruso scarnificare
dettaglio e forma, c’è cura
di lasciare spazio vasto
a fantasie assai rare.
È dono di chiave universale
di un linguaggio da tradurre,
dar senso ad angoli dune e lune
in giroquadro. Osserva e prova
a interpretarne logica traccia,
la tela pare taccia, in realtà
suggerisce. Se ti tradisce udito
non dire mai non ho capito, sosta
e volgi attento l’occhio, quel
che vedi va oltre lo scarabocchio.

Daniela Cerrato

Opera di Bill Scott

sotto un cielo inclemente

L’attesa di occhi da rapire
sulla soglia di un incontro,
baciarsi piaghe e cuore prima
di sfiorare l’intimo ingresso
poi consacrare i corpi nel gange
immergendoli in cosciente ebbrezza.
Un istante può radicare
e divenire eterno vivendolo,
chiamare il taxi non fa partenza
quando l’anima resta.
I corpi non tacciono, ascoltando
le anime si consumano amando.
Sotto un cielo inclemente
nascono figli dell’impossibile.

Daniela Cerrato

e tu gatto…

Fissami a lungo e poi ancora
che io raggiunga ipnosi
e mutazione felina,
sbrigati a correggere
la rotta dei miei giorni
fa’ che mi crescano
artigli
e coda, l’ago d’equilibrio
del restare e andare.
Regalami dosi di agilità
per balzi lunghi nel buio
manto folto, olfatto sciolto.
Iniettami la tua saggezza
che rifugge ogni bieco umano,
piega le mie vertebre
che io possa raggiungere
lo stretto dei nascondigli.
Non mancheremo io e te
di leccarci pelo e ferite
.

-Daniela Cerrato

FOTO PERSONALE, OLYMPUS DIGITAL CAMERA

sassi

I sassi non raccontano bugie
li distingui, di fiume o di mare,
tenuti in mano scacciano pensieri
o raccolgono le idee migliori.
Sanno tacere ferire levigare
scorrendo come dita su pelle.
Ne lancio a manciate stanotte
su clamorose colossali balle,
gocce che non fanno traboccare
ma frantumano un fragile vaso.

Daniela Cerrato

eccesso d’ego

Ma poi che sarà mai
l’arcobaleno in dissolvenza
il calar del giorno luce,
la miglior poesia non letta
quando c’è chi la traduce,
chi l’afferra e la respira
e al non detto s’ispira
per cantare in altra voce…
Sottile chi indietreggia
e fugge dal clamore
di un vociare qualunquista,
c’è chi si ritiene pianista
e non sa leggere spartito,
resti pure in pia illusione
di far sempre un figurone.

Daniela Cerrato