citando Kerouac

Su finestre del cuore sfilano stagioni,
accumuli di sole pioggia e polvere
specchi di luce appresso buio pesto,
velate da bissi a conservare privato.
Sui muri d’intorno crepe, ossa doloranti
trascinate su strade articolate e spoglie
contratture e rilassamenti, variabili,
incognite di dossi e fossi a ingannare
occhi. Magari fosse troppo sole l’abbaglio
a provocare caduta, anzichè l’ampia buca
in cui si liquefano lembi di ragione.
Da quel tonfo sordo “Tutto è in disordine.
I capelli. Il letto. Le parole. Vita. Il cuore. “
*

*citazione di Jack Kerouac

Daniela Cerrato

Caos, Opera di Stefano Busonero

e la luce racconta

Vorticosi giorni frullati con frutti di bosco
succo acidulo scende veloce a non domandare
altro zucchero. Occhi di gufo sonnolenti
si chiedono dove sono finite le notti di luna,
risponde la nebbia, creatura aliena saprofaga.
Gettato l'umido manto pesante, rende mute
sagome scure di alberi che non sfrondano,
il giallo fogliame per qualche ora non mostra
l'approssimarsi del deciduo cui non si sfugge.
Rugge sorda l'anima al pensiero del caos diurno
che costruisce e insegue artificiosa cometa.
“E la luce racconta”, dipinto di Marco Coppola

poesie di Georg Trakl (1887-1914)

CREPUSCOLO INVERNALE

(A Max von Esterle)

Neri cieli di metallo.
Traverso a rossi turbini volano
di sera corvi famelici
sopra i parchi tristi e scialbi.

Tra le nuvole raggela un raggio;
e dinnanzi a bestemmie sataniche girano
quelli a cerchio e vanno
bassi in numero di sette.

In putridume dolciastro e insipido
silenziosi i loro becchi trinciano.
Case minacciano da mute vicinanze;
chiarore nella sala-teatro.

Chiese, ponti e ospedale
orrendi nella luce incerta stanno.
Lini macchiati di sangue
si gonfiano le vele sul canale.

***

UMANITÀ

Umanità schierata dinnanzi a bocche di fuoco,
rullìo di tamburi, fronti di oscuri guerrieri,
passi nella nebbia di sangue; nero ferro tintinna;
disperazione, notte in tristi cervelli:
qui l’ombra di Eva, caccia e rosso denaro.
Nuvole che una luce attraversa, la Cena.
Dimora in pane e vino un soave silenzio.
E quelli sono raccolti in numero dodici.
Di notte gridano nel sonno sotto i rami di olivo;
San Tommaso immerge la mano nelle piaghe.

***

TROMBE

Sotto potati salici, dove bruni bimbi giocano
e foglie turbinano, squillano trombe. Dal cimitero un brivido.
Vessilli scarlatti precipitano attraverso l’acero in lutto, cavalieri lungo campi di segala, vuoti mulini.

Oppure pastori cantano di notte e cervi entrano
nel cerchio dei loro fuochi, della selva antichissimo lutto, danzanti si stagliano su nero muro;
vessilli scarlatti, riso, follìa, squilli di tromba.

***

IL SONNO

Maledetti voi oscuri veleni,
bianco sonno!
Questo così strano giardino
di alberi crepuscolari
colmo di serpi, farfalle notturne,
ragni, pipistrelli.
Creatura straniera! La tua ombra perduta
nel rosso serale,
un cupo corsaro
nel salato mare dell’afflizione.
Svolazzano bianchi uccelli al margine della notte
sopra crollanti città
di acciaio.


Georg Trakl nato a Salisburgo, interrompe gli studi nel 1905 per diventare apprendista in una farmacia di Salisburgo, ove prende abitudine alle droghe e tenta i primi esperimenti letterari; ammiratore di Hölderlin, Nietzsche, Dostoevskij, Rimbaud, Maeterlinck, Ibsen e Strindberg. Membro del circolo poetico Apollo, scrive recensioni su un giornale locale e tra il 1906 e il 1908 fa rappresentare senza successo due drammi Giorno dei morti, e Fata Morgana , e una tragedia La morte di don Giovanni. In quello stesso anno pubblica, sempre sul quotidiano di Salisburgo, la sua prima poesia.
Terminati gli studi ginnasiali, s’iscrive nell’Università di Vienna per frequentare il corso di farmacia, diplomandosi Magister nel 1910, e presta servizio militare in sanità dal 1910 al 1911.
Rientrato a Salisburgo nel 1912 ottiene impiego nell’ospedale militare di Innsbruck, città dove conosce Ludwig von Ficker fondatore della rivista di avanguardia letteraria L’Incendiario, che pubblica le sue prime poesie.
Nel luglio 1913 pubblica a Lipsia la raccolta di Poesie “Gedichte”; dipendente dalla droga e dall’alcool è spesso soggetto a crisi depressive. Va a trovare a Berlino l’amata sorella Grete che, sposata ma separatasi molto presto, è ricoverata per un aborto.
Richiamato allo scoppio della guerra, è ufficiale di sanità nella sanguinosa battaglia di Grodek, in Galizia: deve assistere da solo e senza medicine 90 feriti gravi. Per due giorni e due notti ha lavorato nell’ospedale militare, che in seguito è stato descritto dalla stampa come una delle “fosse della morte della Galizia”. Secondo la testimonianza dei suoi superiori, le condizioni di Trakl si fecero critiche in seguito alla visione di 13 ruteni che erano stati impiccati sugli alberi di fronte alla sua tenda. Traumatizzato dall’esperienza,pochi giorni dopo tenta il suicidio ma viene salvato e ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Cracovia il 7 ottobre 1914 dove, alla fine del mese, redige il proprio testamento lasciando alla sorella una grande somma di denaro da poco ricevuta da Wittgenstein e, a von Ficker il suo testamento poetico. Il 3 novembre muore per un’overdose di cocaina.
Postuma esce la seconda raccolta di poesie, Sebastiano in sogno nel 1915.

disarmonia

Manca nel rigore squadrato
il tocco ideale per addolcire
uniformità di facciata dura,
ogni spigolo a vista è replicato
come se l’Arno non avesse anse
e ponti ariosi da ricordare.
Ci vuole almeno un fiore
un gatto, un bimbo col sorriso
a dar colore a fredde ringhiere
ai volti severi dentro e fuori
omologati al passo da tenere.
Cappello ribelle rapito dal vento
pare vezzo la tenda che s’agita,
svelando la calvizie del cemento,
meno triste il nido dirimpetto
ma è opera d’altro architetto.

Daniela Cerrato

poesie di Piero Bigongiari

Vetrata

O memoria, la terra è il tuo ritorno
negli occhi, le magnolie
in un torno di gridi dai cortili
traboccano, sui lividi ginocchi
spunta l’età più grande come un’alba.
Una febbre rimuove dagli stipiti
la madre dolcemente: là trasporta
simile a luce le vele dal porto:
afosa muove sulle braccia a chi
non scorda. Mentre un lampo rosa inonda
la finestra, l’attesa: una tempesta
di caldo, un bacio che fa vana ressa.
E i cani spenti di una festa delirano
di viola se grappoli di nulla
pendono già a un oriente.

***

                       Assenza

                       Non ha il cielo un segreto che ti culmini
                       le tue risa s'iridano al vetro
                       della sera dolcissima di fulmini.
                       Al cielo sale nel tuo gesto effimero
                       la riga d'un diamante, lo smeriglio
                       ricalcola all'assenza una giunchiglia
                       morta nel sonno e al tenero fermaglio
                       del tuo dolore che non si può chiudere
                       geleranno dagli astri luci blu
                       luci sorte alla piega delle labbra
                       che rimormorano arse cielo al cielo.

                       Dove un rapido greto si distrugge
                       dove odorano ( al tuo braccio? ) gaggie
                       segreto faccio
                       mia la tua pena che non ti raggiunge.

                      ****

Ardore e silenzio

I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

***

Non so

Nell’umido brillare dei tetti,
nel calare del sole tra scogliere
di strade, non so cos’altro aspetti,
s’altro dichiari con parole rade
ai passanti, ai vetri ciechi dei tram,
e a un tratto molto so della speranza,
ma non so neppure cosa si perde
nell’ansimo dell’aria, quasi un battito
accelerato di motore,
quasi tacchi piú fitti, una catena
che si tende, gli occhi un poco piú desti.

Ma lo sguardo è dentro le cose
a cercarvi la buccia tra la polpa,
e non v’è colpa sufficiente per la nostra gioia,
nemmeno la speranza e la solitudine:
tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.

***

È l’istante che è eterno

È l’istante che è eterno: non ha fine
che fuori di sé; esplode nel suo interno
il segno, il sogno, di ciò che non è
il tempo, la cui aureola già si attenua.
Il vento che s’è fatto impetuoso
mescola fuoco e cenere, intriga
nel suo più ingeneroso antiattimo
il suo ormai impossibile riposo.
Sono qui, tu gli gridi, sono qui,
i nidi sono pieni degli implumi
che attendono le ali tra i barlumi
della tempesta. E’ ciò che di me resta
degli istanti fatali di una festa
racchiuso nei suoi numeri immortali.
Il piede già non calpesta le orme
della sua ultima mutazione.
Tutto dorme, anche la felicità
in questo tramutarsi delle forme
nella loro forse ultima realtà.

***

_____________

Piero Bigongiari – Scrittore toscano, poeta e critico letterario italiano (1914 – 1997). La sua poesia (La figlia di Babilonia, 1942; Rogo, 1952; Il corvo bianco, 1955; Le mura di Pistoia, 1958; Torre di Arnolfo, 1964; Stato di cose, 1968; Antimateria, 1972; Moses, 1979) e la sua critica (Studi, 1946; Leopardi, 1962; Poesia ital. del Novecento, 1965; La poesia come funzione simbolica del linguaggio, 1972) risentono del clima dell’ermetismo nel quale si è formato. È stato professore di letteratura italiana moderna e contemporanea nell’università di Firenze. Nel 1977 ha dato vita alla rivista di “studi e testi” Paradigma, pubblicata dalla facoltà di magistero di Firenze. Tra le sue ultime opere: il volume antologico Autoritratto poetico (1985); le raccolte di versi Col dito in terra (1986) e Nel delta del poema (1989); i saggi riuniti in Dal Barocco all’Informale (1980), che testimoniano il suo costante interesse per la pittura, dal Seicento fiorentino ai contemporanei. Nel 1994, a cura di P. F. Iacuzzi, sono apparsi: Il critico come scrittore: prose e aforismi (1933-1942); Il sole della sera: racconti e frammenti (1932-1935); il 1º volume (1933-1963, con la raccolta inedita L’arca) di Tutte le poesie; e, postumi, Un pensiero che seguita a pensare: giornale 1933-1997 (2001) e L’enigma innamorato. Antologia 1933-1997 (2021).

binario morto

Esci da torri cadenti, da vani presidi di rabbia
separa realtà da cera per sorridere risveglio
getta nel fosso timori che altri non considerano
strappa il verde dagli alberi consegnalo al cuore,
urge speranza trasfusa per sopravvivere ancora
alle muffe di decenni stanchi incollati al fianco.
Anche i lupi si avvicinano all’abitato per fame,
zampe ossute costato a vista. Vincere paura costa,
puoi leggere sventura senza guardare negli occhi
il mondo è su un binario morto dicono i vecchi.

Daniela Cerrato

Max Beckmann

visione lattiginosa

Vani a giorno in Paradiso
ove intessere in idioma universale
agganci al passato o riprese d'idillio
interrotto da Chronos assassino.
Nicchie per anime devote a solitudine,
acustica fine per eletti
in cerca di equilibrio e giusto peso.
Muri di fiato, cielo sotto e sopra,
vista lattiginosa crea il pianto
su sbarre che il tempo imbianca al pari
di ciocche canute senza piega,
ore notturne disfatte e frustrate
da attese sfiancate dal nulla e un giorno.

Daniela Cerrato
Palace Paradiso, opera a tecnica mista su tavola di legno di Sergio Carlacchiani

calato il sipario

Malcontati giorni non tornano
a farsi arcobaleno nelle braccia
si assolvono presenti mancanze
legate a inevitabile estinzione.
Tanti se e forse lanciati a mazzi
tra ipotetici canti di cicale
cadono su foglie spazzate
da saggine che raschiano lastre.
Sui ventri freddi delle statue
la resistenza sfida il dolore,
l’amore perdona ogni perdita
la copre con strati di rassegnazione.

Daniela Cerrato

PhantAsía

Nata vergine di neuroni spora
protesa di braccia e gambe
balenando in mente sibillina 
a prender forma più concreta.
Sagoma ancestrale imperfetta,
venusiana speranza di bellezza 
affiori da un cronico blues
e parole slegate a consensi.
PhantAsía, nome ricamato dal vento,
respinge gli ozi, raduna i sensi
non teme vergogne tiene alto il mento
anche quando bacia un carnale appetito.

Daniela Cerrato
Dipinto di Marco Coppola

piccoli seriali crescono

Si comunicava scimmiottando
ai capi del filo due barattoli
colorati alla buona giù in cortile.
Piaceva il gioco, l'inventiva reggeva 
un quasi niente d'effetto sicuro, 
teneva il tempo il balocco volante
anche una mosca sfuggita al pugno.
Oggi il grugno dei bimbi intimorisce,
la segregazione bulimica artefatta 
ricarica stanche batterie al litio,
la frenetica velocità del videogioco
snerva e sfianca giovani occhi.
Il tempo dirà quali sono le magagne
di quest'epoca di assurda distopia
bimbi guerrafondai dal tasto facile
pallido sorriso e aspetto fragile.

Daniela Cerrato