Gabriele D’Annunzio, Voglio un amore doloroso…

Voglio un amore doloroso, lento,
che lento sia come una lenta morte,
e senza fine (voglio che più forte
sie della morte) e senza mutamento.

Voglio che senza tregua in un tormento
occulto sien le nostre anime assorte;
e un mare sia presso a le nostre porte,
solo, che pianga in un silenzio intento.

Voglio che sia la torre alta granito,
ed alta sia così che nel sereno
sembri attingere il grande astro polare.

Voglio un letto di porpora, e trovare
in quell’ombra giacendo su quel seno,
come in fondo a un sepolcro, l’Infinito.

gabriele-dannunzio

Anais Nin -Voglio vivere solo per l’estasi

Voglio vivere solo per l’estasi.
Le piccole dosi,
gli amori moderati, tutte le mezze sfumature,
mi lasciano indifferente.
Mi piace la stravaganza.
Lettere che raddrizzano
la schiena dei postini,
libri che traboccano
dalle copertine,
sessualità che fa saltare
i termometri.

Anaïs Nin

 

Notte

La città dorme, uccelli notturni
fanno eco a misteriose leggende
la notte è amica e nemica
troppo breve o infinita
tra amori e clandestinità,
turni di lavoro e insonnie.
La notte è un ombrello aperto
che oscura ogni cosa e illumina
coscienze che vegliano.
E quando scrosci di pioggia
rompono il prezioso silenzio
ci si sente bambini cullati
e rannicchiati in posa fetale
ne assaporiamo  il canto.

(Daniela,23 ottobre 2014)

Il gigante Tifeo e la Sicilia,cantati da Dante

«E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”».
(Dante Alighieri, Paradiso, VIII canto, vv 67-69; 1304-1321)

Le continue eruzioni dell’Etna e gli sporadici movimenti tellurici del territorio siculo, trovano spiegazione in un’antica leggenda che narra di una lotta senza quartiere tra Zeus e Tifeo e conclusa con la sconfitta di quest’ultimo. Tifeo ,figlio di Tartaro personificazione degli inferi e di Gea, la Madre Terra, era un gigante orribile con una voce rimbombante e centinaia di teste mostruose, talmente smisurato da arrivare a toccare il cielo . Sin dalla nascita fu destinato dalla madre a combattere contro Zeus colpevole di aver sconfitto i Titani, anch’essi figli di Gea. Un giorno, in territorio siriano, nel corso di uno dei tanti scontri, il gigante riuscì a strappare l’arma di Zeus dalle sue mani.Con questa tagliò i tendini dei piedi al dio e lo rinchiuse dentro una grotta in Cilicia, distretto dell’Asia Minore. Devoti a Zeus, Hermes e Pan corsero in suo aiuto, ritrovarono i suoi tendini e lo rimisero in sesto affinchè non fu pronto a riprendere il combattimento con Tifeo. Se fino a quel momento il gigante aveva avuto la meglio, quest’ultima volta il fato decise di mettersi di mezzo, aiutato dalle Moire rappresentanti del destino che, sul monte Nisa, offrirono a Tifeo dei frutti solitamente destinati ai mortali. Lui, creatura divina, non appena li mangiò perse le forze. Zeus, approfittando della debolezza del gigante, non esitò a ferirlo profondamente ma Tifeo riuscì a fuggire in Sicilia dove il Re degli dei lo fermò e imprigionò sotto l’Etna per sempre. La tradizione popolare vuole che Tifeo sostenga la Sicilia in una sorta di crocifissione. Si immagina il corpo del gigante, supino, con la testa verso est, i piedi verso ovest e le due braccia tese perpendicolarmente al corpo lungo l’asse nord-sud: Tifeo sorregge Messina con la mano destra, Pachino con la sinistra, Trapani gli sta poggiata sulle gambe e il cono dell’Etna sta proprio sulla sua bocca, rivolta verso l’alto. Ogni qual volta il gigante si infuria, fa vomitare fuoco e lava dall’Etna e ad ogni suo tentativo di liberarsi dal legame eterno, ecco che la terra trema.

Tifeo

Vinícius de Moraes, Tenerezza

Io ti chiedo perdono di amarti all’improvviso
Benché il mio amore sia una vecchia canzone alle tue orecchie,
Delle ore passate all’ombra dei tuoi gesti
Bevendo nella tua bocca il profumo dei sorrisi
Delle notti che vissi ninnato
Dalla grazia ineffabile dei tuoi passi eternamente in fuga
Porto la dolcezza di coloro che accettano malinconicamente.
E posso dirti che il grande affetto che ti lascio
Non porta l’esasperazione delle lacrime ne il fascino delle promesse
Ne le misteriose parole dei veli dell’anima…
È una calma, una dolcezza, un traboccare di carezze
E richiede solo che tu riposi quieta, molto quieta
E lasci che le mani ardenti della notte incontrino senza fatalità lo
sguardo estatico dell’aurora.

 

Con te io sono giovane (Marc Chagall)

Pelagio Palagi, Saffo e Rodope

“Subito a me il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce, e la lingua si spezza.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e gli occhi più non vedono
e rombano le orecchie.”
— Saffo

Palagi5211

Pelagio Palagi, Saffo e Rodope abbracciate, eseguito nel 1808/1809 circa. Olio su tela