Gomma per cancellare

Lontani ricordi
in cui ti ritrovo,
inciampo nell’amarezza
e nuovamente ti rimuovo.
Preferisco dimenticare
il volto della delusione
che come fulmine bruciò
in un istante una falsa
indissolubile amicizia,
svenduta come un cencio
al mercato dell’usato.
Parrebbe retorica scontata,
e a nulla servirebbe, pensare
“non ti avessi mai incontrata”
poichè la vita ha un solo andare.

Daniela Cerrato, 2017

Untitled (Head of a Woman; unfinished), 1981, Salvador Dali

Untitled (Head of a Woman; unfinished), 1981, Salvador Dali

Annunci

Un probabile accesso

Era una strada di paese
come tante, angusta e solitaria,
tagliava in due serpeggiando
il borgo alto, e già lo scarlatto
di alcuni gerani in vaso
rendeva più gradevole la vista
di quelle monotone case.
Ricordo che, poco rientrante
rispetto al filo del muro,
apparve tutt’a un tratto
un portoncino in legno,
neppure tanto nobile,
mi stupì quel suo colore
d’azzurro effetto sabbiato
sì che pareva cielo variegato
di cirri passeggeri.
Non ricordo il civico
e neppure il paese,
ma quell’uscio meritava
nella sua semplicità
d’esser varcato quale accesso
per un altrove, un Aldilà.

Daniela Cerrato, 2017

Versi liberi

Sei nelle capocchie dei teneri germogli
che bucano e smuovono la terra scura,
nel volo sparso di mongolfiere e aquiloni,
sei nel vagito di un cucciolo cui la vita
ha dato il suo primo schiaffo per natura,
diventi melodia muta in un’opera d’arte
e tenerezza d’abbraccio tra un clochard e
il suo cane, cetra del cuore che canta
il supplizio di sofferenza e amore;
sei nei ricordi che non ci lasceranno
perchè al sicuro nel nostro cassetto.
Colmi le insonnie e i lassi di tempo
altrimenti insipidi, vuoti le tasche
dei nostri sogni e li sperperi al vento,
tu sei il volo di un animo insofferente,
che vorrebbe fuggire ma di restare acconsente.
Tutto questo sei tu, inossidabile poesia
e con minima dose di vergognosa superbia
vorrei che tu fossi sempre un po’anche mia.

Daniela Cerrato, 2017

Vecchia corrispondenza

Parlo di quella trama a fitte righe di penna intinta per informare, con elegante grafia, di vita, accadimenti e sogni, confidenze e palpiti del cuore sulla carta color avorio che attendeva impassibile lo scorrere delle parole. Chi la ricorda, chi ne fa ancora uso, ora che i moderni mezzi l’hanno soppiantata? Asciutta piegata in quattro, protetta da un foglio gemello lasciato in bianco per occultare il privato contenuto a indelicati ficcanaso, iniziava il suo viaggio.
Quel filo sottile discontinuo d’inchiostro, che mostrava del polso emozionali tremori, congiungeva le materiali distanze recando felicità o tristezza; e a lettura ultimata, per la commozione la fibra inumidita da qualche lacrima scesa creava la sbavatura; anche quello un ricordo, in cui si fondeva il salso umore al sigillo di saliva e colla di chi aveva urtato il cuore.

Daniela Cerrato, 2017

Fu ad Alassio…

Spalle al muro ad angolo
serrato, in compagnia
della tristezza e di
un bicchiere di brandy,
nella sua isola scura,
fissava ora il soffitto
ora quel dado di ghiaccio
che tintinnava ad ogni
giro del bicchiere fra
le mani nervose.
Non sapevo chi fosse,
nè mai l’avevo prima
notato, ma col tempo
mi donò un primo sorriso;
che bello il suo viso
nel mutar d’espressione…
Tra il dire e l’ascoltare
l’empatia aumentò, in un
sol filo s’intrecciarono
i nostri nomi ventilati
dalla brezza del mare.
Ora è un ricordo del cuore,
di quelli che vi entrano
e non escono più, anche
quando la vita disperde
le anime, senza sapere dove.

Daniela Cerrato, 2017
Screen Shot 06-15-17 at 08.40 PM

Strappo il biglietto

Sfiancante è il viaggio
che dovrei compiere
per cercare nuove sfumature
ai ricordi, il ripercorrere
tracce di memoria ferventi
ma aggrovigliate in caos.
Oggi no, rifiuto il viaggio,
strappo quel biglietto
predisposto dall’umore,
non oblitero, non salgo
sul vagone dei ricordi,
mi affaccio al sole, al cielo
che s’è inzaffirato e odo
il canto dell’oggi, del nuovo
che passa veloce e prima
che si ritrovi anch’esso
nel container di ciò che fu,
lentamente mi lascio sedurre
dal suo giovine volto,
m’appassiono al suo destino
in divenire, nulla vorrei
perdermi più delle sue ore
di nuovo tormento e amore.

Daniela Cerrato, 2017

Uxnor Lot in satuam salis conversa-via Salvador Dali

dipinto di Salvador Dalì

Di rose e di felci

Era gìà di carezza calore
la certezza di vederti
per incontrar le tue parole
e i tuoi silenzi tesi all’ascolto,
con tono discreto indagavi
sugli affari miei, anche di cuore,
coglievi reticenze ed ombre
di delusioni sul mio viso,
sempre pronta a consolarmi
o a condividere la gioia
che non riuscivo a contenere;
ed io tentavo di sminuire
i tuoi dubbi e i tanti affanni
che disturbavano la pacatezza
al tuo sguardo ed al tuo dire.
Nello scorrere degli anni
assenza non muta, anzi cresce,
dei tuoi grandi occhi verdi,
splendidi toni di viva felce
sgranati per stupore
o contratti per dolore;
ci raccontammo molte cose
tra poche spine e tante rose
ma non riuscirò mai a dirti
madre mia, chè manca metro
di misura, l’ampiezza del vuoto
che lasciasti da quell’aprile,
e seppur è noto della vita il fine,
il distacco s’empie di nostalgia
e talvolta muove il mio pianto,
non solo in questa poesia
che d’infelicità è canto.

Daniela Cerrato, 2017

tumblr_oq8ibxZUIt1ripa0eo1_540

Quel niente

Ho visitato i luoghi del passato
come si fa con i vecchi amici
a cui sorridendo dici “eccomi qui,
dopo anni son tornata a salutarvi”,
uno sguardo in valle, l’ampio respiro,
ed è subito prevalsa la memoria
col ricordo di voci volti e suoni;
dietro il velo incontenibile e nostalgico
gli occhi han cercato le  presenze
e i colori dell’infanzia, divenuti ormai
opacità di piacevoli  ricordanze.

Poi ho colto gli enormi mutamenti
forgiati dal tempo e dall’assenza,
anche negli alberi cresciuti pur ridenti
è mancata l’attesa corrispondenza,
fronde più ampie mi hanno accolta
e altre sacrificate han lasciato spazio
al nero asfalto di una rotonda;
del tutto naturale, a conti fatti anch’io
sono cambiata in corpo e mente,
e se la torre centenaria avesse voce
me lo avrebbe sbottato seccamente.

Eppure sono rimasta interdetta
di fronte al totale cambiamento,
il tempo è scorso così in fretta
come alta cascata scende a getto,
che tante son le mani  che io strinsi
divenute ormai gelide ossa, nulla è
come allora, solo il rintocco cupo
del vecchio campanile sulla cima
non ha mutato l’eco antico, il più
è tutto stravolto, in parte disintegrate
le principali tracce di quel che fu.

M’ ero illusa di trovare qualche ruga
sul volto del paese, rispetto alla visione
fotografata nella mente, ma di fattezza
riflessa è rimasto poco, quasi niente,
il mio desiderio s’è rivelato chimera
assurdo sogno, risposta deludente.
Però la sera quel borgo l’ho abbracciato
col pensiero e col cuore, un qualcosa
mi suggeriva che quel niente era lì,
invisibile e silenzioso, a cercare una bimba
mora, taciturna e un po’ scontrosa.

Daniela Cerrato, 2017

___________Dipinto di Salvador Dalì_____________________________

Mysterious Mouth Appearing in the Back of My Nurse via Salvador Dali.jpg

Poltrone di velluto

Eccolo nel suo elegante aspetto esterno, lo scomparso cinematografo cittadino di cui rimane traccia visibile in una foto bianconero che ne ravviva la memoria; ovviamente è stato chiuso diversi anni fa,considerato obsoleto,troppo piccolo come se non potesse proprio coesistere con le nuove realtà, eppure quanta storia è da lì passata. Ancora negli anni settanta era tappa domenicale per amanti del cinema vero, quello di Antonioni, Visconti,Fellini ecc., dove il successo finale era interamente merito di registi fotografi sceneggiatori ed attori e nulla era artefatto dalle elaborazioni digitali computerizzate che nei films dei nostri giorni rendono tutto più roboante e spesso irreale. A quei tempi andare al cinema era un appuntamento che sapeva di festa e di saltuario diversivo al televisore da pochi anni entrato in quasi tutte le case; alla cassa oltre ai biglietti ci si forniva al massimo di un pacchetto di caramelle e poi si sprofondava in una superimbottita morbida poltrona di velluto rosso in cui io bimba mi perdevo affondando. Oggi le multisale sono paragonabili a un centro commerciale, sono degli enormi spazi in cui si trova di tutto, dove si può bere e mangiare, giocare e naturalmente assistere alle proiezioni, molte delle quali con effetti 3D e con un’acustica che a tratti spacca il cuore oltre che i timpani, le poltrone a file più ravvicinate e più numerose possono offrire col supplemento di qualche euro il confort di una chaise longue, si può praticamente sgranocchiare e bere qualsiasi diavoleria, ma sinceramente preferisco di gran lunga la vecchia sala che ho nei ricordi di bambina e che ho ritrovato in una vecchia fotografia d’archivio di un giornale locale.
( Daniela Cerrato,2017)

Nella foto: Il Cinema Vittoria, dagli archivi fotografici de La Nuova Provincia di Asti

Asti il-gran-cinema-vittoria-di-corso-dante-56ec64c3319bf13