Manolo Valdes, artista poliedrico e sperimentatore

Manolo Valdes

Manolo Valdés nasce a Valencia, Spagna, l’8 marzo 1942. Nel 1948 entra nella locale scuola dei Domenicani dove studia fino al conseguimento del diploma di maturità. Nel 1957 si iscrive alla Scuola di Belle Arti San Carlos di Valencia, che tuttavia lascia due anni più tardi per dedicarsi alla pittura. Nel 1962 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Nebli di Madrid e nel 1964, assieme a Jean A. Toledo e Rafael Solbes, fonda il gruppo Equipo Cronica. Nelle loro opere vengono combinati elementi della Pop Art inglese e americana ispirandosi inoltre alle opere di maestri come Pablo Picasso e Diego Velásquez.

Manolo Valdés-Perfil-I, 2013-collage

Manolo Valdes, desnudo azul

Toledo lascia il gruppo nel 1965, ma Valdés e Solbes partecipano a numerose altre mostre, tra le quali “Kunst und Politik” esposta a Karlsruhe, Wuppertal e Colonia nel 1970. Il gruppo si scioglie con la morte di Soldes nel 1981.

Valdés nel 1991 espone alla Marlborough Gallery di New York e nel 1995 tiene la sua prima personale in Italia alla galleria d’arte Il Gabbiano, a Roma. Nel 1999 assieme a Carles Santos ed Esther Ferren, rappresenta la Spagna alla Biennale di Venezia. Nel 2002 il Guggenheim Museum di Bilbao gli dedica una retrospettiva. Il suo lavoro è un meticoloso lavoro di fusione di dettagli catturati da dipinti di grandi maestri come Matisse, Manet, Francisco Goya, Pablo Picasso, ecc., con cui forma uno stile personale che pratica una revisione storica senza annullare il valore dell’originale. Al suo attivo anche numerose sculture, raffinate e ispirate aispirate a Diego Velázquez; l’artista attualmente vive e lavora a New York.

Valdés è un artista poliedrico, la sua ricerca espressiva e formale è in grado di unirsi alle voci provenienti dal passato della storia dell’arte. Il linguaggio visivo vitale, lo studio della materia, il personale realismo pittorico, il ricorso a stratificazioni multidimensionali e le opere in grande scala, sono solo alcuni dei tratti distintivi di Valdés che rendono il suo stile immediatamente riconoscibile. Le sue opere mostrano quanto la passione per l’arte lo spinga a cercare nuova espressività testando materiali inusuali, colori pastosi e bituminosi, dettagli luminosi e sostanze grezze che imprimono oggetti materici e corposi sulle tele; con la lavorazione del legno, del prezioso alabastro e la fusione di resine e bronzo riesce a dar vita a originali sculture.

L’esposizione del 2021 “Manolo Valdés. Le forme del tempo”, ha riportato l’artista spagnolo a Roma dopo ben 25 anni di assenza; esposte una settantina di opere tra quadri e sculture in legno, marmo, bronzo, alabastro, ottone, acciaio, ferro, alcune delle quali di imponenti dimensioni , provenienti dallo studio dell’artista e da autorevoli collezioni private, una traccia del percorso creativo di Valdés dai primi anni Ottanta.

Il 2022 lo vede presente in Italia, dal 18 aprile al 27 novembre presso la sede veneziana della Galleria d’arte Contini.

Ertè, alias Roman Petrovich Tyrtov (1892 – 1990)

Ertè fu un artista istrionico, amante della sperimentazione, scultore, stilista, illustratore, scenografo, viaggiatore, scrittore e persino cuoco. Ha vissuto una vita lunga, incredibilmente piena e movimentata tra successi e oblio altalenanti; ha lasciato la Russia non ancora ventenne ma è stata la bellezza russa, l’anima russa, che ha messo nelle sue opere.

Roman Petrovich Tyrtov nacque il 23 novembre 1892 a San Pietroburgo, in una famiglia di lunga tradizione. La famiglia Tyrtov era nota in Russia dalla metà del XVI secolo, il padre di Roman, l’ammiraglio della flotta Pyotr Ivanovich Tyrtov, prestò servizio come capo della Scuola di ingegneria navale e sperava che il suo unico figlio continuasse, come cinque generazioni dei suoi antenati, a far carriera come ufficiale di marina.
Il suo futuro fu completamente diverso, iniziò a disegnare all’età di tre anni e creò il suo primo schizzo di moda quando aveva solo sei anni: era il disegno di una donna con un abito da sera. La madre di Roman portò lo schizzo alla sua sarta e cucito secondo l’idea del ragazzino, l’abito suscitò ammirazione. Ben presto divenne chiaro che il disegno e l’arte erano le uniche cose che stimolavano il ragazzo che studiò con entusiasmo le danze classiche sotto la guida della ballerina Maria Mariusovna Petipa, figlia del famoso coreografo del Teatro Mariinsky, sviluppando la grazia naturale e le possibilità plastiche del corpo. La sua lettura preferita erano gli album d’arte e l’Hermitage era un luogo costante per passeggiare di frequente per ore. Fu particolarmente attratto dalle antiche culture dell’Egitto, della Grecia e di Roma, nonché dalle luminose opere d’arte esotiche provenienti da India, Cina e dall’Oriente musulmano.

L’evento più sorprendente della sua infanzia fu la mostra di Parigi del 1900, che a soli sette anni visitò con la madre e la sorella. La mostra, ovviamente, era un posto fantastico per un ragazzino, ma fu la città stessa a fargli un’impressione molto più forte. Dovendo scegliere tra danza e pittura, Roman scelse quest’ultima. In seguito ha ricordato: “Sono giunto alla conclusione che potevo vivere senza ballare, ma non senza dipingere”. Nonostante il padre fosse categoricamente contrario alla carriera artistica del suo unico figlio, Roman iniziò seriamente a disegnare. Sua madre lo presentò al famoso artista Ilya Repin, che ammirò immediatamente lo stile dei disegni e gli diede alcuni consigli: fu la prima lezione professionale che ricevette Tyrtov. Successivamente, su consiglio di Ilya Efimovich, si sarebbe impegnato in un lavoro privato con l’artista Dmitry Losevsky, un allievo di Repin.
In risposta all’offerta di suo padre di scegliere qualsiasi regalo per essersi diplomato, chiese un passaporto straniero. Non si può dire che il padre fosse soddisfatto di questa scelta ma mantenne la parola data: nel 1912, il diciannovenne Roman Tyrtov lasciò per sempre la Russia e si trasferì a Parigi. Arrivò nella capitale francese come corrispondente speciale per la famosa rivista di San Pietroburgo “Ladies’ World” – i suoi compiti includevano scrivere appunti sulle notizie di moda, disegnare modelli di case di moda e schizzi della folla parigina in strada.

Roman raccolse tutti i suoi disegni e li inviò al più famoso couturier dell’epoca, Paul Poiret, famoso per i suoi colori esotici, le silhouette originali e i modelli rivoluzionari senza corsetto. Fu il primo ad essere definito un “dittatore della moda” che considerava l’abito come un oggetto artistico. Nel suo lavoro c’è stata una forte influenza delle immagini sceniche create per le famose “Stagioni russe” di Lev Bakst e Alexander Benois, in particolare per le esibizioni “Egyptian Nights” e “Scheherazade”. Roman ammirava le “stagioni russe”, i colori vivaci e le immagini esotiche di Paul Poiret gli erano molto vicine. Tyrtov ha disegnato abiti, cappotti, cappelli e accessori presso la Paul Poiret House. Prese prese in questi anni lo pseudonimo Ertè, composto dalle sue iniziali lette in francese.

Lavorando per Poiret in collaborazione con il famoso disegnatore José Zamora, Ertè perfezionò la tecnica di disegno portandola alla perfezione. Per qualche tempo ha studiato all’Académie Julien ma la lasciò per concentrarsi interamente sul suo lavoro nel campo della moda. Il suo stile, ricco di raffinatezza, originalità e fantasia, rifletteva l’essenza stessa dell’allora nascente Art Decò. Ertè si sarebbe attenuto a questo stile per il resto della sua vita ed è proprio lui che gli porterà fama. I ricercatori sostengono che quasi tutte le tradizioni della pittura, sia antica che moderna, sono mescolate nelle opere di Ertè: la concisione grafica delle pitture vascolari greche, il colorito degli ornamenti egizi e la pretenziosità della raffinatezza della modernità. I suoi disegni sono pieni di gioia di vivere, ottenuta principalmente dalla contemplazione della bellezza, tradotta in sagome sottili, tessuti lussuosi, fluida plasticità delle linee, toni ricchi e incredibili combinazioni di colori. Lui stesso era simile ai suoi disegni: basso, molto magro e aggraziato, sempre elegantemente vestito.

Nel 1914 Ertè lasciò la casa di moda Paul Poiret e iniziò a lavorare per il palcoscenico. Il suo primo lavoro nel genere della scenografia sono stati i costumi per la Revue de Saint-Cyr parigina, poi ha creato i costumi per lo spettacolo “Minaret” al Teatro rinascimentale parigino, dove brillava la ballerina esotica più famosa della storia, Mata Hari. Da questa collaborazione la scenografia è diventata uno dei lavori preferiti di Ertè ma al tempo stesso ha firmato il suo primo contratto serio con una rivista di moda. Dicono che due delle pubblicazioni più famose dell’epoca, Vogue e Harper’s Bazaar gli abbiano fatto un’offerta in simultanea, di certo firmò un contratto a lungo termine con Harper’s Bazaar di cui disegnò la prima copertina per il numero di gennaio 1915 e da allora sono seguite 250 copertine uniche di Harper’s Bazaar, senza contare gli oltre duemila disegni e schizzi che apparvero sulle pagine della rivista. Il proprietario di Harper’s Bazaar, il leggendario magnate William Hurst arrivò a dire: “Cosa sarebbe la nostra rivista senza le copertine di Ertè?”

La fortunata collaborazione con questa pubblicazione ebbe eco oltre oceano. Durante la prima guerra mondiale, Ertè si trasferì dalla Parigi assediata a Monte Carlo e continuò ad essere attivamente pubblicato su testate di moda, principalmente americane; i suoi disegni furono pubblicati da Vogue, Cosmopolitan, Women’s Home Journal e altri. Ha disegnato schizzi per cappelli, borse, bottiglie di profumo, abiti, mobili e gioielli, ha creato disegni per tessuti e per murales in edifici residenziali. Il suo stile di vita era raffinato come i suoi disegni: Howard Greer, costumista di Hollywood, descrisse una visita a Ertè nel 1918: “La sua villa era in cima a una collina, sopra il Casinò di Monte Carlo e i giardini adiacenti. Un taxi mi aspettava alla stazione. Un lacchè, vestito con una redingote a righe bianche e verdi, con maniche di raso nero mi aprì la porta della villa. Fui condotto in una stanza enorme e luminosa dove gli unici mobili erano un grande scrittoio e una sedia posta proprio al centro su un pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri. Le pareti erano ricoperte da tende a strisce grigie e bianche molto alte. Entrò Erte. Era vestito con un ampio pigiama bordato di ermellino. Un enorme gatto persiano, inarcando la schiena, scivolò tra le gambe del nuovo arrivato… “Vuoi vedere i miei schizzi?” chiese Ertè e, avvicinandosi al muro, tirò una corda aprendo le tende grigio-bianche; mi sembrava che non c’era mai stato artista più prolifico e più raffinato di questo piccolo russo, che dipingeva giorni e notti donne esotiche dagli occhi allungati, tra pellicce, piume di uccelli del paradiso e perle. “

Ertè non solo ha creato costumi e scenografie per famosi aristocratici, organizzatori di feste private – ad esempio per il conte de Beaumont o la famosa marchesa Luisa Casati, ma ha anche messo in scena, come regista e coreografo, interi cortei e pantomime di “maschere” nei costumi delle sue opere, ottenendo successo. “L’immaginazione”, ha detto, “è la caratteristica principale nel mio lavoro.
Per il palcoscenico negli anni ’20 disegnò diversi spettacoli di danza per la compagnia della grande ballerina Anna Pavlova (ad esempio Divertissement, Le quattro stagioni, Gavotte), spettacoli della Monte Carlo Ballet Company e produzioni alla Chicago Opera. Ha più volte fatto scenografie per il Folies Berger Music Hall e la sua star principale, la famosa ballerina Josephine Baker, diventata famosa per il suo vestito a casco di banane, per il cabaret Lido, Bal-Ta-baren e Ba-ta-clan, la London Opera House e la Grand Opera di Parigi. Tutte le esibizioni sono state un enorme successo.

Tra le due guerre mondiali, Ertè lavorò molto in America diventando famoso principalmente come creatore di lussuosi costumi per produzioni di varietà – non per niente i giornalisti lo chiamavano il “re delle sale da musica”: a New York ha lavorato con quasi tutte le famose riviste di Broadway, da George White’s ” Scandals” (disegni di tende e costumi per quelle produzioni ora al New York Museum of Modern Art) alle famose “Ziegfeld Girls” – la leggendaria compagnia dell’impresario di Broadway Florenz Ziegfeld. I suoi costumi hanno avuto un grande successo con le “star” americane – dopotutto, gli schizzi di Ertè combinavano con successo il lusso squisito dell’alta moda parigina , le linee fantastiche e i colori ricchi delle “stagioni russe” e la praticità degli abiti da lavoro . Le più famose attrici del cinema americano dell’epoca – Norma Shearer, Ellis Terry, Marion Davis, Claudette Colbert, Paulette Duval, May Murray, Lillian Gish, Pauline Stark e molte altre si vestirono con piacere secondo lo stile di Ertè.

Su invito di Louis B. Mayer, il proprietario dello studio MGM, nel 1925-26 Erte creò costumi per diversi film, inclusi film famosi come Ben-Hur di Fred Niblo, La bohemia di King Vidor, Time, Comedian e “Dance Madness” di Robert Z. Leonard, “Mystique” di Tod Browning e alcuni altri.

Carmel Myers in her Ben-Hur costume with Erté (aka Romain de Tirtoff), the designer of the costume. 1925.

Il suo senso creativo era unico, nel 1921 fu il primo a introdurre un abito con scollo asimmetrico. Nel 1929 per un’altra produzione, scelse velluto, seta e broccato per i costumi maschili, tessuti impensabili per la moda maschile dell’epoca, anche se abbastanza diffusi nel Settecento. Gli abiti hanno avuto un tale successo che da allora anche le case di moda più conservatrici hanno utilizzato questi materiali per confezionare modelli da uomo.

Un po’ più tardi, altrettanto casualmente, Erte inventò lo stile “unisex”, anche se nessuno lo chiamò così. I suoi modelli, che avevano le stesse linee per uomo e donna, erano molto apprezzati dai giovani e le sue tute fecero un salto di qualità seguendo le ultime tendenze della moda, lo “sportswear” di inizio secolo, abiti davvero comodi per muoversi. I suoi modelli si distinguevano per l’apparente semplicità del taglio che però non perdeva in eleganza, a dimostrazione della naturale plasticità del corpo, e la sobrietà dei tessuti era sottolineata da finiture preziose, ornamenti sofisticati e accessori di lusso. Lo scrittore francese Jean-Louis Bory osservò: “Ertè veste i volumi ma questi non sono più i volumi del corpo umano; abbellisce i movimenti…. crea nello spazio le figure di un balletto immobile.”

Tornato a Parigi negli anni Trenta nel pieno della sua fama, Ertè si stabilì a Boulogne, un costoso sobborgo parigino, dove per il suo appartamento creò magnifici interni in stile Art Déco, dove la raffinatezza delle linee e la moderazione delle combinazioni di colori erano enfatizzate solo da ciondoli esotici, mobili antichi e vasi con fiori rari. La gamma degli interni grigio-bianco-nero è stata solo occasionalmente diluita con macchie rosse. Un enorme acquario fungeva da parete che separava la hall dall’ufficio, e il bar a forma di bicchiere, realizzato su disegno dello stesso Ertè, era ricoperto di autografi di celebrità: il gatto Mikmak, il preferito di Ertè, fu il primo a lasciare le impronte delle sue zampe.

Durante la seconda guerra mondiale continuò a lavorare per spettacoli nei teatri francesi e americani. L’interesse per i suoi disegni era quasi scomparso: durante i difficili anni della guerra la raffinata bellezza della grafica di Ertè sembrava anacronismo e, dopo la guerra, le nuove tendenze hanno catturato l’interesse del pubblico. Tuttavia, Erte rimase fedele a se stesso: come ha affermato “la vera bellezza ha sempre intenditori ” e il suo lavoro infatti ebbe sempre un seguito.

Negli anni Sessanta si interessò alla scultura. In un primo momento creando creato opere astratte di metallo. La prima serie si chiamava “Painting Forms”, comprendeva le opere “Freedom”, “Inner Life”, “Shadows and Light” e altre – realizzate con vari metalli, con l’aggiunta di legno, smalto e vetro, dipinte con colori ad olio. Secondo lo stesso Erte, “non erano puramente astratte ma esprimevano emozioni, pensieri, stati d’animo”. Quindi passò alla fabbricazione di figurine di bronzo nell’antica tecnica della “cera persa”: la scultura veniva prima modellata con la cera, quindi il modello veniva rivestito con argilla, la cera veniva sciolta e al suo posto veniva colato del bronzo.

Le sue giovani donne magre, simili alle famose bellezze del passato, conoscenti e fidanzate di Ertè, sono l’incarnazione visibile della grazia e della sensualità. “Mi sento emozionato ogni volta che vedo e tocco il bronzo della mia collezione di sculture, perché posso vedere come i miei disegni, le mie idee, i miei pensieri, i miei sogni hanno preso vita, cosa mai accaduta prima”. Raggiungendo l’accuratezza di riprodurre la trama dei tessuti nel metallo, Ertè ha sperimentato molto con tecnologie e materiali. Con tecniche simili, ha anche creato una serie di gioielli, ad esempio la famosa collana “Fox”, realizzata a forma di teste di volpe in oro e pietre preziose.

fox Necklace

Nei primi anni Sessanta, solo pochi intenditori di storia dell’arte ricordavano Ertè anche se rimaneva ancora molto richiesto come scenografo: dal 1950 al 1958 lavorò per il famoso cabaret parigino La Nouvelle Eve, nel 1960 disegnò la scenografia di Fedra di Racine, e nel 1970-72 creò scene e costumi per lo spettacolo Roland Petit al Casinò di Parigi. Progettò palazzi e ville di campagna per ricchi e aristocratici; per la milionaria americana Isabella Estorich progettò una villa sull’isola di Barbados, per Elena Martini, la famosa hostess del cabaret Rasputin, Russo di origine, una casa in Normandia.

DICOR DE LA VENUS CASINO DE PARIS – Erte

E poi accadde una sorta di miracolo, cioè in età avanzata, Ertè riuscì a ottenere un rilancio di carriera. Alla fine degli anni ’60 -primi ’70 del secolo scorso, grazie a lui si risvegliò l’ interesse per l’arte degli anni 20-30 in tutto il mondo. Famose e memorabili le lettere dell’alfabeto e i numeri da lui rivisti in stile decò.

L’inizio di un nuovo decollo è stata una mostra alla Grosvenor Gallery di New York, organizzata per Ertè dall’amico mercante d’arte londinese Eric Estoric, un intenditore di spicco nell’arte del primo Novecento. Lui e sua moglie Sal incontrarono Ertè nel 1967 a Londra e la loro amicizia continuò fino agli ultimi giorni dell’artista. La mostra fu un successo fenomenale: parteciparono tutte le celebrità di New York e Hollywood e, dopo la chiusura, si è saputo che il Metropolitan Museum of Art aveva acquistato tutte le 170 opere. Il commento di Erte fu: “È stata un’opportunità senza precedenti per acquistare una mostra completa di un artista vivente”.

L’anno successivo, il Metropolitan espose in una mostra un centinaio delle opere acquistate – tuttavia, poiché le regole del museo vietavano di allestire una mostra personale di artisti viventi, la mostra si chiamava “Ertè e Contemporanei”: affiancarono le sue opere quelle di Lev Bakst, Natalia Goncharova e altri. La mostra ebbe un’enorme risonanza e il nome di Ertè riprese a fare il giro del mondo. Fece una grande impressione su Warhol: la semplicità e la fantasia di Ertè, la concisione e la brillante tavolozza della grafica hanno avuto un’influenza notevole sullo stile di Warhol .

Ispirato dal nuovo successo, Ertè decise di ripubblicare la sua prima serie grafica. Nel 1968 uscì Numbers, poi Six Gems, Four Seasons, Four Aces e la sua serie più famosa, The Alphabet, creata negli anni Venti. I disegni sono diventati così popolari che frammenti della serie sono diventati veri e propri emblemi del nuovo tempo: in tutto il mondo sono stati stampati su asciugamani, tazze, magliette e piatti.

Negli ultimi anni della sua vita, aveva un introito di circa cento milioni di dollari dalla vendita di sculture, disegni e litografie; oltre a collezionisti privati, le opere di Ertè furono acquistate dai più grandi musei del mondo, ad esempio , il Victoria and Albert Museum di Londra e il Museum of Modern Art di New York.

Pendant Beauty of the beast. Gold, fiamonds, black onyx, mother of pearl

L’interesse verso le sue opere in questi anni sembrava essere ancora più grande di prima: libri e album dei suoi lavori a volte occupavano interi scaffali nelle librerie. Nel 1975 pubblicò un libro di memorie, Things I Remember, che è ancora un grande successo. In esso, ha confessato: “Indosso lo stesso vestito con disgusto anche per due giorni di seguito e mangio lo stesso cibo. Ho sempre amato viaggiare perché abbellisce la vita. La monotonia genera noia e non mi sono mai annoiato in vita mia”. In effetti, sembrava che per lui la staticità non esistesse: in gioventù ha navigato instancabilmente tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti, in età adulta ha viaggiato per mezzo mondo: Sud America, Sud-est asiatico, Nord Africa e tutti gli angoli d’Europa.

I suoi abiti classici che indossava sempre impeccabilmente su misura,erano portati, per utilizzare le parole di un giornalista, “con la grazia unica con cui un gatto selvatico indossa la sua pelliccia”. Trascorse molto tempo a Maiorca, dove aveva una residenza estiva: ogni giorno, per tenersi in forma, nuotava per diversi chilometri nel mare, faceva sempre lunghe passeggiate e lavorò fino agli ultimi giorni della sua vita. Dipingeva a olio, guazzo e penna e realizzava schizzi per mobili, poster, lampade e gioielli, carte da gioco e disegni per abiti. Nel 1982 si fece un regalo per il suo anniversario: pubblicò un lussuoso album delle sue opere “Ertè a novant’anni”, cinque anni dopo fu pubblicato un secondo album – “Ertè a novantacinque”, e poi “Sculpture Ertè” . Nei libri c’era tutto sulla sua creatività, riflessioni sulla vita, sui paesi che ha visitato, sulle persone con cui ha dovuto lavorare e molto poco su se stesso. Non gli piaceva quando qualcuno interferiva nella sua vita personale e lui stesso preferiva non parlarne. Aveva novantasette anni quando disegnò la sua ultima opera teatrale, il musical di Broadway Stardust.

Opera Lady Fedora with a Butterfly brooch pin. Gold tone metal, enamel, crystals. Signed FM (Franklin Mint). Erte Art Deco jewelry

Nell’aprile del 1990, Ertè si trovava con amici sull’isola di Mauritius nell’Oceano Indiano. Si ammalò improvvisamente , in volo fu portato in un ospedale di Parigi, ma nonostante tutti gli sforzi dei medici, tre settimane dopo, il 21 aprile morì. Anche la bara era di suo design: mogano rifinito con ghirlande floreali Art Déco. Il suo corpo riposa nel cimitero di Boulogne, accanto ai suoi genitori.

le sculture di Richard MacDonald

Richard MacDonald, nato nel 1946, è un artista figurativo contemporaneo con sede in California noto per le sue sculture in bronzo e per la sua associazione con il Cirque Du Soleil.


Ha iniziato come pittore e illustratore ma quando un incendio distrusse il suo studio, insieme alle opere pittoriche accumulate pensò di dedicarsi seriamente alla scultura e nel giro di dieci anni divenne uno degli scultori figurativi contemporanei più collezionati in America.
La natura e la vita sono le sue principali fonti di ispirazione, è affascinato dagli aspetti mentali, spirituali e fisici dell’umanità, e cerca una connessione tra bellezza e il nostro essere primordiale. Lavora esclusivamente con modelli dal vivo, a volte usa il video anche per studiare il movimento. Di solito inizia con un piccolo sbozzo da cui poi la scultura si evolve in qualcosa di più grande con l’introduzione di altre forme e simboli.

“Flair Across America – The Gymnast” created by Richard MacDonald for the 1996 Atlanta Olympics


Lavora nel suo studio londinese al White Lodge, sede della Royal Ballet Upper School. MacDonald ha avuto il privilegio di lavorare con diversi ballerini principali del Royal Ballet, tra cui Steven McRae. tra i suoi più grandi successi ci sono monumenti pubblici storicamente significativi, tra cui la scultura in bronzo di The Flair , installata presso la Georgia International Plaza ad Atlanta per i Giochi Olimpici del 1996, dove si trova ancora oggi.


Quando i lavori vengono eseguiti su piccola scala e poi ingranditi a dimensioni grandiose o colossali intervengono studi complessi su proporzione e prospettiva. Ci sono anche considerazioni architettoniche riguardo a posizioni, angoli, installazioni, acqua e illuminazione, nel caso che il lavoro sia ad esempio destinato a una fontana.


È un sostenitore del neorealismo e dell’arte figurativa e ha promosso artisti emergenti e professionisti attraverso Masters Workshop internazionali annuali.

dettagli

il suo sito ufficiale: https://richardmacdonald.com/

Mario Merz (1925-2003) artista pittore e scultore

Mario Merz nasce a Milano il 1 gennaio 1925 da famiglia di origine svizzera e cresce a Torino. Durante la guerra lascia la Facoltà di Medicina e si unisce al movimento antifascista Giustizia e Libertà. Nel 1945, imprigionato per un anno alle Carceri Nuove di Torino, esegue disegni sperimentando un tratto grafico continuo, senza mai staccare la punta della matita dalla carta. Nel 1954 tiene la prima personale presso la Galleria La Bussola a Torino, dove espone disegni e quadri i cui soggetti rimandano all’universo organico e dai quali emerge la conoscenza dell’Informale e del linguaggio dell’Espressionismo Astratto americano. Nel 1959 sposa Marisa, artista che diventerà sua compagna inseparabile. La coppia si trasferisce in Svizzera, poi a Pisa, per tornare a Torino dove Merz realizza una serie di strutture aggettanti, opere volumetriche intese come possibile fusione dei mezzi espressivi di pittura e scultura.
Dalla metà degli anni Sessanta il desiderio di lavorare sulla trasmissione di energie dall’organico nell’inorganico lo porta a realizzare opere in cui il neon trapassa oggetti di uso quotidiano quali un ombrello, un bicchiere, una bottiglia, il proprio impermeabile. Incontra a Torino il critico Germano Celant, che conia il termine “Arte Povera” e lo include tra gli esponenti del nuovo linguaggio. Partecipa alle prime mostre del gruppo. Con l’adozione della forma dell’igloo, intorno al 1968, avviene lo sganciamento definitivo dal piano bidimensionale della parete. I primi igloo vengono presentati al Deposito d’Arte Presente a Torino. Negli anni produce ciascun esemplare utilizzando i materiali più vari, sviluppando ogni volta nuove relazioni con i contesti incontrati.
A partire dal 1970 inizia a usare la serie numerica di Fibonacci, all’interno della quale riconosce un sistema capace di rappresentare i processi di crescita del mondo organico. A Berlino, dove soggiorna per un anno nel 1973, ospite del Berliner Künstlerprogramm, indirizza la propria ricerca sul tema dei tavoli, intesi quali elementi unificanti, fondamentali per la costruzione di una possibile Casa Fibonacci. Le principali collettive includono Kunsthalle, Berna (1969), Biennale di Tokyo (1970), Kunstmuseum, Lucerna (1970), Documenta 5, Kassel (1972), Biennale di Venezia (1972). Tiene la prima personale negli Stati Uniti presso il Walker Art Center, Minneapolis (1972).


Dalla seconda metà degli anni Settanta sviluppa una rinnovata frequentazione con la pratica pittorica e si dedica a una serie di opere dove l’igloo, le fascine, i numeri al neon, i tavoli e gli ortaggi includono pacchi di giornali. La prima personale in un museo europeo è alla Kunsthalle, Basilea, seguita dalla mostra all’Institute of Contemporary Art, Londra (1975). Partecipa alla Biennale di Venezia (1976 e 1978). Nel corso degli anni Ottanta il repertorio pittorico si arricchisce di immagini di animali primitivi, terribili e notturni. Si susseguono importanti retrospettive in musei internazionali tra cui Museum Folkwang, Essen, Stedelijk van Abbemuseum Eindhoven (1979) Whitechapel, Londra (1980), ARC/Musée d’Art Moderne de la Ville, Parigi (1981), Kunsthalle, Basilea (1981), Moderna Museet, Stoccolma, Palazzo dei Congressi, San Marino (1983), Kunsthaus Zurigo (1985) e tra le collettive partecipa alle Biennali di Sydney (1979), Documenta 7, (1982), Biennale di Venezia (1986).

l’igloo di Borgo San Paolo, Torino, Mario Merz

Bisonti, ( se la forma scompare la radice è eterna), 1982, Mario Merz


Realizza numerose installazioni in spazi esterni a Torino, Parigi, Ginevra, Sonsbeck e Münster e opere di grandi dimensioni al Museo di Capodimonte, al CAPC Musée d’art contemporain, Bordeaux e alla Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, Parigi (1987). I riconoscimenti internazionali includono personali al Guggenheim Museum, New York (1989), al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, al Centro Luigi Pecci, Prato (1990) e alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento (1995) e proseguono gli inviti a realizzare installazioni per spazi pubblici, tra cui la metropolitana di Berlino, la stazione ferroviaria di Zurigo, la linea tramviaria di Strasburgo. Altri importanti appuntamenti di questi anni includono Documenta IX Kassel (1992), Biennale di Venezia (1997).
In nuove mostre personali sviluppa il tema Casa Fibonacci, come nell’esposizione alla Fundação Serralves, Porto (1999). Ampio rilievo viene dato alla pratica del disegno, che diventa protagonista di una serie di installazioni di grandi dimensioni. Espone al Carré d’Art – Musée d’art contemporain, Nîmes (2000) ed espone per la prima volta in America Latina con la mostra personale alla Fundación Proa, Buenos Aires (2002). Partecipa a Zero to Infinity: Arte Povera 1962-1972 (2001), la prima antologica sull’Arte Povera nel Regno Unito organizzata dalla Tate Modern di Londra e dal Walker Art Center di Minneapolis. Il 6 novembre 2002 viene inaugurata l’installazione permanente Igloo fontana per il Passante Ferroviario della Città di Torino. Tra le numerose onorificenze, riceve la Laurea honoris causa dal Dams di Bologna (2001) e il Praemium Imperiale dalla Japan Art Association (2003). Mario Merz muore nel novembre del 2003 a Milano

Mario Merz, fondazione Merz , Torino

Mario Merz, Foglia, 1952

Mario Merz, fondazione Merz , Torino

La Fondazione, intitolata a Mario Merz, nasce nel 2005 a Torino in via Limone nell’edificio di una vecchia centrale elettrica degli anni ’30, come centro d’arte contemporanea , con l’intento di ospitare mostre, eventi, attività educative e portare avanti la ricerca e l’approfondimento dell’arte.

Mario Merz

le sculture di Rabarama

Rabarama, alias Paola Epifani nasce a Roma nel 1969. Figlia d’arte dopo gli studi si trasferisce a Padova dove tutt’ora vive e lavora.
Fin da piccola mostra un talento naturale per la scultura, inizia la sua formazione artistica al Liceo artistico di Treviso per poi completarli all’Accademia di belle Arti di Venezia.
Immediatamente finiti gli studi inizia a partecipare ad un gran numero di concorsi di scultura nazionali ed internazionali, conquistando sia il riconoscimento della critica che le lodi del pubblico.
Rabarama crea sculture e dipinti raffiguranti uomini, donne o creature ibride, spesso passando anche per l’eccentrico. La pelle dei soggetti creati dall’artista è sempre decorata con simboli, lettere geroglifici ed altre figure in una varietà di forme.

Trans – germe
Trans-leusuer
Dedalo
Rebus
Ri-volto

l’eccellenza scultorea di Salvatore Rizzuti in video e immagini

Salvatore Rizzuti nasce a Caltabellotta (AG) il 4 luglio 1949, ; riprende gli studi interrotti a 9 anni per lavorare col padre diplomandosi al liceo artistico nel 1972
anno in cui si iscrive all‟Accademia di Belle Arti di Palermo, sotto la guida di Silvestro Cuffaro e Carmelo Cappello, diplomandosi nel ‟76.
Nel 1980 la prima mostra alla Galleria “La Tavolozza” di Palermo, presentato da Leonardo Sciascia e dal pittore Bruno Caruso. Da qui una serie di importanti mostre in Italia, tra cui alla Galleria “Ca‟ D‟oro” di Roma e la “Viotti” di Torino.
Nel 1980 diventa titolare della Cattedra di Scultura nella stessa Accademia di
Palermo dov‟era stato allievo, Cattedra che ha mantenuto fino alla pensione , nel 2015. Ha realizzato diversi monumenti pubblici, fra i quali quello dedicato
alle vittime della mafia, di Campobello di Mazzara, il Monumento a
Francesco Crispi di Ribera, il Monumento all‟emigrante di Alessandria della Rocca.
Ha realizzato opere di scultura per diverse Chiese della Sicilia, fra le quali la Chiesa della Magione, la Chiesa di San Tommaso d‟Aquino di Palermo e la Cattedrale di Caltabellotta.
E‟ stato direttore dei restauri plastici del Teatro Massimo di Palermo, dall‟86 al 97, realizzando anche il rifacimento in vetroresina del “Fiorone” sormontante la cupola dello stesso teatro.
Nel 2012 ha realizzato la statua di Santa Rosalia per il Carro del “Festino” a Palermo. Nel 2000 ha realizzato, con i suoi allievi di Scultura dell‟Accademia, il plastico in scala 1 a 10, in legno e gesso, della grande Tribuna marmorea di Antonello Gagini che, dal 1510, ornava l‟abside centrale della Cattedrale di Palermo e che era stata smontata alla fine del ‟700.
Nel 2014 ha donato 33 opere di scultura, di grandi e piccole dimensioni, al Museo Civico di Caltabellotta, suo paese natio, che sono state allestite in cinque sale in esposizione permanente.
Dal 1972 al 201, prima come allievo e poi come docente, ha curato e restaurato i
Gessi storici della Gipsoteca dell‟Accademia di Belle Arti di Palermo, dove ha
insegnato per 35 anni.
E‟ autore di un Manuale di tecniche della Scultura, edito dalla Casa editrice Istituto Poligrafico Europeo di Palermo.


Per eventuali approfondimenti visitare il sito http://www.salvatorerizzuti.com.

Miquel Barceló

Miquel Barceló (Felanitx, Maiorca, Spagna, 1957) è uno degli artisti spagnoli più importanti della scena contemporanea internazionale. Il suo lavoro spazia da grandi tele e murales a ceramiche, sculture, disegni e arte grafica.

Negli anni Settanta Barceló si distingue per i suoi dipinti di animali di grande formato. In questa fase è influenzato da movimenti artistici come l’espressionismo, l’arte concettuale così come da artisti come Joan Miró, Jackson Pollock e Antoni Tàpies. Il suo lavoro è una riflessione sulla natura, la traccia del tempo e della storia e le origini di alcune culture e modelli di vita, come la cultura mediterranea e quella africana. Sente un profondo interesse per l’Africa, per questo fa un viaggio in Mali; viaggio che si rivela fruttuoso perché compare sui temi principali del suo successivo lavoro.


Grande ammiratore dell’artigianato, questo artista ha lavorato molto con i Dogon in Africa. Attraverso la pittura, la scultura, il disegno, la ceramica, esplora il misterioso legame che unisce lo spirito e la mano dell’uomo fin dalla preistoria per dare vita alle opere d’arte.
Il cambiamento geografico e culturale innescato dai suoi viaggi si riflette nel lavoro di Barceló sotto forma di un profondo rinnovamento della sua materia e delle sue tecniche, e anche in un cambiamento di prospettiva. Pep Subirós, curatore di una mostra di Barcelò ha scritto: “ L’universo africano rivela la natura relativa dei riferimenti eurocentrici che avevano dominato il suo lavoro fino a quel momento. Non lo incitava a far tabula rasa della sua precedente eredità, ma a tornare alle origini profonde; non al nulla, ma a ciò che è essenziale nell’arte, nella vita e nell’opera dell’artista. Lo invitava a liberarsi della corteccia e delle vernici, a liberarsi da pressioni e mode… Lo portava a riscoprire non l’importanza del substrato naturale – che non ha mai perso di vista – ma l’artificiosità, i limiti, la precarietà di ogni cultura”.

Nel 1983 Miquel si trasferisce per cinque mesi in un laboratorio alle pendici del Vesuvio. A questo periodo risale l’opera che realizza per la collezione Terrae Motus: L’ombra che trema, una sorta di autoritratto “metafora della situazione che vive Napoli, una città la cui esistenza è costantemente minacciata dall’imminenza di un terremoto.

Nell’ultimo decennio, Barceló ha ricevuto importanti incarichi istituzionali, ad esempio la decorazione della cappella di San Pietro per la Cattedrale di Maiorca (2001 – 2007) o la decorazione della cupola della Sala dei diritti umani e dell’alleanza delle civiltà nel Palazzo delle Nazioni a Ginevra (2007 – 2008). L’opera d’arte è un’imponente installazione scultorea situata sul soffitto a cupola e consiste in forme simili a stalattiti multicolori che sembrano gocciolare dal soffitto.

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Le sue opere sono presenti in musei e collezioni in tutto il mondo, come il Banco de España (Madrid, Spagna), CAPC Musée d´Art Contemporain (Bordeaux, Francia), Centre Georges Pompidou ( Parigi, Francia), Fondazione Bancaja (Valencia, Spagna), Fondazione Sindika Dokolo (Luanda, Angola), Museo Botero (Colombia, Bogotà), Museo delle Belle Arti di Bilbao (Bilbao, Spagna), Marugame Genichiro – Museo di Arte Contemporanea Inokuma ( Marugame, Giappone), MACBA Museu d’Art Contemporani de Barcelona , MNCARS Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía (Madrid, Spagna) o Museum of Fine Arts (Boston, USA).

Miquel Barceló (Spanish, b. 1957), Floquet de neu
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Barcelò, particolare del soffitto al palazzo dell’Onu a Ginevra

la scultura figurativa di Kevin Chambers

Per Kevin Chambers, classe 1982, l’ispirazione è arrivata all’età di 12 anni. Fu allora che iniziò la formazione artistica formale a Blairsville, in Georgia, con la famosa artista Colleen Sterling. “È stata la prima persona che ho scoperto che si guadagnava da vivere facendo l’artista”

Dopo aver frequentato l’Art Institute di Atlanta, Chambers ha deciso di specializzarsi in Media Arts and Animation.Ironia della sorte, non ha mai frequentato un solo corso di scultura durante gli anni del college ed era invece un aspirante animatore al computer. Un giorno, il suo professore lo portò nel laboratorio di informatica dove stavano lavorando degli animatori. Chambers ricorda quanto gli sembrò cupa e triste la stanza e fu informato che lavoravano dalle 8 del mattino e che sarebbero rimasti lì per altre 14 ore. Capì che non era portato a quel tipo di lavoro e comunque fu grato per i corsi che è stato in grado di seguire in questa specializzazione poiché lo hanno aiutato nella sua carriera a mantenere un certo movimento nelle sue sculture piuttosto che farle apparire statiche.
Ha studiato la figura con il maestro disegnatore, Glenn Vilppu a Napoli e ha anche lavorato con il pittore e illustratore Elio Guevara alla sua prima commissione pubblica, un progetto per produrre dieci grandi murales per lo Zoo di Atlanta.

Chambers ha il dono di esprimere emozioni, gesti e storie personali nella sua arte. Dice: “Sono costantemente ispirato da tutto ciò che mi circonda e cerco di portarlo nel mio lavoro”. I pezzi distintivi di Chambers sono sfumati con sensualità, ritmo e movimento; crede che la forma umanaLa maggior parte delle sculture di Chambers è costituita dalla forma umana poiché crede che sia un linguaggio universale e sconfinato per ciò che può esprimere.

La padronanza di Chambers dell’anatomia e della forma tridimensionale lo ha ispirato a insegnare, fornendo le sue istruzioni a ogni studente di scultura figurativa
nel suo studio KLC ad Atlanta. Tutte le sue lezioni hanno una forte base di anatomia, gesto e proporzione.
Adora la variegata comunità offerta dalle sue classi; i suoi studenti hanno un’età compresa tra i quattro e i 93 anni e provengono da ambienti diversi. È costantemente ispirato dai suoi studenti e non può immaginare di non poter condividere il suo mestiere con gli altri.

Negli anni Chambers ha potuto esporre i suoi lavori in gallerie e musei di tutto il mondo. Tuttavia, l’esperienza che più lo ha gratificato pare sia stata la possibilità di esporre il suo lavoro allo Smithsonian Museum of Natural History.

Lascio qui il link utile per un interessante tour virtuale al Marietta Art Museum tra le sue opere: https://mpembed.com/show/?m=LEZEjaQqr6n&mpu=591

Le sculture giganti di Daniel Popper

Daniel Popper è un artista di Città del Capo noto per le sue installazioni di arte pubblica interattiva dalle dimensioni spesso enormi, e propone spesso temi diversi e interessanti. Si tratta di installazioni in cui l’artista mescola scultura e scenografia. Le sue sculture hanno conquistato l’interesse del pubblico internazionale perché consentono alle persone di contemplare le opere abbracciando allo stesso tempo l’ambiente circostante.
Uno dei suoi ultimi lavori si chiama Thrive, un’installazione permanente pubblica presso il Society Las Olas, un centro residenziale a Fort Lauderdale, in Florida. Si tratta di un’opera evocativa che vuole trasmettere un messaggio di speranza e trasformazione. Raffigura il busto di una figura femminile, danneggiata esteriormente, che apre il suo petto per rivelare un interno verde e rigoglioso di felci

Thrive

Sul suo sito https://www.danielpopper.com/ ulteriori info sulle sue opere, intanto qui di seguito alcuni altre immagini che rappresentano il suo percorso artistico e mostrano la dimensione grandiosa delle sue installazioni.

La scultura di Rogerio Timoteo

Lo scultore Rogerio Timoteo è nato a Ancos, Sintra nel 1967 e si è introdotto molto presto nel campo delle arti, grazie all’incontro con lo scultore Pedro Teixeira Anjos, di cui è stato allievo per cinque anni, che gli ha aperto le prospettive verso la scultura. Nato e cresciuto in una regione prevalentemente legata all’estrazione e lavorazione del marmo,  predilige proprio questo materiale  per le sue opere, non escludendo tuttavia approcci a nuovi materiali e tecniche, come il bronzo e più recentemente le resine .
Durante l’infanzia e l’adolescenza ha assimilato le nozioni principali del marmo, la sua durezza, la sua forza, la sua nobiltà e ha studiato le sue caratteristiche nella sua formazione geologica. Ha cercato di visualizzare le varie fasi del processo di creazione di un blocco duro e pesante, da cui si ricava un’opera d’arte.
Successivamente ne ha imparato i segreti , le peculiarità delle tecniche, soprattutto l’umiltà primaria di una materia così nobile.
Nel corso degli anni, si è dedicato a una scultura che potesse in qualche modo trasmettere le sue paure, le gioie, i desideri, l’essenza del suo essere uomo; per arrivare a questo ha impiegato anni di duro lavoro, immerso in dialoghi solitari con la materia, chiuso nel suo laboratorio.
Ha partecipato a 31 mostre personali in Portogallo e all’estero, e a più di 200 mostre collettive. Ha sviluppato e realizzato una trentina di sculture per spazi pubblici, otto delle quali in scala monumentale. Le sue opere sono presenti in diversi musei e in numerose collezioni private in Portogallo e all’estero. Attualmente vive e lavora a Sintra.
La sua rappresentazione di un classicismo rivisitato mi affascina quanto  l’originalità scultorea del compianto Igor Mitoraj.

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