Cosa nasconde la Matrioska

La matrioska è una bambola di legno variopinto, talvolta intagliato, che contiene al suo interno una sequenza di altre bambole di dimensioni decrescenti poste l’una dentro l’altra e fa  parte della tradizione e del folklore russo. Il suo nome letteralmente significa “piccola matrona” ,  una forma diminutiva del nome femminile russo “Matryona” o “Matriosha”.
La sua ideazione in alcune fonti è attribuita a Savva Mamontov (1841–1918) fondatore del circolo artistico di Abramcevo e talentuoso scultore e pittore che non si stancò mai di diffondere ogni tipo d’arte russa; in altri testi si legge che la prima serie di bambole fu realizzata nel 1890 da Vasily Zvyozdochkin su disegno di Sergey Malyutin. Ciò che è sicuro è che il riconoscimento della matrioska come simbolo russo fu in occasione dell’Esposizione mondiale di Parigi nel 1900, quando la popolarità di questa bambolina fu premiata a livello internazionale.
Le bambole sono spesso ideate secondo un tema preciso, in origine era legato alla tradizione contadina o fiabesca, ma dalla fine del XX secolo si è ampliata la gamma, includendo addirittura i leader russi, passando per i temi della natura, ai personaggi dei fumetti, agli astronauti, agli animali, ecc…
Il procedimento per realizzarle richiede una lavorazione molto attenta e accurata del legno, normalmente quello di tiglio e di betulla. Per prima viene realizzata la bambolina più interna e indivisibile, poi si realizza la successiva, leggermente più grande in modo che possa contenere la precedente e così via. Una matrioska è composta da un minimo di tre bambole fino ad un massimo di sessanta e la più grande serie al mondo è un set di 51 pezzi che è stato dipinto a mano da Youlia Bereznitskaia nel 2003.
La matrioska apparentemente è un gioco e un simpatico souvenir, ma è anche una forma altissima di comunicazione. Un’interpretazione interessante della sua simbologia la troviamo nella commedia “Trois et Une” di Demys Aniel, in cui si dice che in ogni donna sono contenute tante donne diverse, ognuna con la propria personalità; può anche riferirsi a un testo composto in più livelli che interagiscono tra loro, come ha raccontato Buzzati in “Una bambola russa”.
La Matrioska simboleggia sicuramente la vita, ognuna di esse è scrigno di storie, ricordi, relazioni, esperienze; parlando di macrocosmo e microcosmo potremmo dire che richiama persino gli universi concentrici. La sua struttura dimostra che più oggetti possono occupare un medesimo spazio, a dimostrazione che l’apparenza spesso nasconde contenuti sorprendenti e che l’io è sfaccettato.

 

 

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Chiesa romanica di San Secondo di Cortazzone

Nella provincia di Asti, si trovano numerose testimonianze architettoniche di epoca medioevale; un esempio, che ho rivisitato pochi giorni fa, è la piccola chiesa romanica di San Secondo di Cortazzone , gioiellino di bellezza risalente al XI secolo e il cui ultimo importante restauro risale al 1992. L’edificio ha pianta strutturata in tre navate, terminanti ognuna con abside semicircolare ed è costituito da blocchi di pietra con inserimento di file di mattoni. Sulla facciata l’ingresso è sormontato da un doppio arco di pietra delimitato da una cornice di conchiglie, per cui si presume fosse una chiesa facente parte della strada dei grandi pellegrinaggi.
Le parti laterali della facciata sono divise da semicolonne, che proseguono per l’intero perimetro dividendo l’edificio in porzioni di diversa ampiezza. Sotto alcuni archetti ai lati della cornice di conchiglie campeggiano le prime sculture zoomorfe e antropomorfe che all’interno diventano i particolari più suggestivi. Esternamente sulle absidi sono poste fasce decorative e sculture a foglie; la parete sud è particolarmente ricca di decorazioni scultoree, intrecci, fogliami e viticci interrotti e ripresi; poi una croce, teste umane, animali e un’aquila incorniciata.
L’interno ha pavimento composto da piastrelle in cotto,volte a vela e una straordinaria serie di capitelli ognuno con rappresentazioni affascinanti per simbologia. La sirena simbolo di fascino, ambiguità e tentazione, il cerchio simbolo di perfezione, la lepre indica velocità che ricorda la brevità della vita, ma anche sensualità e fecondità. Seguono in bella mostra volatili crestati, fiori, una croce, grandi petali, un pavone inscritto in un tondo, conchiglie e volute decorative, cavalli, teste bovine, pesci, un fiore e foglie di palma. Nell’abside centrale è presente l’unico affresco del XIV secolo restaurato negli anni ’90 e riportato ai suoi colori originali.
Il tutto raccolto in una piccola struttura che ci porta indietro nel tempo e chissà quali e quanti occhi han sbirciato dalle strette monofore…
Riporto qui il commento comparso su Itinerari Piemonte. N.1 speciale del 1991 in cui riconosco una delle mie riflessioni nate durante la visita:

“Cos’ha san secondo che affascina tanto? …La chiesa è tutta lì,neppure tanto grande,disadorna se non per i capitelli con quelle figure e quelle forme di neppure facile lettura per noi profani. Forse sta proprio in questo il fascino…nella semplicità rustica eppure così artisticamente preziosa, nei pensieri e nei sogni che evoca, nel silenzio devoto che promana da queste pietre…”

Tutte le fotografie  postate sono personali.

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L’ouroboros,ovvero il serpente che si morde la coda

Il serpente è un simbolo antichissimo presente nelle culture precolombiane, mediorientali, gli egizi, i celti e anche presso le popolazioni del Nord / Centro America dove simboleggiava la rinascita. Il serpente perde la propria pelle quando è giunto il momento propizio ed è passionale fino alla morte.È anche mutevole in base alla situazione, talvolta tranquillo e quasi immobile per ipnotizzare l’avversario, altre volte rapido e letale con il suo morso velenoso.
L’ouroboros, il serpente che si morde la coda, è un simbolo mistico presente in moltissime etnie come quella indiana, egiziana, greca, nordica, sud americana. Secondo Carl Jung  è un archetipo dell’architettura mentale e può simboleggiare la ciclicità o l’eternità, oppure l’integrità del tutto o l’unità primordiale. È anche un noto simbolo alchemico, uno dei più antichi, legato alla pietra filosofale e simboleggia la teoria dell’eterno ritorno, associabile a tutto ciò che può essere rappresentato attraverso un ciclo che dopo aver raggiunto la propria fine, ricomincia dall’inizio in un continuo ripetersi.
E’ simbolo dell’iniziazione e del potere dei maghi e degli occultisti, raffigurato attorno alla stella di Salomone, indica l’alta iniziazione occultistica.
Alcune sette gnostiche adoravano il serpente del paradiso che aveva destato nel cuore dell’uomo la bramosia della conoscenza;questo serpente divenne un emblema alchimistico riprodotto nel libro di Cleopatra sulla fabbricazione dell’oro. Il corpo del serpente, metà chiaro e metà scuro, manifestava all’adepto il bene e il male del mondo materiale, la perfezione e l’imperfezione che fnno parte della materia. Secondo gli alchimisti la materia è “uno e tutto”.
Il terribile serpente del paradiso fu mutato dagli alchimisti nel benefico Ouroboros e questo poi si trasformò nel dragone degli alchimisti.

In Hieroglyphica di Orapollo nella traduzione in volgare di M. Pietro Vasolli da Fiuizano, riferendosi all’equivalente geroglifico egiziano si trova questa mirabile descrizione:
“Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è anchora sdruccioloso, perilche è simile all’acqua: e muta ogn’ anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo faccendo ogn’ anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina providenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo.”
Pare che il simbolo si ispiri alla forma della Via Lattea, dal momento che in alcuni antichi testi era considerata come un enorme serpente luminoso che risiedeva nel cielo e circondava tutta la Terra.

Nel linguaggio odierno l’espressione “fare come il serpente che si mangia la coda” si usa per dire di un ragionamento che torna sempre al punto di partenza.

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