Onirico déjà vu

Sto camminando per la città, manca poco alle sette del mattino e da sotto i portici si scorge tutto leggermente confuso a causa di una nebbiolina che rende ogni colore come sbiadito.
Sono in una zona dove lo sguardo è appagato da palazzi d’epoca molto belli che raccontano un architettura signorile, a cavallo tra ‘800 e ‘900; richiamata come da un irresistibile forza magnetica  mi sono avvicinata a un portone originale, massiccio, di gran pregio, di quelli che da sempre  attraggono a prima vista, col fascino e la severità dello sguardo di una grande effige-battacchio egregiamente scolpita.
Gli anni gli hanno tolto l’antico smalto, ma rimane inalterata la bellezza dell’ opera d’arte, interessante quanto la facciata di cui fa parte che ha acquisito valore intrinseco proprio dalla storia che ha attraversato.
Resto a osservarlo attentamente seguendo ogni incisione e dettaglio, tanto che dopo una decina di minuti mi pare che qualcosa di suo appartenga ai miei ricordi e voglia suggerirmi qualcosa.
Sto pensando a come potrebbe essere altrettanto ricco ed imponente l’atrio cui vieta l’accesso, e così anche gli appartamenti di cui è antico custode.
In strada non c’è molta gente, non sono di fretta  e nessuno sta guardando in questa direzione, così provo a spingerlo, e nel mentre mi accorgo che non c’è serratura; trovo strano non averlo notato prima, forse ero presa solo dalla bellezza artistica.
E’ molto pesante ma con un po’ di fortuna e di sforzo riesco a spostarlo di qualche centimetro, poi ancora oltre, giusto lo spazio per accedervi. Varcata la soglia un inatteso stupore mi coglie.
Non c’ è androne, nessun edificio direttamente collegato, ma un incrocio di strade alberate che parte da un piccolo slargo, da cui assisto a una circolazione quasi del tutto pedonale, auto assenti e poche carrozze a cavalli, persone vestite con abiti di un’altra epoca, sobri ma eleganti, con un procedere meno frenetico di quello che son abituata a vedere.
Così provo a mischiarmi tra quella gente, qualcuno mi guarda stupito, probabimente per i miei abiti, anacronistici, forse stravaganti ai suoi occhi; percorro un breve tratto, lentamente,  notando pochissimi negozi, nessuno vaga parlando ad alta voce col vicino o al cellulare, nessun frastuono di motori e mentre la curiosità mi  sgrana gli occhi e mi  orienta la testa in tutte le direzioni, realizzo di trovarmi probabilmente a fine ottocento, così almeno mi sembra, ed è tutto così incredibilmente eccitante che stento a credere a ciò che sto vedendo, eppure sono realmente capitata in una dimensione in cui mi troverei assolutamente a mio agio.
Ad un tratto però si è fatto scuro il cielo, sento sul viso i primi goccioloni di pioggia e, non sapendo dove ripararmi da un probabile acquazzone, ritorno sui miei passi e raggiungo nuovamente il portone per trovar luogo sicuro sotto i portici che ho lasciato.
Sicuramente tornerò un’altra volta con più tempo e miglior giornata, il luogo è facile da individuare e del portone non posso scordare la fattezza, intanto riaccosto alle mie spalle questa misteriosa porta del tempo, scoperta per caso (o forse non…); chissà se questo salto temporale lo potrò recuperare, lo spero vivamente, perchè ci sono tante domande cui vorrei rispondere coi miei occhi.
Ma d’improvviso questo desiderio sfuma del tutto, mi desto e realizzo che purtroppo era solo un sogno alimentato probabilmente da recondite fantasie. Un vero peccato, si, un vero peccato.

-Daniela Cerrato, 2017

 

 

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In cosmico silenzio

Eppure ancora esiste
quel pezzo di cielo nostro
proiettato nello spazio siderale
tra miliardi di corpi fluttuanti,

brillerà perennemente la nostra luce
accorpata nell’immortale poliedro,
testimone di splendido infinito
precisa immagine d’un peccato assolto;

noi resteremo là, a danzare in eterno
il walzer del  cosmico silenzio,
come statue di ghiaccio cristallino
in un tempo senza estate o inverno.

Daniela Cerrato, 2017

Frederick Hart, “Prologue”, acrylic sculpture, 2000

Frederick_Hart_Prologue_Acrylic_Sculpture_2000

Reincarnazione

In un luogo indefinito
ove  il tempo era senza misura
fui farfalla di rosso tinta.

Ora vivo nel tempo scandito
e vibra la mia pelle al vento
di un marino tramonto.

Possa il mio corpo ritornare
ad esser battito d’ali,
là dove il tempo è infinito.

  • Daniela Cerrato, 2017

Foto di Ernest Louis Lessieux “Tatiana sur une plage d’Oléron”, après 1907. Autochrome. © Alienor.org
Ernest-Louis Lessieux. Tatiana sur une plage d'Oléron (titre factice) après 1907. Autochrome. © Alienor.org.jpg

In questo fiume di cielo

Le estremità non toccano
e tutto diviene meraviglia
visto da quassù
a qualche lega dal suolo
sospesi in una folle magia
senza ali aggiunte
seguendo gli uccelli
nella loro scia d’aria
che traccia la via
su spazi sconfinati
in un fluire di natura
che mai s’interrompe
come in un mappamondo
che continuando a girare
su ogni angolazione
offre nuove mete,
ipnotizza gioiosamente
mentre lo si osserva
e mai verrebbe l’istinto
di interromperne la rotazione.

Daniela,maggio 2016

Art by Wang Yi Guan,artista cinese contemporaneo.

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Scie di meraviglia

Evoluzioni della mente,
sinapsi vorticose
percorrono spire di spazio
in caleidoscopici colori,
luci ed ombre in sequenza
creano quantità d’immagini
d’iridescente bellezza
in veloci successioni
da cogliere in un baleno.
Realtà e fantasia
miscelate in fretta,
forme cangianti
che mutano d’aspetto
e sfrecciano via
lasciando scie di meraviglia.
Daniela,2015

Astrazione, foto di Kalosf , che ringrazio

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