la piccola spoon river piemontese

Durante la lettura del libro illustrato ” Luoghi sacri abbandonati in Piemonte” di Gian Vittorio Avondo, Edizioni del Capricorno, 2022 mi ha colpito tra gli altri un luogo che credo andrò a visitare di persona, magari nella prossima primavera.

Si tratta di un cimitero, e precisamente quello di Fiorano Canavese. Di norma si conosce l’antichità sulla base delle tombe e degli oggetti che vi furono collocati e tanto più è remota la storia, tanto più sono importanti dal punto di vista documentario questi reperti. Le civiltà, sovrapponendosi le une alle altre hanno cancellato le tracce dei loro predecessori, tuttavia si sono conservati più o meno a vista i luoghi di sepoltura. Se nei cimiteri monumentali, come quello di Torino e Oropa ( Biella), le cappelle di famiglia emergono isolate e distanti le une dalle altre, nei cimiteri rurali sono collocate una accanto all’altra come cortine edilizie.

foto del camposanto di Fiorano prese in rete

L’antico camposanto a cielo aperto di Fiorano Canavese, in provincia di Torino, è una bellezza pacata e riservata pervasa da un’aura romantica, più collegabile all’ Inghilterra che non all’Italia. Venne scelto questo luogo di sepoltura dopo che l’editto napoleonico del 1804 stabiliva per legge che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali evitando discriminazioni tra i morti. Per i defunti illustri, invece, c’era una commissione di magistrati a decidere se far scolpire sulla tomba un epitaffio. Questo editto aveva quindi due motivazioni alla base: una igienico-sanitaria e l’altra ideologico-politica. La gestione dei cimiteri esistenti veniva ovunque definitivamente assegnata alla pubblica amministrazione in tutti i luoghi dove fu esteso, e non più alla Chiesa. Fu inoltre vietata, salvo eccezioni, la sepoltura in luoghi cittadini e all’interno delle chiese. Le prime inumazioni nel cimitero di Fiorano avvennero a opera non ancora completata nel 1834 in seguito a una morìa improvvisa di 42 persone che non potevano essere sepolte altrove. Il Fiorentino è un grande affioramento roccioso che sovrasta imponente il paese di Fiorano ed è un luogo di grande valore non solo in termini paesaggistici, ma anche naturalistici e storici. Da lì si godono panorami bellissimi come quello dal belvedere di fronte alla chiesa di San Grato, o quello, a sfondo del cimitero che, oltre allo spettacolo verde di gaggie e bossi, inquadra, nel silenzio dei campi e delle vigne, Cavallaria, Mombarone e l’abbraccio morenico della Serra.
Funzionò fino al 1932, anno in cui le esumazioni furono spostate nel nuovo cimitero; da quella data cadde dopo pochi anni in una condizione di abbandono e nel 1994 fu anche oggetto di vandalismo da parte di profanatori di tombe.

Per fortuna, nel 2003, grazie ad un progetto di Regione Piemonte e Comunità europea, sono stati eseguiti lavori di restauro conservativo che hanno permesso di salvaguardarlo rendendolo un piccolo museo a cielo aperto. E anche graie alla studiosa Maria Paola Capra che nel 2005 accese i riflettori con il suo splendido libro “Fiorano dalla collina di Fiorentino” ricostruendo attraverso gli epitaffi, le lapidi e le fotografie che si sono conservate, le antiche storie fioranesi hanno creato una sorta di Spoon River canavesana. Grazie a questo grande lavoro di ricerca appassionata dell’autrice, anche il canavese ricorda una variegata galleria di suoi personaggi dai vari mestieri, dal contadino, al prete, al muratore, al commerciante di bestiame ma anche storie di donne morte di parto, di bimbi annegati in Dora, dei tanti morti per le epidemie di spagnola e di colera.

Tra le lapidi spicca il monumento a Camillo Mola di Larissè che si spense quindicenne a Torino, il 23 ottobre 1900, e, per sua volontà, fu sepolto a Fiorano. Lo accolse la tomba di famiglia collocata contro il muro di cinta, proprio di fronte all’ingresso, secondo la consuetudine che riservava ai nobili e alle famiglie più in vista anche la parte migliore dei cimiteri. “Caro a quanti lo conobbero ritornò alla diletta terra. Ave desideratissimo. Te rivedremo in quel regno che eterno dura”, reca scritto l’epitaffio inciso sul monumento funebre, un breve obelisco culminante con la rappresentazione di una moderna pietà in cui il viso della madre è chino su quello del figlio che mestamente e delicatamente sorregge.
Fu lo scultore Cesare Felice Biscarra, amico di famiglia, che immortalò nei visi del gruppo scultoreo proprio i tratti di Camillo e della mamma dolente, la contessa Laura Pelletta di Cortazzone, “provvidenza dei poveri e degli ammalati di Fiorano”, che lo raggiunse il 3 luglio 1903. Ancora oggi, nel silenzio della collina, oltre l’erba alta e le sterpaglie, madre e figlio spiccano commoventi nella bellezza eterna di un dolore che ha finalmente trovato pace.

Aleppo, una mostra di Domenico Quirico ad Asti

Oggi ho visitato la mostra curata dal giornalista Domenico Quirico, giornalista e inviato di guerra de La Stampa, dedicata ad  Aleppo. La cronaca degli avvenimenti la si conosce, ma immergersi in una ricostruzione interattiva di ciò che è accaduto ad Aleppo ci fa sentire più vicini alla tragedia che ha colpito soprattutto i più piccoli, quei bambini strappati barbaramente dai banchi di scuola, privati della loro libertà e delle loro case; stando ai dati di Save the Children due bambini su tre hanno perso un familiare, subito il bombardamento della propria abitazione o sono rimasti feriti. Il 50% dei bambini non può più andare a scuola e un bambino su quattro è a rischio di disturbi mentali che potrebbero avere un impatto devastante per il resto della vita.
La guerra durata cinque anni  ha raso al suolo una città simbolo della Siria, trasformando in un cumulo di macerie il cuore storico della città, l’antico mercato coperto, la Grande Moschea, la cittadella antica, le chiese bizantine e molti edifici dichiarati patrimonio  Unesco. Le gigantografie che raffrontano il prima e il dopo di ciò che la devastazione ha stravolto parlano al cuore e raggelano già il sangue di chi era ed è a km di distanza dalla Siria; se capitate ad Asti in questo periodo vi consiglio la visita di questa mostra interattiva (aperta sino al  20 maggio 2018) che vi calerà nell’orrore che ha reso questa città il fantasma di se stessa.

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https://www.palazzomazzetti.eu/2018/01/12/mostra-aleppo-come-e-stata-uccisa-una-citta-a-cura-di-domenico-quirico/

Di antica sostanza

Pochi particolari immutati
da quando altri occhi s’affacciavano
alla finestra che oggi, aperta, offre
medesimo fronte, ma il cielo…
sembra, ma non è più lo stesso e in medesimo divenire
alberi cresciuti,  taluni mancanti, abbattuti,
fragili corpi trapassati con sogni, ideali, pulsioni
innamoramenti,  passioni intense,  sensualità,
amorevoli sussurri,  gioie e sospiri anch’essi estinti.
Tutto sepolto sotto strati d’un tempo remoto,
in buona parte sconosciuto che provo ad inventare
da qualche ritratto appeso che pare suggerire

e mentre anche l’oggi rapido si defila,
catturo ogni intensità e inspiro aria
da questo luogo intriso d’antica sostanza.
Nella stanza il profumo di storia non stantìa,

di mobilia che racconta quanto preziosi libri centenari,
trapelano umori ancor vivi da spesse pareti
attraversate da leggende, da presunti fantasmi,
da uno scricchiare che pare lamento
si amplifica l’emozione, si rinnova il cimento
di fantasticare con pieno favore dei sensi
sui dettagli carichi di un passato lontano,
che desidero a volte fosse anche il mio.

– Daniela Cerrato, 2017

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Nottetempo

Nottetempo, in sogno, ho incontrato
un uomo, dai fumi d’alcol alterato.
Era circa di mezz’età ma già stanco
della vita e dei dolori, manco
un nome m’ha citato, o forse si,
non ricordo, ma molto ha raccontato,
la sua storia, amori e sogni infranti,
coi desideri persi, eran proprio tanti;
col groppo in gola rimuginava,
sbottava considerando, con animo tristo,
che le sue sofferenze non eran
da meno di quelle di Cristo.
Come dargli torto se quel suo vissuto
tinto di nero non aveva lasciato
uno spiraglio di luce al  futuro?
L’uomo in disgrazia, pur se sconosciuto
m’ha accorata ed ho sì ben compreso
il motivo del suo ebbro stato,
che per istinto la sua mano ho preso
ed ascoltandolo l’ho forse riportato
a pensar che non doveva darsi per arreso.
In quel volto ancora un poco spento
s’interrompe la memoria del sogno;
non so perchè, ma sento il bisogno
di saper mutata la sua cecità nel vedere
la vita, e che in un’altro onirico regno,
ora è felice e non più tentato dal bere.

Daniela Cerrato, 2017

Dipinto di Pablo Picasso

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Kolmanskop, ove la sabbia è di casa

Da un’immagine che pareva costruita sono risalita alla storia vera di questa particolare città che ha avuto vita breve. Tutto iniziò nel 1908 quando in un’area vicina alla cittadina di Luderitz in Namibia fu trovato un diamante. La zona in questione era all’interno dell’inospitale deserto della Namibia meridionale, non distante dall’Oceano Atlantico. In poco tempo scattò la corsa alla fortuna e la città si popolò di ricercatori coi loro famigliari che incontrarono enormi ricchezze. In breve tempo si sviluppò una città, Kolmanskop appunto, in stile bavarese, dotata di un ospedale, scuole, una centrale elettrica, un teatro, un casinò, un bowling e una sala da ballo; si costruì perfino il primo tram su suolo africano. Nonostante il sito fosse inospitale , la città si espanse finchè nel dopo guerra, a partire dall’inizio degli anni ’50, la vena diamantifera si esaurì e lentamente la città si spopolò. Nel 1956 l’ultima famiglia lasciò la città cedendola al deserto.
Le tempeste di sabbia sono molto frequenti ed è inesorabile l’avanzare del deserto che è stato solo in parte ostacolato dalle costruzioni. Le dune hanno praticamente invaso le case, dove ancora permangono gli infissi e qualche suppellettile. L’erosione della sabbia che il vento spinge con forza ha esercitato una compresione sui muri, rimodellando addirittura l’architettura delle strutture.
Oggi viene considerata tra i 42 luoghi abbandonati più belli del mondo e la si può definire una “città fantasma” divenuta attrazione turistica di nicchia , resa più celebre dal film Il Re è vivo, diretto da Kristian Levring nel 2000 e interamente girato in questa città. E’ un luogo di grande fascino e suggestione, specie quando è coperta di nebbia, e stimola la curiosità di molti fotografi che sfidano le avverse condizioni climatiche per sfruttare l’atmosfera surreale, in caso di nebbia anche spettrale. E’ senza dubbio una testimonianza della sfida tra la natura e l’uomo, il quale è ovviamente destinato a soccombere.
(Tutte le foto sono tratte dal web)

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Kolmanskop bei Lüderitz, Namibia, 18.10.2012

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Oradea, la piccola Parigi rumena

Nella zona nordovest della Romania, vicino al confine con l’Ungheria, si trova Oradea, una città della valle del fiume Crisu Repede,considerata una “piccola Parigi” . Deve la nomea agli spettacolari edifici eretti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo,in stile Secessione. Allora tollerante e cosmopolita per la strategica posizione all’incrocio delle arterie commerciali tracciate tra Est e Ovest, sprigiona un’architettura nouveau ricca di decorazioni in stucco, in maiolica e in ferro battuto molto scenografica.
I suoi artefici provennero dalla scuola politecnica di Budapest e furono influenzati sia dallo stile romantico-ungherese di Odon Lechner (Komor Marcell, Dezso Jakab, Sztarill Ferenc) sia dal geometrismo spigoloso della scuola viennese (i fratelli Vago, Valer Mende) sia dal “Coup de fouet” dalle curve ondulate di chiare origini francesi.
Oradea è davvero unica tra le città cresciute nel periodo Belle Epoque e fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu un abbagliante parco-giochi per architetti potenti e abitanti facoltosi. La cittadina che oggi conta all’incirca 200.000 abitanti è stata distrutta nel 1836 da un’incendio e il suo aspetto, classico dell’Art Nouveau e dello stile architettonico austriaco con le facciate decorate di toni pastello, è dovuto all’accurata ricostruzione.Oggi ospita 77 edifici inseriti negli elenchi della Commissione Nazionale per i Monumenti Storici.
Oradea è stata per lungo tempo  residenza del Re di Ungheria Mattia Corvino e solamente nel dopoguerra è tornata a far parte della Romania; vanta un centro storico incantevole, uno dei primi edifici decorati e colorati nello spirito dell’Art Nouveau è il Palazzo Fuchsl, progettato dagli architetti di Budapest Bálint Zoltán Lajos e Jámbor negli anni 1902-1903. Gli stucchi, così come i ferri battuti dei balconi e delle porte richiamano sinuosi tralci di vite.
Il Black Hawk (1907-1908) è il più celebre edificio costruito da Marcell Komor e Dezso Jakob,è su quattro piani, due blocchi e un passaggio in vetro colorato che lo connette a tre strade distinte e la vetrata con l’aquila nera che aleggia nella galleria è diventata uno dei simboli della città. Di notevole interesse anche la  I e II, la casa Poynar, l’hotel Astoria, il Transylvania Hotel, il Palazzo Ulman, il Palazzo Stern, il Palazzo Moskovits e il Palazzo Apollo.
Da non perdere La Chiesa della Luna, o Biserica cu Luna, dotata di un orologio astronomico con le fasi della luna. Bellissimo è anche il Palazzo del Vescovo,completato nel 1770, a forma di U presenta 3 piani, 100 camere affrescate, 365 finestre e una facciata con capitelli ionici. Il palazzo è oggi sede del Museo della Regione Crisana.
La spettacolare fortezza di Oradea, la Cetatea Stelara, con i suoi 5 bastioni è un’altra attrazione storica della città,costruita con pianta a forma di stella da architetti italiani a cavallo tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 sul sito di un’antica fortificazione,attualmente ospita numerose mostre d’arte e fiere dell’artigianato. Infine da visitare assolutamente è la Cattedrale Romano Gotica il più grande edificio sacro barocco di tutta la  Romania, con una cupola di 24 m e torri laterali alte 61 m, costruito su progetto di Giovanni Battista Ricca (1691 -1757 ).

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Palatul Apollo

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Palatul Poynar

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Casa Adorjan

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Vetrata del Black Hawk a Oradea (foto Battaglini)

Vetrata del Black Hawk a Oradea (foto Battaglini) @LaStampa.it

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Vetrata in stile Liberty a Oradea (foto Battaglini)

Vetrata in stile Liberty Secessione a Oradea (foto Battaglini) @LaStampa.it

Veduta aerea della città

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(Tutte le fonti sono attinte dal web)

Tracce di vita

Sulla cresta del colle
come matitoni spuntati
svettano rovine di torri
residui di antico maniero
ove cade lo sguardo
e si accende il pensiero
sul tempo in cui fungeva da faro
e da imponente fortino
per genti di cui a malapena
si rammenta un cognome
un brandello di storia
e deviando percorso si sale
a veder quell’altura
che mostra un volto sfregiato
abbandonato al suo declino
e tra aggrovigliati arbusti
fiero qualche bocciolo di rosa
a tutti mostra che tracce di bellezza
rimangono vive tra i muri dismessi,
da lassù lo sguardo si perde
va oltre la veduta che s’ammira
la mano tocca qua e là ed avverte
che pure qualche pietra ancora respira.

Daniela Cerrato,2017

Opera di Vincent Van Gogh

Vincent van Gogh - Hill with the ruins of Montmajour

Vuoto a perdere

Fascino antico
emana il tuo volto
l’abozzato sorriso
è ricamo gentile
su veste severa
labbra serrate
taccion tua storia
che sapere vorrei
e a risolver mistero
potendo domanderei
degli anni dei sogni
se  amor tormentato
agitò il tuo cuore
se fu vispo o pacato
il tuo guardo fanciullo
quanti figli videro
i tuoi capelli ingrigirsi
negli anni a venire…
su quali e quanti selciati
risuonarono i tuoi passi
ormai sepolti
dal tuo tempo scaduto
su questo pianeta
che ancor serba di te
impressa visione?
Domande al vento
nate senza risposta
come vuoto a perdere
rimirando una foto
ma quel bianco e nero
non svela mistero.

Daniela Cerrato,2017

(immagine da web)

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