Giacomo Grosso alla Pinacoteca Albertina

Giacomo Grosso

Giacomo Grosso ( 1860 –  1938) “La Ninfea”, 1907

Giacomo Grosso fu un artista purtroppo già dimenticato nell’immediato dopoguerra sia dai collezionisti che dalla critica che per un certo periodo lo snobbò, tuttavia resta uno dei rappresentanti di maggiore  importanza nella pittura italiana nel passaggio tra ‘800 e ‘900, quando maturò successi a Parigi e Vienna e nelle varie esposizioni internazionali. Fu rivalutato per fortuna  dopo la mostra alla Promotrice di Torino nel 1990 ; la pittura di Grosso mette in risalto  il suo senso assoluto per il colore, la sua abilità ritrattistica nel definire con gusto anche i dettagli scenografici ed è un inno alla bellezza della natura osservata e dipinta in tutte le sue espressioni. Lo portarono al successo internazionale queste innate doti pittoriche con cui diede un’impronta personale ai volti, ai corpi fasciati dai vestiti sontuosi , ed anche ai  nudi sensuali e voluttuosi, ai paesaggi come ai fiori e alle nature morte. Questa occasione  che si presenta nelle prossime settimane  a Torino credo sia da non perdere per riscoprire questo artista dal carattere complesso e provocatorio che ricoprì anche la carica di senatore del Regno.

http://www.pinacotecalbertina.it/dal-28-settembre-la-grande-mostra-di-giacomo-grosso/

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“Torino” di Guido Gozzano (1883 – 1916)

I.
Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!
E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…
Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

II.
Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino…
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino…
L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

III.
Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!
Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.
L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,
sdegnosa, taciturna ed incompresa.

IV.
Ch’io perseguendo mie chimere vane
pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.
A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…
Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!…

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Note: traduco qui le righe in piemontese per una migliore comprensione;  in realtà sono spezzoni di frasi che si odono nel chiacchiericcio:
“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
( ” Se il Conte li sorprende li concia per le feste” )
“Ch’a staga ciutô…” – ” ‘L caso a l’è stupendô!…”
(“Stia zitto” – “Il tramonto è stupendo” )
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
(” E la Duse le piace? – Oh, non me ne intendo granchè, non lo nego
sarà sublime , ma a teatro vado per divertirmi”)
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”
(Stia zitto…sta entrando il reverendo)

“Evviva i bôgianen”
(“Bogianen”, è la somma di “bogia nen” (si pronuncia bugianén) in italiano letteralmente “non ti muovere”, è un soprannome popolare dato ai piemontesi e che si riferisce a un temperamento caparbio, capace di affrontare le difficoltà con fermezza e determinazione, spesso confusa con una traduzione letterale che si riferirebbe invece a una presunta passività troppo succube e prudente.)

“A l’è questiôn d’ nen piessla.”
(Si tratta di non prendersela)

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Dipinto di Rocco Guerriero, “Torino, neve in Piazza Castello”

Rocco Guerriero, Torino neve in piazza castello.jpg

Francesco Garnier Valletti e il museo della frutta

Francesco Garnier Valletti nacque a Giaveno nel 1808 iniziò la sua attività come confettiere e in seguito cominciò ad esercitare la professione di ceroplasta, prima a Torino e poi a Milano dove venne introdotto alla Corte imperiale di Vienna e lì cominciò a riprodurre oltre ai fiori anche frutti.
La sua attività di modellatore in seguito lo condusse a San Pietroburgo, alla Corte dello Zar Nicola I e dal 1851, cominciò a girare l’Italia e l’Europa esponendo il suo lavoro nelleEsposizioni Internazionali. Collezionò almeno 32 medaglie e nel 1878, venne insignito da Umberto I cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.
Molte delle sue creazioni si possono ammirare a Torino al Museo della Frutta,dove è collocata la straordinaria collezione di oltre mille frutti modellati a fine Ottocento da Valletti.
Il primo Museo Pomologico risale al 1857 nel Regio Stabilimento Agrario dei Burdin,una famiglia di vivaisti trasferiti da Chambery a Torino nel 1822.
L’attuale Museo presenta i lavori di Valletti acquistati dalla Stazione Agraria nel 1927 e custoditi in mobili appositamente costruiti per esporli; i frutti sono rappresentati nella lorointierezza e anche in una visione sezionata con i diversi stadi di marcescenza; centinaia di varietà di mele, pere,pesche,albicocche,susine, uve. Le varietà presenti tutte etichettate sono tanto numerose da far pensare a quante specie sono ormai sparite dai mercati e dalle mense.
Oltre a materiale interattivo vi è anche una ricca biblioteca con interessanti volumi scientifici. Per appassionati o interessati di botanica e agricoltura un luogo interessante dove trascorrere qualche ora.
Il museo si trova a Torino in via Pietro Giuria 15 ; aperto dal lunedì al sabato dalle 10,00 alle 18,00.

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