vetrina fotografica: Michael Kenna e lo scatto lento

“Ho imparato a conoscere il fotogiornalismo, la fotografia di moda, la fotografia sportiva, la natura morta, la fotografia di architettura. Quando mi sono laureato, avevo tutti i mezzi per sopravvivere nel mondo competitivo della fotografia”. Solo successivamente si dedicherà al paesaggio per il puro piacere di sperimentare.

Paesaggi abbozzati, assenza umana, pochi elementi che si evidenziano in un bianco e nero ammaliante e che catturano lo sguardo per grazia. Sono la caratteristica basilare degli scatti di Michael Kenna nato a Widnes, vicino Liverpool, nel 1953, in una famiglia operaia numerosa e modesta. Dunque non riceve alcun stimolo in campo artistico se non dalla sua naturale solitudine e dall’attitudine all’osservazione. La passione per l’arte, prima per la pittura, prende il sopravvento e a 17 anni abbandona la formazione ecclesiastica scelta in favore della Bunbury School of Art, dove entra in contatto con la fotografia, per passare poi al London College of Printing. L’esperienza fotografica diviene innanzitutto esperienza della visione come lui stesso sostiene “ho sempre detto che avrei potuto essere serenamente un fotografo senza pellicola nella macchina fotografica “
Tra i fotografi suoi ispiratori ci sono Eugène Atget, Bill Brandt, Mario Giacomelli, Josef Sudek. La sua attività di fotografo si avvicina a diversi generi commerciali e a metà degli anni ’70 vola a San Francisco per una lunga collaborazione con la già anziana fotografa Ruth Bernard, nota per l’originalità dei suoi nudi in bianco e nero e per la sua vicinanza al gruppo F/64; una tappa fondamentale per Kenna che in questo periodo sceglie quelli che saranno i suoi strumenti prediletti, la mitica Hasselblad 500 CM e la stampa delle immagini, che Michael Kenna farà sempre da sé.

Kenna punta a un concetto preciso, elimina ogni elemento di disturbo nel suo scatto e si affranca dalla presenza di persone privilegiando tempi lunghi, anzi lunghissimi e il formato quadrato, “classico” per eccellenza, che pretende un bilanciamento rigoroso degli elementi; il quadrato che circoscrive e si inscrive in un cerchio esige un suo centro.

Chilly Weather, Study 2, Hokkaido, Japan. 2018 © Michael Kenna
Hyomon, Study 1, Hokkaido, Japan. 2020 © Michael Kenna

Con le prime pubblicazioni, a metà degli anni 80, definisce il suo stile, la sua fama cresce e apre in tutto il mondo progetti cui ha difficoltà a mettere la parola “fine”. Alcuni luoghi però lo richiamano più di altri: Cina, Italia, Francia, Giappone. In Italia il progetto “Confessionali, Reggio Emilia 2007-2016” nasce casualmente da un primo approccio col paesaggio emiliano e grazie a un evento fortuito: in una giornata di pioggia Kenna si infila in una chiesa e ne fotografa il confessionale, da qui l’idea di sviluppare un progetto di lungo corso; Abruzzo (2017) è invece un percorso lirico dalle montagne al mare, una ricerca di pace e di infinito.

Michael Kenna. Confessionali. Reggio Emilia, 2007-2016
Stone Pine Tunnel, Pineto, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna
Pine Trees at Dusk, Loreto Aprutino, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna​

Le sue pubblicazioni e altro materiale sul suo magnifico mondo è disponibile in rete qui: https://www.michaelkenna.com/

vetrina fotografica: Francesco Zizola

«La peculiarità della mia posizione sta nell’essermi trovato a percorrere il crinale che separa due mondi: quello che divide il mondo di chi guarda da quello di chi è guardato», afferma Zizola. «Se davvero l’obiettivo della mia macchina è stato gli occhi di coloro che hanno poi visto le mie foto e che hanno così potuto conoscere e formarsi un’opinione su situazioni altrimenti loro precluse dai limiti del loro orizzonte esperienziale e percettivo, la mia responsabilità consiste anche nell’esercitare un costante ripensamento critico della mia posizione di testimone, filtro non-obiettivo (ironia della lingua) alla continua ricerca di un possibile equilibro sul crinale tra quei due mondi. Da dove guardo? Da dove scatto le mie fotografie? Credo che per me sia tempo di aprire la riflessione sul campo dello sguardo, per restituire complessità alle immagini e lasciarle evocare una vicenda che ha viaggiato parallela rispetto a quella di sofferenza, dolore, disperazione, riscatto o rivincita che conosciamo già. Una vicenda in cui chi guarda è ora a sua volta ri-guardato dalle immagini, e chiamato in causa. La storia che ho la speranza di raccontare con queste fotografie è anche quella di chi fino ad ora ha guardato ed è stato a guardare. La storia che ci ri-guarda». (Francesco Zizola)

Francesco Zizola, (Roma 1962) fotografo documentarista italiano, ha raccontato coi suoi scatti vari conflitti mondiali, dedicandosi alle questioni umanitarie sempre con un’attenzione particolare all’estetica del messaggio. Vincitore di numerosi premi, nel 2003 una sua foto è stata selezionata da Henri Cartier Bresson tra i suoi cento scatti preferiti, selezione che divenne prima mostra e poi libro. Lo stesso Zizola ha pubblicato diversi libri:

Uno Sguardo Inadeguato, FIAF Collana Grandi Autori, Italia 2013
Iraq, Gruppo Abele Italia 2007
Né Quelque Part, Delpire Editeurs Francia / Born Somewhere, Fusi orari Italia 2004
Etats d’enfances, Photo Poche Francia / Contrasto Italia 1999
Sei Storie di bambini, Contrasto Italia 1997
Ruas, Gruppo Abele Edizioni Italia 1994

© Francesco Zizola – Un venditore ambulante sulla spiaggia di Copacabana. Rio de Janeiro, Brasile. Maggio 2008.
© Francesco Zizola – Un ragazzo punta una pistola contro la testa di un altro per gioco. Colombia 2007
Kuito, Angola – Aprile 1996. In Angola nel 2004 c’erano ancora oltre 4 milioni di mine antiuomo nel suolo del Paese a due anni dalla fine di 30 anni di guerra. Foto di Francesco Zizola

Le sue immagini sono un veicolo di denuncia verso quelle attività illecite e/o comunque dannose per l’uomo e l’ambiente. Su quest’ultimo ha sensibilizzato l’opinione pubblica con la sua mostra Sale Sudore Sangue, del 2017, con fotografie scattate da Zizola tra Portoscuso e Porto Paglia, che raccontano l’antico metodo di pesca del tonno rosso sviluppato nelle tonnare e la cui origine risale alle incursioni arabe. Qui di seguito un breve video con un suo interessante intervento

vetrina fotografica: Albert Watson, il perfezionista della rappresentazione

Albert Watson

Persone più o meno celebri ma anche paesaggi desolati, club di strip-tease, insegne luminose nel deserto, meduse fluttuanti e scimpanzè con pistola. È l’antologia di immagini di Albert Watson, da molti considerato tra i più importanti fotografi degli ultimi decenni – nel campo del ritratto, della moda e della pubblicità, al punto che la bibbia dell’industria fotografica, Photo District News, ha definito Watson uno dei venti fotografi più influenti di sempre.

campagna colezione Blumarine, Scozia – 1987-88. Lisa Kaufmann. Photo by Albert Watson

Con più di 100 copertine per Vogue , 40 copertine per Rolling Stone e 100 copertine di album per Michael Jackson, Diana Ross, Sade, Aaliyah e Jay-Z, Watson è al fianco di Irving Penn e Richard Avedon l’artista il cui lavoro è divenuto iconico.
Ha lavorato intensamente anche a progetti personali, ispirati dai suoi viaggi a Marrakech, a Las Vegas o alle isole Orcadi. Molti di questi lavori, insieme ai suoi ritratti e alle fotografie di moda, sono stati esposti in vari musei e gallerie in tutto il mondo.

Nato nel 1942 e cresciuto a Edimburgo, sebbene cieco da un occhio, Watson si dedica alle arti visive, studia grafica al Duncan of Jordanstone College of Art and Design di Dundee, e film e televisione al Royal College of Art di Londra, e in seguito fotografia. Nel 1970 si trasferisce negli Stati Uniti con la moglie Elizabeth, e lì inizia a fotografare, soprattuto per hobby.
Nello stesso anno Albert viene presentato all’art director di Max Factor che gli offre il primo servizio. Lo stile particolare di Albert colpisce presto l’attenzione di riviste di moda americane ed europee, come Mademoiselle, GQ e Harper’s Bazaar, e il fotografo comincia a lavorare e spostarsi tra Los Angeles e New York. Nel 1976 ottiene il primo lavoro per Vogue e il suo trasferimento a New York dà la spinta decisiva alla sua fortunata carriera.
Il suo linguaggio artistico segue delle regole personali e un rigoroso concetto di qualità. Il suo modo di illuminare i soggetti, la brillantezza e magnificenza delle costruzioni, rende le sue immagini uniche.

Mick Jagger in macchina con Leopard, Los Angeles, 1992 © Albert Watson
David Bowie-nyc-1996 by Albert Watson
Calendario Pirelli 2019
© Albert Watson – Monkey With Gun, New York, 1992

vetrina fotografica: Roy Schatt

Roy Schatt (1909-2002) nato a New York City, ha perseguito una carriera appassionata e pluriartistica. Schatt ha studiato da NC Wyeth, ha dipinto murales usando la sua abilità artistica mentre era nell’esercito in India. Dopo la guerra, è tornato a New York City dove ha lavorato occupandosi di pubblicità, recitazione, illustrazione e, infine, fotografia, la sua passione per tutta la vita. Negli anni ’50, entrò a far parte della scena culturale del centro cittadino e divenne un frequentatore abituale dell’Actors Studio, dove era conosciuto come “il fotografo del metodo” per la sua preferenza per la luce naturale e le ambientazioni non messe in scena. Le fotografie di Roy Schatt sono state esposte all’International Center of Photography, NY, National Portrait Gallery, Washington, DC, Art Institute of Chicago, IL, e incluse in numerose altre mostre nazionali e internazionali. L’archivio Schatt include immagini iconiche di Elia Kazan, Lee Strasberg, Paul Newman, Marilyn Monroe, Tennessee Williams, Steve McQueen, Rod Steiger, Sidney Poitier, Joanne Woodward, Martin Landau, Arthur Miller, Geraldine Page, Anne Meara, Ben Gazzara, Maureen Stapleton, John Cassavetes, Dorothy Parker, Brendan Behan, Lillian Hellman, Lorne Greene, Andy Griffith, Bud Schulberg, William Saroyan, Marlene Dietrich e molti altri. Qui di seguito una carrellata di scatti, tra cui alcuni, divenuti storici e datati 1954, del mitico James Dean (1931-1955) l’eroe bello e dannato di “Gioventù bruciata” di cui era grande amico.

Steve McQueen
Joean Baez