notte e giorno

La notte fa il gioco del silenzio
sbadiglia, nulla che stravolga
nelle grotte dei sogni.
Il giorno sposta l’ago magnetico
disorientando anche la bussola.
Circoscrivo l’attenzione,
un lembo di cuore si fa spugna
assorbendo a distanza il fragore
di una risata che sfugge.
La sento, è canto ritrovato
ariete che sfonda la mia tristezza.

-Daniela Cerrato

© John Midgley Photo

© John Midgley

 

in forma discreta

plasmo creta, m’arresto, disfo
riplasmo incertezza che nasce
da innata timidezza, scudo cesellato
con smalto scolorito dal tempo,
metallo pesante nell’osare l’osabile,
gioiello scrutabile in occhi abbassati
che spostano interesse alla caviglia
imbellettando gote di carminio.
Intanto altri scoccano frecce
di azzardo ai quattro venti
rubando scena, primedonne
d’un palco che prima o poi crollerà
sotto il peso del suo stesso sfarzo.
Lo scudo toglie o salva una possibilità.
Forse.

– Daniela Cerrato

qualche minuto con Garbo, doppio ascolto

Garbo, alias Renato Abate, è una delle voci della musica new wave italiana, stile ispirato ad artisti come David Sylvian, Brian Ferry, Ultravox e il David Bowie della trilogia berlinese. L’album “Scortati”, da cui è tratto il primo brano che propongo, “Generazione”, è del 1982. Fino agli anni ’90 ha avuto un grande riscontro di pubblico,passando per Sanremo e Festivalbar; poi come lui stesso ha dichiarato in un’intervista, per sua insofferenza verso comparsate televisive nel cui contesto non si sentiva a proprio agio e per il suo disinteresse e rifiuto di passare a un genere più commerciale (come richiestogli dai discografici), ha preferito affidarsi a etichette minori per continuare il suo iter musicale, restando sempre coerente al suo primario orientamento musicale.
Nel 2018 ha collaborato con Eugene cantando nel suo singolo «Radiowave» che vede ospite anche Andrea Fumagalli dei Bluvertigo.

In secondo ascolto, non meno interessante, la sua versione a mio parere formidabile di “Forbidden colors” di Ryūichi Sakamoto originariamente interpretata da David Sylvian.

Musica da un’altra generazione ma ancora apprezzata. Buon ascolto!

Generazione
Guardavamo le colline alla frontiera,
Stringimi le mani un pò…
Dimmi solo che la guerra è già finita,
Sveglieremo i nostri cuori in città,

Porteremo un pò d’amore alla frontiera,
E saremo come pioggia forse,
Lasceremo che la Notte ci catturi,
E domani non avremo più paura.
Noi,
Padri del Silenzio siamo polvere,
E il vento ci disperderà, Noi,
Nei giorni silenziosi siamo Nuvole,
Le Nuvole non hanno mai Paura.
Paura….

Guarderemo le distese alla frontiera,
Renderemo tutti i cuori all’Universo,
Ci fermeremo qui, qui…..

Porteremo poco Sole insieme a noi,
Saremo come Vento forse,
Potremo in un istante sorvolare,
L’ombra di una vita che ci fa….

Noi,
Padri del Silenzio siamo polvere,
E il vento ci disperderà, Noi,
Nei giorni silenziosi siamo Nuvole,
Le Nuvole non hanno mai paura,
Le Nuvole non hanno mai paura,
Le Nuvole non hanno mai paura!!!

Colori proibiti

Le piaghe sulle tue mani sembrano non guarire mai
Pensavo di aver solo bisogno di credere

Sono qui una vita lontano da te
Il sangue di Cristo o il battito del cuore
Il mio amore veste colori proibiti
la mia vita ci crede.

Privi di significato, sono passati gli anni
milioni di persone hanno dato la vita per te
Niente continua a vivere?

Via via ho imparato a confrontarmi con i sentimenti, sempre più.
Le mie mani sprofondate nella terra, sepolte dentro me
Il mio amore veste colori proibiti
la mia vita ci crede ancora

Camminerò in cerchio
Non crederò neanche alla terra su cui cammino
Cercando di mostrare una fede indiscussa in tutto
Sono qui una vita lontano da te
Il sangue di Cristo o un cambio di cuore

Il mio amore veste colori proibiti
La mia vita crede
Il mio amore veste colori proibiti
la mia vita ci crede ancora

poesie di Nadèr Naderpùr

Nadèr Naderpùr nacque a Teheran il 6 giugno del 1929  da una famiglia aristocratica che gli permise una cultura raffinata di doppia formazione, francese e persiana, alla quale si aggiunse più tardi l’interesse per la lingua e la poesia italiane.
Giovanissimo talento della poesia persiana fu un convinto rappresentante della nouvelle vague della poesia iraniana che faceva capo al poeta  Nimà Yuscij (1896-1960).
Da Teheran si trasferì a Parigi ove si laureò alla Sorbona in lingua francese diventando poi uno dei più importanti traduttori di poesia francese in persiano. Dopo un lungo soggiorno in Italia tradusse per la casa editrice Franklin alcuni tra i più importanti poeti italiani come Ungaretti, Montale, Quasimodo e Pasolini.
Si trasferi negli Stati Uniti e dopo tre anni, nel 1988 divenne docente di letteratura persiana all’Università di Los Angeles. Morì il 18 febbraio 2000

L’indovino

l’alveare del sole si era rovesciato
fuggite da lui le api di luce.
al di là dei prati,
calpestati dal cielo,
erano caduti
i rossi petali del tramonto.
un vecchio chiromante – il vento –
arrivò da una strada lontana,
avvolto intorno al collo
lo scialle giallo dell’autunno.
era invitato, quel giorno,
dagli alberi della via
che dal suo lucido responso
volevano conoscere il destino.
ad ogni passo lo salutava un albero
ogni ramo gli tendeva la mano.
ad una ad una il vento respinse quelle mani,
poi, come uno zingaro, intonò un canto nostalgico.
cantò, cantò fin che i corvi della sera
evocarono la notte tra i rami degli alberi.
atterrite da quella voce, caddero sulle foglie
come se un colpo di fucile
le avesse colpite in cielo, a mille a mille.
come acqua, sulle foglie scivolò la notte.
ogni foglia una mano recisa:
il vento chiromante
senza guardare le linee delle palme,
aveva letto il destino di ogni foglia.

 

Restarono solo i tuoi occhi e la luna

Sul vetro incrinato,
aveva il ragno tessuto una tela.
Sul vetro,
il diamante dei tuoi occhi.
tracciò una riga.
In frantumi, il vetro
ruppe il silenzio degli alberi.
Restarono solo i tuoi occhi
e la luna:
nel mio sguardo cucirono,
insieme,
il loro sguardo.

 

Il falso mattino

Stasera la terra non ha più peccati.
L’ascesi bianca della neve
ha nascosto l’eresia degli uomini.
Questa maschera d’argento
sul nero volto della natura
è la menzogna del mondo.
Questa sera il vecchio albero
pensa di essere ancora giovane,
ma quando sorge il sole
si sciolgono i suoi pensieri di neve.
Quale occhio
potrà vedere il volto della verità
che come il sole si nasconde?
Forse verrà la risposta
da un occhio che conosce il pianto.
…………
………..

Ah ! Il gallo che aspetta il mattino !
Una favilla non muore
in un batuffolo di cotone.
Ma guarda : il sole è morto
nella bianchezza dell’azzurro.
La magia della neve ha addormentato
gli occhi degli alberi ingenui
ed ha portato via col cavallo della fantasia
nei vecchi giorni
i contadini pazienti che vanno a piedi
verso la città irreale dell’adolescenza.
Ma il cuore della terra è imbevuto
del pianto della pioggia nella notte
e confessa una celata verità.

(poesie di Nadèr Naderpùr/traduzione di Gina Labriola)

E basta con sta retorica!

Reblog dal sito di Demonio

Blog di Demonio

Non so voi ma io pur guardando poco e nulla la tv o meglio i cosiddetti programmi di approfondimento (che non hanno mai approfondito nulla!) e pur non avendo account presso i principali social dove bazzicano le menti più illuminate come Facebook, Twitter ed Instagram, nonostante questo distacco, avverto comunque una narrazione delle vicende “drogata” da una retorica esasperante che a me ricorda o quei filmati dell’Istituto Luce ai tempi del ventennio o quella fantastica parodia fatta da Corrado Guzzanti in fascisti su Marte. Avete presente cosa intendo?Quel modo di parlare, di raccontare?

Quel tono enfatico di descrivere qualcosa di normale o anche straordinario dandogli quella connotazione eroica, quell’enfasi che poi è finta se non addirittura ipocrita visto che di solito questo tipo di narrazione è sempre funzionale ad un risultato immediato come l’audience oppure è funzionale alla glorificazione di un sistema di potere politico. Insomma non so a…

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tracce sonore

La tappezzeria narrava primavera
in altre stagioni, suoni crescenti
le piogge infittite sui tigli
ancora sguarniti di profumo,
voci del mercato rompevano
il rigoroso silenzio del seminario
guancia austera della piazza.
L’inseparabile Lesa Mady giallo
mangiava Lady Barbara nel bosco
primo 45 giri d’una pila in salita
che si andava inglesizzando.
L’inconosciuto corroso pian piano
da curiosità preadolescenziali
mostrava veli di proibito e mistero.
Quale fine oscura o radiosa
avrà fatto Lady Barbara rimasta
nella bocca del Lesa rimpiazzato
dal mangianastri bianco nero,
quale trasloco li avrà dimenticati
entrambi, convertiti in stereo combo?

-Daniela Cerrato

sulla beat generation

John Clellon Holmes spiegò con queste parole cosa significava  essere beat descrivendo il contesto storico sociale in cui si trovarono a vivere quegli scrittori:
“Chi è sopravvissuto a una guerra, qualunque tipo di guerra, sa che essere beat non significa tanto esser morti di stanchezza quanto avere i nervi a fior di pelle, non tanto «essere pieni fino a qui» quanto sentirsi svuotati. Beat descrive uno stato d’animo spoglio di ogni sovrastruttura, sensibile alle vicende del mondo esterno, ma insofferente della banalità. Essere beat significa essersi calati nell’abisso della personalità, vedere le cose dal profondo, essere esistenzialisti nel senso di Kierkegaard piuttosto che di Jean-Paul Sartre. […] la beat generation […] nella storia americana […] è la prima generazione cresciuta in un’epoca nella quale l’addestramento militare in tempo di pace rappresenti un dato di fatto della vita nazionale. È la prima generazione per la quale le formule magiche della psicanalisi siano divenute nutrimento quotidiano dell’intelletto, a tal punto che essa rifiuta coraggiosamente di accettarle come misura ultima delle vicende dell’animo umano. È la prima generazione alla quale il genocidio, il lavaggio del cervello, la cibernetica, le ricerche motivazionali – e il loro inevitabile risultato, ossia la limitazione del concetto di libero arbitrio – siano familiari come la propria faccia. Ed è infine la prima generazione che sia cresciuta in un mondo nel quale la soluzione finale di tutti i problemi sembra essere una sola: la distruzione nucleare”.

(John Clellon Holmes, La filosofia della beat generation, in I Beats, a c. di Seymour Krim, Paperbacks Lerici, Milano 1966)

nota:  Fu Jack Kerouac a coniare il termine Beat Generation quando, rivolgendosi all’amico, esclamò: “You know, this is really a beat generation” (lo sai, questa è davvero una beat generation).
L’espressione venne ripresa, poi, da Holmes in un suo articolo, dal titolo Questa è la Beat Generation, pubblicato il 16 novembre del 1952 sul New York Times.    Nell’articolo egli attribuiva la paternità del termine beat a Kerouac, il quale, a sua volta, la attribuì a Herbert Huncke.

 

edera infestante

È narcosi da overdose di notizie
contiamo i giorni, lente lancette
su incertezze. Una carneficina
vigliacca sta decimando l’umanità,
nessun tempo per un saluto,
anche ultimo. Si espande
il feroce incubo, dilaga
tra veglia e sonno globale,
edera che non s’arresta
continua ad avvinghiarsi,
si propaga implacabile
infestando muri grigi di dolore.
E c’è chi farnetica o polemizza
anche di fronte al rigor mortis.

Daniela Cerrato

edera