la tua voce tra il silenzio

È una carezza amica
la tua voce calda,
se assente la immagino
schiarita da perifrasi,
spore che danno vita
e fertilizzano boschi
di silenzi uggiosi.
E se dal timbro
s’accende un lamento
che a strazio si mesce,
il fungo che nasce
non per cuore è alimento
ma velenosa materia
di certo riconducibile
a momentanea miseria
di uno spirito nobile
sfiancato dal tempo.
Ma sia sempre acuta,
mai venga a mancare
anche quando intona
canzoni tristi o amare.

– Daniela Cerrato

il mistero della donna senza volto

Eleganza e mistero lunare,
aura gelida, fruscìo di buio,
freddezza inespressiva
nessuna luce, nessuna ombra
manca di lacrime da asciugare
nessuna emozione traspare,
di fiori e pelle non avverte
profumi e umori, tace la bocca,
assenti i baci, non sussurra
non ride, non fa smorfia bislacca
non ammicca, nè soffia nè sputa.
Rimane muta e glaciale, deserto
senza dune, viso senza connotati,
può celare molto e nulla dimostrare,
un fenomeno da baraccone, un inganno
della natura o un’aliena creatura,
chissà chi cerca, che cosa vuole.
Non puoi leggerle neppure il labiale
chissà se dietro i mancati lineamenti
di privazioni implodono i lamenti.

– Daniela Cerrato

un acquerello dai toni caldi

Acqua pennello e un po’ di colore e la quercia sul foglio compare,
brulla, con rare foglie sui rami, disomogenee nel tratto, bagnate
di cromìa dosata a mano, appena accennata,  e l’accento
è sul vento, incolore, che si nota attraverso il tremolio dei bordi.
Poche tinte delicate, baciate da un tiepido sole autunnale
con la sintesi di chi con pochi tratti dipinge ottobrate.

    • – Daniela Cerrato

nella vetrina dell’antiquario

Nella vetrina dell’antiquario
due conchiglie tristi in argento
stanno sognando forse un acquario
che smorzi loro l’umore spento,
in bella vista mista a ciarpame
identità persa di profumo di mare,
valve che anneriscono ossidate
da tempo e oblio impolverate.
Nulla riportano di vera natura,
copia infedele il loro aspetto
distoglie un pur debole istinto
di portale all’orecchio vicine,
nessun sussurro di onde marine
di sciaquìo cullato dal vento.
Che fine faranno io mi chiedo,
già qualcuno le ha sbolognate
da qualche vecchia teca d’arredo,
sarebbero da tempo felici e accasate
fossero di madreperla grezza
inutile questa mia supposizione
c’è di sicuro chi l’argenteria apprezza.

– Daniela Cerrato

Una canzone – Francesco Guccini

La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l’erba voglio
ma può essere complessa come la vita.
La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell’aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale
ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta.
La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

La canzone è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;
è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare
fatta con sette note essenziali
e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali
ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale
può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale
svettante in aria come un falcone.

Perché può nascere da un male oscuro
che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro,
lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso
lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso
e a volte sventola come bandiera.
La urli allora un giorno di rabbia
la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia
pronta ad irridere chi canta e tace.
Però alla fine è fatta di fumo
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie, ricordi, pena, profumo:
son tutto questo le mie canzoni

-Francesco Guccini, Ritraddi,2004

ho sensazione vaga che ci sia bromuro in ogni busta paga

Avanti popolo si va al lavoro per ingrassare le tasche loro,
tutti in colonna, è tassativo per mantenere lo stato attivo,
una vita senza prese d’aria soffocante come l’euphorbia
nessun aumento, guai agli errori, è un attimo esser cacciati fuori,
scioperare è bestemmia a priori, tanto non scuci un belino bucato
e pare quasi, oltretutto, che quel misero mensile sia rubato
dalle tasche di chi detiene i fili ed espatria il denaro
e va in tivù come opinionista a sgallettare tronfio nel coro
ma il filo non regge, anche il sindacato è servo baro,
il silenzio è opprimente, piegarsi  devastazione umiliante.
Tracima la rabbia e aumenta per mancanza di forza d’unione
per mutare con efficace mezzo l’ormai pietosa condizione.
Ho la sensazione vaga che ci sia bromuro in ogni busta paga.

– Daniela Cerrato

azzero il volume, tanto è lo stesso

Non c’è paradiso non c’è inferno
il purgatorio è questo
fatto di precarietà angosciante
sospensione di ogni certezza
uso improprio di vocaboli aulici
codice insulso per dire tutto e niente
o peggio il contrario del buon senso,
ma si intuisce il vuoto abissale
di intenti e idee in concretezza,
mi disgusta questo andazzo melenso
di gente che appare e starnazza,
la tv se l’accendo la guardo
a volume inibito, tanto è lo stesso
per comprendere gente bugiarda.

– Daniela Cerrato

altalenando

Un ciocco appeso diviene altalena
il vento la mano che la sospinge
il tramonto l’artista che dipinge
il cielo di rosa, dimmi quale scena
meglio di questa per spettinare
la tristezza e gustare libertà,
a qualche metro da terra dondolare
con spensierata infantile eredità.

– Daniela Cerrato

 

 

un gelido tocco che fa impazzire la ragione

Il senno del poi non riscrive la vita,
ma fossi sotto la stessa volta di stelle
testimone del tempo nostro di allora
andrei oltre quell’occhiata di sfioro,
la interrogherei sui nostri sogni,
la supplicherei di darci manforte
di farci avere delle buone carte,
d’esser clemente col nostro destino
ammorbato e tinto di malasorte.

Splendeva subdola la buona stella
sulle fantasticherie abbozzate
da occhi negli occhi inchiodati
a leggere il seguito di gioie affiancate,
a secretare pensieri in embrione,
e ingelosita forse a nostra insaputa
ci ha privato di astrale protezione,
e tu non avesti una scorza così forte
per affrontare così presto la morte.

Sei caduto senza più rialzarti
e seppure il mio fiato sopravvissuto
sia rimasto a contare altri bisestili
non perdono ciò che mi hanno rubato,
livore profondo nutro verso stelle ostili,
ai tuoi ventotto anni hanno cancellato
i desideri che avevi col cuore imbastito,
il progetto nuziale han di lutto sporcato
e un inganno di vita m’hanno riservato.

La voce di Dylan rimasta nell’autoradio
della tua auto parcheggiata per sempre
era compagna dei nostri viaggi brevi
sottofondo di rosei diamanti di tempo,
soffia nel vento, sulla stessa canzone
è dolore  cercare ora  identica emozione,
chiudendo gli occhi e ascoltarne il senso
riaprirli e toccare con mano il vuoto denso.
È un gelido tocco che fa impazzire la ragione.

(a quel tragico 1988) – Daniela Cerrato