Vecchia corrispondenza

Parlo di quella trama a fitte righe di penna intinta per informare, con elegante grafia, di vita, accadimenti e sogni, confidenze e palpiti del cuore sulla carta color avorio che attendeva impassibile lo scorrere delle parole. Chi la ricorda, chi ne fa ancora uso, ora che i moderni mezzi l’hanno soppiantata? Asciutta piegata in quattro, protetta da un foglio gemello lasciato in bianco per occultare il privato contenuto a indelicati ficcanaso, iniziava il suo viaggio.
Quel filo sottile discontinuo d’inchiostro, che mostrava del polso emozionali tremori, congiungeva le materiali distanze recando felicità o tristezza; e a lettura ultimata, per la commozione la fibra inumidita da qualche lacrima scesa creava la sbavatura; anche quello un ricordo, in cui si fondeva il salso umore al sigillo di saliva e colla di chi aveva urtato il cuore.

Daniela Cerrato, 2017

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Le stagioni, di Corrado Govoni, da “Poesie scelte” 1903-1918

Premessa: mi piace sfogliare tra poesie del passato, di autori che non erano nelle mie antologie scolastiche, e talvolta capita di trovare dei versi che sarebbe un peccato lasciare nell’oblio del tempo che corre; questa intitolata “Le stagioni” del poeta crepuscolare Corrado Govoni (1884-1965) è un po’ lunga, ma piacevole nella lettura, compreso qualche termine desueto  ma assai musicale, che ben esprime il pensiero del primo ‘900.

LE STAGIONI

Io canto te, o dolce primavera, giovinezza del mondo,
con le tue rondini, che arrivano dal mare un mattino di Marzo
con il tuo timido sereno, di violette lungo i fossi,
coi tuoi brevi crepuscoli di peschi nell’orto fioribondo,
col tuo cùcùlo che va d’albero in albero
e non sa dove attaccar la sua pendola beffarda,
con le tue rose, che arrossiscono ai baci ardenti del sole,
con i tuoi puri gigli che si portano in processione
come un bianco miracolo, con i tuoi prati,
molli d’incenso e di colori in cui danzano
in veli vaporosi di nebbie, l’ore languide
e tu, ignuda e scapigliata, galoppi in groppa al vento focoso,
che guidi con gentili redini di primule e di margherite;
con il tuo verde pane, che matura tra gli alberi tranquilli
con i tuoi acquazzoni repentini
simili ad improvvisi pianti, senza causa, di bambini;
col tuo magico arcobaleno divisionista, ch’è la tua cintura di festa,
con le tue belle nuvole pompose che sono i tuoi soffici divani,
con i tuoi limpidi canali serpeggianti che specchiano
in andare tante dolci e tristi cose:
la lunga e pallida afflizione dei salici piangenti,
il diniego dei pioppi solitari,
le malve rosse, a le finestre, nelle pentole
e le bianche facciate delle case,
con i tuoi pozzi freschi sparsi per la pianura,
simili a strane e bianche ghigliottine nell’inverno;
con i tuoi placidi tramonti in cui scopri i lontani monti
come enormi cavalloni, con le tue aurore d’oro,
quando tuonano le campane e i galli cantano,
nelle lontane cascine, l’avemaria.

Canto anche a te, o ardente estate:
con il tuo frumento biondo,
entro cui brillano i papaveri
come garibaldini nascosti;
con il tuo verde ed odoroso oceano di canepa,
col tuo torrido caldo che fa cercar con voluttà
la frigida acqua dei fossi: vengono a galla stupiti
i lunghi lucci, le biscie acquaiole inseguono i ranocchi paurosi.
Oh, nelle notti languide,
le verdi fiaccolate delle lucciole
e gli usignuoli avveniristi
che si contentan degli applausi delle rane !
Nei prati, i cumuli di fieno
son come un accampamento d’odore.
I lunghi pioppi vigilano la pianura.
Nei maceri e nei fossi i rospi
fan sentire la loro voce di fagotto.
E la civetta, nei cimiteri,
dichiara orgogliosamente :
” tutto è mio ! tutto è mio !”

Canto anche a te, o grave autunno
con la tua frutta squisita che pende dai rami brulli
come una felicità compita, con le tue tristezze finali
le monotone pioggie che rigano le gote dei pallidi vetri
e intirizziscon l’anime, le implacabili nebbie
che sfuman come un inodoro incenso
e restringono attorno a noi il mondo,
ed i nobili corvi sempre vestiti a lutto stretto;
i poveri camposanti, pieni di corone variopinte,
tristi girandole di fiori sulle tombe.
Oh, lungo le spogliate siepi,
il triste campanellino del pettirosso,
come se da mane a sera si porti il viatico a qualcuno!
E la fine, la dolce fine prevista.
Senza rimpianti, cadono le foglie.
Sonnecchia il sole sulle deserte soglie.
Ma perchè il cuore si duole?
Perchè l’anima si rattrista?

Ma vieni tu, o inverno, padre putativo
delle stagioni a celebrare
le bianche nozze della neve,
a coprire tutte le macchie
col tuo bianco collettivo,
a riempire le povere vetrate
di felci complicate e palme fragili,
a frangiare le gronde di stalattiti
lamentose di ghiaccinoli,
a imbacuccare gli esili camini,
a riempire di sfingi i giardini,
a mettere su tutti i davanzali
dei bianchi appoggiatoi,
come per una processione di comunicanti.
I pioppi, sparsi per la campagna,
sembrano enormi rocche cariche di neve.
Tutte le peste, nei sentieri, sono monde,
sembran fatte da angeli lievi
ed ogni casa è buona, come un presepe.
E in una notte radiosa, in cui le stelle
scivolano nel ghiacciaio del cielo
sui loro lunghi pattini d’argento,
dal fantastico fondo dei paesi,
dal più profondo dell’infanzia credula ed innocente,
sale a riunirsi nel nostro torbido cuore, soave,
il divino conclave delle campane di Natale.

 

Dipinto di Raoul Masil, “Le quattro stagioni”, 2010

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Haiku 24.06

Come la serpe
Ti avvinghi al corpo
Senza veleno

Daniela Cerrato, 2017

Photo: “liana tree” by Paul Militaru ( https://photopaulm.com/2017/06/24/liana-tree-4/ )

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Igor Morski

Eccoci giunti  al fine settimana: voglia di immersione nella natura, di vagare con la mente per luoghi di pace ove la fantasia ha grande spazio e si riesce a staccare con la routine del quotidiano. Certamente qualche bella passeggiata ristoratrice nella frescura di un bosco è l’ideale; per chi ha la fortuna di risiedere o raggiungere una città di mare non ci sono problemi per immergersi tra le rilassanti onde estive.
Anche le pagine del blog hanno bisogno di respiro, dunque nulla di meglio delle opere di Igor Morski, nato in Polonia nel 1960, illustratore di riviste , designer, pittore surrealista, i cui lavori sono in parte frutto di una personalissima visione della natura ispirata alla composizione-collage dell’Arcimboldo, in parte intrise di inquietudine e paura secondo una visione più vicina a quella di Magritte.
Tra gli anni ’80 e primi anni ’90 ha creato scenografie per il teatro e televisione per la pubblica tv polacca.
Lavora su supporti in grafica mista, basata principalmente sulla manipolazione di foto o disegno, anche in 3D. Non so a voi ma questo mix tra realtà e fantasia a me piace molto.  Per chi è interessato ad altri suoi lavori lascio il link del sito:

http://www.igor.morski.pl/work/
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Giunta sera

Spenta più volte in acqua la calura del giorno, infierisce ancora il torrido clima,
e benchè sera, l’aria, se non artificiale, evoca lontane terre africane.
Nel cielo biancastro qualche uccello in uscita vespertina si libra in volo e allieta col suo canto il giardino che pareva inanimato.
Le finestre spalancate paiono bocche assetate di freschezza, ma la pioggia non dà alcun cenno di passaggio, nemmeno per domani.

Daniela Cerrato, 2017

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Anime perdute

Solo con te tornerei a peccare
chè il Paradiso non è nostro
della mia anima rimani incastro
e rogo ardente in cui spirare.

Già vedo l’alma come stornello
in volo inseguire la tua scia
nell’ eterno andar a mulinello
senza beneficiare d’altra via.

Per salvezza d’altronde dubbi avrei
che alcun si sottragga dagli eccessi
di folle amore e carnali amplessi.
E se perduti sfidassimo gli dei

per mostrare che amor non è peccato,
speranza d’assoluzione non pensi
si possa aver se è loro palesato
il soave bene degli umani sensi?

Daniela Cerrato, 2017

Art by Marcel Ayme

Marcel Ayme

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“A un lillà” di Francois Coppèe (1842-1908)

Premetto che la mia padronanza della lingua francese non è al pari di quella inglese in cui me la cavo decisamente meglio, e solo la mia faccia tosta mi permette di proporre qui la mia traduzione di una poesia che ha destato in me simpatia e interesse. Chiedo perdono a coloro che nella lingua francese ci bazzicano da sempre, e spero almeno di non aver stravolto il senso di questi piacevoli versi anche se ho tentato di tradurla non letteralmente ma nel modo in cui l’ho percepita.

A un lillà

Seduto alla finestra vedo fiorire
l’umile lillà del mio piccolo giardino,
e il suo sottile aroma che penetra
giunge a me col vento del mattino

Ma sono pieno di una collera ingiusta
perché la mia donna ha smesso di amarmi
e io rimprovero all’innocente arbusto
i suoi fiori schiusi e l’olezzo.

Tutto ubriaco di sole e di brezza, perchè
questo raggiante favorito della primavera
fa salire al mio cuore che si spezza
i suoi effluvi così oltraggiosi?

Non sa che ho colto per lei
i soli rami più soleggiati?
è per lui cosa tanto naturale
che in pieno aprile lei mi lasci così?

-Ma no, ho torto, perché amo la mia sofferenza.
Ai nostri amori ti immischiasti un tempo;
nel giardino verde, colore della speranza,
fiorisci a lungo fragile e seducente lillà!

Le dolci mattine che la tua essenza pervade,
le chiare mattine di primavera son così brevi!
Lasciami credere, ancora per una settimana,
che non mi ha abbandonato per sempre.

E se, malgrado le mie speranze vane,
non devo più avere il piacere
di rimettere i miei occhi arsi di lacrime
sulla freschezza della sua veste estiva;

Se non devo più rivedere l’infedele,
la penserò, finché lo vorrai,
davanti a questi fiori che mi avvicinano a lei,
con questo profumo che ricorda il suo.
——————————————–

“A un lilas”

Je vois fleurir, assis a ma fenetre,
l’humble lilas de mon petit jardin,
et son subtil arome qui penetre
vient jusqu’à moi dan le vent du matin.

Mais je suis plein d’une colère injuste,
car ma maitresse a cessé de m’aimer,
et je reproche à l’innocent arbuste
d’épanouir ses fleurs et d’embaumer.

Tout enivré de soleil et de brise,
ce favori radieux du printemps,
pourquoi fait-il à mon coeur qui se brise
monter ainsi ses perfums insultants?

Ne sait-il pas que j’ai cueilli pour elle
les seuls rameaux dont il soit éclairci?
Est-ce pour lui choese si naturelle
qu’en plein avril elle me laisse ainsi?

-Mais non, j’ai tort, car j’aime ma souffrance.
A nos amours jadis tu te melas;
au jardin vert, couleur de l’espérance,
fleuris longtemps, frele et charmant lilas!

Les doux matins qu’embaume ton haleine,
les clairs matins du printemps sont si courts!
Laisse-moi croire, encore une seimane,
Qu’on ne m’a pas délaissé pour toujours.

Et si, malgré me espoirs pleins d’alarmes,
je ne dois plus avoir la volupté
de reposer mes yeux brulés de larmes
sur la fraicheur de sa robe d’été;

Si je ne dois plus revoir l’infidèle,
j’y penserai, tant que tu voudras bien,
devant ces fleurs qui me virent près d’elle,
dans ce parfum qui rappelle le sien.

“A un lilas” tratta da “Poésies choisies” de François Coppée.

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Afa pomeridiana

In quest’afa pomeridiana
ogni gesto è opprimente,
anche il riposo è una sfida
pur se costanti ruotano
le pale del ventilatore;
è un ronzìo fastidioso
ma offre parziale sollievo
alla mente che pare assente,
opaca, inerte, stanca
anche per il non pensare.
Le idee paiono evaporare
verso l’alto per poi cadere giù,
pioggia di piume sospese,
leggere,incolori,confuse.
Non si posano sul capo
ma volano nei pressi, sparse,
le osservo mentre si spostano
adagio, vibrando, soffiate via;
anche loro si lasciano trasportare
dal gioco vorticoso dell’aria
cui non mi posso sottrarre.
E al torpore inevitabilmente mi piego.

Daniela Cerrato, 2017

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Heidegger e Camus: due filosofi in Grecia

OPERA INCERTA

La Grecia, secondo gli studiosi di astrologia, sin dai tempi di Claudio Tolomeo è annoverata sotto il segno del Capricorno e Saturno ne è il pianeta protettore. Saturno è il dio patrono del ragionar sottile proprio dei filosofi, rappresenta Crono, il padre di tutti gli dei dell’Olimpo greco, il più antico, identificabile con il tempo stesso. E come Crono il tempo divora i suoi figli, è implacabile, inesorabile.

Per questo la Grecia è il luogo per eccellenza del filosofare, del vivisezionare ogni ragionamento sino al paradosso dei sofismi intellettuali, finendo col concludere che la tartaruga è più veloce di Achille. I pensatori di quel Paese amarono avventurarsi in argomentazioni talmente sperticate da riuscire ad incartarsi nell’antinomia del mentitore nota a tutti gli studenti di liceo. Quando Epimenide di Creta afferma: “Tutti i cretesi sono bugiardi”, essendo egli stesso cretese, non fa che contraddire questo…

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