Giunta sera

Spenta più volte in acqua la calura del giorno, infierisce ancora il torrido clima,
e benchè sera, l’aria, se non artificiale, evoca lontane terre africane.
Nel cielo biancastro qualche uccello in uscita vespertina si libra in volo e allieta col suo canto il giardino che pareva inanimato.
Le finestre spalancate paiono bocche assetate di freschezza, ma la pioggia non dà alcun cenno di passaggio, nemmeno per domani.

Daniela Cerrato, 2017

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Anime perdute

Solo con te tornerei a peccare
chè il Paradiso non è nostro
della mia anima rimani incastro
e rogo ardente in cui spirare.

Già vedo l’alma come stornello
in volo inseguire la tua scia
nell’ eterno andar a mulinello
senza beneficiare d’altra via.

Per salvezza d’altronde dubbi avrei
che alcun si sottragga dagli eccessi
di folle amore e carnali amplessi.
E se perduti sfidassimo gli dei

per mostrare che amor non è peccato,
speranza d’assoluzione non pensi
si possa aver se è loro palesato
il soave bene degli umani sensi?

Daniela Cerrato, 2017

Art by Marcel Ayme

Marcel Ayme

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“A un lillà” di Francois Coppèe (1842-1908)

Premetto che la mia padronanza della lingua francese non è al pari di quella inglese in cui me la cavo decisamente meglio, e solo la mia faccia tosta mi permette di proporre qui la mia traduzione di una poesia che ha destato in me simpatia e interesse. Chiedo perdono a coloro che nella lingua francese ci bazzicano da sempre, e spero almeno di non aver stravolto il senso di questi piacevoli versi anche se ho tentato di tradurla non letteralmente ma nel modo in cui l’ho percepita.

A un lillà

Seduto alla finestra vedo fiorire
l’umile lillà del mio piccolo giardino,
e il suo sottile aroma che penetra
giunge a me col vento del mattino

Ma sono pieno di una collera ingiusta
perché la mia donna ha smesso di amarmi
e io rimprovero all’innocente arbusto
i suoi fiori schiusi e l’olezzo.

Tutto ubriaco di sole e di brezza, perchè
questo raggiante favorito della primavera
fa salire al mio cuore che si spezza
i suoi effluvi così oltraggiosi?

Non sa che ho colto per lei
i soli rami più soleggiati?
è per lui cosa tanto naturale
che in pieno aprile lei mi lasci così?

-Ma no, ho torto, perché amo la mia sofferenza.
Ai nostri amori ti immischiasti un tempo;
nel giardino verde, colore della speranza,
fiorisci a lungo fragile e seducente lillà!

Le dolci mattine che la tua essenza pervade,
le chiare mattine di primavera son così brevi!
Lasciami credere, ancora per una settimana,
che non mi ha abbandonato per sempre.

E se, malgrado le mie speranze vane,
non devo più avere il piacere
di rimettere i miei occhi arsi di lacrime
sulla freschezza della sua veste estiva;

Se non devo più rivedere l’infedele,
la penserò, finché lo vorrai,
davanti a questi fiori che mi avvicinano a lei,
con questo profumo che ricorda il suo.
——————————————–

“A un lilas”

Je vois fleurir, assis a ma fenetre,
l’humble lilas de mon petit jardin,
et son subtil arome qui penetre
vient jusqu’à moi dan le vent du matin.

Mais je suis plein d’une colère injuste,
car ma maitresse a cessé de m’aimer,
et je reproche à l’innocent arbuste
d’épanouir ses fleurs et d’embaumer.

Tout enivré de soleil et de brise,
ce favori radieux du printemps,
pourquoi fait-il à mon coeur qui se brise
monter ainsi ses perfums insultants?

Ne sait-il pas que j’ai cueilli pour elle
les seuls rameaux dont il soit éclairci?
Est-ce pour lui choese si naturelle
qu’en plein avril elle me laisse ainsi?

-Mais non, j’ai tort, car j’aime ma souffrance.
A nos amours jadis tu te melas;
au jardin vert, couleur de l’espérance,
fleuris longtemps, frele et charmant lilas!

Les doux matins qu’embaume ton haleine,
les clairs matins du printemps sont si courts!
Laisse-moi croire, encore une seimane,
Qu’on ne m’a pas délaissé pour toujours.

Et si, malgré me espoirs pleins d’alarmes,
je ne dois plus avoir la volupté
de reposer mes yeux brulés de larmes
sur la fraicheur de sa robe d’été;

Si je ne dois plus revoir l’infidèle,
j’y penserai, tant que tu voudras bien,
devant ces fleurs qui me virent près d’elle,
dans ce parfum qui rappelle le sien.

“A un lilas” tratta da “Poésies choisies” de François Coppée.

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Afa pomeridiana

In quest’afa pomeridiana
ogni gesto è opprimente,
anche il riposo è una sfida
pur se costanti ruotano
le pale del ventilatore;
è un ronzìo fastidioso
ma offre parziale sollievo
alla mente che pare assente,
opaca, inerte, stanca
anche per il non pensare.
Le idee paiono evaporare
verso l’alto per poi cadere giù,
pioggia di piume sospese,
leggere,incolori,confuse.
Non si posano sul capo
ma volano nei pressi, sparse,
le osservo mentre si spostano
adagio, vibrando, soffiate via;
anche loro si lasciano trasportare
dal gioco vorticoso dell’aria
cui non mi posso sottrarre.
E al torpore inevitabilmente mi piego.

Daniela Cerrato, 2017

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Heidegger e Camus: due filosofi in Grecia

OPERA INCERTA

La Grecia, secondo gli studiosi di astrologia, sin dai tempi di Claudio Tolomeo è annoverata sotto il segno del Capricorno e Saturno ne è il pianeta protettore. Saturno è il dio patrono del ragionar sottile proprio dei filosofi, rappresenta Crono, il padre di tutti gli dei dell’Olimpo greco, il più antico, identificabile con il tempo stesso. E come Crono il tempo divora i suoi figli, è implacabile, inesorabile.

Per questo la Grecia è il luogo per eccellenza del filosofare, del vivisezionare ogni ragionamento sino al paradosso dei sofismi intellettuali, finendo col concludere che la tartaruga è più veloce di Achille. I pensatori di quel Paese amarono avventurarsi in argomentazioni talmente sperticate da riuscire ad incartarsi nell’antinomia del mentitore nota a tutti gli studenti di liceo. Quando Epimenide di Creta afferma: “Tutti i cretesi sono bugiardi”, essendo egli stesso cretese, non fa che contraddire questo…

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Le tue braccia

Allontano il cuscino
per cercar le tue braccia
in cui sognare, mare placido
ove fluttuo in serenità,
dolci catene che imprigionano
il cuore, rami d’edera di cui
cerco aggroviglio,
cintura stretta in vita
che a sè mi invita
con dolcezza o forza,
molo ove ormeggiare,
fari nell’oscurità che
vegliano sulle insicurezze,
indescrivibile allaccio,
strumenti unici da cui
mi lascio plasmare,
tenere appendici che vestono
la mia anima nuda e di sua
indomabile indole son disciplina.

Daniela Cerrato, 2017

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Nella varia umanità

Nella varia umanità c’è sempre qualcuno che scruta le tue fragilità e con perfidia s’appresta ad usarle per farne sua forza.
Cucirsi addosso la resistenza d’una corazza invisibile è buona soluzione per non cadere
stritolati nelle truci fauci d’esseri subdoli e sleali.

Daniela Cerrato, 2017

“Lying naked woman (The Voyeurs)” , Pablo Picasso

Lying naked woman (The Voyeurs) via Pablo Picasso

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Avvisaglie di temporale

Quando il cielo s’oscura
e la terra acutizza il suo verde per contrasto
s’avverte già degli umori il brontolio,
scuotono e piegano gli alberi le fronde,
le nuvole corrono veloci, si compenetrano,
in tetra raccolta infuriate s’ammassano
spinte dal vento che mulinella fogliame,
un tuono dal cielo sbotta roboando nell’aria
che muta la percezione olfattiva.
Come per ogni litigio meglio non metter voce,
si fugge, come uccelli che si disperdono a frotte
in varie direzioni, per chissà dove
evitando il violento nubifragio;
che i litiganti se la sbrighino
senza far troppi danni, alla veloce…

Daniela Cerrato, 2017
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Certezze perdute

La neve è bianca
blu il mare, rossi
i papaveri, fragili
petali a vibrare, così
spiegati i colori
al bimbo, quando muove
i primi passi, paiono
dogmi indiscutibili.
E se l’uomo non avesse
stravolto sua natura,
regola varrebbe sin
che il mondo dura,
ma le eccezioni della
norma fanno parte e,
a conti fatti, vacilla
la logica opinione se è
anomalia a farla da padrone.
Di rossa tragedia son tinti
terra e mare, anche il cielo
ha perduto azzurrità lontane,
la mente è memore ma
il cuore vede, va oltre
l’ovvietà che s’è perduta
e muto resta, affranto
nel vedere anche il suo colore
imbrattato dall’umanità peggiore.

Daniela Cerrato, 2017

“Papaveri blu” dipinto di  Odilon Redon

Odilon Redon – Blue Poppies

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“L’anguria”, di Italo Bonassi

Ho selezionato e rebloggato questa poesia tra quelle pubblicate  oggi da Italo Bonassi per il tema reso assai originale dalla  simpatica ironia poetica dell’autore; ma vi invito a leggere le altre, altrettanto meritevoli di plauso all’indirizzo:
https://italobonassi.wordpress.com/2017/06/19/non-era-mica-male/
Grazie Italo!

L’ANGURIA

Ci scegliemmo l’anguria con la cura
che avremmo messo a sceglierci una donna:
era là, bellissima, invitante,
pareva dirci:Sono qui, mangiatemi!
La sollevai tremando, un poco come
sollevassi una sposa tra le braccia:
tonda, fresca, polposa,
magnifica, imperiale. Il fruttivendolo,
la pose con amore sopra il piatto
della bilancia, e poi ci disse il prezzo.
Quattro Euro. Un po’ tanti, ma che importa?
Ce la portammo a casa e la spolpammo.
Come ci avessimo fatto l’amore,
ora era là, disfatta, sopra il tavolo,
e tanto era il fastidio di vederla,
che la gettammo nella spazzatura,
pulendoci la bocca. E senza un grazie.
Come un piccolo amore mercenario.

(Italo Bonassi, dalle poesie pubblicate il 19 giugno 2017 )

anguria

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