l’iperrealismo di Luigi Pellanda

L’arte è ovunque
sta a noi liberare la nostra sensibilità
per assaporarne la ricchezza interiore
che ci regala silenziosamente.


Luigi Pellanda

Luigi Pellanda è un affermato pittore italiano, nato a Bassano del Grappa nel 1964, le cui opere sono state esposte a livello internazionale e conservate in collezioni permanenti. Autodidatta e fortemente ispirato al Caravaggio, Pellanda dipinge usando la stessa tecnica per enfatizzare il contrasto tra ombra e luce. Nei dipinti ad olio iperrealistici si concentra su temi della natura come orchidee, conchiglie, vongole giganti che ricrea con dettagli sbalorditivi.

le sue nature morte colpiscono per la perfezione nella rappresentazione, per il realismo con cui pennella immagini di fiori, frutta e vegetali. Ma andando oltre la prima osservazione, l’affinaggio fa comprendere la complessità di ciò che appare.
Pellanda è giunto alla pittura attraverso un percorso complesso, cominciando da un laboratorio di ceramica, misurandosi nel silenzio dove il fuoco calcina le proprie emozioni in forme tridimensionali. Poi la folgorazione per l’incisione dopo la conoscenza dell’opera incisoria di Giovanni Barbisan.

In seguito la passione per la musica e la  fotografia si fonde col resto, percorre le terre del Brenta alla ricerca delle forme in cui si esprime la natura: fiori, alberi, animali. Individuato un soggetto, non si limita a catturarlo nell’immagine ma lo indaga, con infiniti scatti, per catturare l’attimo magico, il momento di grazia rappresentato dal perfetto equilibrio armonico tra oggetto, ambiente e luce.
Inevitabile quindi il passaggio ulteriore verso la pittura. Ogni sua tela risente della ricerca dell’equilibrio di luce e atmosfere come quella che affinava nelle sue ricerche in fotografia. Una pittura che racchiude la tridimensionalità delle ceramiche, le sottolineature dei segni grafici e l’armonia che deriva dalla sua passione musicale. 

Molto accattivanti le sue opere, attraggono anche per la tavolozza intensa e al servizio di un’attenta osservazione di luce ed ombra, trasmissione di dettagli particolareggiati da osservare con lo stupore che si trasforma spesso in desiderio tattile.

Luigi Pellanda, La teiera rossa

per ulteriori info e immagini visitate il suo sito: https://www.luigipellanda.com/galleria-opere

Alberto Martini (1879-1954)

“Vero artista è chi ha saputo creare un’opera […]: un’inattesa scoperta, così forte da resistere al supremo giudizio del tempo, un tempo umano di almeno un quarto di secolo, fatto storico che non si può né inventare, né cancellare, né improvvisare. […] Se l’arte antica, che noi tutti adoriamo, non fosse stata a suo tempo nuova, non sarebbe diventata antica e venerabile!”
Alberto Martini da “Vita d’artista” (1939-1940)

Alberto Giacomo Spiridione Martini, nasce il 24 novembre 1876 a Oderzo da un antica famiglia aristocratica trevigiana. Nel 1879 si trasferisce con la famiglia a Treviso dove il padre insegna disegno presso l’Istituto Tecnico Riccati. Tra il 1890 e il 1895 sotto la guida del padre, descritto da Vittorio Pica come suo unico vero maestro, inizia a disegnare e dipingere acquarelli e tempere di piccolo formato. Nel 1895 inizia la prima serie di illustrazioni a penna in inchiostro di china per il Morgante Maggiore di Luigi Pulci, che, tuttavia, presto abbandona per dedicarsi alle illustrazioni per la Secchia rapita (1895-1935) di Alessandro Tassoni


Nel 1896 inizia a illustrare il ciclo grafico per il Poema del lavoro. Nel 1897 Espone alla II Biennale di Venezia 14 disegni per “La corte dei miracoli” che verranno presentati l’anno seguente a Monaco e all’Esposizione Internazionale di Torino. Nel 1898 soggiorna a Monaco e lavora come illustratore per le riviste «Dekorative Kunst» e «Jugend».

Dello stesso anno l’incontro con Vittorio Pica in occasione dell’Esposizione Internazionale di Torino. Sarà il noto critico napoletano a sostenerlo d’ora in poi, proponendo la sua arte in ambito italiano ed europeo. Nel 1901 esegue il primo ciclo di 19 disegni a penna acquarellati per l’edizione illustrata de La Divina Commedia, lavoro commissionato a Martini da Vittorio Alinari per intercessione del solerte Pica. Partecipa alla IV Biennale di Venezia con i disegni per La secchia rapita: 38 vengono acquistati dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
L’onirico, il macabro, il grottesco e il surreale che Martini ritrova in Dante continuano a ispirarlo anche successivamente, tanto che nel 1940-41 propone le sue nuove produzioni grafiche ad Arnoldo Mondadori. Purtroppo, per motivi che esulano dalla qualità grafica delle sue opere, Martini non riesce a vedere pubblicati i suoi lavori né con Mondadori, né con l’editore Sadel di Milano. Solo nel 2008 il corpus di opere a soggetto dantesco di Martini vede le stampe nell’edizione di Mondadori Arte, a cura di Paola Bonifacio della Pinacoteca “Alberto Martini” di Oderzo.
Dal 1905 inizia a eseguire anche le tavole illustrative per i racconti di Edgar Allan Poe, a cui lavorerà sino al 1909 , inaugurando un periodo di grande intensità creativa nell’ambito della grafica a spunto letterario.

Alberto Martini. Purgatorio, canto XXIV. 1922.

Inferno – XXII, 1937

Acheronte (Inferno, III), 1937

Alberto Martini-Hop Frog-illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1907. Courtesy Galleria Carlo Virgilio

Nel 1912 incoraggiato da Pica, Martini si dedica alla produzione pittorica, facendo uso soprattutto della tecnica del pastello. Realizza le Sinfonie del sole (L’Aurora, La notte, I fiumi) e il pastello Farfalla gialla. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, lavora a 54 litografie intitolate Danza macabra, tramite le quali rivela il suo sentimento antitedesco, che stampate in formato cartolina, sono distribuite tra gli alleati come propaganda. Risale al 1919 l’interesse di Martini per il teatro: realizza 84 disegni a penna e acquarello e sei tavole a tempera per i costumi del balletto Il cuore di cera. Risale invece al 1923 l’idea di Martini del Tetiteatro: un teatro sull’acqua dedicato, come suggerisce il nome, alla dea del mare Teti. Deluso e amareggiato dall’ostilità dei critici italiani, che verso la fine degli anni Venti sembrano ignorare i suoi lavori, Martini si trasferisce a Parigi dove frequenta l’ambiente dei critici e dei letterati e trova numerosi estimatori della sua arte. Stringe amicizia con Solito de Solis, musicista e appassionato d’arte, che lo introduce nei salotti aristocratici parigini.

Alberto Martini

La sua grandezza e inimitabilità consiste soprattutto nel virtuosismo della penna e l’inchiostro di china con una tecnica così particolareggiata e ossessiva tale da far sembrare le sue tavole disegnate opere d’incisione, ponendosi come epigono del decadentismo e del simbolismo e precursore assoluto del surrealismo. “La mia penna è, a seconda dei casi, forte come un bulino e leggera come una piuma”, racconta l’artista. “I passaggi dal bianco al nero, la modellazione delle carni, dei veli, dei velluti, dei capelli, dell’acqua, delle nubi, della luce e del fuoco l’ottenevo con una finissima tessitura di tratti, che elaboravo con la penna riversata, poi punteggiando e infine ritoccando con la punta d’acciaio”.

Alberto Martini “Il Bacio”, 1915

Avvalora il suo carisma il carattere aristocratico, provinciale e cosmopolita al tempo stesso, dandy elegante nel vestire, bizzarro e scostante, altero nei comportamenti, fiero dell’aureola di seduttore di cui si seppe circondare.

Alberto Martini, Mètempsycosi plastica, 1930-Collezione privata

A questo indirizzo si può sfogliare il volume La Danza Macabra con le sue illustrazioni:

https://issuu.com/sanssoleil/docs/martini_muestra

Il video di seguito riguarda la mostra del 2021 sui disegni di Alberto Martini presso la Galleria Carlo Virgilio & C. di Roma presentata dal curatore Alessandro Botta, con Carlo Virgilio e Stefano Grandesso.

Alberto Martini

Se Martini non ha guadagnato nell’arte italiana del ‘900 il posto che meriterebbe è forse da attribuire alla sua predilezione per i temi grotteschi e per le atmosfere lugubri (è purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese). Non giovò nemmeno l’eclettismo della sua produzione, che rifuggeva da qualsiasi etichetta o facile catalogazione: l’originalità, che egli riteneva un punto di forza, fu paradossalmente ciò che lo costrinse a rimanere “un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte” (Barbara Meletto, Alberto Martini: L’anima nera dell’arte).

Pierre Soulages (1919-2022)

Nel 2014 l’ex presidente francese Francois Hollande definì Pierre Soulages “il più grande artista vivente”. Il pittore francese Pierre Soulages è morto oggi, 26 ottobre 2022 all’età di 102 anni.Era nato a Rodez (Aveyron) nel 1919. A 18 anni, durante un breve soggiorno a Parigi, Soulages visitò due esposizioni, Cézanne e Picasso che saranno per lui una rivelazione. Fu allievo alle Belle Arti di Montpellier e nell’immediato dopoguerra si dedicò esclusivamente alla pittura. Andò a vivere a Parigi, poi, nel 1959, si fece costruire un atelier a Sète e divise il suo tempo tra i due luoghi. Molto presto affinò il linguaggio della sua arte; disegni a china, disegni a carboncino, pitture astratte, segni calligrafici neri o bruni s’impadronivano della superficie bianca, sviluppando nei suoi dipinti i grandi principi di astrazione, di riflessioni oscillanti tra colore e materia, e divenne noto proprio per i suoi dipinti dalle infinite sfumature di nero, alcune molto vicine al risultato fotografico.


Partecipò a molte esposizioni collettive a partire dal 1947, in Francia ed all’estero. A partire dal 1949 e fino a tutt’oggi, le sue opere sono state messe in mostra in numerose esposizioni personali, Musei e gallerie. Nel 1996, dopo Séoul e Pechino, il Museo d’Arte Moderna di Parigi ha organizzato un’ampia retrospettiva di Soulages.


L’artista, parallelamente alla pittura, ha lavorato per il teatro. Ha realizzato, agli inizi degli anni ’50, un’opera incisa e litografata di grande rilievo. Nel 1957 scoprì la tecnica del rame eroso che s’inscriverà fortemente nella sua arte grafica. Realizza degli arazzi, concepisce le vetrate per l’abbazia di Sainte-Foix di Conques. Nel 1976, Soulages si approccia alla scultura e vediamo apparire i suoi primi bronzi.

Oskar Kokoschka, uno degli artisti degenerati

Oskar Kokoschka (1886-1980) nacque a Pochlarn, città nel distretto di Melk nella Bassa Austria, ed è stato incisore , artista , drammaturgo e insegnante; senza dubbbio uno dei maggiori artisti del ‘900. La sua arte è una sintesi armoniosa tra la purezza formale, il colore vivo e coinvolgente, e il tormento dei sentimenti, stile che rifiuta chiaramente ogni ideale di grazia creando visoni fra incubo e realtà. Kokoschka divenne famoso anche per la sua relazione tormentata con Alma Mahler, per la quale dipinse la bellissima tela intitolata “La sposa del vento”.

Oskar iniziò a dipingere a quattordici anni, attratto dalle opere barocche di Franz Anton Maulbertsch, dal nuovo stile di Gustav Klimt e dalla pittura incisiva di Lovis Corinth. Nel 1910, Walden, fondatore della rivista d’avanguardia berlinese Der Sturm, lo convinse a trasferirsi a Berlino, dove l’artista iniziò a curare il Ritratto della settimana, divenendo il primo illustratore della rivista. Affascinato da Freud, si lasciò influenzare dalle sue ricerche sui sogni e il subconscio. La pittura di Kokoschka diviene più reale, dura, senza filtri tanto da essere definita “selvaggia”. Quello che premeva all’artista era rappresentare l’angoscia ed i problemi dell’uomo e della società; la sua opera pittorica influenzò fortemente Egon Schiele.

Oskar Kokoschka, il cavaliere errante, autoritratto, 1915
Kokoschka, Alma Mahler 1912

Dopo il soggiorno a Berlino Oskar fa ritorno a Vienna dove intreccia la nota tormentata relazione con Alma Mahler, vedova del celebre compositore e direttore d’orchestra Gustav Mahler, oggi considerata la più grande musa del XX secolo. Viennese,bella, brillante, aristocratica, promettente musicista, ebbe relazioni con uomini famosi come Klimt, Mahler stesso e, dopo Kokoschka, l’architetto Walter Gropius e lo scrittore Franz Werfel.

Oskar Kokoschka, la sposa del vento, 1914

A lei dedica il dipinto più famoso, La sposa del vento, dove rappresenta i suoi dolori, le sue paure; il quadro infatti segna la fine di un amore tanto travolgente e passionale quanto tormentato e travagliato . È un periodo di crisi per Kokoschka che decise di arruolarsi. Subito dopo la guerra insegnò per qualche anno all’Accademia di Dresda. Tornato a Vienna, dopo l’annessione tedesca dell’Austria si rifugiò a Praga ma il successivo regime nazista confiscò la maggior parte delle sue opere. La sua arte fu considerata degenerata e l’artista fu costretto ad emigrare a Londra.

Oskar Kokoschka, femme en bleu
Oskar Kokoschka, View of Constantinople
Oskar Kokoschka, view of Amsterdam
Oskar Kokoschka, Il duomo di Firenze

Di particolare importanza è anche il dipinto di satira politica L’Uovo Rosso del 1949-1941 in cui è raffigurato un pollo arrosto ( la Cecoslovacchia) che vola via e depone sul piatto un uovo rosso. Nello sfondo Praga brucia. Al tavolo siedono Mussolini e Hitler con un elmo di carta, sotto al tavolo c’è un gatto con un cappello da Napoleone e una coccarda e dietro, con la coda che forma il segno della sterlina, il leone inglese su di un piedistallo con l’iscrizione: ‘In pace Munich’. Il quadro fu a suo modo profetico.

Dopo la guerra, si stabilisce in Svizzera, sulle rive del lago di Ginevra, continuando l’insegnamento presso l’Accademia internazionale estiva di Strasburgo. Fra il 1967 e il 1968 esegue alcune opere contro la dittatura dei generali in Grecia e contro l’occupazione russa della Cecoslovacchia. Nell’ultimo decennio di vita continua a lavorare dedicandosi principalmente a vedute di grandi città e nel 1973 nella sua casa natale, viene inaugurato l’archivio Oskar Kokoschka. Muore il 22 febbraio 1980, novantaquattrenne, in un ospedale di Montreux, nella sua adorata Svizzera.

Augusto Daolio , non solo Nomadi

«Mi piace pensare che il linguaggio e la possibilità di esprimersi creativamente, artisticamente sia una specie di necessità. Io la pratico anche come una piacevole disciplina. Dal dipingere sono stato scelto, ma non so perché questo sia avvenuto. Sono stato fortunato, ho incontrato la musica, ho incontrato la poesia, ho incontrato la pittura, le parole. Voglio dire che non ho cercato mai niente». Sono le parole che l’indimenticabile Augusto Daolio ha usato per delineare una delle grandi passioni della sua vita: quella per la pittura.

Tutti o quasi conosciamo Augusto Daolio come il fondatore e la voce dei Nomadi, ma non tutti sanno che è stato anche un eccellente pittore e disegnatore di genere surrealista. La città di Ferrara a trent’anni dalla scomparsa gli dedica la mostra antologica,una selezione di 56 lavori dell’artista, olii e chine colorate, realizzati tra il 1973 e il 1992 . Il respiro della natura, alla Palazzina Marfisa d’Este. In mostra dal 18 giugno all’11 settembre 2022 .

«I disegni di Daolio – dice Vittorio Sgarbi – sono le evocazioni di emozioni che sono dentro di noi e che non dobbiamo faticare a riconoscere. Augusto è andato lontano, è andato sulla luna ma gli sarebbe bastato stare a Novellara con la stessa fantasia di un grande pittore come Lelio Orsi, evocato da Pietro Di Natale, che ha dipinto nella Rocca un padiglione di verzure con il Ratto di Ganimede. Gli amori, i desideri, le lunghe notti d’estate ritornano, e un poeta lascia interrotto il suo sogno perché lo continui un altro. Così è stato per Augusto Daolio».

«​​La musica la coltivo come mezzo sociale per comunicare con gli altri: ansie, rabbia, amore, idee e progetti.
La pittura per scavare dentro me, per interrogarmi,
per lo stupore, la meraviglia e il segreto»


Augusto Daolio

Achille Laugè pittore e litografo postimpressionista

Una ventina di giorni fa ho avuto il piacere di visitare un’importante retrospettiva sul pittore francese Achille Laugè (1861-1944) alla Fondazione dell’Hermitage di Losanna.
Artista profondamente impegnato in Occitania, di cui era originario, Laugé è noto per il suo singolare percorso all’interno del movimento post-impressionista.

La mostra, che comprende circa ottanta opere e copre l’intera carriera di Laugé, mette in luce l’ originalità di questo pittore legato ai temi della vita quotidiana e dotato di una sensibilità eccezionale. Il suo stile raffinato e semplice allo stesso tempo, si avvale dei plen air dei dintorni della sua casa in Cailhau, dei fiori del suo giardino, dei ritratti dei suoi cari. Con una tecnica pura caratterizzata da tre colori primari giustapposti in piccoli punti vicini al divisionismo

Nato da una famiglia di contadini, Laugé abbandonò gli studi di farmacia per entrare nell’École des beaux-arts di Tolosa, dove divenne amico di Antoine Bourdelle, per poi continuare i suoi studi a Parigi e condividere la bottega di Aristide Maillol. Nel 1886, al Salon des Indépendants, Laugé scopre l’arte di Georges Seurat, una vera rivelazione per lui. Nel 1892, si spostò a Carcassonne ormai convertito al colore puro spalato.

Solo davanti alla luce abbagliante del sud, Laugé sperimenta la teoria dei colori di Seurat e Signac. Crea sontuose nature morte, dove bouquet di papaveri e margherite si accompagnano a frutta matura e rami di mandorli in fiore. Come Monet Laugè lavora sulla serie, rappresenta senza sosta scorci delle strade di Cailhau. I suoi paesaggi, rigorosamente costruiti, sono fedeli alle sfumature di luce, ai passaggi stagionali in tutte le loro sottili variazioni. Osservando queste strade l’artista crea composizioni in stile minimalista che emanano un dolce sensazione di tranquillità, di un senso della composizione molto geometrico e un gusto pronunciato per gli ampi spazi.

La sua tecnica caratterizza anche i ritratti degli anni 1896 – 1899 e va di pari passo con la delicatezza che permea tutta la sua opera. Tra il 1905 e il 1910 ammorbidisce il suo tocco continuando a utilizzare una tavolozza ridotta a pochi colori. Tra il 1920 e il 1930 trascorre le estati a Collioure, un alto luogo di ispirazione per gli artisti di inizio secolo. La vita di Laugé termina nel 1944; senza aver mai smesso di lavorare ha mantenuto la peculiarità della sua tavolozza e la libertà della sua caratteristica vivace.

William Turner, paesaggista eccelso

Joseph Mallord William Turner (Covent Garden, 1775 – Chelsea, 1851) raffigurò una natura selvaggia che rispecchiasse lo stato d’animo dell’essere umano destinato a un ruolo marginale all’interno della rappresentazione; è considerato anche uno degli anticipatori dell’impressionismo per una serie di punti in comune con gli artisti del sodalizio francese.

Pescatori in mare, il contrasto tra uomo e natura

La critica è solita attribuire ad alcuni artisti l’anticipazione della pittura en plein air ed è noto che lo stesso Turner immortalasse i paesaggi visti durante i viaggi su dei taccuini. Inoltre, esattamente come gli artisti francesi, ha sempre posto al centro della sua ricerca artistica il colore. Tuttavia, è importante ricordare che le scelte artistiche del pittore inglese e degli impressionisti non furono ispirate dagli stessi presupposti. Infatti, mentre gli impressionisti volevano restituire allo spettatore una visione fedele della natura, Turner utilizzava gli schizzi dei suoi taccuini per rappresentare le emozioni suscitate dallo spettacolo di incredibili eventi naturali.

Autoritratto , William Turner

A partire dal 1794 Turner iniziò a ricevere le prime commissioni e nel 1796 presentò alla Royal Academy il suo primo dipinto a olio: Pescatori in mare. Sempre in questi anni entrò in contatto con le opere dei grandi maestri del passato come Giovanni Battista Piranesi e Rembrandt Harmenszoon van Rijn, dai quali apprese importanti insegnamenti riguardo la gestione del chiaroscuro e alla resa di paesaggi pervasi del sentimento del sublime. Il sublime era uno dei temi principali della pittura romantica e consisteva nella realizzazione di opere di carattere paesaggistico in cui la natura risultava imponente rispetto all’insignificanza dell’essere umano. Un’altra grande fonte di ispirazione la trasse dalle pitture di Nicolas Poussin e di Claude Gellée

William Turner, La cattedrale di Lincoln , 1795- acquarello su carta, Londra, The British Museum
J.M. William Turner, Castel dell’Ovo, Napoli, con Capri sullo sfondo, 1819

Nel 1804 William Turner aprì un suo atelier per svincolare la sua arte dalla Royal Academy, a causa di alcune critiche ricevute riguardo al proprio stile. Gli accademici reputavano che il pittore non stendesse il colore in maniera opportuna e che i suoi paesaggi non fossero abbastanza realistici ma, nonostante le critiche, nel 1807 ottenne una cattedra di prospettiva alla Royal Academy.

Turner, Venezia La Dogana e San Giorgio Maggiore

Nel 1818 incaricato di andare in Italia per illustrare The picturesque tour of Italy dell’architetto James Hakewill, riuscì ad ammirare i capolavori dei grandi maestri italiani, che ebbero una grande incidenza sul suo stile. Nella capitale conobbe numerosi artisti, tra i quali il celebre scultore Antonio Canova che lo fece nominare membro dell’Accademia di San Luca; incantato dai paesaggi italiani, ritornò una seconda volta in Italia tra il 1828 e il 1829. Durante questo soggiorno visitò diverse città per poi stabilirsi per qualche mese a Roma, dove organizzò una mostra a Palazzo Trulli. Nella capitale, William realizzò numerose opere e anche diversi bozzetti, che elaborò su tela una volta tornato in patria, come nel caso di Ulisse schernisce Polifemo – Odissea di Omero (1829).

Joseph Mallord William Turner, Ulisse schernisce Polifemo – Odissea di Omero National Gallery di Londra

Turner dopo aver viaggiato molto programmò anche di tornare a Venezia ma il peggioramento delle sue condizioni di salute non gli permisero di tornare in Italia. Il suo malessere fisico si riflesse anche sul suo carattere tanto che si isolò a Chelsea, un quartiere di Londra, dove nascose la sua identità. Negli ultimi anni di vita cercò di affogare la sua depressione nell’alcol, che aggravò ancora di più le sue condizioni fisiche fino a portarlo alla morte nel 1851.

William Turner, Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi, 1835, olio su tela
Alnwick Castle, Joseph Mallord William Turner, 1829

l’apoteosi floreale di Joseph Raffael ( 1933-2021 )

Rose, peonie, fiori a volontà in acquerelli dal formato medio piccolo, spesso realistici, altri dall’aspetto più astratto. I lavori di Joseph Raffael, rendono merito a ogni singolo fiore, dipinge ciò che l’occhio non può trattenere e apre un dialogo con la bellezza liberando il flusso del colore.
Joseph Raffael nato a Brooklyn, New York nel 1933, ha frequentato la Cooper Union di New York e la Yale School of Fine Arts. Ha anche ricevuto una borsa di studio Fulbright per Firenze e Roma. Il lavoro dell’artista è stato esposto presso l’Accademia Americana delle Arti e delle Lettere e successivamente in numerose altre gallerie e musei americani.
Trent’anni fa, Joseph Raffael e sua moglie Lannis si sono trasferiti nel Sud della Francia per semplificare e ottimizzare l’ispirazione di Joseph che lontano dal caos si è completamente immerso nella natura. Lannis ha realizzato e curato un giardino in prossimità del mare, in mezzo ad alberi secolari, cespugli, piante grasse e succulente, con fiori di ogni colore dell’arcobaleno. Una sorta di paradiso brulicante di vita che ha fornito all’artista svariati soggetti; ogni opera è un inno alla vita multi-colore, ogni centimetro quadrato di tela è festoso, un intreccio di scarabocchi, linee, cerchi e sfaccettature che scherzano e giocano con la mente e l’occhio, una condivisione di colori che saltellano energeticamente attraverso la carta. Nulla di innovativo ma decisamente allegra la sua pittura, un colpo d’occhio sulla vivacità estiva di una natura generosa.

Joseph Raffael

Manolo Valdes, artista poliedrico e sperimentatore

Manolo Valdes

Manolo Valdés nasce a Valencia, Spagna, l’8 marzo 1942. Nel 1948 entra nella locale scuola dei Domenicani dove studia fino al conseguimento del diploma di maturità. Nel 1957 si iscrive alla Scuola di Belle Arti San Carlos di Valencia, che tuttavia lascia due anni più tardi per dedicarsi alla pittura. Nel 1962 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Nebli di Madrid e nel 1964, assieme a Jean A. Toledo e Rafael Solbes, fonda il gruppo Equipo Cronica. Nelle loro opere vengono combinati elementi della Pop Art inglese e americana ispirandosi inoltre alle opere di maestri come Pablo Picasso e Diego Velásquez.

Manolo Valdés-Perfil-I, 2013-collage

Manolo Valdes, desnudo azul

Toledo lascia il gruppo nel 1965, ma Valdés e Solbes partecipano a numerose altre mostre, tra le quali “Kunst und Politik” esposta a Karlsruhe, Wuppertal e Colonia nel 1970. Il gruppo si scioglie con la morte di Soldes nel 1981.

Valdés nel 1991 espone alla Marlborough Gallery di New York e nel 1995 tiene la sua prima personale in Italia alla galleria d’arte Il Gabbiano, a Roma. Nel 1999 assieme a Carles Santos ed Esther Ferren, rappresenta la Spagna alla Biennale di Venezia. Nel 2002 il Guggenheim Museum di Bilbao gli dedica una retrospettiva. Il suo lavoro è un meticoloso lavoro di fusione di dettagli catturati da dipinti di grandi maestri come Matisse, Manet, Francisco Goya, Pablo Picasso, ecc., con cui forma uno stile personale che pratica una revisione storica senza annullare il valore dell’originale. Al suo attivo anche numerose sculture, raffinate e ispirate aispirate a Diego Velázquez; l’artista attualmente vive e lavora a New York.

Valdés è un artista poliedrico, la sua ricerca espressiva e formale è in grado di unirsi alle voci provenienti dal passato della storia dell’arte. Il linguaggio visivo vitale, lo studio della materia, il personale realismo pittorico, il ricorso a stratificazioni multidimensionali e le opere in grande scala, sono solo alcuni dei tratti distintivi di Valdés che rendono il suo stile immediatamente riconoscibile. Le sue opere mostrano quanto la passione per l’arte lo spinga a cercare nuova espressività testando materiali inusuali, colori pastosi e bituminosi, dettagli luminosi e sostanze grezze che imprimono oggetti materici e corposi sulle tele; con la lavorazione del legno, del prezioso alabastro e la fusione di resine e bronzo riesce a dar vita a originali sculture.

L’esposizione del 2021 “Manolo Valdés. Le forme del tempo”, ha riportato l’artista spagnolo a Roma dopo ben 25 anni di assenza; esposte una settantina di opere tra quadri e sculture in legno, marmo, bronzo, alabastro, ottone, acciaio, ferro, alcune delle quali di imponenti dimensioni , provenienti dallo studio dell’artista e da autorevoli collezioni private, una traccia del percorso creativo di Valdés dai primi anni Ottanta.

Il 2022 lo vede presente in Italia, dal 18 aprile al 27 novembre presso la sede veneziana della Galleria d’arte Contini.

Hannu Palosuo, l’artista della memoria obliterata

Hannu Palosuo è nato nel 1966 a Helsinki in Finlandia. Nel 1989 è andato a Roma con una borsa di studio e ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi “La Sapienza” con l’indirizzo di “Storia dell’Arte Moderna” e l’Accademia di Belle Arti. Dopo qualche anno si è trasferito stabilmente a Roma dove vive e lavora. Numerose sono le esperienze di lavoro artistico in Europa e nel resto del mondo; Palosuo diventa artefice di una moderna figurazione che rivela una tematica ricorrente e pur sempre attuale. Sull’evocazione della memoria e del ricordo, l’artista rende protagonista la quotidianità, con toni contrapposti ma concordanti per evidenziare il positivo e il negativo dell’immagine, la presenza e l’assenza. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 2009, 2011 e 2013, alla Biennale del Cairo nel 2010 ed alla Biennale di Curitiba nel 2017 e 2019. Le opere di Palosuo prendono ispirazione anche dai molti viaggi compiuti dall’artista in giro per il mondo, in Asia, in Africa, in Medio Oriente e in Brasile.

Hannu Palosuo

Negli ultimi dieci anni l’artista ha cambiato motivi ma non ha mai abbandonato la parte più essenziale, il senso di qualcosa che non c’è. Nelle sue opere c’è sempre una sedia al posto di un “qualcuno”, ed è sia metafora che riguarda l’umanità, ma anche richiamo di un elemento statico, la memoria.
Mentre i nostri occhi sono impegnati a guardare, le nostre anime iniziano a ricordare e inconsciamente riportano qualcosa delle nostre stesse vite nei suoi lavori. Non solo guardiamo il soggetto dei suoi dipinti, ma contemporaneamente ritroviamo una parte di noi stessi.

I sentimenti sono trasferiti sulle sue tele, il suo stile è bello, le immagini sono visualmente avvincenti. La semplicità lungo le incontrollabili ombre e il sentimento dell’atemporalità possono ricondurre l’interpretazione al concetto scandinavo o addirittura russo del tempo dilatato, esprimendo sentimenti profondi.

Palosuo gioca spesso con l’illusione e lascia che la materia prima, la stessa tela, sia come uno strato del dipinto.
La trasparenza nei suoi dipinti è sempre fortemente accentuata, i suoi obiettivi, con silhouettes su una tela grezza, danno modo allo spettatore di proteggere il loro stesso significato. La trasparenza e il vuoto sono, comunque, solo l’altra metà del paradosso, perché i suoi lavori sono d’altro canto pieni di forti riferimenti.
Nei lavori di Hannu la bellezza è sottratta, perché il loro spirito è legato ad una specie di consiglio; sembra dire “Guarda di nuovo, nota e ripensa”.

qui il suo sito: https://www.hannupalosuo.com/pagecv