Piero Guccione (1953-2018)

Nato a Scicli in provincia di Ragusa, terzogenito di una famiglia della piccola borghesia abbandona gli studi classici per dedicarsi a tempo pieno al disegno e alla pittura col benestare della sensibiltà paterna per l’arte. Per un anno frequenta la Scuola d’arte di Comiso, quindi l’Istituto d’arte di Catania. Nell’autunno del 1954, si trasferisce a Roma per iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Si mantiene lavorando come grafico in uno studio romano dove può cimentarsi in nuove forme espressive, dai manifesti pubblicitari alle caricature per giornali fino ai disegni di mobili. Nella Capitale incontra Renato Guttuso nello studio di Villa Massimo: gli mostra i propri disegni e inizia a frequentare i pittori neorealisti della Galleria Il Pincio, in Piazza del Popolo. Stringe amicizia con Astrologo, Attardi, Tornabuoni e Vespignani. Alla Galleria Nazionale di Valle Giulia ammira le opere di Scipione, Mafai e Pirandello. Nel 1960 inaugura la sua prima personale alla Galleria Elmo di Roma. Nel 1970 dipinge Le linee del mare e della terra, un dipinto di formato ridotto che dà l’avvio all’omonimo ciclo, tra i più esemplari e apprezzati della sua pittura.

Guccion, Nuove forme nella campagna di San Giovanni Valdarno

A Parigi, dove espone per la prima volta nel 1976, visita una mostra sulla pittura del Romanticismo e viene “folgorato” dalla sala dedicata a Caspar David Friedrich, «dal suo occhio freddo ed incandescente, insieme», che tanto influenzerà la sua produzione degli anni seguenti. È il caso dei due dipinti Sul far della luna e Il grido della luna, che alle soglie del terzo millennio aprono l’ultimo ciclo dedicato al mare, non più superficie ma profondità assoluta e armonia dell’invisibile. Nel 2004 riceve da Carlo Azeglio Ciampi la Medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica Italiana come benemerito dell’arte e della cultura. Al Festival Internazionale del film di Roma e alla Biennale di Venezia del 2011 viene presentato il film documentario Piero Guccione, verso l’infinito, del regista Nunzio Massimo Nifosì. Si spegne il 6 ottobre 2018, all’età di 83 anni, nella sua amata casa di Quartarella (Modica), in Sicilia. Ha esposto alla Biennale di Venezia nel 1966, 1972, 1978, 1982, 1988, 2011. Di lui hanno scritto, alcuni tra i maggiori letterati e critici d’arte del Novecento: Bufalino, Moravia, Sciascia, Siciliano, Jean Clair, Sgarbi, Crispolti, Tassi, Testori, Susan Sontag, Calvesi.

Piero Guccione, Sulla spiaggia di Sampieri, 1967. Collezione privata
Guccione, Paesaggio con macchina, 1993
Piero Guccione, Albero del siparietto,1989, pastelli

La sua è una pittura in cui nella piena libertà del gesto creativo tutto accade in modo naturale e progressivo, sia sotto l’aspetto contenutistico che tecnico con cromie leggere e delicate nei suoi pastelli, fresche e immediate negli acquerelli, morbide nelle opere grafiche e suggestive nei dipinti ad olio.
Molto particolare è la dimensione della luce e l’interazione tra cielo e mare caratteristica delle opere di Piero Guccione, pittore siciliano, esponente di spicco del Gruppo di Scicli .Ha realizzato opere di aspetto singolare, dipinti a olio realizzati dal 1970, con il ciclo Le linee del mare e della terra, cui si affiancano i suoi pastelli, tecnica che scopre tra il 1973 e il 1974.
Per oltre quarant’anni osservando il mare ne ha espresso le variazioni, convinto di trovarci l’anima dell’uomo. Diceva: «Mi attira l’assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento». È sempre stato questo il suo pensiero, giorno dopo giorno: guardare il mare con il desiderio di fissare qualcosa in continuo movimento, come la ciclicità del tempo e il suo inesorabile trascorre. «La mia pittura oggi va verso un’idea di piattezza che contenga l’assoluto, tra il mare e il cielo, dove quasi il colore è abolito, lo spazio pure. Insomma, una sorta di piattezza, che però, in qualche modo, contenga un dato di assolutezza, di una cosa che assomiglia a niente e che assomiglia a tutto», diceva l’artista.

Piero Guccione, il volo del pettirosso
Piero Guccione Cielo e nuvole a Punta Corvo, 2006, pastello

Virgilio Guidi (1891-1984) tra pittura e poesia

Nato a Roma nel 1891 Virgilio Guidi si avvicina alla pittura nel 1908, anno in cui comincia a fare pratica nella bottega di restauro e decorazione di Giovanni Capranesi diventando presto primo aiuto,; abbandona però questo lavoro a causa di alcuni contrasti col suo maestro riguardo le tendenze pittoriche più recenti, e si iscrive all’Accademia delle Belle Arti di Roma, seguendo l’insegnamento di Aristide Sartorio. Si avvicina all’ambiente culturale e intellettuale che gravita attorno al Caffè Aragno, dove avrà occasione di conoscere e frequentare Giorgio De Chirico e Roberto Longhi e gli artisti gravitanti attorno ai “Valori Plastici”, l’importante rivista di diffusione europea, fondata e diretta da Mario Broglio.

opera di Virgilio Guidi

Virgilio Guidi, Uomo che legge

La carriera artistica di Virgilio Guidi comincia nel 1913, anno in cui partecipa e vince il concorso di pittura “Lana” bandito dall’Accademia di San Luca, e in questo periodo comincia ad esporre i suoi primi lavori. In quegli anni ha inoltre l’occasione di prendere visione diretta dell’opera di Cézanne, la cui ricerca formale e spaziale lo influenzerà notevolmente nelle sue future ricerche espressive. A partire dagli anni Venti espone alla Biennale di Venezia, appuntamento a cui parteciperà varie volte nel corso della sua carriera e dove, a partire dal 1940, per molte edizioni successive, gli verrà riservata un’intera sala personale. Al 1942 risalgono invece i suoi primi versi poetici, che danno in via ad una produzione letteraria che sarà una costante nella vita di Virgilio Guidi, e che accompagnerà la sua intera produzione pittorica. Nel secondo dopoguerra si interessa di grafica e a quegli anni risalgono le sue prime litografie. Nel 1951 aderisce al movimento spaziale promosso da Lucio Fontana.

opera di Virgilio Guidi

Virgilio Guidi, Tumulti

Di grande rilevanza e originalità risulteranno , a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, le sue ricerche volte a una inedita figurazione della bellezza femminile, in risposta alle dilaganti iconografie massificate tipiche della Pop Art. La concezione e l’interpretazione della luce e dello spazio avranno sempre un ruolo centrale nell’evoluzione delle sue ricerche formali, costantemente aperte alla sperimentazione. Ancora relativamente poco noti sono i suoi dipinti degli anni Settanta e dei Primi anni Ottanta, che testimoniano con la serie dei grandi Alberi una straordinaria coscienza ecologica.

Virgilio Guidi, Maria Letizia con natura morta, 1961

Un tempo o l’altro ( Virgilio Guidi)

Un tempo o l’altro è la stessa storia
un’anima sale e un’altra discende,
la fossa della morte rigurgita di vita
e il vivere non è che l’ansia di morire.

Non mi contraddico, spirito della vita,
se vedrai volgere l’abbraccio ad occidente
al sole che ritorna nella luce odorosa
d’una perenne infanzia.

Non mi contraddico
se m’adagio sulla tenera erba del prato
e aspiro il delicato odore della terra.

***

Il deserto ( Virgilio Guidi)

Il deserto è deserto, Giulia,
ma tante splendide luci
lo illuminano.
Tutto è morte, ovunque è morte
ma dalle tombe ritornano i morti.
Quando saranno tutti ritornati
la materia sarà corpo dello spirito
non più solitario e scontento.

°°°

Che l’anima s’acquieti
e veda quel che è il mondo:
un eterno male e bene,
un edificare e distruggere
per una legge naturale.

Virgilio Guidi, ritratto fotografico di Paolo Monti

per finire in bellezza

Moonchild (Detail), 2017 – Santiago Caruso

SANTIAGO CARUSO (Quilmes, Argentina 1982) coltiva un linguaggio del romanzo e della retorica personale, sebbene radicato nell’estetica simbolista. La sua produzione si distingue tanto per la complessità discorsiva quanto per il vigore della tecnica. Dedicate alla fantasia , le sue più importanti versioni illustrate sono: Jane Eyre (Folio Society); I canti di Maldoror (Valdemar); L’orrore di Dunwich , La contessa sanguinaria , Il monaco e la figlia del boia re , del giallo (Libros del Zorro Rojo); Materia Oscura , El Eco de mis Muertes (Aguijon de la Noche); Le Mura del Castello , La Prenotazione (Labirinto Nero).
Ha realizzato copertine di libri per Tartarus Press, Actes Sud, Planeta, Sudamericana e Páginas de Espuma. Inoltre sviluppa copertine di album per varie band in America e in Europa.
In qualità di insegnante e divulgatore, tiene conferenze e seminari in altri paesi. Dal 2015 guida il ciclo El Aguijón de la Noche dove esegue improvvisazioni pittoriche dal vivo interagendo con la musica e recitando prosa e poesia come tentativo di recuperare per il mondo secolare, l’articolazione rituale di icona, musica e parola.
L’opera di Caruso è ben rappresentata in gallerie e musei di Argentina, Stati Uniti, Regno Unito, Slovacchia, Brasile, Messico e Spagna.

(biografia tratta dal suo sito : https://santiagocaruso.com.ar )

Mario Merz (1925-2003) artista pittore e scultore

Mario Merz nasce a Milano il 1 gennaio 1925 da famiglia di origine svizzera e cresce a Torino. Durante la guerra lascia la Facoltà di Medicina e si unisce al movimento antifascista Giustizia e Libertà. Nel 1945, imprigionato per un anno alle Carceri Nuove di Torino, esegue disegni sperimentando un tratto grafico continuo, senza mai staccare la punta della matita dalla carta. Nel 1954 tiene la prima personale presso la Galleria La Bussola a Torino, dove espone disegni e quadri i cui soggetti rimandano all’universo organico e dai quali emerge la conoscenza dell’Informale e del linguaggio dell’Espressionismo Astratto americano. Nel 1959 sposa Marisa, artista che diventerà sua compagna inseparabile. La coppia si trasferisce in Svizzera, poi a Pisa, per tornare a Torino dove Merz realizza una serie di strutture aggettanti, opere volumetriche intese come possibile fusione dei mezzi espressivi di pittura e scultura.
Dalla metà degli anni Sessanta il desiderio di lavorare sulla trasmissione di energie dall’organico nell’inorganico lo porta a realizzare opere in cui il neon trapassa oggetti di uso quotidiano quali un ombrello, un bicchiere, una bottiglia, il proprio impermeabile. Incontra a Torino il critico Germano Celant, che conia il termine “Arte Povera” e lo include tra gli esponenti del nuovo linguaggio. Partecipa alle prime mostre del gruppo. Con l’adozione della forma dell’igloo, intorno al 1968, avviene lo sganciamento definitivo dal piano bidimensionale della parete. I primi igloo vengono presentati al Deposito d’Arte Presente a Torino. Negli anni produce ciascun esemplare utilizzando i materiali più vari, sviluppando ogni volta nuove relazioni con i contesti incontrati.
A partire dal 1970 inizia a usare la serie numerica di Fibonacci, all’interno della quale riconosce un sistema capace di rappresentare i processi di crescita del mondo organico. A Berlino, dove soggiorna per un anno nel 1973, ospite del Berliner Künstlerprogramm, indirizza la propria ricerca sul tema dei tavoli, intesi quali elementi unificanti, fondamentali per la costruzione di una possibile Casa Fibonacci. Le principali collettive includono Kunsthalle, Berna (1969), Biennale di Tokyo (1970), Kunstmuseum, Lucerna (1970), Documenta 5, Kassel (1972), Biennale di Venezia (1972). Tiene la prima personale negli Stati Uniti presso il Walker Art Center, Minneapolis (1972).


Dalla seconda metà degli anni Settanta sviluppa una rinnovata frequentazione con la pratica pittorica e si dedica a una serie di opere dove l’igloo, le fascine, i numeri al neon, i tavoli e gli ortaggi includono pacchi di giornali. La prima personale in un museo europeo è alla Kunsthalle, Basilea, seguita dalla mostra all’Institute of Contemporary Art, Londra (1975). Partecipa alla Biennale di Venezia (1976 e 1978). Nel corso degli anni Ottanta il repertorio pittorico si arricchisce di immagini di animali primitivi, terribili e notturni. Si susseguono importanti retrospettive in musei internazionali tra cui Museum Folkwang, Essen, Stedelijk van Abbemuseum Eindhoven (1979) Whitechapel, Londra (1980), ARC/Musée d’Art Moderne de la Ville, Parigi (1981), Kunsthalle, Basilea (1981), Moderna Museet, Stoccolma, Palazzo dei Congressi, San Marino (1983), Kunsthaus Zurigo (1985) e tra le collettive partecipa alle Biennali di Sydney (1979), Documenta 7, (1982), Biennale di Venezia (1986).

l’igloo di Borgo San Paolo, Torino, Mario Merz

Bisonti, ( se la forma scompare la radice è eterna), 1982, Mario Merz


Realizza numerose installazioni in spazi esterni a Torino, Parigi, Ginevra, Sonsbeck e Münster e opere di grandi dimensioni al Museo di Capodimonte, al CAPC Musée d’art contemporain, Bordeaux e alla Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, Parigi (1987). I riconoscimenti internazionali includono personali al Guggenheim Museum, New York (1989), al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, al Centro Luigi Pecci, Prato (1990) e alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento (1995) e proseguono gli inviti a realizzare installazioni per spazi pubblici, tra cui la metropolitana di Berlino, la stazione ferroviaria di Zurigo, la linea tramviaria di Strasburgo. Altri importanti appuntamenti di questi anni includono Documenta IX Kassel (1992), Biennale di Venezia (1997).
In nuove mostre personali sviluppa il tema Casa Fibonacci, come nell’esposizione alla Fundação Serralves, Porto (1999). Ampio rilievo viene dato alla pratica del disegno, che diventa protagonista di una serie di installazioni di grandi dimensioni. Espone al Carré d’Art – Musée d’art contemporain, Nîmes (2000) ed espone per la prima volta in America Latina con la mostra personale alla Fundación Proa, Buenos Aires (2002). Partecipa a Zero to Infinity: Arte Povera 1962-1972 (2001), la prima antologica sull’Arte Povera nel Regno Unito organizzata dalla Tate Modern di Londra e dal Walker Art Center di Minneapolis. Il 6 novembre 2002 viene inaugurata l’installazione permanente Igloo fontana per il Passante Ferroviario della Città di Torino. Tra le numerose onorificenze, riceve la Laurea honoris causa dal Dams di Bologna (2001) e il Praemium Imperiale dalla Japan Art Association (2003). Mario Merz muore nel novembre del 2003 a Milano

Mario Merz, fondazione Merz , Torino

Mario Merz, Foglia, 1952

Mario Merz, fondazione Merz , Torino

La Fondazione, intitolata a Mario Merz, nasce nel 2005 a Torino in via Limone nell’edificio di una vecchia centrale elettrica degli anni ’30, come centro d’arte contemporanea , con l’intento di ospitare mostre, eventi, attività educative e portare avanti la ricerca e l’approfondimento dell’arte.

Mario Merz

Incompiuta – con voce e dipinto di Sergio Carlacchiani

incompiuta

Non ci fu arcobaleno a far da ponte
nessun chiaro di luna ci illuminò,
stanze crollate per bradisismi di vita
troppi giocattoli rotti da riparare,
un suono una poesia a dolcificare
baci senza labbra. La sinfonia
incompiuta persa tra interferenze
lascia un’eco d’ascolto e graffia
il silenzio diventato necessario.

Daniela Cerrato

“Ultimo dell’anno pittorico”
opera su tavola di legno di Sergio Carlacchiani Pitti

L’espressione pittorica di Sergio Carlacchiani

Quando mi metto davanti al grande cartone bianco che andrò ad imbrattare, quasi sempre so come cominciare per seguire l’ispirazione che mi ha portato lì davanti…

Senza tentennamenti inizio ma poi durante l’esecuzione ci possono essere dgli errori o delle insoddisfazioni rispetto a ciò che era nel pensiero originario che mi  spingono a cercare altro o meglio a scoprirlo, perchè magari già s’è mostrato ma non sono riuscito né ad indentificarlo né ad interpretarlo …

Bisogna essere pronti ad aggiustare subito lo sguardo, inventarsi gli utensili e la tecnica che serve per assecondarlo …

L’arte spesso è un mestiere che via via s’impara, magari anche da soli, diventa quasi un ‘artigianato, un fare creativo duro, comprovato, asservito al pensiero …  

Le circostanze spesso determinano il metodo da adottare, il tempo per pensare e realizzare… 

Quasi mai inizio un ‘opera e non la concludo in giornata. 

Di solito mi esprimo con il gesto fatto di slancio, di forza, di passione … 

Rifletto anche ma spesso è troppo tardi per modificare, appianare, cancellare,  rimettere meglio a posto …

L’inutile a volte può rivelarsi utile, come l’accidente, la macchia, lo strappo, è quindi l’ elasticità creativa, dovuta alla consapevolezza del déjà vu storico e naturale che ti permette di inglobare o no senza quasi mai sbagliare.


Il dipinto si compie atraverso un fare deciso, lo sguardo è attento, segue il cervello in trance…

La bellezza, è una sostanza che si avverte fuori, dentro e attorno l’opera, così anche l’opposto; vittoria o sconfitta a poca distanza, luna dall’altra…

Quando sento di aver scaricato tutto quel che sentivo sul cartone bianco,  di averlo reso quasi leggibile , di aver raccontato una nuova storia o la prosecuzione di un’altra già iniziata, allora metto la parola fine. È soltanto una sensazione ma è rara , a volte abbastanza appagante, altre addirittura unica, accompagnata da una sentimento di stupore, di essere riuscito a compiere nel modo migliore ciò che mi sembrava inizialmente soltanto una visione perlopiù caotica, magmatica, caotica, complessa, irraggiungibile…

Ogni volta, non sono minimamente sicuro di arrivare a una qualsiasi meta, il traguardo finale , quello auspicato è sempre una chimera… “

Sergio Carlacchiani

Sergio Carlacchiani, “Anima divina tra le macerie di una città”, 2012
Sergio Carlacchiani, “Sulla pelle della Terra” (foto di Karl Esse, 2009)
“Apparizioni” dipinto su tavola di legno, tecnica mista , Sergio Carlacchiani
Palace Paradiso , tecnica mista su tavola di legno , Sergio Carlacchiani

Le opere di Sergio Carlacchiani, classe 1959, impattano per il contrasto di luci e ombre, di presenze assenze, di manifestazioni dell’animo tormentato da dubbi e domande; è un linguaggio pittorico forte con riferimenti spesso da cercare nelle tracce intricate del disegno. Di natura evocativa conducono in scenari apocalittici individuali o collettivi, in profonde analisi dell’esistenza e delle calamità che la possono attraversare. Non mancano apparizioni di Luce che fanno emergere una voce augurale di speranza per l’umanità.

“Scheggia di sogno ” dipinto di Sergio Carlacchiani, su tavola di legno a tecnica mista.
Angelo Custode 43
Campo di Fiori 46

oltre alla sua pagina fb https://www.facebook.com/SergioCarlacchiani dove convivono poesia e pittura, potrete trovare altre sue info e opere sul sito https://sergio-carlacchiani.blogspot.com/p/blog-page.html

Claudio Cintoli (1935-1978) artista pittore e scenografo

Claudio Cintoli nacque a Imola nel 1935 da genitori residenti a Roma ma temporaneamente trasferiti per esigenze del padre. Durante la Seconda Guerra Mondiale visse a Recanati nel palazzo del nonno materno, Biagio Biagetti, noto pittore di arte sacra e direttore dei Musei Vaticani. Cintoli lascerà Recanati per Roma nel 1946, ma manterrà sempre un forte rapporto con la città della sua infanzia tanto che la sua prima mostra personale verrà organizzata a Recanati presso il Palazzo Comunale. A Roma si iscrisse al Liceo Scientifico e collaborò alla rivista scolastica “Conquista” per la quale realizzò vignette e disegni che mostravano già un precoce talento.

Claudio Cintoli
Claudio Cintoli, come la musica


Nel 1955 si iscrisse alla Facoltà di Architettura dell’Università di Roma, che tuttavia lasciò dopo appena un anno per iscriversi all’Accademia di Belle Arti, nella sezione Pittura. Nello stesso anno vinse una borsa di studio per Parigi dove, durante il soggiorno, entrò in contatto con l’arte informale e astratta.


Il giovane artista a soli ventitrè anni mostra già una tecnica matura, esprimendosi con grande sincerità e spontaneità, con tratti sicuri e potenti. Lodato per l’esuberanza di idee, la critica metterà in evidenza le sue contaminazioni artistiche con i maestri e punti di riferimento nell’arte, in questo caso principalmente Vedova e Burri.
Nel 1964 è chiamato dagli architetti Capolei e Cavalli a realizzare il grande murale Giardino per Ursula per il Piper Club di Roma, una tecnica mista con cui ottiene ex aequo il Premio IN ARC, nel 1967. Nel ’64 partecipa al III Premio Scipione Nazionale di Pittura di Macerata con l’opera E-sorcismo e sempre nello stesso anno al Premio di Pittura F. P. Michetti con l’opera Sbarramento. L’anno seguente partecipa alla IX Quadriennale.
Nel 1965 si trasferisca a New York, dove instaura una proficua collaborazione con la Lindberg Productions, con la quale realizzò numerosi film d’animazione. Tornato a Roma nel 1968, presenta le sue prime performance alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini. Vengono così realizzate Annodare, Chiodo fisso, Rimbalzare, Puntelliti e Colare colore. Nel 1973 nasce il suo alter ego Marcanciel Stuprò, veste ironica e libertaria di se stesso con cui firmerà in futuro molte sue opere.
La sua pittura prima è largamente informale e poi iperrealista, Cintoli si dimostra attento a varie tendenze in atto (Arte Povera, Concettualismo, cubismo) con una caratterizzante vena ironica e irrisoria di marca surrealista.
Negli ultimi anni di vita, Cintoli espone a Firenze, al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, a Roma, a Bologna, a Milano, al Museo d’Arte Moderna di Torino e a Messina.
Il 28 marzo 1978 muore a Roma, a soli 43 anni, per un’ emorragia cerebrale. Alla Biennale di Venezia viene realizzata una retrospettiva delle sue opere, e nella presentazione del catalogo, Enrico Crispolti parla di Cintoli come di un artista in continua evoluzione stilistica, sempre alla ricerca di nuovi media e nuovi interessi.
In seguito all’annuncio della sua morte, in molti scriveranno articoli di giornale a lui dedicati per condividerne il ricordo e onorarne la memoria e tra i necrologi emblematico sarà quello dell’amico Concetto Pozzati: «Il 28 Marzo è scomparso Claudio Cintoli un raro artista e amico che non ha mai prevaricato, brigato. Non ha cercato attenzioni facili, inutili e clamorose. Ho perso un fratello e un vero pittore. C.P.»
Dopo un primo periodo post mortem in cui viene ricordato dalla critica, il suo nome subisce una sorta di eclissi durata decenni; da qualche anno viene rivalutato e riconosciuto l’indubbio talento dell’artista morto giovane ma che ha saputo “riempire” di energia, curiosità e ricerca continua il suo percorso artistico.

Claudio Cintoli, Bè Bè o Blé, 1965, olio su tela, Collezione Eleonora Manzolini
Claudio Cintoli, Flamingos, 1966-67, Acrilico su tela, Collezione Virna Lisi
Claudio Cintoli , Studio della selezione dei colori per la testa dei fauves – Omaggio a Kirchner n°1, 1966.

Miquel Barceló

Miquel Barceló (Felanitx, Maiorca, Spagna, 1957) è uno degli artisti spagnoli più importanti della scena contemporanea internazionale. Il suo lavoro spazia da grandi tele e murales a ceramiche, sculture, disegni e arte grafica.

Negli anni Settanta Barceló si distingue per i suoi dipinti di animali di grande formato. In questa fase è influenzato da movimenti artistici come l’espressionismo, l’arte concettuale così come da artisti come Joan Miró, Jackson Pollock e Antoni Tàpies. Il suo lavoro è una riflessione sulla natura, la traccia del tempo e della storia e le origini di alcune culture e modelli di vita, come la cultura mediterranea e quella africana. Sente un profondo interesse per l’Africa, per questo fa un viaggio in Mali; viaggio che si rivela fruttuoso perché compare sui temi principali del suo successivo lavoro.


Grande ammiratore dell’artigianato, questo artista ha lavorato molto con i Dogon in Africa. Attraverso la pittura, la scultura, il disegno, la ceramica, esplora il misterioso legame che unisce lo spirito e la mano dell’uomo fin dalla preistoria per dare vita alle opere d’arte.
Il cambiamento geografico e culturale innescato dai suoi viaggi si riflette nel lavoro di Barceló sotto forma di un profondo rinnovamento della sua materia e delle sue tecniche, e anche in un cambiamento di prospettiva. Pep Subirós, curatore di una mostra di Barcelò ha scritto: “ L’universo africano rivela la natura relativa dei riferimenti eurocentrici che avevano dominato il suo lavoro fino a quel momento. Non lo incitava a far tabula rasa della sua precedente eredità, ma a tornare alle origini profonde; non al nulla, ma a ciò che è essenziale nell’arte, nella vita e nell’opera dell’artista. Lo invitava a liberarsi della corteccia e delle vernici, a liberarsi da pressioni e mode… Lo portava a riscoprire non l’importanza del substrato naturale – che non ha mai perso di vista – ma l’artificiosità, i limiti, la precarietà di ogni cultura”.

Nel 1983 Miquel si trasferisce per cinque mesi in un laboratorio alle pendici del Vesuvio. A questo periodo risale l’opera che realizza per la collezione Terrae Motus: L’ombra che trema, una sorta di autoritratto “metafora della situazione che vive Napoli, una città la cui esistenza è costantemente minacciata dall’imminenza di un terremoto.

Nell’ultimo decennio, Barceló ha ricevuto importanti incarichi istituzionali, ad esempio la decorazione della cappella di San Pietro per la Cattedrale di Maiorca (2001 – 2007) o la decorazione della cupola della Sala dei diritti umani e dell’alleanza delle civiltà nel Palazzo delle Nazioni a Ginevra (2007 – 2008). L’opera d’arte è un’imponente installazione scultorea situata sul soffitto a cupola e consiste in forme simili a stalattiti multicolori che sembrano gocciolare dal soffitto.

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Le sue opere sono presenti in musei e collezioni in tutto il mondo, come il Banco de España (Madrid, Spagna), CAPC Musée d´Art Contemporain (Bordeaux, Francia), Centre Georges Pompidou ( Parigi, Francia), Fondazione Bancaja (Valencia, Spagna), Fondazione Sindika Dokolo (Luanda, Angola), Museo Botero (Colombia, Bogotà), Museo delle Belle Arti di Bilbao (Bilbao, Spagna), Marugame Genichiro – Museo di Arte Contemporanea Inokuma ( Marugame, Giappone), MACBA Museu d’Art Contemporani de Barcelona , MNCARS Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía (Madrid, Spagna) o Museum of Fine Arts (Boston, USA).

Miquel Barceló (Spanish, b. 1957), Floquet de neu
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Barcelò, particolare del soffitto al palazzo dell’Onu a Ginevra

James Ensor, il pittore visionario del dolcetto scherzetto

James Sidney Edouard Baron Ensor (1860 – 1949) è stato un pittore e incisore belga, importante influente figura dell’espressionismo e surrealismo associato al gruppo artistico Les XX.

Ha vissuto a Ostenda per quasi tutta la vita, figlio di un colto ingegnere inglese e di madre belga, non ebbe interesse per lo studio accademico e lasciò la scuola all’età di quindici anni per iniziare la sua formazione artistica con due pittori locali. Dal 1877 al 1880 frequentò l’Accademia reale delle Belle Arti di Bruxelles dove uno dei suoi compagni di studi era Fernand Khnopff. Espose per la prima volta nel 1881 e nella sua vita instraprese solo tre brevi viaggi in Francia, due nei Paesi Bassi nel 1880 e un viaggio di quattro giorni a Londra nel 1892.

Entrata di Cristo a Bruxelles,1889

Ensor è una personalità difficile da leggere, ha vissuto e lavorato nell’attico della casa dei suoi genitori a Bruxelles, quindi si è tentati di etichettarlo come un recluso. Ma nel 1883 è stato uno dei fondatori de Les XX, un collettivo di arte liberale di venti artisti belgi. Les XX ha tenuto una mostra annuale, dove Ensor ha esposto insieme ad artisti come Paul Gauguin , Paul Cézanne e Vincent van Gogh . Questa esposizione sociale e nazionale dunque lo esclude da ogni giudizio di asocialità. La curatrice del MOMA Anna Swinbourne descrive Ensor caratterizzato da un “malvagio senso dell’umorismo” e un “profondo interesse per il carnevale e le prestazioni” . Effettivamente Ensor amava intrattenere, scioccare, inorridire, confondere. Si traveste nei suoi autoritratti, dipinge re che defecano sulla gente comune e le teste umane vengono servite per cena, il tutto con il sorriso morboso del suo teschio preferito. Colori lividi, espressioni grottesche maschere burlesque ovunque, composizione instabile.

1909

Insomma, mentre pittori contemporanei come Pierre Auguste Renoir dipingevano ragazze che suonavano il pianoforte e Cézanne meditava su mele e pere , James Ensor dipingeva scheletri che litigavano per il cadavere di un impiccato. Per queste particolarità durante la fine del XIX secolo gran parte del suo lavoro fu respinto come scandaloso, in particolare il suo dipinto “L’ingresso di Cristo a Bruxelles” nel 1889 , ma i suoi dipinti continuarono ad essere esposti e gradualmente ottenne l’accettazione e il plauso. Nel 1895 il suo dipinto The Lamp Boy (1880) fu acquistato dai Musei Reali di Belle Arti del Belgio , e tenne la sua prima mostra personale a Bruxelles. Nel 1929 fu nominato barone dal re Alberto, e fu il soggetto della James Ensor Suite del compositore belga Flor Alpaerts; nel 1933 fu insignito della banda della Legione d’onore. Nel primo decennio del XX secolo si concentrò sempre più sulla musica: sebbene non avesse una formazione musicale, era un abile improvvisatore sull’armonium e trascorreva molto tempo esibendosi per i visitatori. Questo coincise col riconoscimento tardivo ella sua opera che negli ultimi anni del XIX secolo si addolcì nello stile. Gli storici hanno generalmente visto gli ultimi quaranta o cinquant’anni di Ensor come un lungo periodo di declino, pur notando alcune composizioni originali “superbi e commoventi” del suo periodo successivo. Dipingeva ancora quadri magnificamente vigorosi e audaci, ma il sarcasmo aggressivo che aveva caratterizzato il suo lavoro dalla metà degli anni 1880 era meno evidente

James ensor, i cattivi dottori, 1892,
Scheletri che combattono per un’aringa in salamoia, 1891

Fu anche un prolifico autore di stampe con 133 acqueforti e puntesecche nel corso della sua carriera, di cui 86 realizzate tra il 1886 e il 1891 durante il culmine del periodo più creativo. . Lo stesso Ensor riconobbe che le stampe erano una parte fondamentale della sua eredità artistica, affermando in una lettera ad Albert Croquez nel 1934: “Sì, la mia intenzione è di continuare a lavorare ancora a lungo affinché le generazioni a venire possano sentire me. La mia intenzione è quella di sopravvivere, e penso alla solida lastra di rame, all’inchiostro inalterabile, alla facile riproduzione, alle stampe fedeli, e adotto l’incisione come mezzo espressivo.” Nel 1889, Ensor creò due incisioni altamente politiche. Il primo, intitolato Nutrimento dottrinale, raffigura figure chiave in Belgio – un vescovo, il re, ecc. che defecano sulle masse del Belgio. Il secondo, intitolato Belgio nel XIX secolo o Re Dindon , raffigura il re Leopoldo II che osserva l’intervento violento dei militari durante una protesta. Queste stampe sono oggi molto rare perché Ensor tentò di rimuoverle dalla circolazione dopo essere stato nominato Barone e molte altre andarono perse durante la guerra.

Sebbene si distinguesse dagli altri artisti del suo tempo, ha influenzato significativamente alcuni pittori come Paul Klee , Emil Nolde , Alfred Kubin , Wols e altri espressionisti e surrealisti del XX secolo.

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Vasilij Kandinskij, la poesia del colore

“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta.
Il colore è la tastiera, gli occhi sono il martelletto, l’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che suona, toccando un tasto o l’altro, per provocare vibrazioni nell’anima. […] Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e… smetti di pensare! Chiediti solamente se il tuo lavoro ti ha permesso di passeggiare all’interno di un mondo fin qui sconosciuto. Se la risposta è sì, che cosa vuoi di più? […] Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, è spesso è madre dei nostri sentimenti. Analogamente, ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridar vita a principi estetici del passato può creare al massimo delle opere che sembrano bambini nati morti [—] Le tonalità cromatiche, come quelle musicali, hanno un’essenza sottile, danno emozioni più sottili, inesprimibili a parole. Forse ogni tono troverà col tempo un’espressione materiale, verbale. Eppure ci sarà sempre qualcosa che la parola non può rendere compiutamente, e che non è superfluo, ma l’essenziale. Per questo le parole sono e restano accenni, segni abbastanza esteriori dei colori. In questa impossibilità di sostituire l’essenza del colore con la parola o con altri mezzi sta la possibilità dell’arte monumentale. “
( Vasily Kandinsky, 1866-1944)

il cavaliere blu

Vasily Kandinsky è stato un importante innovatore della pittura, rapprensentante dell’astrattismo russo ha saputo far cantare i colori nella loro massima espressione. Si è formato da significative intersezioni con artisti, musicisti, poeti e altri produttori culturali, in particolare quelli che condividevano la sua visione transnazionale e la sua tendenza a sperimentare. Trasferitosi più volte, si è adattato ad ogni suo spostamento in Germania, in Russia e infine in Francia, il tutto sullo sfondo degli sconvolgimenti sociopolitici che si verificano in quell’epoca.
Il suo non è stato un percorso fisso dalla rappresentazione all’astrazione, ma un passaggio circolare che attraversava temi persistenti incentrati sulla ricerca di un ideale dominante: l’impulso all’espressione spirituale. Quella che Kandinsky chiamava la “necessità interiore” dell’artista, rimase il principio guida attraverso le periodiche ridefinizioni della sua vita e della sua opera.
Le scienze naturali e il movimento surrealista, così come un costante interesse per le pratiche culturali e il folklore russo e siberiano lo hanno stimolato nei temi ricorrenti di rinnovamento e metamorfosi. I dipinti del suo decennio di insegnamento al Bauhaus, una scuola tedesca progressista, manifestano la sua convinzione che l’arte possa trasformare se stessa e la società ed esemplificano la rivitalizzazione del suo stile astratto a seguito del contatto diretto con l’avanguardia in Russia. Quando viveva nei dintorni di Monaco ha partecipato a un’intensa attività d’avanguardia in più discipline, muovendosi fluidamente tra pittura, poesia e composizione scenica. Nel tempo l’artista ha interrogato le possibilità espressive del colore, della linea e della forma.

In parallelo con la pittura si è cimentato nella composizione di sceneggiature e ha coltivato la passione per una produzione letteraria poetica. Per Kandinsky dipingere e scrivere sono attività simili. Nell’aspetto più spirituale nell’arte Kandinsky dedica al colore pagine densamente poetiche: “il silenzio gravido del bianco: un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere “.
Parole che evidenziano una dote poetica nel suo modo di associare colore e parola che va oltre la mera rielaborazione ed è affine alle intersezioni tra vocali e colori di Rimbaud o a quel suono del colore che Mallarmé sapeva riconoscere. Qui di seguito due sue poesie.

Visione
Blu, blu si alzò e cadde.
Appuntito, sottile fischiò
s’introdusse, ma non passò da parte a parte.
In tutti gli angoli è rimbombato.
Grassobruno rimase impigliato
apparentemente per tutte le eternità.
Apparentemente. Apparentemente.
Devi solo stendere di più le tue braccia.
Di più. Di più.
E devi coprirti il viso con panno rosso.
E forse non c’è ancora stato uno spostamento
soltanto tu ti sei spostato
salto bianco dopo salto bianco.
E dopo questo salto bianco di nuovo un salto bianco.
E in questo salto bianco un salto bianco.
In ogni salto bianco un salto bianco.
Non è certo un bene che tu non veda il torbido
poiché nel torbido c’è davvero.
Perciò anche tutto comincia…..È scoppiato-

***

Canto
Seduto è un uomo
nel cerchio angusto,
nel cerchio angusto
un uomo ossuto.
È soddisfatto.
È senza orecchi.
È privo d’occhi.
Del rosso suono
del solar globo
non sente traccia.
Ciò ch’è crollato
pure sta in piedi.
Ciò ch’era muto,
intona un canto.
Sentirà l’uomo
che non ha orecchi
e privo è d’occhi
del rosso suono
del solar globo
fievoli tracce.

Kandinsky pittura su vetro, Madonna con Cristo, 1917