Affabulazione

Siamo al terzo giorno
dopo San Martino
un altro compleanno
fuori da quell’utero
che più non vive
mentre tutto scorre
cercando equilibri
tra cicli stagionali
segnati da pianti e sorrisi.
Un’altro anno di luci e ombre,
volti vecchi e nuovi
ne sono o ne faranno parte,
radici che non lascio
anche se le Sirene
non hanno cessato il canto;
nessun rimorso, qualche rimpianto
da cui subito distolgo la mente,
giusto per non cadere in grovigli
di nostalgia avvilente …

come per gli album di figurine
qualcuna ce l’ho, qualcuna manca,
nessun bilancio, nè previsione,
come sempre è libera la vita mia
da programmi e calcoli privi di senso
e al fine di questa  affabulazione
alzo al cielo un calice per invitare
le mie adorate anime che corpo han perso
a scendere un istante e con loro interazione
aver pieni battiti gaudenti cui brindare.

Daniela Cerrato, 2017

(Immagine da web)

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Di antica sostanza

Pochi particolari immutati
da quando altri occhi s’affacciavano
alla finestra che oggi, aperta, offre
medesimo fronte, ma il cielo…
sembra, ma non è più lo stesso e in medesimo divenire
alberi cresciuti,  taluni mancanti, abbattuti,
fragili corpi trapassati con sogni, ideali, pulsioni
innamoramenti,  passioni intense,  sensualità,
amorevoli sussurri,  gioie e sospiri anch’essi estinti.
Tutto sepolto sotto strati d’un tempo remoto,
in buona parte sconosciuto che provo ad inventare
da qualche ritratto appeso che pare suggerire

e mentre anche l’oggi rapido si defila,
catturo ogni intensità e inspiro aria
da questo luogo intriso d’antica sostanza.
Nella stanza il profumo di storia non stantìa,

di mobilia che racconta quanto preziosi libri centenari,
trapelano umori ancor vivi da spesse pareti
attraversate da leggende, da presunti fantasmi,
da uno scricchiare che pare lamento
si amplifica l’emozione, si rinnova il cimento
di fantasticare con pieno favore dei sensi
sui dettagli carichi di un passato lontano,
che desidero a volte fosse anche il mio.

– Daniela Cerrato, 2017

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Onirico déjà vu

Sto camminando per la città, manca poco alle sette del mattino e da sotto i portici si scorge tutto leggermente confuso a causa di una nebbiolina che rende ogni colore come sbiadito.
Sono in una zona dove lo sguardo è appagato da palazzi d’epoca molto belli che raccontano un architettura signorile, a cavallo tra ‘800 e ‘900; richiamata come da un irresistibile forza magnetica  mi sono avvicinata a un portone originale, massiccio, di gran pregio, di quelli che da sempre  attraggono a prima vista, col fascino e la severità dello sguardo di una grande effige-battacchio egregiamente scolpita.
Gli anni gli hanno tolto l’antico smalto, ma rimane inalterata la bellezza dell’ opera d’arte, interessante quanto la facciata di cui fa parte che ha acquisito valore intrinseco proprio dalla storia che ha attraversato.
Resto a osservarlo attentamente seguendo ogni incisione e dettaglio, tanto che dopo una decina di minuti mi pare che qualcosa di suo appartenga ai miei ricordi e voglia suggerirmi qualcosa.
Sto pensando a come potrebbe essere altrettanto ricco ed imponente l’atrio cui vieta l’accesso, e così anche gli appartamenti di cui è antico custode.
In strada non c’è molta gente, non sono di fretta  e nessuno sta guardando in questa direzione, così provo a spingerlo, e nel mentre mi accorgo che non c’è serratura; trovo strano non averlo notato prima, forse ero presa solo dalla bellezza artistica.
E’ molto pesante ma con un po’ di fortuna e di sforzo riesco a spostarlo di qualche centimetro, poi ancora oltre, giusto lo spazio per accedervi. Varcata la soglia un inatteso stupore mi coglie.
Non c’ è androne, nessun edificio direttamente collegato, ma un incrocio di strade alberate che parte da un piccolo slargo, da cui assisto a una circolazione quasi del tutto pedonale, auto assenti e poche carrozze a cavalli, persone vestite con abiti di un’altra epoca, sobri ma eleganti, con un procedere meno frenetico di quello che son abituata a vedere.
Così provo a mischiarmi tra quella gente, qualcuno mi guarda stupito, probabimente per i miei abiti, anacronistici, forse stravaganti ai suoi occhi; percorro un breve tratto, lentamente,  notando pochissimi negozi, nessuno vaga parlando ad alta voce col vicino o al cellulare, nessun frastuono di motori e mentre la curiosità mi  sgrana gli occhi e mi  orienta la testa in tutte le direzioni, realizzo di trovarmi probabilmente a fine ottocento, così almeno mi sembra, ed è tutto così incredibilmente eccitante che stento a credere a ciò che sto vedendo, eppure sono realmente capitata in una dimensione in cui mi troverei assolutamente a mio agio.
Ad un tratto però si è fatto scuro il cielo, sento sul viso i primi goccioloni di pioggia e, non sapendo dove ripararmi da un probabile acquazzone, ritorno sui miei passi e raggiungo nuovamente il portone per trovar luogo sicuro sotto i portici che ho lasciato.
Sicuramente tornerò un’altra volta con più tempo e miglior giornata, il luogo è facile da individuare e del portone non posso scordare la fattezza, intanto riaccosto alle mie spalle questa misteriosa porta del tempo, scoperta per caso (o forse non…); chissà se questo salto temporale lo potrò recuperare, lo spero vivamente, perchè ci sono tante domande cui vorrei rispondere coi miei occhi.
Ma d’improvviso questo desiderio sfuma del tutto, mi desto e realizzo che purtroppo era solo un sogno alimentato probabilmente da recondite fantasie. Un vero peccato, si, un vero peccato.

-Daniela Cerrato, 2017

 

 

Intimo sfizio

Galleggia il pensier mio
nell’aria della sera,
come foglia d’arido autunno
che s’abbevera cadendo
e alla fonte si specchia
per un intimo sfizio;
di lieve canto è l’inizio
d’amor che non invecchia,
anzi s’espande trasalendo
ed ogni vibrazione è cenno
che il desìo non è chimera
e il cuor tuo incanta il mio.

-Daniela Cerrato, 2017

(immagine: “Urban fall” by Bomb Creator-Deviantart)

fontana e foglia

Nell’abissale placenta

Ricorrente è il desiderio d’essere una creatura marina, appartenere a quel
mondo fiabesco che sta al di sotto della superficie in cui l’uomo galleggia con corpo e pensieri. Vorrei l’acqua come mio elemento vitale e assorbirne tutta l’energia, estasiarmi per il grande stupore di spaziare in quell’immenso caledoscopio vivente, un mondo dai mille colori e forme che danzano e fluttuano in splendide coreografie dirette dalla corrente, costellato di minuscoli microrganismi, occhietti insabbiati in un mimetismo straordinario. E fra tante stranezze di subacquea natura accorgermi che nulla conoscevo ancora di tanto entusiasmante da non desiderare più ali per librarmi in cielo, non voler vedere neppure la Terra da una lontata prospettiva ma, nel suo abissale placentato grembo, essere sensorialmente più vicina al suo cuore infuocato e pulsante.

– Daniela Cerrato, 2017

Illustrazione di George Barbier

by George Barbier

Sogno di terre lontane

Impossibile non perdersi
nei viaggi improvvisati
dei sogni notturni,
ogni volta è un gioco,
un’avventura, è libro illustrato
di favole che prende vita.
Ho come unica guida il fioco suono
di un flauto, appena percepito,
che accompagna i miei sandali
meravigliati, sospinti su suoli
mai percorsi prima, molte volte
immaginati, forse desiderati.
Nessuna meta, è un vagabondare lento,
attento, ogni incontro si fa sorpresa,
tra mercanti, faccendieri, artisti
pelli diverse, sangui misti,
mosaici di emozioni che si compongono
strada facendo, andando, osservando.
Terre lontane che si rivelano
nei loro profumi indigeni,
di spezie, incensi e intensa vita
e ogni volta un nome, un dettaglio,
un volto, una stoffa, entrano a far parte
della memoria, sì che li riconoscerei
uno per uno quando desta li configuro,
ed ogni angolo laddove scorto
potrebbe divenire rifugio vero
da questa realtà misera che perde corpo.

– Daniela Cerrato, 2017

Art by Andrey Remnev

Andrey Remnev

Desidero

Desidero che a cullarmi
stanotte sia la luna,
sorella muta, dea lucente,
seminascosta tra coni d’ombra
di nuvole che s’intersecano
nella volta spenta.
Desidero osservare con lei
dall’alto del suo alloggio
sospeso, quello che da quaggiù
si defila, quell’oltre sconosciuto
che per alcuni è un niente
per altri è immensità in cui
si anela fuggire. Esausti.

– Daniela Cerrato, 2017

Scultura di Rogerio Timoteo

Rogério Timóteo

Quel notturno foco

Ardono come eretici
i corpi degli amanti
nel blu della notte,
s’alzano libere
lambendo il cielo
le lingue infuocate.
Ma è pira vitale,
non dispensa morte
nè gravi ustioni,
non genera ceneri
se non quelle di chi,
essendosi illuso,
si ritrova deluso;
é per sì immensa vitale passione
che si smania tal combustione.

Daniela Cerrato, 2017

Walpurgis by Chandelours ( Joanna Maeyens) on Deviantart

Walpurgis by Chandelours on Deviantart ( joanna.maeyens)

A una rosa gialla

Desiderio nato a prima vista,
uno tra i tanti che la natura
mi suggerisce e metto in lista,
a dirlo sarà pure stravagante
ma esprimerlo costa niente;
a te s’ispira floreale creatura
chè vorrei esser tra le pieghe
delle tue lamine apicali,
in quell’arriccio di bordi
che arrotonda ancor più
i petali aperti e caduchi,
vorrei osservare dal tuo cuore,
profumato nucleo, il sole,
un’ape nel suo impollinare,
sentirmi nella leggerezza
che il vento accarezza,
sulla veste d’oro pallido
d’imbastiti veli, velluti a perdere,
e poi sfiorita perdermi nella terra
per rifiorire, nuova regina d’aiuola
con altre coronate, oppure sola.

Daniela Cerrato, 2017

“Yellow rose”, Foto di Paul Militaru ( https://photopaulm.com/2017/05/13/yellow-rose-23/ )

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Effervescenza

L’amore è tenerezza, mai atto di forza
ma sulla forza si regge e resiste,
ha volti e risvolti, può sostare
in calma apparente per poi divampare
in furia sanguigna, di pelle e chiome
strizzate fra le dita, di unghie affondate,
di dolore succube del piacere, riprova
che è il più selvaggio dei desideri.
Volubile sintesi d’istinti colti al volo,
animalesco impeto, ruggito del cuore,
respiro leggero, sussurri di tepore
sfumature fantasiose, divertenti fuori tema
in osservanza all’umor del momento,
al bisogno di pace o fomento
che non segue giammai uno schema.
Indomabile essere in divenire, rinsalda
spirito e carne, in necessaria fusione
tra le momentanee cedevolezze dell’uno
che fa dell’altro schiavo o padrone.

Daniela Cerrato, 2017     __ Foto da web__

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